sabato 30 luglio 2011

UN PO' DI AUGURI


Perché non ti devi mai dimenticare di te… di tutto quello che è vita. 
E allora, auguri alla vita. A quella vecchia e a quella nuova.
Auguri ai giovani attori che hanno solo il successo come obiettivo…
La vita è ricominciata. Ho vent’anni e sto per partire per Roma. Non ho che una sola età e tutto brilla di verde. Stringhe temporali… diceva quel crononauta che era tornato dal futuro per recuperare un personal computer che conteneva la risoluzione del bug del 2038. 
Eccoci qui allora, noi, professionisti di un gioco, saltimbanchi del nulla, ciarlatani di un mondo invisibile. Acrobati di un circo che se ne sta appollaiato poco più in basso dell’anima. 
Ho deciso che devo viaggiare nel tempo per recuperare lo stato d'animo di quando per la prima volta ho attraversato la strada da solo.
Possibile?
Certo. 
“Ma non si vive abbastanza, per accorgersi di essere soltanto dei semplici dilettanti!”  
 Come diceva l’amico Charlie. 
Non ho mai più vissuto quella tensione e quella gioia di poi, quando riuscii a passare velocemente dall'altra parte, con le macchine che sfrecciavano sia a sinistra che a destra.
Auguri allora ai crononauti fermi nel paradosso temporale: ma se tornando nel passato e nel passato diventassimo lo psicanalista di nostro nonno e lo convincessimo che la sua vera vocazione è la barca a vela? E il dilettante che è in me, m’invita a passare su un altro schermo. 
Saluto il mio ex nonno sull'isoletta dei Caraibi e me ne vado con la coppola e la sigaretta fatta male tra le labbra, lì dove si proietta l’inizio di un'altra storia.
Chi sarei se fossi il personaggio di un film?
Dipende dai punti di vista.
Siamo tutti personaggi secondari e nello stesso tempo, protagonisti.
Dipende da quale storia vuoi seguire.
Perciò, cari miei, apparentemente ci dividiamo tutti in protagonisti, comprimari, secondari, figurazioni speciali e comparse, ma in realtà, il vero protagonista è lo sguardo. Basta aspettare per accorgersene.
L’arte dell’attesa, fratello mio.
Sempre in contrasto con l’arte del fare.
Due forze che agiscono dentro di me… dentro di noi.
La scena si apre.

Esterno. Barcelona. Piazzale Macba. Giorno.
Ieri pomeriggio ho incontrato F. una ragazza di Roma che fa l’attrice e che vive in questo periodo anche lei a Barcellona.
Mi ha contattato e insieme ci siamo detti: “Vediamoci!”
Ci siamo visti. Lei mi ha portato al giardinetto della biblioteca dell’università, al Raval. Ci siamo seduti. Io ho tolto il posacenere però ho tirato fuori il tabacco e le cartine. Classica cosa da schizofrenico latente, ma il fatto è che io non sono un vero fumatore. È la stagione estiva che mi apre alla possibilità di fumare. Il posacenere poi era pieno di cicche spente bagnate nell’acqua stagnante. Una piccola palude da cui esalavano vapori tossici. Un bel ragazzotto è arrivato e ci ha chiesto se volevamo mangiare.
Gli abbiamo risposto di no in coro.
Birretta io e vino bianco lei. E abbiamo cominciato a parlare. Classico inizio. Palla a centrocampo e passaggi laterali… si comincia da qualche amico in comune, poi si passa alle solite complicazioni di chi cerca uno sbocco creativo nel nucleo chiuso della terra di Catalunya. Poi, ecco la prima azione importante.
Lei mi dice che si aspettava d’incontrare l’unico regista italiano che lavora a Barcellona.
Giustamente, si era fatta un giro su wikipedia e sia dalla data di nascita che dal curriculum pensava d’incontrare un signore di mezza età in giacca e cravatta, poi si è trovata di fronte, un tizio a metà strada tra il marinaretto del sogno di Fellini e Corto Maltese in vacanza e nel giro di cinque minuti, tutto è cambiato. Spogli e privi perciò, di quella forma che contraddistingue i cercatori di business partners all’estero, nell’ellissi temporale che in sceneggiatura si chiama stacco, eccoci lì, nel giro di un paio d’ore, tutti e due a bissare birrette e vino bianco, a mangiare, bravas, olive e a fumare, mendicando meceros, accendendo dalle candele sul tavolino e soprattutto, senza posacenere. 

Català nit i el vent a través dels carrerons...

Mille realtà possibili.
Cinquecento sbagli. Cinquecento scelte giuste.
Equilibristi in bilico tra il sole e la notte, tra il ghiaccio ed il fuoco.
Ah... un amico ha partorito. Auguri a Sais e al figlio del Golem. Auguri ai coraggiosi e ai vigliacchi delle nostre tribú assiepate sotto il ponte levatoio. Auguri ai fratelli che avevano il coraggio di assaltare un castello armati di una spada giocattolo e auguri a quelli lasciati a riposare lungo il cammino perché un paio d'anni di psicanalisi gli sono bastati a comprendere che è sempre meglio arroccarsi dietro un muro di cinta che rispettare una scelta. Mille realtà e mille silenzi, mille fiaccole accese su un vestito di stracci nascosto dietro una porta sigillata con cera lacca. Auguri agli sbagli e a tutto quello che non ci fa accorgere del granello sotto al materasso... (mi piace più l'idea del granello, ma nella favola era un'altra cosa), ma auguri anche a chi viene al mondo ora, a quelli che lo lasciano per poi accorgersi che non sono mai partiti, a tutti quelli che come me, si ostinano ancora a cercare qualcuno o qualcosa... auguri a noi, business partners di un presente rinnovato, molto più sexy così...

giovedì 28 luglio 2011

SUL PORTALE CON AGOTA E OREO



L’odore di un nuovo giorno.
Apri gli occhi!
Oreo mi guarda e aspetta. Poi si volta verso il guinzaglio appeso a una sedia.
Oreo sa benissimo che il guinzaglio è inutile perché alla fine, non glielo metto mai, ma sa bene che non si può uscire senza il guinzaglio. È una regola. Metti che incontri un policia che applica la legge, cosa strana ma possibile qui a Barcellona… perciò, ogni volta che prendo in mano il guinzaglio lui si alza e comincia a saltellare contento. Certe volte mi capita di prendere in mano il guinzaglio, anche se lui è in un’altra stanza. Dopo cinque secondi appare tutto saltellante.
E allora, io gli dico in greco (perché lui capisce solo se gli parli in greco): Oki! Den eki akomi…
che dovrebbe significare: No, non è ancora il momento… e lui così fa la faccia povera, mogio mogio se ne va ad aspettare quando sarà per lui il momento.
Apri gli occhi!
Aperti.
Si comincia. Oggi è l’alba del 28 luglio. È un giorno importante. Perché? È un giorno come tutti, ma ogni giorno che, se vissuto consapevolmente può essere un portale.
“Che?”
Portale, ossia, diciamo per dirla con poesia, un varco verso un altrove mica solo da raccontare, ma perché no, anche da toccare, assaggiare, accarezzare, giocarci e farci quattro chiacchiere serie.
Una lunga scala mobile sale, mentre il desiderio di ognuno di noi, è scendere.
L’imperativo a volte cambia, strada facendo e, come unità di misura, noi purtroppo, per ora, abbiamo solo la fortuna o la speranza di avere ancora tempo.
Andare avanti, mentre la corrente ti porta indietro.
Difficile il compito umano, a volte.
Destino dei grandi cercatori, quelli che hanno il coraggio di entrare nell’abisso con la speranza di uscirne e vedere il cuore. E questa mattina lo schermo si accende e accanto ai miei soliti files di lavoro, ai testi incompleti, di fronte all’inerzia che mi spinge verso la sponda destra del mio cervello, si apre una voragine che era da tempo che facevo finta di non vedere. La evito come il fegato vorrebbe evitare un chupito di assenzio e bourbon mescolato con poco gin.
Scrivo un po’, ma non si approda in alcun luogo.
Mi faccio un giro sul giocherello di Mark Zuckerberg, poi apro la pagina di Repubblica. Mi vedo un gol di Neymar - me lo vedo due volte; De Laurentiis che insulta tutti, minacciando di voler tornare a far cinema, invece, me lo vedo tre volte. Poi chiudo e prendo il guinzaglio di Oreo. Lo agito un po’. In men che non si dica, il figlio del tuono appare e comincia a contorcersi per la contentezza. Io me lo guardo un attimo in più e lui si blocca. In quell’istante, capisco cosa significa stare in bilico tra la gioia e la paura di perdere tutto. Qualcosa che già da tempo ho compreso, si conferma definitivamente tra le mie poche certezze: “Oreo è uno dei miei maestri di vita!”
Andiamo tutti e due a farci una passeggiata al Parque del Norte.
Un caffè per me, come lo fanno qui, cioè come non lo sanno fare qui, poi, rimpiangendo Checco a Trastevere e i caffè con zio, raccolgo El Pais che qualcuno ha generosamente lasciato su una panchina e comincio a leggere, mentre Oreo se ne va a dare fastidio alle sue amiche del parco.
Solite cose. Cambiano i nomi, le parole, le situazioni, ma la storia è sempre la stessa. Salto notizie che qui sono sicuramente cose importanti, come la banca Santander che si mostra sensibile verso i suoi clienti che hanno ipotecato la casa… bene: giro pagina; qualcuno afferma che il problema della corruzione nunca ha sido tan serio como ahora… ottimo, volto pagina pensando: venitevi a fare una passeggiata in Italia che il problema lo abbiamo superato assuefacendoci nel tempo; Salto le facce di Zapatero e di Rajoy che si passano la palla sulle responsabilità della crisi attuale del paese. Mi ricorda qualcosa? Giro le pagine. Cerco la pagina della cultura.
È da ieri che ho un nodo alla gola. È morta Agota Kristof, la scrittrice dell’incredibile, la donna ungherese che tagliava le frasi col coltello e mi costringeva a stare incollato alle sue parole, facendomi passare le notti insonni.
Ho visto un quadretto in prima pagina. Penso che sicuramente le avranno dedicato un bell’articolo. In gergo questi articoli si chiamano “i coccodrilli”, cioè articoli preparati da tempo in occasione delle morti di personaggi famosi. Alcuni “coccodrilli” sono lì da secoli perché molti anziani illustri contemporanei della scienza, della cultura e delle arti, proprio non ne vogliono sapere di lasciare questa vita. Si aggrappano alla realtà della materia con gli artigli della loro razionalità ben educata e allora, questa loro difficoltà di morire, fa sì che gli articoli già belli e preparati, sulla loro lunghissima vita, giacciano incrostati dalla polvere del tempo e nel frattempo, vengono rimpiazzati dagli articoli scritti in fretta e furia per chi invece, decide di andarsene all’improvviso.
Come Agota Kristoff.
Proprio non me lo aspettavo. Cioè… Agota per me era una donna senza età. Sì lo so che era una signora anziana, ma proprio non ci pensavo alla sua morte.
“Ma un altro libro quando lo scrive la Kristof?”
Ce lo chiedevamo ogni tanto, noi che, quasi con uno sguardo complice, ci rendevamo conto che ci univa questo segreto. Hai letto anche tu… Eh sì… perché tutti quelli che hanno letto la sua trilogia dell’infanzia crudele, sanno di essere i testimoni viventi di qualcosa che era uguale alla potenza delle cascate del Niagara, un viaggio interstellare, un’energia che andava al di là di ogni possibile legge fisica.
E allora, complici di un silenzio, oppressi da questa mancanza d’aria, orfani di una scrittura troppo schietta e drammaticamente onesta che ci toglieva il respiro e che ci lasciava attoniti di fronte al misero destino dell’istante in cui ci si accorgeva che la storia stava per finire, ci guardavamo intorno, chiedendoci il perché una scrittrice come Agota Kristof non scrivesse un libro all’anno.
Ci domandavamo il motivo di tanto silenzio e sgomenti, ma in fondo felici perché sapevamo che una tale perla, difficilmente avrebbe potuto esser più bella. E probabilmente lo sapeva anche lei. Più volte aveva dichiarato che aveva smesso di scrivere perché non aveva più niente da dire. Poi però usciva un piccolo racconto, una pubblicazione di poche pagine che noi, con le mani tremanti, sfogliavamo, quasi alla ricerca di uno splendore che ci aveva sfiorato come il dito del signore con la barba, portato dagli angioletti in cima alla Cappella Sistina.
Eh giá… perché dopo aver voltato l’ultima pagina della Grande Menzogna, non ci restava altro che cercare un complice con cui condividere questa incredibile scoperta o qualcuno meritevole a cui regalarla. Questo era Agota Kristof… signora gentile che immagino muoversi piano in un appartamento al terzo piano di un palazzo con ascensore, a Neuchâtel in Svizzera, perché nonostante le due ernie del disco, amava ancora andare a fare la spesa al mercato.
E allora, mentre leggo quello che è stato scritto su di lei, penso che questo ventotto luglio è cominciato bene e sta per finire meglio. Metto le mani in tasca, fischiando verso il mio maestro a quattro zampe, ma lui è troppo occupato ad odorare le sue spasimanti. Allora gli dico che me ne sto andando. Mi giro e vado via. Respiro forte. Un altro caffè? Per carità. Uno sguardo alle nuvole. Troppo lontane e fragili. Il sole vince. Com’era quell’inizio che hai letto centinaia di volte?
“La nonna è la madre di nostra madre. Prima di andare a vivere a casa sua non sapevamo che nostra madre aveva ancora una madre. Noi la chiamavamo nonna. La gente la chiama La Strega.”
Punti che sono come delle botte in testa.
Sento qualcuno che mi passeggia accanto.
Mi volto. È Oreo.


mercoledì 27 luglio 2011

IO TI SVEGLIO, TU MI SVEGLI



Ieri era Sant’Anna.
“Svegliaaaaaaaa!”
Che c’è? Niente. Paolo mi ha avvisato in tempo.
Meno male… l’avrei lasciato passare in cavalleria. E dire che me lo ero anche segnato. A penna! Su un foglietto di carta. Non avevo speranze di ricordarmelo. Ormai i foglietti di carta sono roba obsoleta. Così come i post-it sulla parete davanti al computer o sul frigorifero. Un post-it molto utile me lo ha scritto Fede sulla porta di casa: “Ricordati di pagare le bollette!” Quello sta lì. Non è tanto utile per quello che mi dice di ricordare, visto che prima o poi, le bollette vanno pagate. Quel fogliettino sta lì perché per me è una sveglia continua.
Ognuno ha le sue sveglie. L’importante è imparare a usarle.
Sant’Anna dicevo, ventisei luglio del 2011, più o meno un anno e mezzo dalla fine del calendario Maya. Non sono bravo con le ricorrenze, ma quella di Sant’Anna è ricorrenza importante, vitale.
E allora chiamo la mia piccola zia di ottant’anni… e lei mi dice: “Sei l’ultimo, poi hanno chiamato tutti!” Sveglia. Meno male che ho un fratello che mi conosce e che mi fa anche da agenda. M’informa degli anniversari che io mi perdo. Il ventinove giugno, cioè poco meno di un mese fa, addirittura mi ha chiamato lui e mi ha ricordato di richiamarlo più tardi perché era San Pietro e Paolo, cioè il suo di onomastico. Io gli ho anche risposto: “Tranquillo, me lo ero segnato… ti chiamo più tardi!”
Più tardi mi ha chiamato lui di nuovo.
“Angelo, me ne vado a dormire. Ti chiamo per evitare che poi mi svegli quando mi chiamerai per farmi gli auguri!” e io gli ho anche risposto: “Ah… hai fatto bene… allora, auguri!”
Tacito accordo che solo tra fratelli si può condividere, mascherandolo con le facce di una comprensione antica. Si sapeva entrambi che mai lo avrei chiamato per il semplice motivo che mi era di nuovo passato di mente. Una sveglia è una sveglia se si ha il coraggio di usarla nel momento in cui suona. Se si lascia passare l’attimo, è finita. Non serve più.
E allora, ieri sera, memore di tutte le sveglie inutili della mia vita, ho chiamato immediatamente mia zia Anna. Cinque minuti di telefonata, non di più, anche perché quando poi lei mi ha chiesto: “Dove sei?” io le ho risposto: “A Barcellona!”
Lei ha messo fretta alla sua voce e mi ha detto: “Allora ciao, ti saluto… sei in teleselezione…”
Non mi resta che sorridere con la tenerezza del ricordo della teleselezione. Io lo so cosa è la teleselezione perché sono nato negli anni sessanta e quando il telefono squillava in un certo modo, mia madre subito diceva: “È un’interurbana!”
Andavo a rispondere e dall’altra parte del filo c’era la voce di uno zio di un’altra città o un amico di famiglia che telefonava dall’estero. Era un mistero per me. E in un certo senso, questo mistero è ancora lì, intatto, tra i ricordi di qualcosa di vero. La teleselezione per chi non lo ricorda o per chi è troppo giovane per saperlo non era un sorteggio a premi, ma un servizio telefonico automatico che consentiva, mediante la composizione di un prefisso specifico, di effettuare chiamate interurbane ed estere senza la mediazione di un centralino. Oggi è la prassi. Siamo tutti e costantemente allacciati da una teleselezione attiva costante e neanche lo sappiamo. Lo siamo per scontato. Oggi tutte le telefonate che facciamo sono in teleselezione. Non dobbiamo rivolgerci a nessun centralino. Siamo tutti sincronizzati tra noi, con i nostri cellulari, iPhone, Blackberry, Stack Software e attraverso codici, i sistemi operativi, i middleware, i satelliti e connessioni che non hanno alcuna magia. Parole come condivisione con altro dispositivo, connessione bluetooth o open dropbox folder, sono entrate nel nostro piccolo e gonfio otre della razionalità e ci hanno fatto perdere la magia della teleselezione.
Ascolto la mia cara zia che mi saluta dicendomi: “Salutami tutti!”
E io le rispondo di sì. Poi mi volto e penso: “Ma tutti chi?”
È la gentilezza delle persone anziane. È questa forma che non incontro più da nessuna parte. Sono anche io una vittima della comunicazione a monosillabi, dei pollici alzati e degli emoticons che prima o poi ci sommergeranno e saranno una materia da portare agli esami di maturità.
E io penso alla vecchia e cara teleselezione e a questa finestrella che ho riaperto per non cadere nella tentazione di risolvere tutto con un “Mi piace”.
Meno male, mi dico, che ogni tanto ho un fratello o qualche amico che mi dà una sveglia.
Le sveglie si chiamano sveglie proprio per questo, perché la loro funzione è quella di svegliare. Il fatto è che le abbiamo sempre odiate le sveglie. Sveglia mi ricorda parole come dovere, scuola, routine, tutte cose che appartengono a uno scaffale che vorrei lasciare lì a prender polvere.
Ieri era il giorno di Sant’Anna. Al Sud ci teniamo agli onomastici. Ci si fa gli auguri ed è un modo per dirsi che siamo tutti uniti da un nome che è una storia.
C’è un motivo forte se ti chiami così.
C’è il tempo che si tramanda e che ti riporta sul confine di quello che abbiamo semplicemente dimenticato. Quando ero bambino chiedevo spesso a mia madre: “Chi ero prima di essere Angelo?” E mia madre sorrideva e mi diceva che ero sempre io. E questo il segreto della teleselezione di un ricordo? Siamo sempre io, ovunque siamo. Pensiamo a questa vita e abbiamo dimenticato la cosa più ovvia… che in questa vita ci siamo da talmente poco che non è possibile ricordarsi di quel prima. Un onomastico in cui si festeggia Sant’Anna è solo un’altra sveglia. Così come qualcuno che te lo ricorda è ancora un’altra sveglia. E se qualcuno ti ricorda di ricordare di ricordarti, beh… questa è una sveglia fantastica. Abbiamo scatenato un sistema infallibile. Svegliarsi a vicenda. Siamo tutti sveglie di qualcuno o per qualcuno. Per questo sto ancora qui, anche dopo aver visto il film The Social Network di David Fincher. Perché cerco di correre insieme a questi tempi che scorrono come il paesaggio di un treno ad alta velocità… ogni cosa contiene il seme del suo opposto. Basta riconoscere dov’è e come usarlo e se usarlo quel seme. Sveglia!
Come ricorda il buon Jack perché lo ha pubblicato su un suo aggiornamento di stato: “… per nascere bisogna morire, ma per morire bisogna svegliarsi”. Che bella sveglia… e allora mi dico: “Sveglia Angelo… che prima di essere nel nome eri nel nome… e guardati intorno; gli angoli del mondo sono pieni di sveglie; anche qui, sì… sul global-world monitoring, qui è pieno di despertadores incalliti che cercano un sollievo d’aria buona in cui tuffarsi e invitare a tuffarsi.
Mi volto. Guardo la bella giornata dalla finestra e l’odore del mare m’intenerisce. Altra sveglia!
E ora leggo la bella frase sulla bacheca di Fiore Sun che mi avvisa: “Sono come sabbia nei miei ingranaggi…Riesco a bloccarli per un po’…” Altra sveglia!
Sulla rubrica telefonica, sul calendario sincronizzato con il web mi appaiono i compleanni di tutti quelli che ho sul calendario di Facebook… date di nascita di gente che manco so chi sono. Nomi strani, nomignoli. Questa settimana per esempio io so che se acerca el cumpleaños de “Bimba Cattiva” e di “Barbara non so”… questa sincronizzazione perfetta con le date di nascita degli altri è straordinaria. Mi ci vuole un po’ di tempo per ricordare che Bimba Cattiva è una mia vecchia amica che non sento da un po’ di tempo, mentre Barbara non so, proprio non so, ma so che comunque fa parte di questo giro di vite, inteso come esistenze che affollano la mia zona d’ombra di contatti virtuali. Per questo riapro la finestrella di un blog, ormai estinto. Perché in un quasi diario, condiviso come su un altro dispositivo, qualcuno possa affacciarsi e dire a sua volta a se stesso e a qualcun altro: “Svegliaaaaaa!”

martedì 26 luglio 2011

DI OGNI INIZIO E OGNI FINE



Gli inizi sono poesia.
Ogni fine invece, diventa poesia soltanto molto tempo dopo.
Non mi piace pensare alle ultime volte.
Eppure... gli anniversari che non verranno, vanno celebrati.
Perché... perché il pensiero va sempre lì, perché quel bisogno segreto di trasformare l'ultima volta in poesia, è troppo forte.
"La prima volta che ci siamo baciati".
La senti la poesia? "
E quella, fu l'ultima volta che abbiamo fatto l'amore".
Te la ricordi davvero?
Certo che sì. Si ricorda sempre la prima e l'ultima e poi nel mezzo, c'è un mare di volte che sono solo un riempitivo confuso, una nebbia sottile in cui imparare a vedere.
All'inizio sei un poeta, uno strano personaggio, un uomo misterioso, un artista col suo mondo meraviglioso. Chissà quanti segreti...
Alla fine sei un vecchio nerd, prevedibile, scontato, un egoista con il suo piccolo mondo di meschinità e i tanti segreti si sono trasformati in un'altra birra al "Ma che siete venuti a fa'?".
C'è poesia in ogni inizio e in ogni fine, basta essere buoni alchimisti.
Così è il tempo: un posto dove impastare il passato e trasformarlo in poesia.
Tutto qui.
Primo e ultimo così diventano la stessa e identica cosa. E non c'è inizio e non c'è fine.
E perdersi nell'attimo che è stato e legarlo indissolubilmente con l'attimo che verrà: "Tutto questo è già poesia... la la la... la la la..." (Da canticchiare sul ritmo di Sparring Partner di Paolo Conte). E allora, quanto ci piacciono queste frasi: "Quando ancora dovevamo incontrarci..." "Quando ancora io dovevo guardarla negli occhi la prima volta".
Possibile che sia esistito un tempo prima del nostro inizio? E come eravamo noi? Così diversi? Così lontani. Così inutili.
E' la sera che ci demmo l’appuntamento. Occhi negli occhi, un leggero imbarazzo nell’aria. Un mare di gente intorno.
- Sei tu?
- Sei tu?
- Io sono io!
- E io sono io!
Il silenzio da anticipare.
E poi qualche frase buttata lì. Gli sguardi che andavano oltre. Le parole tenute dentro perché il cuore sembrava scoppiare nel petto. L’attesa di un istante per riuscire a dire proprio la cosa giusta: la cosa con cui l'avresti fatta innamorare davvero.
La prima volta non c'è bisogno mai di parlare tanto... di dire troppo.
Al primo appuntamento si capisce di essere innamorati da sempre.
Al primo appuntamento si ride sempre tanto.
L'ultima volta di solito, coincide con un fiume di parole. Si straparla.
All'ultimo appuntamento si arriva sapendo che è già finita ed è molto probabile che si versi un fiume di lacrime.
La piazzetta. La folla. La prima sigaretta offerta. Le prime esitazioni. Una domanda: “Che bevi?” La prima volta che le mani si sfiorano.
Una risposta: “Un bicchiere di vino, anzi no… un caffè!”
Vai così amore mio. Vai così... su tutte le tue prime volte dove non ci sono io e pure su quelle dove ci sono, perché lo sai che alla fine, siamo sia lì che qui.
La prima passeggiata. L'ultimo sguardo su te che ti allontani di spalle. La prima pioggia insieme. L'ultimo temporale abbracciati. Il primo respiro rubato da un bacio. L'ultima sensazione delle nostre labbra attaccate.
La prima volta diventa soltanto un’appendice di un ricordo anteriore che si trasforma nella fine. E' il destino degli amanti poeti. E' il destino di chi non può fare a meno d'osservare attimo per attimo ogni goccia d'amore che cade sulla propria vita.
Siamo bambini di ogni prima volta, ma ci scorre nel sangue ogni emozione fuggita e disintegrata nell'ultima.
E tutto il resto vola via con te e il tuo nuovo amante che... prima o poi, si trasformerà in tutto ciò che ero anche io o che anche io sarei potuto essere. E lì, forse saremo uniti per sempre: una cosa sola, una girandola di cosette e parole, di colori, spaccati di secondi rubati alle immagini, come un gesto, una frase: “Ti sei fatta male?” Una pietra raccolta da terra (o era un cuore?).
Tutti e due in un negozio di mobili giapponesi.
Tutti e due con i miei amici.
Tutti e due in libreria. Tutti e due noi. Noi due.
E ancora, due mani che battono sui tasti di un computer.
Non cancellarmi dalla tua vita.
Un sogno diviso a metà. Come si fa a rinunciare a tutto questo piccolo infinito?
Come si fa a dire: "Non voglio cominciare per paura di finire?"
Pensaci, ma non pensarci più di un attimo perché tanto, niente finisce davvero.
So long.