mercoledì 28 dicembre 2011

IL PIÙ E IL MENO




La cosa bella è il ricominciare. 

Ricominciare e ascoltare il battito del proprio cuore. 
Quasi una tachicardia. Bum bum bum. 
Ok. Ma non si può neanche tradire quello che di buono si è fatto. 
Allora sento una voce che mi sussurra: "E allora mostrami il posto dove si può ricominciare!"

Una cosa ho fatto nella vita: ho scritto pagine di diario. 
"E allora ricomincia da lì!"

È un buon posto. 
Quest'anno ho aperto una piccola finestra. Qualcosa di buono l'ho fatto. Adesso sapere che ci potrebbe essere qualcuno che sfoglia queste pagine, mi fa riflettere su quei due valori che tanto bene conosciamo. Le due famose forze. 


Il più e il meno.


Ricominciare dal più... fermarsi... e ripartire dal meno. 

Quello che è PIÙ si vede, si tocca. Non sei assillato dal dovere per forza riempire uno spazio bianco. Non vedi più quella pagina bianca come un vuoto. Ci sono dei giorni in cui a uno non gli va di scrivere, di stare a pensare a cosa riportare sulla tabella di marcia. Un amico ti dice una frase: “Dimentichiamoci di tutto in quest’oblio natalizio!” Prendi la frase, ti piace, la metabolizzi, ma non devi per forza scriverla sul diario. Puoi tranquillamente conservarne il ricordo dentro di te oppure decidere di dimenticarla, di mescolarla insieme alle stelline in fondo al sacco. Questo è il più. Il più è il decidere di non assillarsi per una pausa dove non accade nulla. Il più è vivere il vuoto tranquillamente, camminando sul bordo di tante sensazioni che andranno a formare altre cose e che non dovranno per forza registrarsi in automatico. 

C’era una volta la paura di perdere le cose che avevi scritto. Paura vera. La corrente elettrica che salta e... bum bum bum. Quand'è l'ultima volta che avevi memorizzato? Poi con l'invenzione della memorizzazione automatica non ci si pensava più. E anche qui il pericolo di una comodità ci fa riflettere su questa cosa di affidarsi sempre di più alle cose automatiche. Per tutto è così... Per rendere innocua una paura o una fissazione, basta renderla automatica, cioè cronica.

E così che si forma l'abitudine di non pensar più a una propria fissazione. C'è un automatismo che lo fa per te. 

Ma una fissazione non scompare: diventa soltanto invisibile perché un’applicazione costruita su di essa, ce la rende automatica, cioè incastrata per bene nel territorio, nella corteccia che protegge la linfa dal nucleo fragile. 

Un’applicazione per renderci automatici... non mi dite che non ci avete mai pensato. Chi lavora su se stesso (come ad esempio dovrebbe fare un bravo attore) è sempre colui che si accorge di essere inadatto. E proprio al popolo degli "inadatti" che posso tranquillamente rivolgermi perché so che mi stanno continuando a leggere fin qui e che non hanno cambiato pagina.

Perciò... lasciate che sia un inadatto a farlo... un inadatto che vi introduce nel magico mondo del MENO.


Tutto quello che è meno, cioè negativo, non deve per forza essere buttato nel secchio dell’immondizia. L’usanza di liberarsi delle cose vecchie è sacra, certo. Non si va da nessuna parte carichi di roba. Il meno però è anche l’importanza di alleggerirsi con coscienza e attenzione. Meno non significa volar basso, ma significa non lasciarsi abbagliare dalla bella luce, dalla comodità di un automatismo. Meno significa stare attenti a buttar via la roba giusta. A volte non serve buttare, ma soltanto spostare. Trovare spazio nello spazio. Meno significa fuggire dal labirinto ma imparare a tornarci con uno scopo in più. 
Il meno degli inadatti è quello che ci porta sempre allo stesso punto, ma che ci fa rendere conto di tutto il cammino che è stato fatto. Il meno è tutto quello che rende sacra la ripetizione. Portar la ripetizione a far vibrare il centro. Il meno è accorgersi di star già dentro a una specie di spirale e percepire il tempo e il luogo di un contatto. È tutto qui. La via del meno è tanto meravigliosa e ricca della via del più. 
Il viaggio della nostra vita nel corpo potrebbe essere un consapevole alternarsi tra il più e il meno e se si ha la fortuna di esser bravi pellegrini, viandanti che sanno fermarsi così come rimettersi in marcia, si possono raggiungere mete sorprendenti. 

Durante questo viaggio, bisogna riconoscere quelli bravi e non aver paura ad affidarsi a loro. Quelli bravi sono quelli che conoscono il segreto di ogni più e di ogni meno. Sono quelli che non hanno fretta di portarti dalla loro parte. Sono guide perfette. Sono coloro che a volte, sono costretti a camminare di notte. 

Notti di stelle, blu cobalto e notti di poca luna. 

In queste notti buie, puoi incontrare il bene e il male mescolati tra loro. Ogni pensiero assume una forma. Basta un’infatuazione, una tentazione spostata più di qua che di là e si perde lo scopo che ci ha fatto mettere in viaggio. È un attimo, si alza la nebbia e...

E ti ritrovi a camminare con compagni di viaggio che hanno altro per la testa, proprio come succede a Charlot nel film “Il grande dittatore” che, camminando nella nebbia, a un certo punto, si ritrova a marciare col nemico. 


Per questo è importante riconoscersi in un gruppo.
 

Ed è al mio caro gruppo di "inadatti" di cui mi sento orgoglioso d’appartenere, va il mio augurio...

Cari fratelli miei... Vi auguro buon anno. Anno speciale. Lo so che siamo un popolo silenzioso, ma quest’anno, mai come gli altri passati, è importante… mostriamo a tutti coloro che si sono adattati alle convenzioni e alle comodità delle applicazioni da scaricare a pochi centesimi che il bello non è il dimenticarsi della nostra paura di ricordarci di memorizzare una parola scritta. Mostriamo a loro il posto dove il cuore ancora batte forte e la tachicardia ha un senso. Trasportiamoci per incanto sull’altra sponda e restiamo uniti. Il nostro obiettivo è quello di mescolarci, diventare tutti insieme "quasi adatti". Ricordiamoci che mille persone che pensano alla pace e che pregano per la pace, possono creare pace in tutto il mondo. Regaliamoci tutti un’applicazione che ci renda allergici alla noia della noia, allergici ad ogni cosa automatica che abbiamo cosparso con la vernice dell'invisibilità. 

Regaliamoci un'applicazione che ci fa chiedere: "Mostrami il posto dove questo è possibile!" 

Un'applicazione per spolverare le braci. Per non allontanarci da tutte le nostre paure, i nostri timori, i traumi, le angosce, le ansie, per riscoprire tutti i nostri errori che abbiamo sotterrato chissà dove e anche tutto quello che ci fa battere forte il cuore alle tre del mattino.

L’augurio più grande è di non scacciarla questa nostra bella tachicardia che ci porta vicini al ricordo di non aver affatto memorizzato, ma di accettarla e di cominciare a darle un senso, un piccolo senso da cui ricominciare perché quello è un bel posto dove ricominciare. Il posto di un ricordo da imprimere per sempre nella nostra memoria. Un vero esercizio da fare insieme, uniti. 


Bum bum bum.

Il segreto di ogni 2012 della storia dell’umanità.

Happy New Year. 


Mostrami il posto, ho dimenticato non so cosa
Mostrami il posto per la mia testa che si sta piegando in basso
Mostrami il posto dove vuoi che vada il tuo schiavo
Mostrami il posto, aiutami a far rotolare via la pietra
Mostrami il posto, non riesco a spostare questa cosa da solo
Mostrami il posto dove la Parola diventa un Uomo
Mostrami il posto dove la sofferenza è cominciata...
     
                                                      Leonard Cohen



venerdì 23 dicembre 2011

NON È PIÙ TEMPO DI FARE GLI EROI

Eroi della seconda decade del secondo millennio. 

Sono viaggiatori di seconda classe nei treni ad Alta Velocità delle ferrovie dello stato. Sono compratori di pesce surgelato e bravi cuochi, risparmiatori e attenti lettori di quotidiani sul web. Gli eroi della seconda decade del duemila, sono giocolieri del nulla. Sono cercatori di tracce sulla neve, sensitivi ed esploratori solitari di nuove piste che portano verso dimensioni, dove abili capimastri costruiscono scrigni di saggezza, messaggi per una parte dell'umanità che nel proprio destino ha la facoltà di riconoscere simboli. 

Dove sono i nuovi eroi? 

Li puoi trovare nei cabaret clandestini, nelle birrerie nascoste nelle fogne e nei cunicoli del nuovo sistema. Sono coloro che si chiudono l'ultimo bottone del cappotto, si avvolgono in una sciarpa e, col cappello di lana sulle orecchie, scendono per portar giù la busta della differenziata, sfidando il freddo e le piogge acide. Sono quelli che comprano le figurine Panini per regalarle ai loro figli. Sono quegli adulti che da bambini hanno chiesto ai loro genitori: "Ma da grande, potrò ancora divertirmi?"

Chi sono i nostri eroi?

Gli eroi dei nostri tempi sono forse i sussurri confusi nel vento di queste notti d'inverno. Sono quelli che ogni tanto lasciano la loro voce nelle segreterie telefoniche per dire due o tre parole, per lasciare un messaggio, nonostante il fatto d'aver chiamato dovrebbe essere una garanzia per esser richiamati.

No, non è più tempo per essere eroi, ma alla fine gli eroi resistono. Perché non c'è epoca senza eroi. Lavoratori nel mondo degli specchietti, dei sogni e delle illusioni della gente, i nuovi eroi sono coloro che a volte si accorgono del mondo che gli passa accanto, quasi come se scorresse su un'altra pista. E la loro memoria, registra le frasi più strane e quelle più inutili e le trasforma, per renderle uniche, portarle fin qui, su un altro nastro, dove tutto si ricompatta e si trasforma in oro per un nuovo presente. 

Questi sono gli eroi del tuo tempo e li puoi incontrare alle feste dei matrimoni degli amici o dei cugini. Sono quelli che ti dicono dopo un'ora di chiacchiere: “Ti devo raccontare una storia d’amore bellissima!” o anche “Ti ho visto che hai sorriso alla mia donna!” 
 
Gli eroi dei nostri giorni sono coloro che restano nel mezzo di due punti di vista. Sono i mediatori delle parti offese. Sono coloro che riconoscono che al di là di ogni ferita c'è una vittima e una assassino che hanno entrambi bisogno di un medico. 

Eroi del presente e del domani, li potrete riconoscere nei vostri occhi o in quelle dei vostri bambini, quando gli lascerete un sorriso da trasportare fino alla prossima generazione. E chissà... sarete voi i nuovi eroi, se vi accorgerete della vostra vita e del vecchio mondo che è già scomparso, lungo il sentiero di un bosco che porta alla casetta di marzapane. Sarete voi gli eroi se saprete spiegare a un bambino come si piega un foglio di carta e come si costruisce un piccolo aereo, come si lancia nel vento per farlo volare più in alto e farlo stare in aria più a lungo. 



sabato 17 dicembre 2011

UNA DONNA PER AMICO

Può darsi che io non sappia cosa dico...
e la frase che completa la strofa, la conosciamo tutti... o no?
Mogol-Battisti con un ritornello che dà il titolo all'album del 1978, delimitano il territorio, avvisano il loro pubblico che si parte da un paradosso. Il paradosso dell'amicizia uomo-donna. 

Una delle coppie di autori di canzoni più famose di tutti i tempi, estrassero così dal loro cilindro, un LP che (ai tempi ero piccoletto per capirlo), aveva un unico argomento: le incomprensioni, i conflitti, le impossibilità a volte di trovare un'armonia, nei rapporti stretti tra i due sessi.

"Bisognerebbe scegliere per moglie solo una donna che, se fosse un uomo, si sceglierebbe per amico”. 

Una frase molto più concisa che assomiglia a una vera e propria sentenza. Di quelle che ci affascinano, partorita dal filosofo francese Joseph Joubert, in una mattina in cui se ne andava a passeggio nella Parigi dei primi del 1800, annotando su un taccuino, i suoi Pensieri che furono tutti pubblicati postumi. Già quindi più di duecento anni fa, le anime sensibili si ponevano una delle domande più gettonate dei nostri tempi attuali. 

Ultimamente è una domanda che mi faccio molto spesso.

Conosco diverse persone che lottano nelle aule dei tribunali con quell'essere angelico che un giorno avevano posto su un piedistallo e che da qualche parte nel loro emisfero emotivo, aveva creato una breccia in cui si era infilato lo strano sentimento chiamato amore. 
Altri che invece, sono felicemente separati e con i loro ex compagni, compagne, ex mogli, mariti e madri-padri dei loro figli, hanno un rapporto che è migliorato enormemente con la separazione. 
Com'è possibile questa discrepanza. 

"Il fatto è che con la mia ex eravamo amici prima di metterci insieme!" 

Questa frase l'ho sentita diverse volte. Ma non mi è mai bastata. L'amicizia tra uomo-donna è paragonabile davvero a un processo alchemico che può sfociare in amore e passione che mantiene poi inalterato questo sentimento? O si è amici solo e nel caso che, da entrambe le parti ci sia lo stesso punto di vista o se qualcuno dei due rinunci o menta a se stesso, fingendo di non provare attrazione sessuale verso l'altro? E ancora... amicizia e sesso,  possono coesistere o una cosa esclude l'altra? E ancora e ancora... si può essere solo amici e anche amanti o essere amanti esclude l'amicizia pura? 
Bel casino.
Vi scrivo (ricordatevelo sempre) da una postazione neutra che non significa che io non abbia le mie opinioni a riguardo. Chi vi parla è un non sposato che è sempre fuggito da quella che viene considerata tra le maschere più evidenti del maschio occidentale: quella di calarsi in uno status e aver bisogno di sentirsi accanto la donna giusta che lo rappresenti ad hoc nella società e nel mondo esterno. 

Penso alle coppie di artisti, a quelle relazioni magiche, i duetti toccati dal destino, le anime gemelle, i cuori che si toccano e si uniscono in vita ma che appartengono agli astri... coppie come Federico Fellini e Giulietta Masina, ma senza andare troppo lontano, coppie che si sono abbracciate per lungo tempo, a volte stando davvero insieme finché morte non le ha separate, come Anna Campori che restò insieme al suo compagno, il grande comico Pietro De Vico, fino al momento in cui lui se ne andò. Penso anche a quelle coppie che si sono accompagnate per un periodo e poi lasciate, ma che nel loro breve o lungo matrimonio, si sono amate e guarda caso, aiutate l'uno con l'altra, fino al momento dell'addio. Di queste coppie ne è piena la vita di tutti i giorni, solo che mai nessuno ne parla. Fanno più clamore le coppie che scoppiano con un gran boato.

"Nessuno mi è stato vicino come mia moglie Marylin".

Disse Arthur Miller parlando di quello che è e resta il mito di tutte le dive. Ci si mette insieme, a volte, perché si ha bisogno di un amico. 
Non ve l'aspettavate questa? 

Eppure... 

Annullandoci nell'abbraccio dell'altro, a volte, dimentichiamo il nostro disperato bisogno d'amore e lo cerchiamo nella comprensione di un'amica o di un amico. Solo che ce ne accorgiamo strada facendo e durante questo viaggio, ci si accorge che è proprio il nostro compagno a suggerirci cosa fare. Una mattina, ci svegliamo e dall'altra parte del letto, c'è colui o colei che più ci ha accudito, compreso, voluto bene. Osservi dentro e fuori di te e trovi quell'incomprensione paradossale di cui Mogol-Battisti, nel lontano '78 invitavano a rifletterci su, cantando.

"Può darsi che io non sappia cosa dico... scegliendo te una donna per amico!" 

In quell'istante, si spalancano le fauci del bivio. Dove andare? Cosa succede? Ci sono coppie che decidono di comune accordo di lasciarsi perché scoprono entrambe che la passione è finita o non è mai cominciata. Ci sono coppie che si scelgono davvero e che continuano a stare insieme. Questo accade quando all'interno di un rapporto, viene alla luce che il processo alchemico dell'amicizia appartiene davvero al respiro dell'eternità. 
La vastità di questo argomento non ha mai fine. Altrimenti non ci avrebbero scritto così tanto. 

A volte, non si è in due ad accorgersene. È solo uno. Allora ci vuole più dolcezza, comprensione e si fa fatica davvero. Non si vuol ferire l'altro perché non si vuol ferire un amico. In questi casi, un bravo counselor può aiutare, in altri casi non c'è nulla da fare. Bisogna affrontare insieme la sofferenza. E la sofferenza di chi è lasciato a volte è molto inferiore a quella di chi lascia.
Il bivio a volte, presenta grandi sorprese.
Una di queste è la decisione di restare insieme.
E chissà... in quel caso, potrebbe verificarsi il miracolo. Si entra in una nuova forma d'amore, in un regno dove amore e amicizia si completano. Si è sempre in due a formare una cosa sola e in due, si può uscire da qualsiasi restrizione, morale o paura che c'imprigiona e non ci aiuta a crescere, ad andare al di là perfino dei limiti che molti pur bravi psicologi pongono, attraverso sentenze che ancora oggi sento ripetere a memoria e ormai senza neanche troppa convinzione: "Si escludono dalla sfera dell'amicizia quelle persone con cui si abbiano rapporti sessuali".



"È incredibile. Tu sembri una persona normale, ma in realtà sei l'angelo della morte!" (Sally)


domenica 11 dicembre 2011

EUROPA, IL MITO

Era una mattina di quelle che non ti scordi tanto facilmente. Il sole stava sorgendo e il mare era azzurrissimo. Cosa mancava? Mancava lei e alla fine... eccola lì.

Amore a prima vista. 
Voi mi direte che non sono attendibile. Che mi sono innamorato così tante volte in vita mia... ma... ma questa volta era diverso. Ve lo giuro. Quando l'ho vista giocare sulla spiaggia insieme alle sue amiche, io... io non ci ho capito più niente. Ho lasciato mia sorella... pardon... mia moglie Era... sì, si chiama proprio così mia moglie, era in giardino a innaffiare i gerani e le margherite. Io le ho detto la prima scusa che mi è venuta in mente.

"Era, scendo sulla terra che devo andare a parlare con tuo figlio Efesto!"

Era non mi rispose neanche. In realtà lo sapevo che non mi avrebbe risposto. Io lo so che Efesto è un suo punto debole e ogni tanto questa storia gliela tiro fuori per farla chiudere in se stessa, così non mi controlla.
Oh... Efesto è troppo brutto e storto per averlo concepito con la mia partecipazione. Io non c'entro con quello lì. Non è figlio a me!
Come lo so? Intuito da divinità superiore. Adesso non è che voglio fare il presuntuosetto, ma... io me lo sono sudato questo riconoscimento. Cosa ci si guadagna a essere una divinità superiore? Ve lo dico io. Solo tanti cazzi e responsabilità in più. A parte un certo sesto senso, cioè... un'intuito per quella spiccata tendenza che è la caratteristica di un tipo gioviale come il mio, ma ve lo posso dire con franchezza: "Dopo di me, c'è veramente l'irragiungibile!" 
Il che non significa che non c'è nulla, ma solo l'irragiungibile. Io sono contento così. Sono il più fico degli dei e sicuramente quello che ha più il senso dell'umorismo. Alle dee, alle ninfe e alle figlie degli uomini piace ridere. Poi ogni tanto qualcuno viene da me e mi chiede: "Ma come fai a trombare così tanto?" Io lo dico sempre: "Alle femmine le devi prima stupire con qualche giochetto, poi le devi far ridere!" 
Invece tutti si prendono troppo sul serio e s'ammazzano di pippe. Altri telefonano a mio padre pensando che sia ancora lui a fare il bello e il cattivo tempo. Mio padre ha altro a cui pensare con l'acidità di stomaco che si ritrova. Alcuni residui di quella pietra che gli ha fatto mangiare mia madre non li ha ancora digeriti e ogni tanto lancia certe bestemmie che fanno accapponare la pelle. Sta facendo proprio una brutta vecchiaia quel povero vecchio. Un giorno di questi lo chiamo e mi vado a fare due chiacchiere... anzi no... meno lo vedo meglio è.

Ma con chi mi ha tradito Era?
Il fatto che non risponde mai alle mie provocazioni su questa cosa di Efesto significa che non vuole proprio toccare l'argomento. Ha la coda di paglia. Me lo dicesse, no? Certo che mi dà fastidio, ma alla fine io sono uno sportivo e a me sta bene tutto, anche le corna.
Aver sposato tua sorella ti lascia campo libero su varie cosette. Una di queste è che c'è una certa tolleranza sulle mie scappatelle. Se non ti perdona tua sorella, chi ti dovrebbe perdonare?
Non capisco però con chi mi possa aver tradito lei. In fondo oltre ad essere mia moglie, la mia cara sorella è anche la dea del matrimonio e perciò, anche della fedeltà. Non pensavo proprio che avesse il coraggio di tradirmi. Però l'ha fatto. Teti mi ha detto che mi ha tradito con un'alga. Una di quelle diavolerie delle ninfe del mare. Pare che esiste quest'alga che può far partorire senza alcuna penetrazione. Adesso, simbolicamente che vuol dire quest'alga? Un'alga è un nutrimento del mare. Cosa rappresenta il mare? No... queste cose sono solo per gli uomini. Io non ci credo. Io sono già un dio e non devo pensare a queste cose. Secondo me è una bugia di Teti per creare confusione. Era dice che Efesto è figlio mio, ma io non ci posso credere. Efesto è venuto fuori troppo strano... Non può esser figlio mio. Io quella mattina non ci pensavo proprio ad andare a trovare Efesto. Ogni volta che lo vedo mi sembra sempre più brutto. L'ultima volta mi ha fatto anche paura. Mi è sbucato da dietro all'improvviso e a momenti mi viene un infarto. 
Quella mattina dovevo essere veloce e determinato. Certo un oggettino costruito da Efesto mi sarebbe tornato utile per fare bella figura, una cosetta tipo un arco come quello di Apollo, una saetta appena battuta, un'armatura, uno scettro da tirar fuori così, all'improvviso per stupire la fanciulla... però quella mattina, non so come mi venne in mente l'idea del toro bianco. 
Europa oltre ad essere bella era anche sensibile. Apparire dopo una saetta non mi conveniva. Avrei corso il rischio di spaventarla. Così anche volare sulla sua testa come un aquila e appoggiarmi sui rami di una quercia... No, queste cose le avevo già fatte e se le avessi ripetute per possedere Europa, non ci avrei fatto bella figura con il resto dell'Olimpo e dell'umanità. Europa meritava un'idea nuova di zecca, un'idea degna del re degli dei. E così che decisi di trasformarmi in un toro bianco e lasciare che fosse la ragazza ad avvicinarmi. E così feci... 
chiesi il favore a Ermes di guidare i buoi del padre d'Europa sulla spiaggia dove giocava la ragazza, sapendo che un animo sensibile difficilmente avrebbe potuto resistere alla bellezza di un  toro bianco che si stende ai suoi piedi. 
E infatti, s'avvicinò e quasi subito, mi appoggiò la sua mano sul muso e mi accarezzò. Per un attimo il contatto con la sua morbida mano, mi fece dimenticare lo scopo. Dovevo aspettare. Non ci mise tanto a salire su di me e quando fui sicuro che non poteva più scendere, mi alzai in volo e volai fino all'isola di sogno chiamata Creta. Qui pensavo che la ragazza mi ringraziasse e mi si concedesse seduta stante, invece mi fece penare tantissimo. Non ne voleva sapere di me. Aveva anche travisato animale. Mi chiamo: "Porco!" Io le dissi: "Europa guarda che ti stai sbagliando. Per dimostrarle che l'amavo, scagliai nel cielo una manciata di pietre. 
"Guarda quella costellazione, Europa... guardala bene. Ti sembra un porco quello?"
Lei alzò lo sguardo al cielo e fece una faccia strana. Una bellissima ruga le si disegnó sulla fronte e io m'innamorai ancora di più.
"Quello è un toro... e io l'ho creato per te!"
Le dissi che lei era l'unica donna che mi aveva fatto creare una costellazione. Lei però, non accennava a smettere d'insultarmi. Mi disse che l'avevo presa con l'inganno. E allora cominciai a dare il meglio di me. Le inventai un gioco solo per lei. Le dissi che se avesse fatto l'amore con me, avrei dato il suo nome al continenente di fronte all'isola e che quella terra avrebbe avuto il clima più dolce del mondo e che nel tempo, chiunque avesse poggiato il piede su quel suolo, si sarebbe innamorato del suo nome e per quel nome ci sarebbero stati spargimenti di sangue, genocidi in nome di un dio crudele, ma nello stesso tempo, su quella terra avrebbero costruito monumenti immensi e grandi amori si sarebbero consumati bruciando e cambiando la storia dei popoli. E poi... un giorno, una nazione di quel continente, avrebbe coniato una moneta su cui sarebbe stato raffigurato il mio rapimento d'amore.

Una moneta... 

Un piccolo pezzo di carta o di metallo per cui gli uomini sarebbero diventati folli pur di possederlo e di difenderlo. E quella moneta sarebbe stata la causa di gelosie atroci, fantasmagoriche scissioni, una moneta dell'unione e della discordia, una moneta unica che avrebbe diviso e scisso le nazioni e che avrebbe causato guerre di religione e che avrebbe fatto cadere imperi che sembravano invicincibili, crollare stati e fatto andare in bancarotta governi... una moneta che avrebbe fatto tremare le grandi banche e scatenato crisi che sarebbero state la causa di un'inversione globale dell'intera umanità, verso quello che un giorno i posteri dei posteri, ricorderanno come il periodo più oscuro del mondo di sopra e di sotto, da dove un giorno, uomini e dei risorgeranno, ricordando semplicemente quello che di bello era al principio di ogni cosa, e cioè, una terra fertile e il ricordo di una meravigliosa mattina, dove il sole cominciava a brillare alto nel cielo e le onde del mare, si posavano sulla spiaggia bianca.

Lei mi guardò con i suoi occhi d'acqua e mi sorrise.
"Una moneta dedicata a me?"
"Una moneta dedicata a te!"
"Giura!"
"Te lo giuro amore mio!"

Europa quella notte stessa fu mia.


“Dolce è il bacio di Europa,
anche se tocca appena le labbra,
dolce anche se sfiora appena la bocca;
non è alle labbra che s’accosta,
ma preme la bocca,
e dal profondo rapisce l’anima intera”.
(Rufino, poeta greco del II sec. d.C., Antologia Palatina)

venerdì 2 dicembre 2011

LASCIARE IL FIDANZATO QUANDO È MOLTO PIÙ GRANDE DI TE: ISTRUZIONI PER L'USO


LASCIAR PARTIRE LA MUSICA PRIMA DI LEGGERE

video

La tua amica coinquilina non c’è. È uscita presto stamattina.

Avresti avuto bisogno di parlar con lei. Lo sai da diversi mesi. Non riesci a capire perché, ma l’unica cosa certa è che lo sai e non lo sai.
Lo sai da… ma non riesci a dare un senso al tempo che è passato da quando hai saputo che non lo ami più. Possibile? 

Non lo ami più. 

Hai sempre avuto un rapporto speciale con la verità e allora passi oltre. L’ombra è viva. È dentro di te. Sei tu l’ombra perché dall’ombra riesci a vedere più chiaramente le cose. L’hai sempre cercata l’ombra. Da bambina facevi un gioco. Non respiravi al sole. Trattenevi il respiro e aspettavi che arrivasse l’ombra per continuare a respirare. Non hai mai perso questo vizio: respirare all’ombra. Produci ombra.

Dai ora un bel respiro. Prendi ancora una volta il cellulare tra le mani.

È da qualche giorno che non vi vedete. Non lo hai deciso. È stato facile. È bastato dirgli che dovevi studiare per preparare l’ultimo esame prima della tesi. Ogni tanto lo hai chiamato. La sua voce era sempre la stessa. 

“Amore mio…”

Come le usa facilmente queste parole lui.

Lui, così grande rispetto a te che sei ancora una bimba. Troppi anni. Te li sei fatti talmente tante volte i conti: tra dieci anni, quando lui avrà… io ne avrò… com’è stupido il tempo quando ci porta oltre. Eppure, non riesci a sacrificare tutto questo tempo che ti divide da questo presente. Sei così piccola. Non hai vissuto niente. Non puoi andare oltre. Sei arrivata al bivio. E lui… lui lo rispetti troppo per tenerlo legata a te che un giorno andrai comunque via.

Alzi la testa dai libri e guardi lo schermo del computer distratta. Non ti riesci a concentrare. Sai che devi dirglielo. Devi parlargli.

Non è vero che non lo ami. Lo ami da morire. Ti ha salvato la vita lui. Ti ha sbloccato ogni cosa che ti teneva legata alla paura di lasciare. Ti ha dato coraggio e ti ha fatto vedere il mondo che non eri riuscita ancora a scorgere dentro di te. 

“Amore mio…”

Te lo ha scritto anche nell’ultimo sms che è arrivato puntuale, a quest’ora del giorno, nella tua stanzetta illuminata dal pallido riverbero del sole che filtra dalle persiane abbassate.


È luglio...
Tra qualche giorno, dopo l’ultimo esame te ne andrai in vacanza con le tue amiche di sempre. Glielo avevi già detto. Lo avevi avvelenato pian piano all’idea che non avresti passato l’estate con lui. E lui l’aveva presa bene. Lui e la sua vita, con i suoi amici che sono la sua famiglia, così diversi dai tuoi che sono tuoi coetanei o poco più grandi di te.


Ti alzi dalla sedia, fai due passi verso la finestra. Ti accendi una sigaretta. Guardi lo schermo del computer. Sei sopraffatta dall’esitazione. Non vuoi perderlo, ma sai che lo perderai. Non puoi continuare così a tradire te stessa e ma sì… è finita così… lo hai sempre saputo e anche lui lo sapeva. Se lo aspetta. Come si fa a non aspettarselo da una come te? Una che non ha mai dato garanzie. Una che lo ha sempre messo a dura prova. Una che non lo ha mai davvero fatto entrare dentro di sé, nella sua vita e che ha sempre tenuto separato il cuore dalla mente. Speravi che si stancasse lui di te. Speravi che ti chiamasse e ti dicesse: “Ciao, mi hai scocciato. Me ne vado”. Avresti voluto che ti trattasse male tante di quelle volte. Chiunque lo avrebbe fatto. Chiunque dei tuoi fidanzati bambini. Lui no. Lui si è nutrito di ogni tuo capriccio e lo ha accettato. Ti ha amato in ogni tuo stupido difetto. È stato abile a vedere il tuo volto segreto, a sentire il tuo bisogno di libertà, a capire i tuoi tempi e ad inserirsi tra le pieghe del tuo bisogno di essere stretta, abbracciata e cullata. Soffi via il fumo da te. Il cellulare tra le mani. Non senti più nulla all’improvviso. Ti sei rifugiata lì dove sai che non c’è sensibilità e odore. È questo l’odore della fine di un amore. È odore di nulla. Odore di “niente è mai accaduto” e di “mai sono stata tua”. Basta così poco a lasciarsi e allora perché è così difficile? Lo hai già fatto dentro di te, devi solo tradurlo a parole e trovare il coraggio di guardarlo negli occhi. I suoi occhi… per un attimo ti appaiono. Crolli sul lettino di questa stanza così vuota, così piccola. Osservi le foto appese al muro. Neanche una sua. Sei stata attenta a non circondarti del suo viso o delle sue cose. Sei stata attenta a non innamorarti completamente di lui. E allora perché fa così male?

“Quando lui avrà… io ne avrò…”

Spegni la sigaretta. Cominci a scrivere sul tuo cellulare. Le parole vengono da sole. Ti fermi un attimo. Chiudi gli occhi e respiri forte l’odore di luglio. Scrivi: “Ci vediamo alle sei ai Tre Scalini… così parliamo?”



sabato 26 novembre 2011

IL RAGAZZO CHE GRIDAVA: "AL LUPO"

C'era questa favoletta che...

Sono stato a lungo di fronte al passaggio, pensando: "Adesso passo!". Dentro di me avvertivo che questa volta, il dominio della mezzanotte mi offriva un difficile varco, dove rischiarare l'oscurità era un'altra piccola sfida. 

Le favole di Esopo si contraddistinguono perché hanno tutte uno scopo educativo, hanno cioè, quella che i nostri maestri chiamavano: morale. Esse hanno come protagonisti, quasi sempre animali, identificati in un particolare carattere umano. Troviamo infatti molte volpi, astute per natura, ma anche zanzare spavalde, cavalli presuntuosetti, granchi coraggiosi esploratori, ma ogni tanto, troviamo anche alcuni personaggi come il Signor Inverno e la signorina Primavera, due stagioni umanizzate per descrivere due caratteri completamente agli opposti e apparentemente in conflitto tra loro. Nelle favolette di Esopo incontriamo di tanto in tanto, anche uomini alle prese con problemi di coscienza, favole dove medici improvvisati diagnosticano malattie mortali e ammalati che si ristabiliscono e mettono in guardia i lettori dell'attenzione che bisogna riporre nel riconoscere la menzogna negli altri, ma soprattutto in se stessi.
Le favolette si sa, si raccontano ai bimbi per tenerli svegli, ma sono mascherate da sonniferi per farli dormire. Entrare in una favola è come entrare in uno specchio. Tutto è il contrario di tutto. Ecco perciò che un taglialegna si trasforma in un profondo conoscitore della modestia e della semplicità e un altro ci indica la facilità con cui si mente per ottenere favori da una personalità influente. 

La favola che vi introduco oggi e il pensiero su cui meditare o semplicemente riflettere, è la favoletta di Esopo: "Al lupo, al lupo".

Chi non la conosce? Ce la raccontavano i nostri genitori, ma forse non ce lo ricordavamo più. Può darsi che l'abbiamo ascoltata distrattamente da un nostro amichetto che a sua volta, l'aveva ascoltata dalla nonna, oppure è un ricordo di un disegno, su un libro di testo delle scuole elementari. "Al lupo, al lupo" è una frase che abbiamo più volte sentita, riferita a chi mente per gioco o per attitudine, per tendenza o per nascondere sempre una parte di verità. Ci sono persone che ormai abbiamo giudicato e condannato a non essere più credibili perché le abbiamo sorprese a mentire talmente tante volte che ogni cosa che dicono, la prendiamo con le dovute pinzette, senza neanche aver bisogno di dirglielo. "Al lupo, al lupo" nasconde un grandissimo potere educativo. Ecco perché è una delle prime favolette che i grandi raccontano ai bambini. Ma... cosa succede se questa favola la raccontiamo oggi che siamo adulti a noi stessi che siamo sempre bambini? Io ci provo e la scrivo per come me la ricordo.

Un pastorello conduceva ogni giorno le sue pecorelle a pascolare. Passava tutto il tempo a star seduto e si annoiava. E allora decise di fare uno scherzo alla gente del villaggio.

- Aiuto… al lupo al lupo

Cominciò a gridare e in poco tempo, tutti i contadini e gli altri abitanti del villaggio accorsero armati di forconi e mazze. Quando arrivarono, si accorsero del pastorello che si stava ammazzando dalle risate.

- Aha ahahh... ci siete cascati. Non è vero. Vi ho fatto uno scherzo.
 
Qualche giorno dopo, il pastorello buontempone ripetè lo scherzo e ugualmente, la gente accorse allarmata. Trovarono un'altra volta il ragazzo che si rotolava a terra dal ridere...

Fermiamoci qui. Creiamo lo stop di riflessione.

Può accadere che una favoletta perduta tra i ricordi dell'infanzia diventi una chiave per aprire una porta lasciata chiusa da troppi anni. Ogni uomo ha questo potere. I lupi esistono. I lupi sanno aspettare. I lupi però non possono far nulla fino a quando l'uomo è in compagnia degli agnelli e del gregge. Soprattutto i lupi nulla possono fare, almeno fino a quando gli uomini restano con la piena consapevolezza che il loro compito principale è quello di vegliare sul pascolo e il nutrimento del proprio gregge. Uno dei pericoli maggiori per un uomo è abituarsi alla presenza dei lupi. I lupi sanno aspettare che gli uomini si abituino alla loro presenza e solo così, possono prendere la forma di un'assenza. Questo è il primo insegnamento nascosto della favola. Non esistono lupi che possono cambiare e diventare un'altra cosa. Un lupo non ha alcuna colpa ad essere un lupo. Esistono solo lupi che possono mimetizzarsi non perché siano degli abili trasformisti, ma solo perché alcuni pastorelli, a lungo andare si annoiano talmente nel loro semplice compito di sorveglianti, da fabbricare l'auto-inganno da soli. 

Creiamo a volte, paure immaginarie, convinti che davvero non ci sia nulla da temere nel risvegliare attorno a sè, nel proprio paese interiore, la paura che un lupo possa davvero attaccarci. Dove sono i lupi? Di cosa state parlando? Dice il pastorello. Questa vita è solo un gioco noioso e il mio gregge pascola tranquillo. Quante volte ci dimentichiamo della nostra natura di buoni sorveglianti di una finta solitudine e di un pascolo che non corre pericolo?

La terza volta, la gente non accorse. 

La terza volta, arrivò un branco di lupi e divorarono gran parte del gregge. A nulla valsero le grida del pastorello. A nulla valsero i suoi pianti. La gente non si mosse dalle loro case. I contadini restarono a lavorare nei loro campi. 

È il pericolo più estremo. Tutte le nostre personalità si sono addormentate. Ogni maschera è saldamente attaccata al nostro viso. Non riconosciamo più il grido di una parte di noi che avevamo messo a guardia del pericolo. Neanche più ci ricordiamo di lui, tanto ci ha abituato al suo falso richiamo. E quei poveri innocenti ci hanno abituato talmente al loro silenzio che non possiamo più accorgerci delle loro grida di paura nel momento in cui i lupi attaccano per sbranare e uccidere. L'unico che avrebbe potuto svegliarci, era il nostro povero pastorello, messo a guardia di un gregge che pian piano abbiamo dimenticato. Ogni cosa perde senso quando non c'è consapevolezza di ciò che è il nostro scopo. Come il pastorello, vittima della noia e del sonno della coscienza che a volte, prende il posto dell'unica abilità di cui eravamo semplici custodi: vegliare sulla nostra comunità interiore più fragile, quella che crede ancora alle favole della buonanotte.

Buonanotte.

video


mercoledì 23 novembre 2011

SPAZIOTEMPO


Questione di secondi o di passi in più.
La location è nei pressi di una masseria abbandonata a Fasano, pieno entroterra Pugliese. Sto girando un film che parla di clero e sport. Tutte le mattine devo vestirmi da prete. Scarpe, calzini, pantaloni, camicia, colletto e naturalmente, l’abito talare, la veste ecclesiastica del prete cattolico. Il termine talare deriva dalla parola latina talus, che significa tallone. Questo perché chiaramente, arriva fino a coprire il tallone. Quest’operazione per me è già una commedia. Un film nel film. A cominciare dal colletto che è una specie di cappio rigido al collo, a finire con la lunga striscia di bottoni (prima che finisca questo film li conterò e mi giocherò il numero al lotto).
Una volta completata la vestizione, un breve passaggio al trucco e finalmente mi avvio verso il set in fermento che è una delle cose belle della vita.
Raffaele, il regista di questo film proviene da anni di aiuto-regia ed è uno che ha sotto controllo tutto il set; dirige gli attori con un’occhio sempre attento ai tempi comici. Ogni tanto mi diverto a proporre qualcosa e lui coglie al volo le cose giuste, altre me le cassa senza pietà. Quando rifiuta una mia proposta, Raffaele fa una faccia serissima e le parole acquistano quella velocità che ti dà immediatamente la possibilità di comprendere che hai detto una cazzata.
Una delle cose più pericolose nei film dove il regista cerca di trovare spunti comici è che gli attori, soprattutto quelli che vengono dal cabaret, a volte esagerano e si va in overacting

L’overacting, lo dice la parola, è quando si esagera. A volte è molto facile esagerare. In quel caso, il regista deve intervenire e ridimensionare. Se un regista riesce ad accorgersi quando l’attore esagera e interviene con un bel “questo no!” è fatta: a quel punto si può osare. Ci si può permettere di proporre molte cose affidandosi completamente all’intuito e all’occhio del regista.
Raffaele durante le riprese di questo film ha raccolto molte proposte che gli ho fatto, altre me le ha contenute per poi toglierle del tutto. Nel momento in cui il regista mi dice: “No, questo no”, sento che una parte di me protesta, ma immediatamente riesco a sentire lo spirito del comico che vorrebbe infarcire di situazioni e battute che magari andrebbero bene nella scena, ma che in una visione intera della storia del film risulterebbero esagerate. 


Questione di secondi.
“Is just a movie!”


video


E nella vita? Cos’è la vita? Spazio, movimento, pensiero, tempo?
Forse tutte queste cose.
Pochi passi in più e...
A volte il caso prende la forma di un cronometro. Pochi passi in più o in meno e la tua vita la percepisci con lo stesso sguardo di un regista che ti corregge. A volte, se ti accorgi che il caso si diverte a bendarti gli occhi, puoi percepire la vampata di verità che ti viene servita davanti senza troppi sotterfugi. Perché accorgersi della verità non sempre è una bella scoperta, ma quasi sempre, se riesci a reggere la luce, il peso o le conseguenze, dopo ti senti come se avessi passato un processo di revisione. È la legge dell’esperienza.
La fai passare e aspetti che la vita la metabolizzi.
A volte, la vita è un regista che ti dice che quello che proponi, non va bene. E quando è che non va bene? Quando esageri e... smetti di guardarti intorno, dai per scontato il miracolo di ogni secondo che passa. Del resto, quando un velo ti scivola via dagli occhi, si sente sempre un gran casino tutt’intorno, come se in un istante fosse passato un uragano. 


Come una masseria abbandonata nei pressi di Fasano, nel cuore della magica Puglia.


C’è, come dicevo all’inizio di questo post notturno, un luogo, nel bel mezzo delle immense pianure pugliesi, dove lo sguardo si perde e arriva lontano, fino al mare azzurro. Qui, in questi luoghi ameni, potresti facilmente incontrare delle masserie abbandonate. Quello in cui non crederesti mai d’imbatterti è un baratro di venti metri che si spalanca all’improvviso, sotto i tuoi piedi. Eppure è così. 


La mattina di sabato appena trascorso mi trovo con Jordi, uno degli attori di questo film, a fare due chiacchiere. È una mattina fredda. Abbiamo già fatto la prima ripresa e mentre i macchinisti montano il secondo set, Jordi e io passeggiamo tra le rovine di questa masseria abbandonata. Ad un certo punto, sento quell’irrefrenabile e impellente istinto naturale, di dover fare la pipì. Quante volte ci capita? E quante volte accade di veder qualcuno che la fa per strada? L’istinto ci porta quasi sempre a cercare un posto isolato. E così dico a Jordi: “Tengo que mear...” e mi avvio verso un piccolo varco, uno squarcio tra le mura che dà verso un punto in cui si scorge solo campagna. Jordi mi chiama. Mi dice: “Cuidado...” si accende una sigaretta e mi spiega nel suo italiano vagamente spagnolo.

“Ieri notte anche io sono andato a fare la pipì esattamente dove stai andando a farla tu...”


Io mi fermo e lo aspetto. 

Jordi si avvicina e insieme oltrepassiamo il muretto.

“Ho fatto tre passi, mi sono fermato e ho cominciato a farla. Avevo appena cominciato e ho sentito che il getto d’acqua filtrata non cadeva esattamente ai miei piedi e il rumore si perdeva chissà dove, sotto di me. Ho abbassato lo sguardo e, nella notte ho visto il baratro!”



Jordi finisce di parlare e i suoi occhi si dirigono verso il basso. 


Solo in quel momento, mi accorgo del precipizio. Uno strapiombo di una ventina di metri. Lo vedo subito. È giorno.  Chiaro come può esser chiara qualsiasi cosa in una bella e tersa mattina di novembre, con un sole che luccica sulle pietre bianche. 

“Di notte, ti giuro che non si vede nulla. Lo sguardo va davanti, verso la terra dall’altra parte e non va verso il basso. ” Mi dice Jordi.
 

Guardo il vuoto. Mi ritraggo.
Restiamo in silenzio a lungo.


“E tu che hai fatto?” Gli chiedo.


“Ho continuato a far la pipì, ma con uno stato d’animo completamente diverso. Ho pensato... sono vivo perché io non ho tanto pudore. Non faccio mai troppi passi per cercare posti isolati per farla. Se la devo fare, soprattutto se sto in aperta campagna, anche se c'è qualcuno, mi volto e la faccio”.


Penso: “Certo che per i preti è dura farla all’aria aperta!”

Poi mi sporgo e osservo ancora il precipizio.
Jordi mi guarda con la sigaretta tra le labbra e sussurra: “Es la atracción del vacío!”


Me lo dice in spagnolo. Me lo traduco all’istante in italiano.


“L’attrazione per il vuoto!”


Mi ritraggo. Cerco di non esagerare.


Over acting.



 

domenica 20 novembre 2011

L'ATTIMO IN CUI CAPISCI CHE È INVERNO

Verso casa.
Mondo sottile che si apre. Si schiude in una specie di torpore. 
È già tardi.
Sei entrata di mattina ed ora fuori è già buio. L’inverno come al solito ti ha ancora sorpresa. Lo capisci soltanto adesso che questo inverno è già parte di te. Lo capisci dalla luce di questi lampioni. 
Verso casa, una sera d’inverno. 

video

È ancora inverno anche se non dovrebbe. Che strano. Un altro inverno già qui. Non hai fatto in tempo a vederlo l’autunno, non hai fatto in tempo a respirarlo, a fartelo scorrere nel petto che tutto è già aria fredda, cappotti bimbi, maglioni di lana e piumone sul letto.
Verso casa, una sera che è inverno con la borsa dell’ultima estate.
Chiavi della macchina che s’infilano dappertutto. Devi estrarre qualcosa per poterle afferrare. La serratura sembra più rigida. Lo scatto dell’apertura delle portiere ha qualcosa di diverso. Respirosospiro all’interno dell’auto raccoglie tutto il residuo di cambiamento fermentato fino ad un attimo prima. Come se tutto fosse stato congelato fino a questo preciso istante. 
Ci sei? 
Ti adagi bene allo schienale. La schiena si plasma con la pelle del sedile dietro di te. Lo specchietto percepisce appena l’immagine del tuo viso. Hai paura e voglia di spostarlo verso i tuoi occhi. Hai paura di un riflesso già visto. 

È inverno. 

Certo già lo sapevi. Il freddo è cominciato già da qualche giorno, ma avevi finto di non riconoscerlo. Avevi semplicemente evitato di pensarci.

Nel traffico del rientro c’è quasi un riverbero di poesia che si espande e arriva a toccarti il cuore. La radio è lontana. È sotto il sedile chiusa nel suo astuccio di plastica nera. Avresti voluto pensarci prima. Ora è troppa fatica.
Pian piano, da lontano, arriva il motivo di una canzone delle vacanze fatte ad agosto con l’uomo e i bambini. L’uomo che ora sarà uomo nuovo. Sarà altro odore. Altre parole. Viaggerà con te su altri secondi di vita. Sarà uomo d’inverno. 
Il motivetto ti avvolge nell’auto e fiorisce sulle labbra che si staccano lievemente. Bolla di saliva che prova a rompere un silenzio timido che però ti serve ancora per riavvolgere il gomitolo che ha cominciato a srotolarsi dalla gola allo stomaco e che t’impedisce di abbandonarti ad un solo pensiero.
Un leggero soffio, misto a suono che cerca di farsi strada verso la compattezza di una colonna sonora da collocare sul solito montaggio delle tue immagini più belle e più malinconiche. E l’ultima estate si confonde con le fotografie di altre estati. Altri posti. Un’altra felicità. Un complesso di note disuguali in peso ed emozioni che  però questa canzoncina riesce a rendere molto simili e quasi a confonderle tra loro.
Il tempo, in questo momento non è più la solita linea retta su cui poterci giocare a piacimento. Il tempo è una spiaggia su cui poterci passeggiare al ritmo di un miscuglio di cose che non sono né ricordi, né progetti per il futuro.
Il tempo è chiuso insieme a te nella tua auto, nel traffico del rientro.
Potenza di uno stupido motivetto di canzone d’estate, venuta in mente proprio ora che è cominciato l’inverno.
Tiri giù il finestrino. Appena un po’, giusto per  provare a respirare aria nuova, aria che ti riporti sapore di realtà. Poi però ci ripensi e lo richiudi. Hai paura che qualcosa ti sfugge. Guardi verso la borsetta adagiata sul sedile affianco. Qualcosa che s’è riversata sul ripiano. Un pacchetto di fazzolettini semivuoto che risale a qualche settimana fa. Immagini che sembrano attimi rubati agli anni.

Nostalgia di ricordi.

Nostalgia di speranza intrisa con il mondo sottile di un’altra stagione fredda col suo nuovo odore che troppo assomiglia a qualcosa di già vissuto.
Il cellulare t’invita a pensare a parole da comporre. Un messaggio da far nascere qui, in questo momento, tra i semafori e le luci del solito percorso stradale. Parole nuove da accarezzare. Parole per ridere. Parole distratte, senza troppo peso, costruite con l’ironia che hai creato insieme all’uomo che è il maschio di te.
Poi oltrepassi il momento e non ci pensi più.
Nessun messaggio. Nessuna parola può abbreviare l’attimo che passerà tra l’ora e il dopo in cui varcherai la porta di casa.
Pensi  ai bambini che forse hanno già mangiato perché ci ha pensato lui. Pensi a quella volta che sei entrata in casa e li hai visti tutti e tre davanti alla televisione con le patatine, gli hamburger e i bicchieri di coca cola che emanavano suoni di bollicine soffiate dalle cannucce.
Sorriso.
Pensi che ora ti piacerebbe vederli ancora così,  anche se quella volta ti sei arrabbiata perché stavi facendo fare la dieta ai ragazzi o semplicemente perché il volume della televisione era troppo alto. Altro sorriso.
Pensi che ti piacerebbe aver inserito la radio. Avevi bisogno di una voce. Di un’altra musica, di un’altra canzone che non fosse quella che hai in testa. 
Verso casa ora che hai capito che è inverno.
Verso casa con la vita degli altri che si assesta con la tua, ora.
Gli altri sono con te, compagni di questo piccolo viaggio in macchina sulla strada del rientro. Il mondo adesso è una patina di vapore che si staglia sui vetri e tutto il resto quasi non conta. 

Meglio non aprirlo questo finestrino affianco al tuo viso. 

La consapevolezza che fuori c’è l’inverno ti rende più forte e il vetro dal quale scorrono gli attimi dell’esterno è un vero riparo. C’è tenera magia in ogni inizio d’inverno. Una tenerezza che assomiglia troppo a quella della tua vita quando ci pensi come se non fosse la tua. Una tenerezza che ha avuto inizio proprio quando hai intuito che niente al mondo ti avrebbe strappato a quest’inverno e al suo odore di nuovo, misto ad antico, perché l’odore dell’inizio di un nuovo inverno è un odore ciclico. È odore che segna il ritmo della vita, del tempo rinchiuso laddove non può essere più osservato. È l’odore del rifugio e del tepore di tutto quello che sei riuscita a vivere per arrivare fin qui. È l’odore dei tuoi figli che crescono e che vivono così come stai facendo tu. È l’odore dei pigiami da lavare e dei piedini scalzi che corrono sul pavimento freddo, nelle mattine in cui saranno loro che ti verranno a cercare per dirti: “Svegliati mamma che è tardi!” 

lunedì 14 novembre 2011

IL PRIMO GIORNO DI PROVE

Primo giorno di prove.
Alla fine del mondo. Le sale prove le mettono sempre così lontano. Il concetto è il lontano. Più un posto è lontano e più la probabilità che ci sia una sala prove aumenta. Lontano. Lontano da dove? Lontano da te e dal tuo viaggio per arrivarci. Ti avvolgi la sciarpa al collo. Meno male che l’hai portata. Fortuna che c’è la metropolitana. Meglio la metro che in motorino. Si è abbassata di colpo la temperatura. Sempre così. Il primo giorno di prove coincide sempre con il primo giorno di freddo. Come facevano gli attori di Stanislavskij quando facevano le prove a Mosca? Colbacco, cappotto e via. Il teatro è una passione. Pensi a Stanislavskij e ti viene un brivido. Ci hai mai capito niente del metodo? Il mondo interiore era quello del personaggio o dell’attore? C’era questa cosa delle affinità e delle relazioni… e basta. Oggi è solo il primo giorno di prove. Il primo giorno si sta tranquilli. Leggi l’indirizzo. Pensavi che il primo giorno fosse a casa di… e invece no. Il primo giorno tanto si legge soltanto il copione. Ricacci la piccola menzogna di sentirti impreparato. Tanto gli altri staranno peggio di te. Hai letto solo le battute del tuo personaggio e distrattamente il resto del copione. Non importa. Tanto questo lavoro ormai lo conosci a memoria. Ti conosci. Sai i tuoi tempi, il tuo metodo che esce poco a poco. Certo che se fosse stato in un appartamento ci sarebbe scappato un caffè. Guardi l’orologio. Troppo tardi per fermarti a far colazione al bar. Non sei in ritardo però. Il primo giorno però meglio esser puntuali. È il primo giorno di prove. Il primo giorno si legge, si ride, si scherza, ci si conosce. Tavolino, copioni, matite, risate sparse che servono solo per creare una distensione morbida che servirà più avanti. S’imposta il lavoro. Lo conosci bene il primo giorno. Serve per incontrarsi. Dirsi semplicemente: “Siamo qui ed è bello star qui!” Nient’altro. Tutto il resto è quasi in più. Un altro caffè però ci vuole. Hai anche smesso di fumare. “Il teatro si fa per fumare!” Te lo disse una volta Attilio. Che regista che era Attilio. La vocazione fatta persona. Il teatro per lui era una missione. E questo qui? Non lo conosci bene. Non ci hai mai lavorato. Ti è sembrato deciso e convinto del testo. Ti ha contagiato con un po’ del suo entusiasmo e meglio così… senza ufficio stampa però non si va da nessuna parte. Il teatro a Roma si fa soltanto per addetti ai lavori. Tre settimane e poi chi s’è visto, s’è visto. Pare che ci sia una piccola tournée. Hai detto di sì ma poi si sa che se esce qualcosa a questi li molli. Questo testo è bello però. Che dici che è bello se neanche lo hai letto bene? Il copione è nella borsa. Sì, sta lì, magari dopo, un’occhiata in metropolitana… c’era quell’attore… come si chiama? Ti aveva stupito che il primo giorno si era presentato con tutto il testo a memoria; non sapeva solo le sue battute ma quelle di tutti i personaggi. Aveva dato una lezione a tutti. Vabbè… ma che c’entra? Tu hai il tuo metodo. A te basta poco. E se ti entrava quel film, non l’avresti neanche fatto questo spettacolo. Ogni anno è così. Non è vero. Lo avresti fatto. Il teatro ti rigenera. Hai bisogno del pubblico altrimenti, non ti sentiresti vivo. Scuse? Scuse! Non c’è teatro che tenga per quindici pose in un film. Anche dieci. Ti stringi nella giacchetta e adesso lo sai. Ti sei vestito troppo leggero e la sciarpetta non basta. No, eh? Un mese di prove non è tanto, bada di non farti venire un raffreddore. Il pensiero della sala prove fredda e umida ti fa rabbrividire. Se gli altri fumano poi… il regista fuma e se il regista fuma, tutti fumano. Tu hai smesso tanto. Quante volte hai smesso e quante volte hai iniziato? Speriamo che non ci siano conflitti. L’ultima volta che avevi smesso di fumare hai ricominciato durante le prove di… colpa di quell’imbecille. Gli attori stupidi proprio non li sopporti! Sono pieni di complessi e poi ce l’hanno con quelli che lavorano con spontaneità. Pensano che il teatro sia solo diaframma e voce, voce e diaframma… ma vaffanculo! Quella volta gli stavi per mettere le mani addosso a quello stupido… poi ci hai fatto pace, ma non si fa mai pace per davvero. Tre settimane e basta. A che serve? Estrai il copione e cominci a sfogliarlo. Altre tre fermate e poi… Caterina ti piace ma è ancora fidanzata con quello. Ma come fanno a stare insieme? Magari in tournée…
Eccoci qua. In perfetto orario. Cinque minuti prima e c’è anche il tempo per un caffè. Il cellulare è già pronto. Gli altri non saranno mica dentro. C’è qualcuno che… eccolo qua…
Come stai? Bene. Ce l’abbiamo il tempo per un caffè?
E quante volte lo hai vissuto questo momento. Il momento prima di cominciare le prove. Il primo giorno poi… tutti qui. Tutti al bar. Il tempo il primo giorno è un optional. Meno male. Il regista è morbido. Pensa se stava lì ad aspettare gli attori con l’orologio e il copione già sul tavolo. Pensa che palle. Tutto scorre nel quadrante costruito apposta per te. La tua visione del mondo in un copione tutto da scoprire. Il presente si sfalda e si entra nella verginità di un singolo istante. Tic tac… ad uno ad uno, ci s’incontra attorno al tavolino. Le parole finiscono e si comincia. Un respiro, quasi un’apnea e l’odore di mille inizi ti riporta quasi alla prima volta, la prima emozione. Nessuno conosce i tuoi piccoli segreti. Segreti di bambino che è cresciuto con il desiderio di fare l’attore. Il primo odore delle tavole del palcoscenico è custodito nel primo giorno di prove. Primo giorno di scuola. La voce del regista legge le didascalie e poco a poco, le voci dei tuoi colleghi si susseguono. Il tuo personaggio entra a pagina trentaquattro. Una bella attesa… ti godi il tempo che ti precede. Ascolti, ti fermi e riconosci ad uno ad uno tutta la vita dei personaggi, mescolata alla vita degli attori che li interpretano. Riconosci i loro alibi, le loro giustificazioni. Il sottotesto s’incastra con il vissuto e il non detto. Osservi il regista che prende appunti. Non dice nulla. Ascolta e pensi che sia una fortuna che tutto scorra così bene. Socchiudi gli occhi e ancora questo odore che hai riconosciuto ancora una volta. Odore di polvere e verità che sa farsi riconoscere tra le pieghe del tempo passato. È l’odore della tua vita che ti riporta al tuo sogno. Ancora qui. Bambino di sempre. Attore di un altro spettacolo che ti accarezza il sorriso.