martedì 2 agosto 2011

CHE LAVORO FAI TU?



Oggi giorno, la possibilità di fare cinema in Italia è appannaggio di pochi attori. Se si fa cinema, lo si fa in ristrettezze inaudite. Mi è capitato di fare film dove ho dovuto offrire il pranzo al produttore. Altre volte il produttore era il regista. Molto spesso quando il produttore è il regista, quasi sempre è un amico. Si condivide perciò l'avventura del film low budget e si entra in quota film. Entrare in quota film significa che invece di percepire compenso, tu investi nel film. Se il film va bene, guadagni anche tu in percentuale. Fino ad ora, dei numerosi film fatti a low budget non è andato bene neanche uno... ma c'è sempre la speranza. E lo dico davvero... sono fiducioso. 
Il futuro è il cinema indipendente. Questo significa che indipendentemente dal fatto che non ti pagano, il cinema si fa e prima o poi, i soldi arrivano.
Come dicevo al mio amico Vallati.
"Se non rischi, rischi di più!"
E lui ha rischiato.
Adesso c'è Sergio Assisi che mi ha chiamato per questo film da fare a Napoli. Il regista è lui. É una commedia e mi ha offerto proprio un bel ruolo. Solo che... "non ci sono troppi soldi". Mi fa tenerezza Sergio quando me lo dice, ma lungi da me, non dargli coraggio e rischiare con lui. L'ho sempre fatto, no? Viviamo tempi di crisi... Lucchetti e Salvatores continuano a non chiamarmi, Piccioni, nonostante l'amicizia trasteverina, mi considera come un suo collega e, per rispetto, non si può offrire un ruolo a un collega... anche se Tornatore un ruolo glielo offrì a Polansky. Ok... io non sono Polansky ma, è uguale: un regista non chiama a interpretare un suo film un altro regista. Il mio amico Moretti poi, non mi offre un ruolo proprio per dimostrarmi la sua amicizia... giustamente non mi chiama per poi non mettermi in imbarazzo di fronte al pubblico, caso mai qualcuno dovesse pensare che mi ha chiamato a interpretare un suo film perché sono un suo amico. Alla fine non resta che il cinema indipendente. Oh! Allora... capite che... se un tempo mi chiamavano per un film, avevo una vampata di gioia. Se oggi mi chiamano per un film mi viene sempre una vampata, ma è per il timore che si tratti di un film dove alla fine, sei tu che ci devi mettere i soldi. C’è una frase che è una vera e propria fucilata, ogni volta che la sento. Di solito è il regista che la pronuncia, sempre alla prima telefonata, tanto per chiarire le cose.
“È un film no budget!”
Quando sento questa frase mi viene sempre voglia di chiudere istantaneamente la comunicazione senza neanche sprecare un insulto. Invece, c’è sempre qualcosa in me che mi fa continuare a sentire quello che ha da dirmi, sperando che davvero, la storia e la sceneggiatura che leggerò sia il capolavoro. 
Una vaga possibilità di intuire almeno che alla fine del film sarò pagato, ce l’ho se vedo che sul set ci sono i cestini. Neanche questo però è una garanzia. Ci sono produzioni che sanno benissimo che far mangiare bene i lavoratori del cinema è un modo per tenerli buoni e arrivare perlomeno alla fine delle riprese senza pagarli. Ultimamente ho fatto dei film dove non ho preso un centesimo ma dove "se magnava da Dio". I giorni in cui non lavoravo, a volte, andavo a pranzo sul set. Ci scappava sempre qualcosa. 
Ho fatto film dove la produzione si è eclissata all'improvviso. Nessuno più. Scomparsi. Una volta in Puglia, sul set di un film a low budget, il fonico si impuntò. Alla fine della prima settimana non erano arrivate le paghe. Neanche la diaria. 
"Se non mi pagate puntuali, io me ne vado". 
Gli dissero, a lui come a tutti che le paghe sarebbero arrivate il prossimo venerdì. Lui fu irremovibile. Il lunedì fece le valige, si mise in macchina e solo allora, l'organizzatore mise mano al portafogli personale e gli dovette scucire i soldi. "Ammazza che stronzo!" 
Disse dopo averlo pagato.
E devo dire che, misto a una sorta d'ammirazione, questo pensiero passò anche a me. Possibile? Se ne sarebbe andato così? Lasciando tutta la troupe all'improvviso nel bel mezzo delle riprese, nell'entroterra pugliese?
Quando la seconda settimana, la produzione disse che i soldi sarebbero arrivati alla terza, un sospetto a tutti arrivò davvero. Alla fine della terza settimana, della produzione non c'era più nessuno. Fu il regista a darci la notizia: "Ci sono dei problemi... sono dovuti tornare a Roma..." Quel fonico fu l'unico ad essere pagato per quelle due settimane. E quel film naturalmente, non è mai stato finito.
Vabbè... il discorso sul cinema indipendente, magari lo riprendiamo più in là. Avevo intitolato questo post "Che lavoro fai tu?" perchè avrei voluto raccontarvi invece di un episodio che ha a che fare con un incontro importante della mia vita... non so se ho ancora tempo... i post dovrebbero essere brevi, efficaci e concisi, ma ormai ho attaccato a scrivere ed è troppo tardi per uscire e troppo presto per smettere di scrivere. 
Fantastica. Questa mi è venuta senza neanche pensarci troppo.
Cinema, cinema...
 Un pensiero per il caro Monicelli. 
Me ne fece passare di tutti i colori su quel set. La mattina prima di andare a lavorare, avevo la tachicardia. Il film era "I panni sporchi".
Già me ne aveva fatte diverse... una volta mi aveva pure menato. Cioè mi aveva rifilato uno schiaffone da dietro, dicendomi che se non mi fermavo nell'esatta posizione che mi aveva indicato, mi avrebbe fatto fare tutto il film di spalle. E poi... ci fu quel pugno che mi doveva dare Gianni Morandi. Proprio lui... il Gianni di "andavo a cento all'ora per baciar la bimba mia..." Non mi doveva colpire, mi doveva solo sfiorare. Un classico pugno da cinema. La perfetta coordinazione tra chi dà e chi riceve. Io poi dovevo volare su un tavolo pieno di bicchieri. Era la scena di un matrimonio e c'era questo tavolo e c'erano queste centinaia di bicchieri. A parte le manone di Gianni Morandi a me preoccupava parecchio il volo sul tavolo pieno di bicchieri.
"Non ti preoccupare, la facciamo in due inquadrature questa scena!"
Così mi rassicurò. Dicendomi che non dovevo volare davvero sul tavolo perché ci sarebbe stato un taglio su un'altra inquadratura stretta, dove si sarebbe girato questo volo e il tavolo poi, lo avrebbero accuratamente preparato per accogliermi. 
"Tu basta che voli e ti appoggi piano sul tavolo!"
Questo mi disse.
"Azione!"
E così faccio. La mano di Gianni Morandi mi sfiora, volo sul tavolo e mi appoggio con una mano. Il tavolo cede di schianto. Finisco in mezzo alle centinaia di bicchieri che esplodono all'unisono. La catastrofe.
"Che è successo? " Chiedo, completamente sommerso di pezzi di vetro.
"Niente, niente... ha ceduto il tavolo.
"Ma come ha ceduto... mi ci sono appena appoggiato?"
Mentre mi toglievano le schegge dalle mani e io mi sentivo anche in colpa per aver fatto perdere tutto quel tempo, vedo qualcuno sorridere, poi capto una voce, poi un'altra e alla fine capisco. Il tavolo aveva le gambe segate. Era tutto previsto.
Monicelli aveva fatto segare le gambe, così era riuscito ad avere più verità in un'unica inquadratura.
Amore per il cinema. 
Il sapore dell'incantesimo che vibra sulle nostre teste quando sentiamo la parola: "Pausa!" 
"Oh... non lasciate che la vostra musica rovini il silenzio delle vostre pause!"
Diceva un famoso maestro di musica ai suoi allievi. E le pause del cinema sono quelle che possono insegnare il mestiere. 
Sempre lo stesso film, qualche giorno dopo il volo sul tavolo segato, c'era la scena di un funerale. Quella era l’ultima delle tre giornate previste.

Verso l’una, una voce al megafono gridò la famigerata parola, tanto agognata dai lavoratori del cinema: “Pausa!”
Il mio camerino, così come quasi tutti quelli degli attori principali, era situato in una casina a circa cinquecento metri dal set. C’erano delle macchine della produzione che facevano la spola. Io decisi di fermarmi sul set. Andai verso il camioncino bianco che distribuiva i cestini per le comparse. Feci la fila e ne presi uno a caso. Decisi di non tornare in camerino quella mattina, mi cercai un angolo all'ombra, seduto su una sediolina, insieme a un gruppo di comparse e cominciai a mangiare.
“Caldo, eh?”
Mi voltai verso una signora grassoccia e tutta vestita di nero. Non sapevo neanche se era lei che aveva parlato e soprattutto se si era rivolta a me. Stava addentando un pezzo di pollo enorme e il trucco le si era sciolto a metà sul viso per via del sudore.
Gli occhi della signora si girarono verso di me ed io colsi l’attimo per farle un sorriso d’educazione e continuai a spalmarmi su una fetta di pane lo stracchino.
Con la coda dell’occhio la vedevo masticare e togliersi dai denti pezzetti di pollo e rimasticarli di nuovo. Sentivo il suo biascicare furioso e la cosa cominciò a darmi un po’ fastidio. Proprio nel momento in cui stavo valutando la possibilità di alzarmi e trovarmi un altro posto, la signora cominciò a parlare ad alta voce in un romano verace.
“M’ha detto coso, Ercole…”
Mi voltai verso di lei.
Lei però non si voltò verso di me e continuò a parlare guardando verso un punto indefinito davanti a sé.
“… che Monicelli vole fini’ prima de le quattro oggi, speramo. Io  nun gliela faccio più co’ sta callara. Semo a giugno e se schiatta. Figuramose ad agosto. E che sarà, l’inferno ad agosto? Che callara…”
Io annuii distrattamente e diedi il primo morso al mio pane e stracchino.
In quel momento, la signora si voltò verso di me e mi guardò per la prima volta.
“Che te la magni l’arancia?”
Guardai prima lei, poi la mia arancia nel cestino.
“Prego!” Presi l'arancia e gliela diedi.

“Tenga…”
“Grazie!”
La signora si prese l’arancia e la passò semplicemente nel suo cestino, poi continuò a parlare guardandomi in faccia.
“Speramo che finimo pe’ le quattro che ho lasciato mi’ fijo ar negozio stamattina. ‘Ndo lavori te?”
Restai lì a masticare il boccone, ma prima che potessi dire qualcosa lei continuò.
“Me pare che te conosco. Che stai da le parti de piazza Vittorio? Che lavoro fai?”
Stavolta la domanda era stata chiara.
“Io no… signora, io faccio l’attore”.
La signora lasciò cadere il pezzo di pollo che aveva tra le mani nel cestino. Prese l’arancia che le avevo dato e quello che disse, non lo scorderò mai più nella vita.
“Se… semo tutti attori qua. Che lavoro fai? Er lavoro vero!”

6 commenti:

Gino Ciaglia ha detto...

Mi sono svegliato con dolori dappertutto e con il bicipite sinistro che palpita come se avesse dentro un secondo cuore: preso tachipirina e caffè.
Insomma ero messo male. Poi ho letto il tuo post (mi arriva sulla mail e ho iniziato a svegliarmi (ho dimenticato addirittura di accendermi una sigaretta. La mia aorta malmessa ringrazia).
Io credo che se ne facessi un libro, di questi aneddoti, spaccheresti - dicono i giovani; io dico che hanno ragione loro: io comprerei le prime 3 copie.

Angelo Orlando ha detto...

Chi lo sa... per ora mi diverto a scriverli qui. Dammi un segno che sei ancora tra noi. Se faccio dimenticare di fumare scrivendo, allora il mio libro lo vendo anche in farmacia!

mimosa ha detto...

ieri al teatro Vale c'era un assemblea bellissima sul cinema indipendente... peccatoo!!!

dovevi esserciii!!


ti abbraccio forte e spero di vederti presto.... tienimi aggiornata sulla casa!

Gino Ciaglia ha detto...

... In farmacia... Non è una cattiva idea. Dovrebbero vendere anche i film comici in farmacia: "Mi dia per favore un Pensavo fosse amore invece era un calesse e un paio di film di Chaplin! Ho un dolore all'anca!"

Gino Ciaglia ha detto...

allora nn stavo sognando: l'orario dei post è sballato.

s i l v a n o ha detto...

http://quadernodisaramago.wordpress.com/

Sempre attento alle novità e interessato al confronto e al dialogo con il suo pubblico, non si è fatto cogliere impreparato dall'avvento del digitale e a quasi novant'anni ha aperto un blog, su cui scriveva di tutto: ne ha fatto un libro. José Saramago. L'ultimo quaderno. Ma già lo saprai. (ho sempre pensato che è strano usare un verbo al futuro riferendosi al passato). saluto. s i l v a n o.