giovedì 19 luglio 2018

CANIGGIA AL...

Riapro gli occhi.


Guardo i numeri luminosi della sveglia accanto al letto, sul comodino e vedo che sono le 3:01. Faccio un rapido calcolo: prima di chiudere gli occhi erano le 1:53, perciò ho dormito 68 minuti.

Ancora una volta. Ma allora è vero?


Mi sveglio sempre al sessantottesimo per andare a pisciare.

Ieri notte ero andato a dormire alle 00:17 e ho aperto gli occhi all’una e venticinque. La mia prostata è regolata sui sessantotto minuti. Coincidenze strane. 

Vado in bagno a pisciare e mi siedo sulla tavoletta.

Che devo fa’ domani? Domani devo assolutamente finire la revisione della sceneggiatura e mi devo andare a fare una visitina... oggi ho perso tutta la mattina a cazzeggiare su Facebook

Perdo tempo. Quanto tempo si perde sul web. Certe volte penso che era molto meglio quando scrivevo a penna. Me ne stavo tranquillo a casa a scrivere a penna, senza distrazioni.

Un tempo si scriveva solo di cose che si conoscevano al cento per cento. Oggi la conoscenza è dietro al file di Word aperto. Mi ricordo che il mio primo libro lo scrissi andando tutte le mattine alla biblioteca di Castro Pretorio. Mi prendevo i microfilm. Firmavo in segreteria e passavo tutta la giornata a controllare i quotidiani dell’anno 1977.

Quanti anni sono passati? Da solo, nel mio piccolo loft di Via Marziale a Roma. Era piena di quadri quella casa. L’affittò mio fratello quando venne a Roma per far parte del pubblico di Indietro Tutta, la trasmissione di Arbore. Se non era per lui chissà dove sarei finito. Vivevo a Monti Tiburtini con una coppietta di amici che tutte le mattine mi chiedevano: “Ma quando te ne vai?” Me lo chiedevano gentilmente per carità. Mio fratello mi salvò con quella casa. Poi lui se ne tornò a Salerno e la casa rimase a me.
Balduina era un posto strategico. Abitavo nel palazzo, proprio di fronte al benzinaio, all’incrocio con Viale delle Medaglie d’oro, dove avevano ammazzato Walter Rossi, lo studente di Lotta Continua ucciso nel settembre del 1977, da un proiettile vagante sparato non si sa da chi, mentre partecipava a un volantinaggio antifascista.

Quella lapide la vedevo tutti i giorni uscendo di casa.


1977. 

Quell’anno José Altafini smise di giocare.



Mio padre faceva tifo dell’Inter, ma segretamente teneva al Napoli.


Me ne accorsi grazie ad Altafini. Successe che a trentaquattro anni, Altafini accettò un contratto “part-time” con la Juventus, la grande rivale. Mi accorsi che mio padre ci rimase male. In pratica, successe la stessa cosa che è capitata recentemente con Gonzalo Higuain. 

Altafini poi diventò commentatore televisivo e, ogni volta che per sbaglio, mio padre sentiva la sua voce, cambiava canale infastidito dicendo: “Maronn’ Altafini... quant’è scem’... lo chiamavano coniglio!
Ogni tanto glielo chiedevo: “Papà, ma chi è che lo chiamava coniglio ad Altafini?” Fatto! Torno a letto. Pisciatina traditrice. Poche gocce. Come al solito.

Mio padre non me lo disse. 
Non lo sapeva forse o forse lo sapeva, ma non voleva attardarsi a fornire spiegazioni. Per lui, Altafini valeva solo un cambio rapido di canale.
Devo cominciare a prendere la Serenoa. Dice che fa bene alla prostata.
La prendeva mio papà. Lui si alzava ogni ora. Io dopo sessantotto minuti vado in bagno, poi

faccio tutta una tirata tranquilla fino al mattino. Per ora è così. Speriamo regga.
Papà... se ne è andato l’anno scorso. Alla fine non si alzava neanche più. Aveva messo il catetere. Si era abituato. Veniva l’infermiere ogni venti giorni a cambiarlo e a fargli i lavaggi. La cosa che mi manca di più di papà sono le partite di calcio viste con lui alla televisione. Un tempo non era come oggi che il football viene spalmato in tutti i giorni della settimana. Una partita di Coppa dei Campioni era un evento. Le partite di Serie A si giocavano la domenica e basta. E la domenica poi si mandava in televisione una sola partita registrata di cui si sapeva già il risultato. Mio padre era un profondo conoscitore di calcio, forte scommettitore, ancora prima delle scommesse legalizzate. Mi ricordo rientrava a casa con le quote scritte a penna su un foglietto. Erano dei suoi amici che tenevano il picchetto. La specialità di papà era perdere le scommesse per un solo risultato. Era un classico. Se giocava la schedina faceva quasi sempre undici. Così perlomeno diceva lui.

Tiro lo scarico e torno verso la camera da letto. Passo dalla scrivania vicino alla finestra e getto uno sguardo al computer. La tentazione ora è troppo forte. Mi siedo e scrivo su google le parole: “Altafini, coniglio”.

Mi si apre un mondo.
Apro il primo link che è un articolo della gazzetta dello sport del 2008:


Quante volte si è sentito dire che Altafini era un coniglio? Fu una stupidata. Tutto nacque da una frase di Nicolò Carosio durante una telecronaca di una partita col Santos. 

Disse: "Altafini non si vede”. 

Mentre Viani nello spogliatoio calò l’accuso: “Abbiamo perso per colpa di Altafini che è un coniglio ”. Ma come puòessere coniglio uno che ha segnato 216 gol giocando senza parastinchi?"

Altafini lo conobbi nel 1990.

Era l’anno dei Mondiali.

Mi invitarono a Tele Montecarlo, a una trasmissione che conduceva Alba Parietti che si chiamava Galagol. La trasmissione era in diretta in orario notturno. Era la sera del tre luglio 1990. Verso le 23:00, dopo l’ultimo rigore di Serena parato da Goygochea, mi avviai a piedi, da Via Marziale, verso la sede di TMC di piazza della Balduina. Per strada non volava una mosca e tranne qualche gruppetto di ragazzi con le bandiere arrotolate, non c’era anima viva. Entrai nello studio di Tele Montecarlo e la Parietti mi accolse con la faccia della morte. Era di un pallore che sembrava uscita da un racconto di Edgar Allan Poe. Mi ricordo solo che mi disse: “Sarà dura per te stasera far ridere!” In effetti, c’era aria di funerale. In studio, mi accorsi di José Altafini e immediatamente mi avvicinai a lui. Lo salutai, poi quando cominciò la trasmissione, durante la diretta, gli dissi che mio padre era un suo grande ammiratore. Non so perché glielo dissi, credo perché c’era un clima tetro in quello studio, fu una cosa più da discolo, più per far divertire mio padre che sapevo che mi stava guardando da casa.


Altafini mi chiese il nome di mio padre.
Eugenio!” risposi.
Lo salutò in diretta. 


Disse: “Eugenio, ti mando un caro saluto!”


Immaginai la faccia di mio padre e faticai a stento a trattenere una crisi di riso.
Durante la diretta, mandarono varie volte le immagini di quel gol di Caniggia. Anche oggi, quando lo rivedo, penso sempre la stessa cosa: “Zenga è uscito troppo presto. Fosse rimasto tra i pali, lo avrebbe preso. Sarebbe stata una parata difficile, ma lo avrebbe preso.”

Invece, il biondino segnò. L’Italia eliminata proprio al San Paolo, a Napoli, dove qualcuno festeggiò per Maradona.

Quella fu l’ultima volta che m’invitarono a Galagol. Probabilmente, nell’inconscio degli autori, da quel momento in poi, mi associarono alla tristezza dell’eliminazione dell’Italia da quei Mondiali.

Uscii dagli studi di Piazza della Balduina e mi avviai verso casa. Mi fermai a una cabina telefonica e chiamai mio padre: “Papà...” Stava ancora ridendo. E in quel momento, seppi che tutto era accaduto solo per questo. Caniggia aveva segnato per questo. Zenga era uscito in ritardo per questo: per far salutare mio padre da Altafini.

Le 3:20. Prima di tornare a letto però, lo devo rivedere.

Scrivo le parole: “Caniggia. Italia ‘90” e mi appare subito il video che parte. Eccolo lì. Zenga che esce troppo presto e che s’incazza pure con la difesa. Caniggia esulta e se ne va da una parte inseguito dai suo compagni di squadra, tranne che da Maradona che se ne va ad esultare da solo da un’altra parte.
Poi, per la prima volta, me ne rendo conto.
Italia Argentina 1-1. 


Schillaci al diciassettesimo e Caniggia al... sessantottesimo.





Queste righe di "Quasi un diario" sono state pubblicate nella raccolta di racconti "Gli indimenticabili"- I migliori mondiali della nostra vita, curata da Stefano Discreti. Vi lascio qui un link per chi volesse ordinare il libro.

GLI INDIMENTICABILI. I MIGLIORI MONDIALI DELLA NOSTRA VITA