mercoledì 27 luglio 2011

IO TI SVEGLIO, TU MI SVEGLI



Ieri era Sant’Anna.
“Svegliaaaaaaaa!”
Che c’è? Niente. Paolo mi ha avvisato in tempo.
Meno male… l’avrei lasciato passare in cavalleria. E dire che me lo ero anche segnato. A penna! Su un foglietto di carta. Non avevo speranze di ricordarmelo. Ormai i foglietti di carta sono roba obsoleta. Così come i post-it sulla parete davanti al computer o sul frigorifero. Un post-it molto utile me lo ha scritto Fede sulla porta di casa: “Ricordati di pagare le bollette!” Quello sta lì. Non è tanto utile per quello che mi dice di ricordare, visto che prima o poi, le bollette vanno pagate. Quel fogliettino sta lì perché per me è una sveglia continua.
Ognuno ha le sue sveglie. L’importante è imparare a usarle.
Sant’Anna dicevo, ventisei luglio del 2011, più o meno un anno e mezzo dalla fine del calendario Maya. Non sono bravo con le ricorrenze, ma quella di Sant’Anna è ricorrenza importante, vitale.
E allora chiamo la mia piccola zia di ottant’anni… e lei mi dice: “Sei l’ultimo, poi hanno chiamato tutti!” Sveglia. Meno male che ho un fratello che mi conosce e che mi fa anche da agenda. M’informa degli anniversari che io mi perdo. Il ventinove giugno, cioè poco meno di un mese fa, addirittura mi ha chiamato lui e mi ha ricordato di richiamarlo più tardi perché era San Pietro e Paolo, cioè il suo di onomastico. Io gli ho anche risposto: “Tranquillo, me lo ero segnato… ti chiamo più tardi!”
Più tardi mi ha chiamato lui di nuovo.
“Angelo, me ne vado a dormire. Ti chiamo per evitare che poi mi svegli quando mi chiamerai per farmi gli auguri!” e io gli ho anche risposto: “Ah… hai fatto bene… allora, auguri!”
Tacito accordo che solo tra fratelli si può condividere, mascherandolo con le facce di una comprensione antica. Si sapeva entrambi che mai lo avrei chiamato per il semplice motivo che mi era di nuovo passato di mente. Una sveglia è una sveglia se si ha il coraggio di usarla nel momento in cui suona. Se si lascia passare l’attimo, è finita. Non serve più.
E allora, ieri sera, memore di tutte le sveglie inutili della mia vita, ho chiamato immediatamente mia zia Anna. Cinque minuti di telefonata, non di più, anche perché quando poi lei mi ha chiesto: “Dove sei?” io le ho risposto: “A Barcellona!”
Lei ha messo fretta alla sua voce e mi ha detto: “Allora ciao, ti saluto… sei in teleselezione…”
Non mi resta che sorridere con la tenerezza del ricordo della teleselezione. Io lo so cosa è la teleselezione perché sono nato negli anni sessanta e quando il telefono squillava in un certo modo, mia madre subito diceva: “È un’interurbana!”
Andavo a rispondere e dall’altra parte del filo c’era la voce di uno zio di un’altra città o un amico di famiglia che telefonava dall’estero. Era un mistero per me. E in un certo senso, questo mistero è ancora lì, intatto, tra i ricordi di qualcosa di vero. La teleselezione per chi non lo ricorda o per chi è troppo giovane per saperlo non era un sorteggio a premi, ma un servizio telefonico automatico che consentiva, mediante la composizione di un prefisso specifico, di effettuare chiamate interurbane ed estere senza la mediazione di un centralino. Oggi è la prassi. Siamo tutti e costantemente allacciati da una teleselezione attiva costante e neanche lo sappiamo. Lo siamo per scontato. Oggi tutte le telefonate che facciamo sono in teleselezione. Non dobbiamo rivolgerci a nessun centralino. Siamo tutti sincronizzati tra noi, con i nostri cellulari, iPhone, Blackberry, Stack Software e attraverso codici, i sistemi operativi, i middleware, i satelliti e connessioni che non hanno alcuna magia. Parole come condivisione con altro dispositivo, connessione bluetooth o open dropbox folder, sono entrate nel nostro piccolo e gonfio otre della razionalità e ci hanno fatto perdere la magia della teleselezione.
Ascolto la mia cara zia che mi saluta dicendomi: “Salutami tutti!”
E io le rispondo di sì. Poi mi volto e penso: “Ma tutti chi?”
È la gentilezza delle persone anziane. È questa forma che non incontro più da nessuna parte. Sono anche io una vittima della comunicazione a monosillabi, dei pollici alzati e degli emoticons che prima o poi ci sommergeranno e saranno una materia da portare agli esami di maturità.
E io penso alla vecchia e cara teleselezione e a questa finestrella che ho riaperto per non cadere nella tentazione di risolvere tutto con un “Mi piace”.
Meno male, mi dico, che ogni tanto ho un fratello o qualche amico che mi dà una sveglia.
Le sveglie si chiamano sveglie proprio per questo, perché la loro funzione è quella di svegliare. Il fatto è che le abbiamo sempre odiate le sveglie. Sveglia mi ricorda parole come dovere, scuola, routine, tutte cose che appartengono a uno scaffale che vorrei lasciare lì a prender polvere.
Ieri era il giorno di Sant’Anna. Al Sud ci teniamo agli onomastici. Ci si fa gli auguri ed è un modo per dirsi che siamo tutti uniti da un nome che è una storia.
C’è un motivo forte se ti chiami così.
C’è il tempo che si tramanda e che ti riporta sul confine di quello che abbiamo semplicemente dimenticato. Quando ero bambino chiedevo spesso a mia madre: “Chi ero prima di essere Angelo?” E mia madre sorrideva e mi diceva che ero sempre io. E questo il segreto della teleselezione di un ricordo? Siamo sempre io, ovunque siamo. Pensiamo a questa vita e abbiamo dimenticato la cosa più ovvia… che in questa vita ci siamo da talmente poco che non è possibile ricordarsi di quel prima. Un onomastico in cui si festeggia Sant’Anna è solo un’altra sveglia. Così come qualcuno che te lo ricorda è ancora un’altra sveglia. E se qualcuno ti ricorda di ricordare di ricordarti, beh… questa è una sveglia fantastica. Abbiamo scatenato un sistema infallibile. Svegliarsi a vicenda. Siamo tutti sveglie di qualcuno o per qualcuno. Per questo sto ancora qui, anche dopo aver visto il film The Social Network di David Fincher. Perché cerco di correre insieme a questi tempi che scorrono come il paesaggio di un treno ad alta velocità… ogni cosa contiene il seme del suo opposto. Basta riconoscere dov’è e come usarlo e se usarlo quel seme. Sveglia!
Come ricorda il buon Jack perché lo ha pubblicato su un suo aggiornamento di stato: “… per nascere bisogna morire, ma per morire bisogna svegliarsi”. Che bella sveglia… e allora mi dico: “Sveglia Angelo… che prima di essere nel nome eri nel nome… e guardati intorno; gli angoli del mondo sono pieni di sveglie; anche qui, sì… sul global-world monitoring, qui è pieno di despertadores incalliti che cercano un sollievo d’aria buona in cui tuffarsi e invitare a tuffarsi.
Mi volto. Guardo la bella giornata dalla finestra e l’odore del mare m’intenerisce. Altra sveglia!
E ora leggo la bella frase sulla bacheca di Fiore Sun che mi avvisa: “Sono come sabbia nei miei ingranaggi…Riesco a bloccarli per un po’…” Altra sveglia!
Sulla rubrica telefonica, sul calendario sincronizzato con il web mi appaiono i compleanni di tutti quelli che ho sul calendario di Facebook… date di nascita di gente che manco so chi sono. Nomi strani, nomignoli. Questa settimana per esempio io so che se acerca el cumpleaños de “Bimba Cattiva” e di “Barbara non so”… questa sincronizzazione perfetta con le date di nascita degli altri è straordinaria. Mi ci vuole un po’ di tempo per ricordare che Bimba Cattiva è una mia vecchia amica che non sento da un po’ di tempo, mentre Barbara non so, proprio non so, ma so che comunque fa parte di questo giro di vite, inteso come esistenze che affollano la mia zona d’ombra di contatti virtuali. Per questo riapro la finestrella di un blog, ormai estinto. Perché in un quasi diario, condiviso come su un altro dispositivo, qualcuno possa affacciarsi e dire a sua volta a se stesso e a qualcun altro: “Svegliaaaaaa!”

1 commento:

Paolo ha detto...

Che sveglia....Morse direbbe che il primo drin era un punto ed il secondo una lunga linea...poi c'era la voce lontana e gli scatti che sentivi veloci se era prima delle nove e mezza...un pò più lenti dopo....aah la teleselezione...grande zia Anna.