mercoledì 31 agosto 2011

SENTIRE ROMA DI NOTTE

Due o tre pensieri, non di più.
Hai fatto tardi. Non te ne sei neanche accorto. Guardi i numeri rossi, in alto a destra sul computer. È tardi. Non hai neanche mangiato. Il tè nella tazza è freddo. Dai un piccolo sorso, poco convinto. Esitazione distratta verso lo schermo. Ricomponi gli ultimi gesti senza fretta. Il mouse t’invita altrove. Attorno a te, vibra il vuoto e le ore restano per qualche istante ancora, come in attesa. Solo ora ti rendi conto del tempo che è passato. Il buio inghiotte la vita all’interno del computer. Linfa vitale che si ritrae nel suo guscio di mistero e ti lascia al confine di un torpore d’illusione, forse di sogno.  Sei quasi contento. Inarchi la schiena come per cercare una posizione che ti rimetta in circolo quei due o tre pensieri che ti bastano per tornare lentamente alla vita. È così. Hai smesso di scrivere anche questa volta. Non c’è altro che potrebbe accadere ora se non restartene in silenzio per qualche istante e assaporare la fine e l’inizio. Ti alzi piano dalla sedia. È il mondo che ora scorre piano e che t’invita a recuperare i secondi che ti ha condonato da seduto.
Incroci con lo sguardo il telefono. Ti ricordi degli squilli di chissà quanto tempo prima. Ancora esitazione distratta. Devi adeguarti ancora al nuovo ritmo per decidere ora di cosa sarà impastata la tua notte. Frigorifero tanto per abitudine. Non ti va niente. Pensi a qualcosa. Pensi a niente. Fuori c’è solo Roma e una notte di poca luna. Pensieri accostati alle decisioni rimandate.
Uscire ora. Andare incontro a qualcuno che non ti aspetta, oppure…
oppure restarsene a casa. Occupare la metà di te che non vuole avanzare di un solo passo verso questa notte improvvisa e tranquilla.
Ascolti la segreteria. La voce ti fa sorridere prima che i suoni metallici pongano fine a quegli ultimi due o tre pensieri che ti avanzano tra le dita delle mani.
Tra qualche istante uscirai.
Una passeggiata e basta.
Quattro passi da solo per il quartiere. Forse fino al bar notturno per un cappuccino e perché no, anche un cornetto. Due cornetti e magari altri due. Per domani mattina. Perché la mattina diventa speciale se sulla tavola c’è quella busta bianca, un po’ maltrattata e gonfia di presenza vaga e dolce che ormai è già creatura di notte passata. Vita d’artista, appena l'ho vista...
Te lo dici da solo, poi ti scappa una risatina.
Poi esci.
Quando chiudi la porta resti sospeso un istante tra il pianerottolo e le scale.
Le chiavi ti ciondolano in una mano.
Ti sembra di aver dimenticato il mondo intero all’interno di casa. Ti sembra che l’esterno adesso, sia una galassia lontana anni luce e che questo momento lo hai vissuto così tante altre volte che forse, sei lì bloccato da sempre.
Lentamente, come se fossi invischiato di tele di ragno, cominci a scendere le scale, mentre i passi ti danno la giusta sensazione per poter arrivare a capire che quello che hai lasciato dentro le mura di casa, sono soltanto quei due o tre pensieri, non di più. Giù sei già uomo nuovo. Sei uomo di strada e di notte di poca luna.
Lasci che il nuovo s’assesti. Lasci scorrere la sensazione giusta, poi quando credi d’averla vista passare davanti, cominci a camminare, sapendo che non ti resta veramente nient’altro da fare. A poco a poco, il respiro si unisce all’esterno. Tutto si svuota e diventa rumore di fondo. Lentamente, Roma diventa fiato di strada, vapore segreto filtrato da un cuore nascosto che ti strizza l’occhio man mano che lasci passare il ritmo dei tuoi passi attraverso tutto quello che incontri.
Vai incontro al solito sogno dimenticato. Lo ricordi man mano che avanzi e lo dimentichi un’altra volta, pochi secondi dopo. Ti appare ogni tanto a qualche semaforo, quando sei costretto a fermarti. Quando incroci gli sguardi di qualche passante. Di una ragazza avvolta in una sciarpa di seta colorata. Lo rincorri insieme al rumore di qualche auto che passa troppo veloce o allo stridore delle rotaie del tram. Vai incontro al solito sogno dimenticato. Sogno costruito dagli attimi di mille volte che sei rimasto fermo e incantato a guardare qualcosa oltre il tuo sguardo.
Vai incontro al solito sogno dimenticato e lo oltrepassi, mentre senti che è arrivato il momento di abbandonare anche la strada e unirti ai vicoli stretti del Centro. È solo lì che ascolti l’odore di Roma. È solo nel Centro che quest’odore ti si presenta vivo e pieno di tutti gli anni che hai vissuto per arrivare un’altra volta a questo momento. Perché questo odore non si respira. Si sente. L’odore di Roma di notte, di qualsiasi notte del tempo e di tutte le stagioni del mondo, è odore di poesia forte e antica ed è odore che ti si presenta davanti così, all’improvviso, come una corazza. Odore che non si sparpaglia nell’aria, malato e nello stesso tempo ancorato alla terra. Questo odore che hai amato come una voce imperiosa, ti lascia passare e ti dà coraggio.
Ti fornisce la chiave di un’emozione che stavi trattenendo e ti fa da guida, con rispetto per te e per quello che senti di poter essere ancora per te. L’odore di Roma di notte è il tuo odore più profondo. Tra i muri, lo scorrere dell’acqua dalle fontanelle, tra il rumore del silenzio, il sogno dimenticato si ricorda di te. Forse, l’odore di Roma di notte è solo l’odore dell’anima. 

martedì 30 agosto 2011

FESTE A SORPRESA E TUTTOCITTÀ

Era febbraio, questo lo ricordo. Era il compleanno di Valentina e avevamo deciso di organizzarle la festa a sorpresa. Il suo compagno qualche settimana prima mi aveva mandato un messaggio avvisandomi. Io ho preso un aereo e sono tornato apposta per la festa a sorpresa. Chi lo farebbe? 
Io ho sempre odiato le feste a sorpresa. Sono una sorta di violenza che si deve subire in silenzio e facendo anche finta di non aver scoperto nulla. In realtà capisci che quel giorno ti faranno una festa a sorpresa da almeno una settimana prima. Solo nei film riescono le vere feste a sorpresa. Nei film o se qualcuno le organizza per me. Io credo di essere l'unico sul pianeta che non riconosce quando gli amici ti organizzano la festa a sorpresa. La mia prima festa a sorpresa me la organizzò Betta con la collaborazione stretta di Fabietto. Talmente non mi ero accorto di nulla che feci aspettare i miei amici, rintanati nella mia stanzetta non so quanto tempo. Alla fine, quando mi decisi ad aprire la porta, erano talmente compressi che quasi mi menarono. Mi prese un colpo. Più che sorpresa fu il vero spavento.

Per la festa a sorpresa a Valentina.
Mi sposto da Trastevere e devo arrivare a quartiere Trieste. Per me è come arrivare davvero a Trieste. Un tempo c'era il Tuttocittà, no?
“Dov’è?”
“Via Volsinio...”
Si tracciavano le coordinate… e via.
Prima il Tuttocittà lo davano con le pagine gialle, poi con quelle bianche. Ed era bello sfogliare quella piantina di Roma smembrata in tavolette. L’indice combaciava col pollice dell’altra mano. Due dita e il punto magico era all’interno di quel quadrato.
Eh già… perché non era mica finita lì. Nel quadrato ci potevi passare dai cinque secondi alla mezzoretta e non era detto che la trovavi la via. Certe volte i quadrati, famigerati come le caselle delle battaglie navali, non ti rivelavano nulla. La via dell’appuntamento era invisibile. Mi ricordo che avevo sempre un Tuttocittà in macchina o nel cofanetto del motorino. Quante strade che ho trovato così. Quante volte non ho trovato nulla e mi sono perso e sono andato a intuito, lasciando stare quel giornaletto che ti davano le pagine gialle. Semplicemente chiedevo ai passanti che puntualmente erano di un altro quartiere. Quando a Roma chiedi un'informazione la chiedi sempre a quelli che non sono del posto. È una regola. I quartieri di Roma sono tutti frequentati da abitanti di altri quartieri. Nessuno sta al posto suo. Solo io quando sto a Roma non mi sposto da Trastevere e se devo andare al quartiere Trieste mi viene l'ansia. Per me Tuttocittà un tempo era oro e anche oggi che il GPS ha sostituito bellamente gli incroci magici delle tabelle numerate, io non so fermarmi quando vedo quei pacchi delle pagine gialle buttate lì, negli androni dei palazzi. Nessuno più ci fa caso a quella rivista. A me il Tuttocittà mi ha salvato la vita a Roma… e per me è sempre stato vitale. E così, quando entravi in una macchina, il guidatore prima o poi ti diceva: “Prendi il Tuttocittà, sta lì da qualche parte!” E cominciava questa ricerca e si tirava fuori da sotto un tappetino o si estraeva da un cumulo di detriti sul sedile posteriore, la rivista che era un insieme di fogliacci strappati e in disordine. Ho visto cose immonde, piene di qualsiasi reperto archeologico e misto di ciarpame attaccato, composizioni che sfioravano l'arte, il tutto spacciato per un Tuttocittà.
Ecco perché io sono così orgoglioso della mia collezione di Tuttocittà. E poi li facevano sempre più belli, sempre più eleganti, più funzionali. Qualche volta, quando qualcuno se ne disfaceva insieme alle vecchie pagine gialle, io me lo prendevo. Già… li rubavo anche. Sì… tra quei pacchi di pagine gialle-bianche che lasciavano nell’androne. Io ci andavo sempre a estrarre un Tuttocittà. Era un furto premeditato. Lasciavano sempre nell’androne del palazzo qualche pacco di pagine gialle-bianche in più. E io da lì attingevo. Toglievo il cellophane velocemente e prendevo la mia copia di Tuttocittà.  Il fatto era che il Tuttocittà ti spariva, cioè, arrivava qualcuno e ad un certo punto, prima di andare via ti chiedeva: “Mi presti il Tuttocittà?” E che non glielo davi? A malincuore, certo… perché sapevi che quel Tuttocittà non ti sarebbe tornato mai indietro. 
"Ah... ti devo restituire il tuo Tuttocittà!"
Mai nessuno mi ha detto questa cosa.
Eppure ne ho consegnati tanti, come uno scettro, come un bene prezioso. Un affido in piena regola.
Per questo io ne avevo tanti... per poi dispensarli senza soffrire.
L'anno scorso a Roma, tornando verso casa, salendo le scalette, dietro al cancello ho visto buttati una decina di pacchi incellophanati. Erano le pagine bianche. In ogni pacco c’era una copia del Tuttocittà. Li fanno piccolini adesso. Piccoli, ma proprio piccoli. Non si sgualciscono più. E la cartina dentro? Non ho avuto il coraggio di vederla. Però ne ho sfilati cinque o sei… o sette non so… non ne ho potuto fare a meno. Anche se so che non li userò più perché adesso io ho il GPS sull’Iphone
Li ho messi tutti in ordine in libreria. 
Ci sono quelli grandi insieme a quelli piccoli adesso.
 
Via Volsinio...
C’è la festa a sorpresa a Valentina.
Festa a sorpresa sì.
Ci vado a piedi seguendo le direzioni che mi indica il satellite che mi calcola anche i minuti e i secondi del mio arrivo. Fantastico. Siamo messi meglio che in Metropolis, il film di Fritz Lang. Tutto questo, vale molto di piú che una bolletta telefonica. Il trionfo del futuro. Un futuro già passato. Modernità, no? 
E se tutto questo finisse? 
Niente paura, vi presterò Tuttocittà

"Arrivano... sshhshshshhhh..."
"Spegnete le luci..."
"Shshahahhhhh... zitti, zitti..."

La porta si apre. 
Grida, schiamazzi, stelle filanti e dopo un po' le solite parole: "Ma che meraviglia... nooo... ci sei anche tu... che peccato che l'avevo sgamata da stamattina!"

lunedì 29 agosto 2011

VIAGGIO TRA I SENSI: IL SENTIRE, IL VEDERE.

Percezioni...
"Che sta a di' adesso questo?"
Già mi sembra di sentire il bofonchiare di quei lettori incappati per caso su questo blog. 
Eccoci qua... dopo l'exploit dovuto alla lettura del post "Dove vivono le idee" alla trasmissione di Chiara Lalli a Radio 3, ci siamo riassestati intorno ai centocinquanta ingressi al giorno.
Non male. Centocinquanta è un bel numero. C'era anche quella filastrocca della gallina che cantava a centocinquanta (detta così però non fa neanche rima e la gallina sembra proprio stupida).
Oh! Per questi centocinquanta fissi e per gli altri che ruotano ancora distratti nella novella blogosfera, oggi introduco più chiaramente quello che sarà nel tempo, uno dei temi ricorrenti di questo viaggio alla ricerca della povera Alice perduta nelle sue meraviglie: i cinque sensi, più un altro che non si finisce mai di cercare. Il famoso sesto... ma io direi che forse, chissà, ce ne sono molti altri. Mai mettere limiti ai sensi nascosti. Allora...
Vedere, sentire, toccare, odorare e gustare sono i punti di partenza e se ci si fa caso un po' di più, non sono tanto separati tra loro. Cosa li unisce? C'è un senso tra i cinque che a volte si appropria dei diritti degli altri quattro. Non ci avete mai fatto caso? Sentite qua...
Ascolta come mi batte il cuore. Ma per ascoltare io devo toccare. Senti com'è buono questo gelato. Ma per sentire quanto è buono, devo gustare. Non senti che qualcosa è cambiato tra di noi? Ma per sentirlo, devo aver sperimentato questo cambiamento. 
Devo accorgermene. 
Nella vita di tutti i giorni vige la legge del "Non ricordo".
Poco fa ho incontrato Irene Jacob a Trastevere, una delle attrici verso cui ho una sorta di adorazione e che è capace di farmi regredire alle emozioni che provavo a tredici anni. 
Se non ci fosse stato un mio amico che mi avesse detto: "Hai visto che c'è Irene Jacob?" Sarei passato così, senza neanche riconoscerla. Colpa della poca attenzione. Volti che passano, ci sfiorano e si perdono nel solito tran tran quotidiano.
L'olfatto poi è un senso scordarello e si abitua immediatamente all'ambiente. 
"Ammazza e quanto profumo ti sei messo?"
Ve l'hanno mai detta questa frase? È perché l'olfatto si è abituato e dato che voi non sentite più il vostro profumo, sentite il bisogno di spruzzarvene di più. Gli altri però attorno a voi lo sentono. E poi non c'è profumo che tenga con un buon odore al naturale della pelle, a volte... ma a volte non è così. 
Non ci si fida e si cerca sempre di coprire il nostro odore. Poco tempo fa, ero in metropolitana a Barcellona e un ragazzo ha cominciato a cambiarsi i vestiti prendendoli da una borsa. Si è tolto la maglietta, e si è messo una camicia, poi si è cambiato pure le scarpe e fin qui, tutto bene. Capita no? Essere costretti a doversi cambiare per strada. Ad un certo punto ha tirato fuori una bomboletta spray e si è spruzzato una quantità inverosimile di deodorante. Nel giro di poco tempo, si è creato il panico. Una signora ha avuto una crisi di tosse, un'altra ha cominciato a lacrimare, altri si sono coperti il volto e si sono allontanati. Anche la ricerca costante di coprire il proprio odore naturale è una maschera che cerchiamo di usare un po' troppo spesso. La semplicità nei sensi e dei sensi è qualcosa che seduce molto di più ed è grazie alla semplicità di un modo di vedere e di sentire, di odorare la vita che può rivelarsi all'improvviso, qualcosa di straordinario. 
Per usare in modo semplice e attento i sensi, bisogna cominciare poco alla volta. Bisogna semplicemente, cominciare a essere più attenti. L'attenzione non è automatica. Noi invece la usiamo in modo distratto, quando la usiamo. Sicuramente non la usiamo sempre. Non si può andare in giro sempre concentrati altrimenti ti viene il mal di testa. L'attenzione però, richiede uno sforzo molto più complesso. Per questo, è molto importante nel lavoro creativo, imparare a usarla bene. A questo serve l'arte e a questo serve l'attenzione. Il verbo servire qui lo uso nel significato di "stretta collaborazione". L'arte serve, cioè si mette a servizio della nostra attenzione, così come la nostra attenzione, dovrebbe mettersi al servizio dell'arte.
Diciamo che in questo sforzo, un ruolo molto importante lo ricoprono i nostri sensi. I cosiddetti cinque sensi. Se spulciate questo blog qua e là, noterete che ogni tanto, spuntano riferimenti continui ai diversi modi di vedere. La percezione visiva è uno dei sensi fondamentali per un artista. Non che gli altri siano da meno, ma la vista è un vero nutrimento che se sviluppato correttamente, ci consente di metabolizzare tutta una serie d'impressioni che svilupperanno e aiuteranno nel tempo il lavoro creativo. Non si vede solo con gli occhi. Ho conosciuto nella mia vita, molti non vedenti e mi ha sempre sorpreso la loro capacità di accorgersi di tutto, usando in armonia, gli altri sensi che si facevano carico della funzione visiva deficitaria. È sorprendente di come questo accada. 
In questo mio girovagare nel mondo di Alice smarrita, nel tentativo di aiutarla a ritrovare la strada veso casa, affinché possa raccontarci le meraviglie del paese, dell'aldilà che ha visitato, ho raccolto nel tempo, tutta una serie di percezioni che mi hanno aiutato a capire il punto esatto in cui ero nel mio percorso artistico. A volte mi sono sentito davvero smarrito. Cercavo bricioline, tracce di qualcuno che era passato prima di me, ma la vista non mi aiutava. Il professor Ingenito, uno dei miei tanti professori di matematica che con me hanno fallito lo scopo di farmi entrare nella testa finanche la divisione a due cifre, per aiutarmi, mi chiamò alla lavagna e mi diede da risolvere la stessa equazione che aveva eseguito brillantemente in precedenza un mio compagno di classe. Mi presentai alla lavagna e mi diede lo stesso compito. Io guardai la lavagna nera che presentava tracce di gesso e vaghi solchi di quelli che erano i segni dell'equazione risolta e miseramente cancellata. Si vedeva e non si vedeva. Partii cercando di sforzare la vista, seguendo quei solchi. Ad un certo punto mi fermai. Non si vedeva più niente. Andai un po' a intuito, mi concentrai al punto che cominciai ad avere le visioni. Non ricordo quanto tempo ci passai a fissare la lavagna e a ricopiare quelle tracce. Quando alla fine, terminai, mi voltai sudatissimo e solo allora mi accorsi che sia il professore che tutta la classe stavano ridendo di quello che avevo fatto. Mi fecero l'applauso. Il risultato del mio sforzo visivo più che intellettuale era un accrocco di segni sparsi qua e là sulla lavagna: erano esattamente, tutto quello che ero riuscito a copiare e a immaginare, grazie alle tracce rimaste impresse dopo la risoluzione della stessa equazione del mio amico. C'ero riuscito, saltando qualche passaggio qua e là, ma avevo completato il lavoro.
Il professore mi mise sei più che significava che non sarei stato rimandato in matematica un'altra volta. 
Ho sempre ammirato quelli bravi in matematica. Avevo un cugino che risolveva equazioni come se fossero i cruciverba della pagina iniziale della settimana enigmistica. Io dove ci sono numeri m'imbroglio e sulla settimana enigmistica non riesco a unire neanche i trattini di quel gioco dove si formano vignette se unisci a penna tutti i numeri in sequenza. Quel giorno a scuola, davanti alla lavagna, feci uno sforzo visivo enorme e quando non riuscii più a vedere con la vista, fui aiutato dall'immaginazione. Una perfetta unione dei santi protettori dei matematici e dei cialtroni, con un pizzico d'intervento del santo protettore dei momenti critici e difficili.
Nel mio lavoro, sia che si tratta di scrivere o di recitare, a volte non ho quello sguardo che mi permette di essere subito creativo. Cerco sempre qualcosa di già fatto. Cerco tracce da seguire, poi a un certo punto, queste bricioline sul sentiero scompaiono e bisogna camminare in una notte senza stelle e senza luna. L'unica cosa che nelle tenebre ci può aiutare è l'ispirazione, cioè un corretto modo di usare l'immaginazione, unito soprattutto, da quel filo d'Arianna che è il cercare di andare al di là dei sensi che comunemente usiamo.     
"Hai visto chi c'è?"
"Chi?"
"Quell'attrice francese... come si chiama... Irene Jacob!"
"Ma dove?"
"Là!"
"Dove?"
"Aoh... ci sei passato davanti!"  
E allora mi volto, torno indietro. Mi avvicino e le dico le cose che dicono i fans ai loro miti. E le parlo nel mio francese stentato, dicendole semplicemente grazie per tutti quei film dove mi ha fatto emozionare. Poi mi accorgo che in effetti, sono emozionato anche ora e che ora mi batte forte il cuore. E allora glielo dico. Le prendo la mano e la porto sul mio petto.   
"Senti come batte?"
Lei sorride.
"Sento!"  
video

domenica 28 agosto 2011

IL PROFUMO DELL'INVISIBILE

Tempo fa, qualcuno m'insegnò a camminare al buio.
Al buio si possono interpretare segnali che nella luce non si riconoscono.
E ho sempre detto che... la postazione ideale per me, sarebbe quella dell’uomo invisibile: guardare senza essere visto. A proposito dell’uomo invisibile e a proposito dei piccoli segnali, vorrei parlarvi della mia esperienza con l'uomo invisibile.
Eccola qua...
Pronti?

C'è questo... un produttore. Si chiama Galliano Juso. È abbastanza simpatico. È un produttore vecchio stampo. Stile "cinema che se faceva navorta", per dirvi, è quello che ha prodotto i primi film di Thomas Milian in Italia, i film sulle squadre anti... ecco... lui è stato uno dei miei primi incontri col cinema a Roma. Lui sa che sono di Salerno e ogni volta che m'incontra mi dice sempre la stessa cosa: "La Salernitana..." Scuote la testa e aggiunge: "Quest'anno..." Altra scrollata di testa e pausa molto lunga, poi quando proprio penso che non deve dire più nulla, sentenzia: "Non ce la fa!" Non si capisce questo non ce la fa a cosa si riferisce, ma comunque lo dice. 
Juso la prima volta che l'ho conosciuto fu perché mi chiamò per darmi un appuntamento. Era da poco uscito il film di Massimo Troisi. Mi arrivavano decine di proposte e io stavo in Guatemala a girare un film con l'amico regista Fabrizio Ruggirello. Quando tornai a Roma trovai nella mia vecchia segreteria telefonica la voce di Juso. Non so se vi ricordate quelle belle scatolette telefoniche con le cassette per registrare. Ecco, incisa sul nastro di quella segreteria, tra le altre, c'era anche la voce di Juso che mi aveva lasciato un messaggio. Il problema di quelle segreterie telefoniche era che molto spesso s'inceppavano. Il messaggio di Juso non si capiva bene. La sua voce, mescolata al gracchiare e ai fischi dell'aggeggio, sembrava di riascoltare al contrario "Starway to heaven" dei Led Zeppelin. Per un po' cercai anche di decifrarlo, ma alla fine mi arresi e andai a pagare le bollette accumulate per due mesi di assenza. Rimisi in funzione il mio super cellulare Nec della Tim, pagato la bellezza di quattro milioni di lire (uno dei primi stupidi a farsi il celluare quando costavano uno sproposito. Beata gioventù) e mi avviai a fare la fila alle poste.

-      Pronto Angelo ciao come stai?
Il cellulare mi squillò appena fuori casa.
-      Sto bene chi è?
-      Sono Galliano… 
-      Galliano chi?
-     Ti devo parlare… si tratta di lavoro… facciamo in ufficio da me? 
      Oggi pomeriggio ti va bene?
-     Ma chi è?
-     ... facciamo alle quattro,  ti va bene? Segnati l'indirizzo...
-      Ma chi è?
-      Sono Galliano… per un ruolo da protagonista di un film…
-      Ah sì… grazie… non posso sono già occupato!
Pensai alla solita storia di Gigi Vigliani… un mio amico imitatore che ogni tanto mi faceva degli scherzi assurdi, imitando alla perfezione la voce di Arbore o voci di fantomatici produttori e registi che mi proponevano ruoli in superproduzioni di film. Una volta mi mandò ad un appuntamento con Marco Risi, in una produzione sulla Cassia ad un indirizzo dove trovai una scuola guida.
-      Facciamo alle cinque allora?
-      Facciamo che adesso sto andando a pagare le bollette… ci sentiamo più tardi Gigge’…
Chiusi la comunicazione e non feci in tempo a entrare nell'ufficio postale che il telefono squillò di nuovo. La voce era la stessa, solo che gli si era accentuata la cadenza romana.

-      Pronto!
-      Pronto so' Galliano…
-      Aoh… che c’è?
-      Angelo?
-      Sì…
-      E so' sempre Galliano.
-      Ma chi è Galliano? Galliano chi?
-    ... è pe' 'incontratte oggi… una proposta per un ruolo de 'na cosa che devo fa' st'estate… ne possiamo parla' a voce?
-      Gigi?
-      Come?
-      Non sei Gigi?
-      Gigi chi?
-      Gigi.
-      So' Galliano Juso… pronto?
-      Sì?
-      Hai capito? Te va bene alle cinque oggi?
-      Alle cinque oggi?

Segnai a mente l’indirizzo e dissi di sì. Andai all’appuntamento sicuro di trovare a quell’indirizzo come minimo un parrucchiere per signora, invece trovai veramente la targhetta dei citofoni con la scritta Digital Film. Spinsi il pulsante e il portone si aprì. Juso in persona mi venne ad accogliere. Io mi ricordai di lui appena lo vidi. Mi ricordai che lo avevo già incontrato diverse volte in giro per Roma di notte in quei posti trend dove ogni tanto anche per sbaglio si finisce.

-      Eccolo qua! Come andiamo?
-      Bene...
-      Ho visto il film… complimenti!
-      Grazie…

Mi fece accomodare su un divano che era proprio di fronte alla sua scrivania che assomigliava ad una pianura invasa dai barbari. C’era di tutto, dal tagliaunghie al phon, passando per la ghigliottina trinciasigari e finendo con una banda di jazzisti in miniatura. Mi chiese di dov'ero e quando gli dissi che ero di Salerno mi chiese subito se ero tifoso della Salernitana. Io gli risposi di sì e lui sfoggiò un po' delle sue conoscenze calcistiche. Poi scosse la testa e mi disse che la Salernitana quest'anno non ce l'avrebbe fatta. E dopo avermi raccontato la storia della sua scrivania (che vi racconterò un'altra volta perché occuperebbe lo spazio di altri due post), entrò nel vivo del discorso.

-      Il film che ti voglio proporre è il tuo film!
-      In che senso?
-    Nel senso che sarà il film che ti lancerà definitivamente. Quant’è il tuo cachet?

Balbettai qualcosa del tipo che a queste cose ci pensava il mio agente. Che dipendeva dal tipo di film. Insomma che era prematuro parlare di cifre, senza neanche sapere di cosa si trattava.

-        Ah scusa, scusa… io sono uno che va al sodo delle cose… Ho scelto te perché secondo me tu sei l’unico attore in Italia che può interpretare questo personaggio. Io ne ho lanciati parecchi lo sai? Non ti dico i nomi perché non mi piace vantarmi, ma ho un certo fiuto per i talenti… ne ho parlato anche al regista che ti voleva incontrare… io gli ho detto: fidati… è quello giusto…  Allora? Che dici? Ti va?
Gli chiesi di che si trattava.
Mi guardò con un’aria quasi sorpresa, come se quella fosse l’ultima domanda che si sarebbe potuto aspettare, come se gli stessi facendo perdere tempo.
-      Si tratta di una bella cosa!
-  È un’idea che è venuta a me… Manara è d’accordo.
-      Manara?
-      Milo Manara… è un mio grande amico!
-      Milo Manara?
-      Lo conosci, sì?
-      Sì… quello…
-      Delle donnine nude… bravo…

Io sono sempre stato un "fumettaro" e Manara lo conoscevo molto bene. È un disegnatore con un tratto molto particolare. Le sue donne di carta diventano piccole eroine, vivono avventure sensuali e fantastiche ed emanano un’energia erotica sorprendente.
Ai tempi, avevo da poco finito di leggere Estate Indiana che era una storia a puntate apparsa su Corto Maltese che era una rivista di cui avevo collezionato anche diversi numeri, prima che fallisse per colpa delle poche vendite, nonostante uno sparuto gruppo di aficionados tra cui me che mi ostinavo a comprarla ogni mese. 
Su Corto Maltese oltre al Batman dal tratto gotico di Frank Miller c'era anche questo racconto di Manara che mi aveva eccitato con la storia di un reverendo malefico che aveva intrecciato una relazione sordida con la sua figlioccia ai tempi degli indiani e dei primi colonizzatori in America.
Chiesi a Juso se potevo leggere qualcosa.
-      Leggere?
Fece una faccia come se avessi detto la cosa più astrusa del mondo.
-      C’è una sceneggiatura?
-      Non ancora! Però abbiamo la storia! Eccola qua!
Tirò fuori un libro su cui c’era una donnina di Manara vestita da marinaio a gambe aperte e la scritta: Il profumo dell’invisibile! 
-      Leggilo e dimmi che ne pensi!
-      Ah… è tratto da…
-      Per l’attrice protagonista voglio Vanessa Paradis… la modella bambina, la conosci?
Adesso Vanessa Paradis la conosco bene. È l'attrice del film di Leconte "La ragazza sul ponte". Ai tempi non ne avevo sentito parlare. Juso tirò fuori una rivista e mi fece vedere la foto di Vanessa Paradis a diciotto anni, vestita da odalisca su un trapezio. 
- Tiè guarda chitte metto vicino!
Poi mi chiese se conoscevo già la storia. Gli dissi di no che non la conoscevo.
Lui mi fece una sintesi.
-      Ah… in pratica è la storia de uno che scopre 'na tinta che se cosparge sul corpo e che lo fa diventa' invisibile... comincia a seguire questa ragazza che si chiama Miele…  allora questo ci va in fissa… e gliene fa di tutti i colori… se la lecca sotto al tavolo… se la scopa… e lei pensa che è un sogno… e pian piano ci va in fissa pure lei…

E… io che dovrei fare?
-      Tu sei l’uomo invisibile!
    Di solito, il primo istinto che ha un attore quando riceve la sceneggiatura di un film, è quello di andare a vedere subito le pagine che presentano il nome del suo personaggio. È una regola.
Mentre Juso parlava, io sfogliavo distrattamente questo libro a fumetti, per cercare di capire la consistenza e lo spessore dell’uomo invisibile. L'invisibilità del personaggio, non mi dava però la possibilità d'incontrare pagine con la sua faccia. E alla fine glielo chiesi.
-      Ma… ma se sono invisibile… a che servo io? Cioè… a che serve un attore?
-      Effetti speciali!
-      In che senso?
-      Ci sei e non ci sei…
-      Come non ci sono?
-      Non ci sei!
-      E allora… che sono venuto a fare qua?
-      Per fare il film… per dare la tua faccia.
-   Non ho… cioè credo di non capire… se il mio personaggio è l’uomo    invisibile… vuol dire che non ha una faccia.
-   Ma sì che ce l’ha. Ogni tanto questo riappare perché l’effetto che lo rende invisibile finisce e allora ricompaiono pezzi del corpo… una volta appare solo la faccia, un’altra volta riappare solo il cazzo!
     Disse proprio così. Solo che al posto dell'articolo il usò l'articolo er. La frase in originale suonava pressapoco così.
-   … e te levamo tutto er corpo ar computer e ce lasciamo solo er cazzo! Effetti speciali!
    Io ebbi anche l'accortezza di chiedere: "Ma il cazzo di chi?"
Lui rispose: "Come de chi? Er tuo. Nun te preoccupa'...  E scene e giramo pe' davero. Poi te cancellamo ar computer. Che te vergogni de gira' nudo sur set?" 
   Il film poi non si fece. Juso mi chiamò altre due volte. Non se ne fece più nulla. Il profumo dell’invisibile lo lessi e mi piacque pure.  Ogni tanto quando sono a Roma, mi capita d’incontrare ancora Juso. Capita sempre per caso, in un locale o in qualche ristorante. La tentazione è sempre di far finta di non riconoscerlo, di non vederlo. È un istinto che abbiamo tutti. Voltare lo sguardo perché è meglio far finta di non vedere una persona anzichè affrontare un saluto che potrebbe costarci del tempo. Non è una cosa bella. Ce l'ho anche io, ma cerco di combatterla. E fortunatamente dentro di me arriva sempre l'opposizione. E allora guardo. Lo sguardo di Juso incrocia il mio e io so che il miracolo della ripetizione sta per accadere. Galliano Juso, uno dei produttori che hanno fatto la storia del cinema italiano. Mi avvicino, lo saluto e aspetto il momento in cui mi dirà scuotendo la testa: "La Salernitana quest'anno..."

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giovedì 25 agosto 2011

IL SENSO DEL VERSO



Solo nel mondo. Il senso del verso...
Verso il mare.
Questo il senso?

L’immaginazione bloccata sulle vie del vento disordinato.
Il senso del verso. Un gioco da non finire mai. Un gioco da tramandare a figli non tuoi. Parabole dimenticate, poi estratte dalla sabbia che deposita il tempo che assomiglia più a polvere bianca. Solo nel mondo. Biglietti di film staccati e infilati in una busta bianca. Ero un collezionatore di biglietti una volta. Qualsiasi biglietto di cinema, teatro, musei, eventi sportivi... ogni tagliandino che mi davano agli ingressi di locali, perfino i biglietti delle discoteche che servivano poi come buoni consumazione... cercavo di non usarli per poterli collezionare. Tante buste piene di biglietti. E dietro i biglietti ci scrivevo i nomi delle persone che stavano con me quel giorno, quella notte. "El miedo del olvido". L'ossessione di dimenticarsi un volto, un posto, una strada. Ogni particolare nasconde un ricordo preciso. Un po' di tempo fa, tirai fuori dall'armadio una vecchia giacca che non mettevo da anni. Frugai un po' tra le tasche e vennero fuori i rimasugli di quello che era stato un biscottino. Mi ricordai subito quella cena da un produttore di tanti anni fa. Biscotti nelle tasche. 
La sensazione di aver trascinato da qualche parte un po' di zavorre inutili. Siamo come biscottini dimenticati nelle giacche che non usiamo più. Era bella quella giacca. Mi piaceva. La mettevo sempre, poi un giorno... stop! Vestiti come storie d'amore finite. Amici che erano nella luce e quest’inganno mortale che cresce insieme al reale. Sarà vera semina? Per ora si sente solo un forte senso di solitudine che non annoia ma sussurra parole a cui si può solo rispondere con silenzio e sguardi di pudore. 
Certe volte si ha paura a dire che si ha paura. E tra qualche settimana è settembre e gli uccelli una volta a Roma, si riunivano in stormi e disegnavano figure geometriche perfette nel loro volo. S’incontravano, sembravano unirsi in una sola cosa, ma poi si dividevano ancora.  E io e Danielina restavamo ipnotizzati a guardarli. Tornerò a Roma a settembre, ma con il cambiamento del clima, le migrazioni degli uccelli tardano. Ecco qua... ci hanno rovinato pure settembre.
Danielina... il senso del verso.
Qualche anno fa mi chiamò e mi disse che il suo uomo l'aveva lasciata. Era andato via di casa. E lei non usciva più. Quando le chiesi se ci vedevamo mi rispose che era ingrassata e che non voleva farsi vedere così da me. Mi disse: "Tu sei un esteta. Non voglio farmi vedere così da te!" Poi aggiunse: "Non voglio guastarti il ricordo di com’ero quando stavamo insieme!". 
Danielina… ora...
Alla fine glielo dissi. Le dissi che lei mi aveva dato la forza di capire le cose che mi avevano dato la forza di arrivare preparato al momento decisivo del perdono. Le dico che per me lei era importante perché era stata lei che mi aveva insegnato a perdonare. Prima ero solo un uomo che non c’era. Imparare a perdonare è come cercare l'equilibrio tra cielo e terra. Colpa del senso del verso. Il ritmo, il sentire le pause giuste. Danielina... gioia e dolore. 
"Ho visto una ragazza in motorino che sembrava..."
Danielina mi chiama d'estate, sola a Roma ad agosto... 
"Andrea è andato via..."
Danielina che rubava gli ovetti kinder al supermercato e poi tornava a casa la mattina, mi svegliava e li apriva davanti a me, per cercare i draghetti.
È morta Danielina. Schianti del cuore.

Non sei arrivata a quaranta estati, piccoletta… su questa linea temporale bugiarda, dove tu riuscivi appena a camminare in bilico, dove le tue poesie erano così fragili che nessuno poteva toccarle senza farle sbriciolare in mille scintille.

La voce di tua sorella.

“È andata nel peggiore dei modi e Daniela...”

Le lacrime neanche più sorprendono quando escono con una facilità così disarmante. Pensa un po'... 
"Ma tu non piangi mai?"
"Non piango mai... gli uomini non piangono!"
"E chi l'ha detta questa cosa?"

Povero piccolo amore che hai lasciato il tuo cuore così tante volte, in cambio di un bacio o una parola di troppo. Così, Danielina se ne è andata in un pomeriggio piovoso di giugno, a due passi dal suo compleanno, a due passi dalla verità che ha sempre rincorso. Danielina che mi aspettava che mi fosse passata la rabbia per tornare all'attacco. Danielina che mi faceva sanguinare l'orgoglio e che pian piano mi educava, senza saperlo.
Cosa ci resta piccola mia? 
Lo hai sempre saputo. Hai sempre visto una strada anche quando non ce la facevi proprio a far luce nel buio che ti avvolgeva. Ci sarebbe bastato un sentiero così piccolo per tenerci la mano e orientarci nel cammino. Invece, ci siamo lasciati alle nostre vite, dopo esserci scambiati la promessa di un perdono che era arrivato prima di ora. Prima del prima di Danielina che...  che stupiva tutti con le sue uscite improvvise, capaci di destabilizzare qualsiasi forma, bimba che non sapeva crescere, ancorata all’unica certezza che era riuscita a darmi: "Fidati soltanto di te… solo di te!" 
Mi hai amato a modo tuo… ti ho amata a modo mio, per come sapevo amare un tempo. 
Mi seguivi… mi seguivi davvero tu… per un attimo, solo per un attimo hai spostato il tuo sguardo e in un istante, ci siamo abbandonati, dandoci però un appuntamento sincero, sul confine di ogni posto che confluisce verso un’energia d’amore che non siamo riusciti a trasformare. Non importa. Tanto ci s'incontra tutti lì, su quella soglia, solo per scoprire che non c’è stato mai tradimento, mai una lotta, uno schiaffo, una guerra o una carezza che non avessimo attraversato insieme. Guarderemo il sole tramontare e la luna nuova sarà come l'ultima lacrima che scende, sinceramente, verso il mare.


Affrontati nei sogni restano tali
i fantasmi reali son troppo profondi,
perché non si può non esser umani... 
sottile è quel filo che unisce i due mondi
ma entrambi legati e provati con mani. 


FANTASMI
di Daniela Brusciano, 
Napoli, 22 giugno 1969 - Roma 1 giugno 2009