giovedì 28 luglio 2011

SUL PORTALE CON AGOTA E OREO



L’odore di un nuovo giorno.
Apri gli occhi!
Oreo mi guarda e aspetta. Poi si volta verso il guinzaglio appeso a una sedia.
Oreo sa benissimo che il guinzaglio è inutile perché alla fine, non glielo metto mai, ma sa bene che non si può uscire senza il guinzaglio. È una regola. Metti che incontri un policia che applica la legge, cosa strana ma possibile qui a Barcellona… perciò, ogni volta che prendo in mano il guinzaglio lui si alza e comincia a saltellare contento. Certe volte mi capita di prendere in mano il guinzaglio, anche se lui è in un’altra stanza. Dopo cinque secondi appare tutto saltellante.
E allora, io gli dico in greco (perché lui capisce solo se gli parli in greco): Oki! Den eki akomi…
che dovrebbe significare: No, non è ancora il momento… e lui così fa la faccia povera, mogio mogio se ne va ad aspettare quando sarà per lui il momento.
Apri gli occhi!
Aperti.
Si comincia. Oggi è l’alba del 28 luglio. È un giorno importante. Perché? È un giorno come tutti, ma ogni giorno che, se vissuto consapevolmente può essere un portale.
“Che?”
Portale, ossia, diciamo per dirla con poesia, un varco verso un altrove mica solo da raccontare, ma perché no, anche da toccare, assaggiare, accarezzare, giocarci e farci quattro chiacchiere serie.
Una lunga scala mobile sale, mentre il desiderio di ognuno di noi, è scendere.
L’imperativo a volte cambia, strada facendo e, come unità di misura, noi purtroppo, per ora, abbiamo solo la fortuna o la speranza di avere ancora tempo.
Andare avanti, mentre la corrente ti porta indietro.
Difficile il compito umano, a volte.
Destino dei grandi cercatori, quelli che hanno il coraggio di entrare nell’abisso con la speranza di uscirne e vedere il cuore. E questa mattina lo schermo si accende e accanto ai miei soliti files di lavoro, ai testi incompleti, di fronte all’inerzia che mi spinge verso la sponda destra del mio cervello, si apre una voragine che era da tempo che facevo finta di non vedere. La evito come il fegato vorrebbe evitare un chupito di assenzio e bourbon mescolato con poco gin.
Scrivo un po’, ma non si approda in alcun luogo.
Mi faccio un giro sul giocherello di Mark Zuckerberg, poi apro la pagina di Repubblica. Mi vedo un gol di Neymar - me lo vedo due volte; De Laurentiis che insulta tutti, minacciando di voler tornare a far cinema, invece, me lo vedo tre volte. Poi chiudo e prendo il guinzaglio di Oreo. Lo agito un po’. In men che non si dica, il figlio del tuono appare e comincia a contorcersi per la contentezza. Io me lo guardo un attimo in più e lui si blocca. In quell’istante, capisco cosa significa stare in bilico tra la gioia e la paura di perdere tutto. Qualcosa che già da tempo ho compreso, si conferma definitivamente tra le mie poche certezze: “Oreo è uno dei miei maestri di vita!”
Andiamo tutti e due a farci una passeggiata al Parque del Norte.
Un caffè per me, come lo fanno qui, cioè come non lo sanno fare qui, poi, rimpiangendo Checco a Trastevere e i caffè con zio, raccolgo El Pais che qualcuno ha generosamente lasciato su una panchina e comincio a leggere, mentre Oreo se ne va a dare fastidio alle sue amiche del parco.
Solite cose. Cambiano i nomi, le parole, le situazioni, ma la storia è sempre la stessa. Salto notizie che qui sono sicuramente cose importanti, come la banca Santander che si mostra sensibile verso i suoi clienti che hanno ipotecato la casa… bene: giro pagina; qualcuno afferma che il problema della corruzione nunca ha sido tan serio como ahora… ottimo, volto pagina pensando: venitevi a fare una passeggiata in Italia che il problema lo abbiamo superato assuefacendoci nel tempo; Salto le facce di Zapatero e di Rajoy che si passano la palla sulle responsabilità della crisi attuale del paese. Mi ricorda qualcosa? Giro le pagine. Cerco la pagina della cultura.
È da ieri che ho un nodo alla gola. È morta Agota Kristof, la scrittrice dell’incredibile, la donna ungherese che tagliava le frasi col coltello e mi costringeva a stare incollato alle sue parole, facendomi passare le notti insonni.
Ho visto un quadretto in prima pagina. Penso che sicuramente le avranno dedicato un bell’articolo. In gergo questi articoli si chiamano “i coccodrilli”, cioè articoli preparati da tempo in occasione delle morti di personaggi famosi. Alcuni “coccodrilli” sono lì da secoli perché molti anziani illustri contemporanei della scienza, della cultura e delle arti, proprio non ne vogliono sapere di lasciare questa vita. Si aggrappano alla realtà della materia con gli artigli della loro razionalità ben educata e allora, questa loro difficoltà di morire, fa sì che gli articoli già belli e preparati, sulla loro lunghissima vita, giacciano incrostati dalla polvere del tempo e nel frattempo, vengono rimpiazzati dagli articoli scritti in fretta e furia per chi invece, decide di andarsene all’improvviso.
Come Agota Kristoff.
Proprio non me lo aspettavo. Cioè… Agota per me era una donna senza età. Sì lo so che era una signora anziana, ma proprio non ci pensavo alla sua morte.
“Ma un altro libro quando lo scrive la Kristof?”
Ce lo chiedevamo ogni tanto, noi che, quasi con uno sguardo complice, ci rendevamo conto che ci univa questo segreto. Hai letto anche tu… Eh sì… perché tutti quelli che hanno letto la sua trilogia dell’infanzia crudele, sanno di essere i testimoni viventi di qualcosa che era uguale alla potenza delle cascate del Niagara, un viaggio interstellare, un’energia che andava al di là di ogni possibile legge fisica.
E allora, complici di un silenzio, oppressi da questa mancanza d’aria, orfani di una scrittura troppo schietta e drammaticamente onesta che ci toglieva il respiro e che ci lasciava attoniti di fronte al misero destino dell’istante in cui ci si accorgeva che la storia stava per finire, ci guardavamo intorno, chiedendoci il perché una scrittrice come Agota Kristof non scrivesse un libro all’anno.
Ci domandavamo il motivo di tanto silenzio e sgomenti, ma in fondo felici perché sapevamo che una tale perla, difficilmente avrebbe potuto esser più bella. E probabilmente lo sapeva anche lei. Più volte aveva dichiarato che aveva smesso di scrivere perché non aveva più niente da dire. Poi però usciva un piccolo racconto, una pubblicazione di poche pagine che noi, con le mani tremanti, sfogliavamo, quasi alla ricerca di uno splendore che ci aveva sfiorato come il dito del signore con la barba, portato dagli angioletti in cima alla Cappella Sistina.
Eh giá… perché dopo aver voltato l’ultima pagina della Grande Menzogna, non ci restava altro che cercare un complice con cui condividere questa incredibile scoperta o qualcuno meritevole a cui regalarla. Questo era Agota Kristof… signora gentile che immagino muoversi piano in un appartamento al terzo piano di un palazzo con ascensore, a Neuchâtel in Svizzera, perché nonostante le due ernie del disco, amava ancora andare a fare la spesa al mercato.
E allora, mentre leggo quello che è stato scritto su di lei, penso che questo ventotto luglio è cominciato bene e sta per finire meglio. Metto le mani in tasca, fischiando verso il mio maestro a quattro zampe, ma lui è troppo occupato ad odorare le sue spasimanti. Allora gli dico che me ne sto andando. Mi giro e vado via. Respiro forte. Un altro caffè? Per carità. Uno sguardo alle nuvole. Troppo lontane e fragili. Il sole vince. Com’era quell’inizio che hai letto centinaia di volte?
“La nonna è la madre di nostra madre. Prima di andare a vivere a casa sua non sapevamo che nostra madre aveva ancora una madre. Noi la chiamavamo nonna. La gente la chiama La Strega.”
Punti che sono come delle botte in testa.
Sento qualcuno che mi passeggia accanto.
Mi volto. È Oreo.


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