martedì 23 agosto 2011

DOVE VIVONO LE IDEE

Questo è un blog. Fino a pochi anni fa, non sapevo neanche cosa fosse. Ora lo so. Scrivo. L'ho sempre fatto. Nello stesso tempo, cerco di leggere. Se non mi piacesse leggere, probabilmente, non scriverei neanche. Da qualche anno ho anche imparato a leggere più libri contemporaneamente. Prima non ci riuscivo. Se cominciavo un libro dovevo finirlo prima di cominciarne un altro. Ci sono poi i libri abbandonati a metà o all'inizio. Si lasciano con un segnalibro che pian piano sfiorisce all'interno. Quando vado a casa di qualcuno, la prima cosa che vedo è la libreria. Riesco a capire i libri lasciati in sospeso dalla posizione del segnalibro. Io ne ho circa una ventina: libri cominciati che sembrano un esercito allo sbando, in un accampamento di fortuna su una terra di nessuno. Sono lì, tra i comodini, in bilico sugli scaffali, ai piedi del letto. Sono tutti in attesa della battaglia finale. Quello che scrivo qui, per il semplice fatto che lo scrivo in uno spazio aperto, è a disposizione di tutti. 
Qui ci potrete trovare pensieri sotto forma di parole, riflessioni che sfumano in parodie o qualcosa di diversamente serio e apparentemente divertente. Qui c'è tutto quello che è il teatro personale di una vita legata a tante altre.  Certo!
Come il filo invisibile di una sceneggiatura da ricomporre a pezzettini con tutte le sue parti mescolate e gettate al vento. Un insieme di personaggi, azioni, scene che nel tempo, prendono forma di un "Quasi diario"
E questo riesco a vederlo. 
Basta essere costanti. 
"Non dimenticarti del blog!" Mi dice questa nuova voce. 
E questo significa che tra le diverse cose che scrivo, che penso, che faccio, non devo dimenticarmi di questo appuntamento con una "zona franca" del pensiero libero e aperto. Qui scrivo e imparo. Imparo tante cosette nuove. Anche pratiche! 
Recentemente sono riuscito a inserire, a scapito di una mezza giornata volata alla velocità della luce, anche i pulsantini per trasformare in Pdf i singoli post e magari stamparli. Pensate un po', come se ci fosse qualcuno che avesse voglia di stamparsi e portarsi al mare o in metropolitana il mio blog. Perché no? Il primo che mi manda un segnale e mi dice che l'ha fatto, vince la possibilità d'offrirmi una birretta. 
È bello farsi tenerezza da soli.
Tenerezza ho detto! Da non confondere con autocompassione (quella è da evitare come un Manhattan non preparato da John Procoli). E allora, va bene così. 
Quello che scrivo qui, può esser preso, letto e se ci fosse tra voi un matto che lo volesse recitare davanti a un pubblico fatto di parenti e amici comprensivi o da solo davanti allo specchio, potrebbe farlo. Siete liberi di farlo. 

La scrittura ha varie forme ed è formata da vari generi.
Un genere della scrittura che è anche una delle mie principali occupazioni, è la scrittura per immagini. La scrittura per il cinema. È grazie al mio lavoro di sceneggiatore se posso permettermi di starmene a casa ad agosto e scrivere un blog. Ho scritto diverse sceneggiature che sono diventate dei film e questi film sono stati venduti in televisione. E a ogni passaggio televisivo, in Italia, da una decina d'anni ormai, c'è questa cosa meravigliosa che si chiama Equo Compenso
L'equo compenso è semplicissimo. 
Se un film che hai scritto tu passa in televisione, ti frutta qualcosa. Questo compenso economico varia a seconda della durata del film, dell'orario in cui viene trasmesso e soprattutto da quale rete lo trasmette. Il problema è che non ti puoi mai fidare su questa rendita. Ci sono anni che non arriva nulla, altri invece dove i tuoi film li passano a raffica. L'esattore che fa da intermediario tra le reti e gli autori è la Siae. 
La Siae è un ufficio meraviglioso. 
A Roma ha varie sedi. Io vado sempre a quella dell'Eur, in viale della Letteratura, dove mi trattano ogni volta come se fossi Paul Mccartney. All'inizio pensavo sempre che si confondessero davvero con qualcun altro. Mi chiedevo: "Ma cos'è tutta questa gentilezza. Che vogliono da me?" Pensavo sempre che mi stessero preparando a una brutta notizia, di quelle del tipo: "Signor Orlando, da oggi è lei che deve pagare noi!"
Col tempo ho capito che alla Siae, in via della Letteratura all'Eur sono tutti così. È una cosa strana per un ufficio pubblico... sembra di stare in Labyrinth, quel film dove a un certo punto spunta David Bowie col parruccone.
Alla Siae sono sempre gentilissimi. Non come all'anagrafe, dove gli impiegati manco ti guardano negli occhi quando ti parlano, se ti parlano. Alla Siae, mi fanno sempre accomodare in un salottino e qualche volta mi chiedono anche se voglio un caffè. Il portiere all'ingresso mi chiama per nome. È sempre felice di vedermi. Dato che poi l'uscita è da un'altra parte, quando esco, faccio tutto il giro e vado a salutarlo di nuovo. A volte, mi viene voglia di rientrare, anche se non ho più niente da fare. 
La Siae è una specie di famiglia. Conosco ormai tutti gli impiegati delle diverse sezioni a cui sono iscritto e ogni volta che vado, sono sorrisi come se fosse tornato il figliol prodigo. 
Alla Siae c'è anche un'antica sezione che si preoccupa di tutelare le opere inedite. Si chiama sezione Olaf. Funziona così: tu scrivi un testo, un copione teatrale, una sceneggiatura, un libro, una poesia, una barzelletta o un epitaffio e porti quello che hai scritto a questa sezione. Ciò per dimostrare, caso mai uno avesse la stessa idea o te la copiasse, che il testo lo avevi scritto prima tu. Questa sezione, semplicemente ti ufficializza con un timbro, il cosiddetto copyright. All'inizio della mia strana carriera di autore non sapevo niente di queste cose che riguardavano il copyright. Non sapevo ai tempi che il copyright è qualcosa che l'autore si dà da solo nel momento stesso in cui ha scritto l'opera. Il problema è solo dimostrare che quell'opera l'ha scritta in una determinata data. In caso di contenzioso, le parti si rivolgono alla Olaf. Chi l'ha scritto prima? Chi ha il copyright più antico, vince. Ma non è così semplice. La Olaf, in quanto sezione della Siae addetta alla tutela delle opere inedite, è semplicemente quella prova lí. Per darti quel riconoscimento, devi pagare al giorno d'oggi, circa centocinquanta euro a testo (Quando ce li portavo io, erano centocinquantamila lire). Ci sono persone che si sono rovinate con la Olaf. Non avevano piú un soldo, ma avevano messo la propria opera al sicuro. La stessa prova che ti dà la Olaf te la puoi dare anche tu, da solo, andando alle poste e facendoti mettere un timbro su ogni pagina della sceneggiatura, oppure, semplicemente mandandoti la sceneggiatura via email con un servizio di posta certificata. La Olaf non credo che abbia piú tanto senso, ma credo che non ne avesse neanche prima, quando il tema dei diritti d'autore aveva lo stesso mistero che per me ha tutt'oggi la lavatrice.
Il fatto è che chi scrive per il cinema vive continuamente con lo spettro del plagio. 
C'è sempre qualcuno che ha avuto la tua stessa idea. 
Una volta scrissi un film che pensavo fosse il mio capolavoro. Me lo tenevo stretto. Pensavo: "Con questo film svolto!" Lo curavo come un tamagotchi, lo rifinivo, lo perfezionavo. Per paura che qualcuno me lo copiasse non lo raccontavo a nessuno. Per precauzione non l'avevo portato neanche alla Siae, caso mai anche lì ci fosse un infiltrato. Una notte, la raccontai a Valentina. Era da poco che stavamo insieme ed eravamo andati a farci la classica vacanza degli inizi su un atollo delle Maldive. Era il momento di raccontare la mia storia. Gliela racconto sotto un cielo pieno di stelle e col rumore del mare, sulla sabbia bianchissima.
"È una bellissima storia... soprattutto una bellissima idea!" 
Mi disse lei.
"Lo so!" 
Risposi io.
E poi ci tuffammo nell'acqua di un mare notturno da sogno.
Tornati a Roma,  dopo un paio di mesi, andammo al cinema.
Prima dell'inizio del film, durante i trailers, passa un film della Walt Disney. Uno di questi film commedia, fatti con attori famosi, destinati a un pubblico di bambini e adulti bambini. Il trailer dura un minuto e mezzo. Alla fine di questo trailer, Valentina comincia a guardarmi e si preoccupa seriamente perché io non do più segni di vita. Non so quello che mi successe. Forse sperimentai la catalessi, non lo so. Io ricordo solo che quel trailer era esattamente il film che avevo scritto. C'erano non solo l'idea e la situazione, ma esattamente gli stessi personaggi principali. La storia con tutta l'azione erano descritte in un minuto e mezzo di trailer ed erano le mie cento pagine di sceneggiatura. Non c'era appello. Era esattamente lo stesso film. Solo il titolo era diverso. 
Adesso, io non credo assolutamente ai poteri medianici di quelli della Walt Disney. Anche se il caro Walt masticava un po' di esoterismo, per me la Disney rimane quella di Qui, Quo Qua e Paolino Paperino. Come avevano fatto a produrre il mio film senza farmi il contratto? La risposta è abbastanza semplice. Le idee sono nell'aria. Se tu scrivi una sceneggiatura, prima che essa si trasformi in immagini in movimento, cioè in un film, è carta da pacchi. I film sono storie da raccontare. Sono fatti di quella materia che ha la stessa sostanza dei sogni, solo che questi sogni bisogna strapparli dalla fissità delle nostre sottocartelle nel computer e farle girare. Farle leggere da chi poi devi coinvolgere dal punto di vista artistico e soprattutto, produttivo.
Ecco qua. E ora che sono novello blogger e quasidiarista, mi sento pervaso da una rara onda di felicità nell'immaginare che qualcuno, addirittura puó stamparsi e portarsi i miei testi al pic-nic e sbriciolarci sopra il panino con la mozzarella di bufala. Tanto l'ombra del plagio si staglierà sempre sui muri della mia bella personalità ferita d'autore, derubato grazie a un collegamento telepatico con la banda malvagia della Disney. Quelli mettevano i messaggi subliminali con i fotogrammi pornografici in Bianca e Bernie, figurati se non hanno trovato un modo di collegarsi con il mio computer. 
In tutto questo, l'industria cinematografica italiana a noi poveri autori, non ci aiuta. 
Purtroppo, solo io conosco diversi colleghi autori che hanno portato la loro sceneggiatura a produzioni che li hanno lasciati non solo senza contratto, ma che hanno usato il loro lavoro come una cesta da depredare, passandolo ad altri colleghi con contratto e senza scrupoli. 
Le idee sono nell'aria, giá. 
Se io rubo due arance al mercato, quello è un furto. Se io prendo da una sceneggiatura un'idea, qualche scena, qualche situazione, un paio di sottotrame e tre o quattro personaggi cambiandogli età e nome, non lo è. E questo, perdonatemi, ma è davvero triste. È triste pensare che questo "non furto" sia fatto in collaborazione con autori complici e assolutamente convinti che stanno operando su un lavoro fatto da un loro collega, semplicemente ispirandosi ad esso.
È un mondo triste. Molti film che vedete al cinema sono il risultato di un'ingiustizia. C'è tanta ingiustizia in giro. Ognuno di noi lo sa. Nel suo piccolo sa benissimo che da qualche parte, nel proprio mondo, nella propria anima, qualcosa è stato violato. È un appuntamento con la perdita del nostro sguardo innocente. Da quel momento in poi, vogliamo solo dimenticare. Molti ci riescono. Altri no. Molti si scoraggiano. Si fermano sulla soglia del loro dolore. Altri s'incattiviscono. 
E questo è ancora più triste. 
C'è qualcosa di meraviglioso nel momento in cui tu sai che hai scritto l'ultima parola dell'ultima scena di una tua sceneggiatura. È qualcosa di straordinario che se si ha la fortuna di condividere è ancora piú bella ed emozionante. Tempo fa, mi successe che rimasi ipnotizzato da un finale. Non me lo aspettavo. Pensavo di star scrivendo una scena di passaggio. All'improvviso m'accorsi che invece avevo scritto l'ultima scena. I personaggi si fermarono lì. Mi stavano salutando. Mi emozionai tantissimo. Lessi e rilessi. Ascoltai la musica che mi aveva accompagnato a quel finale per ore. Quella notte non riuscii neanche a dormire. Uscii a passeggiare e feci l'alba da solo. 


L'anno scorso, scrissi con la mia amica Valentina Russo una sceneggiatura che presentammo al Premio Solinas, uno dei concorsi per sceneggiatori piú prestigiosi in Italia. Arrivammo tra i finalisti. Non vincemmo ma il fatto di essere arrivati tra i finalisti ci riempì di gioia e ci regalò qualche chiletto di speranza. Il Premio Solinas fa le cose per bene. Stampa in svariate copie tutte le sceneggiature partecipanti al concorso e poi le dá da leggere ai vari giurati. L'anno scorso tutti i finalisti furono invitati all'isola della Maddalena a discutere con la giuria dei loro progetti. Fu un incontro molto bello. Una di quelle cose che ti caricano d'energia. Qualche mese dopo, ebbi la possiblità di portare quella sceneggiatura in Cattleya, società importante. Una di quelle produzioni che se entri dentro, ti fanno il famoso contratto e ti sistemano per le feste. Giá. Ma le idee sono nell'aria fratelli miei.
Aspettai un paio di mesi. Ogni tanto sentivo la mia referente di produzione che mi rassicurava. 
Le frasi erano "Stiamo valutando... stiamo riunendoci apposta per parlarne..."
Un bel giorno, arriva la mail targata Cattleya.
Le mail non sono un buon segno. Fateci caso. Se qualcuno vuole darvi una buona notizia ha voglia di dirvela a voce. C'è bisogno di guardare negli occhi qualcuno a cui stai dando una buona notizia. Si ha voglia di sentire l'emozione nella sua voce.
Le notizie piú belle che mi sono arrivate via email erano messaggi di speranza, fotografie in powerpoint con scritte che incitavano all'armonia universale, alla gioia di una sana amicizia o invitavano a non aver dubbi sull'arrivo di una nuova era o di una grande somma di denaro imminente, ma sempre, alla fine della mail, c'era questa cosa che bisognava fare copia e incolla e girare la lettera ad almeno una mezza dozzina di persone, la ricompensa era la solita grande somma di denaro o di felicità, ma il guaio se non lo facevi era che poi ti si seccavano le palle. Una volta uno che mi aveva girato questa mail, aveva aggiunto anche la frase: "Funziona", al che io gli avevo prontamente inviato un'altra mail e gli avevo chiesto: "Cosa, che ti si sono seccate le palle?"
Una produzione svolge un servizio difficile, soprattutto quelle produzioni che si possono permettere di scegliere i lavori. Alla Cattleya sono molto gentili. Esattamente come alla Siae. Alla Cattleya ti danno sempre una risposta. Te la danno anche se te la mandano per mail. Chissà perché... mi sono chiesto, dopo un incontro, svariate telefonate, la risposta finale, arriva per mail... 
Le idee sono nell'aria. 
Le parole restano attaccate alla terra.
Ecco qui, per voi tutti, perché siamo tutti addetti ai lavori. Lo siamo e basta. Perché viviamo. Perché soffriamo, gioiamo, litighiamo, ci scanniamo e a volte, ci abbracciamo piangendo chiedendoci perdono! Questo accade perché il senso comune dell'ingiustizia è qualcosa che difficilmente passerá sulle teste di chi neanche si accorge di star compiendo un danno a se stesso. Perciò, un abbraccio sincero a tutti quei bambini feriti e violati nelle loro storie, nelle idee che avevano avuto, sviluppato, portato avanti e per cui avevano lottato. Un abbraccio ai piccoli Massimo, Gian Paolo, alla piccola Isabella, a Michele e alla sua bellissima storia del pescatore di dentici e anche a Fabrizio che aveva scritto il film piú bello del mondo che poi ha girato un regista piú famoso di lui... e a tanti altri. Non preoccupatevi. 
Respiriamo idee.
Ce ne nutriamo tutti i santissimi secondi della nostra piccola e grande vita. 
Una vita che a volte, vale anche una risposta così: 



Caro Angelo, scusami il ritardo nel risponderti.

Il fatto è che la tua sceneggiatura ci ha molto colpiti e divertiti. Da

tempo vogliamo sviluppare un film su queste tematiche. Di fatto, alcuni dei registi con i quali collaboriamo già ci hanno presentato alcuni soggetti al riguardo. Ora stavamo appunto valutando quale progetto, tra questi, sviluppare e produrre. E tra questi abbiamo

seriamente valutato anche "cinq, sei, set, ott" . Tuttavia, infine, abbiamo deciso di portare avanti i nostri già in possesso dati anche i rapporti già consolidati con alcuni nostri registi.

Mi spiace sinceramente, sarei stata veramente felice di lavorare assieme su questo progetto... Per il momento rimandiamo semplicemente la nostra collaborazione. Di nuovo tanti complimenti e auguri, un carissimo saluto.



Le idee sono nell'aria.


So long

3 commenti:

eleonora bini ha detto...

allora queste "mail di circostanza", ormai inviate indiscriminatamente senza scrupoli e... senza pena (come gli ambasciatori), non corrispondono ad altro che al famoso vecchio caro... "le faremo sapere"!!!! sigh!

Angelo Orlando ha detto...

Sai Eli, mi piacerebbe che fosse solo così. Il sottotesto (che è la cosiddetta zona ombra, la parte nascosta di ciò che appare), è anche: "Non ti agitare se vedrai in futuro qualcosa che assomiglia molto al tuo film. Queste risposte sono purtroppo molto peggio del classico, vuoto e freddo "le faremo sapere". Aggiornamenti su altro e sul tema, su prossimi post... un quasi diario, a volte è meglio di un diario.

Gino Ciaglia ha detto...

Eh... Hai messo a nudo una cruda realtà.
La realtà del "FOLLETTO", le idee sono nell'aria, e loro le risucchiano, come tanti aspirapolveri.
è successo anche a me. Oggi, se a viale della letteratura vogliono offrirmi un caffè, me ne guardo bene. Se accettassi, sarei costretto a gettarlo in quella pianta, lì nell'angolo. E la quella pianta, è l'unico essere vivente onesto in quel capannone dorato pieno di idee altrui e gente che sorride e, ogni tanto, ne muore uno che stava seguendo la tua pratica.