venerdì 19 agosto 2011

FAVOLE ARABE

Questa che segue è una fiaba araba. Io la lessi un bel po' di anni fa, in un libro di Kateshi Kitano, "Nascita di un Guru".
Ve la propongo qui, su questo spazio di confine, un po' rimaneggiata, per come me la ricordo, ma sempre efficace da leggere o da raccontare prima di andare a dormire, come favola della buonanotte. Un saluto al mio caro gruppo di lavoro 2007/2008 a cui la proposi come spunto di riflessione. Spero che qualcuno di loro passi da queste parti e gli capiti di rileggerla per vedere se nel tempo, qualcosa è cambiato. 
Le favole a volte sono meglio degli specchi. Ti riportano esattamente l'immagine di come sei nel momento in cui la leggi o l'ascolti. Non si sfugge alla verità delle favole.


Fu nel periodo dell’anno in cui sul versante Nord della montagna restava ancora un poco di neve che un vecchio cacciatore, si accorse di un nido di aquile. Era un posto isolato e fuori dal sentiero principale, ma il vecchio prese l'abitudine di andarci spesso. Gli piaceva osservare le aquile tornare al nido al tramonto. Qualche volta si portava il pranzo lì e aspettava ore e ore prima che apparissero all'orizzonte. Erano due bellissimi esemplari di aquile reali. Un giorno però, le aquile non fecero ritorno. Il vecchio cacciatore tornó a casa ma quella notte non dormí.
L’indomani mattina all’alba, prese con sé una corda e un paio di lunghi rami e s'incamminó con un pensiero e una strana inquietudine dentro. Nel nido trovò due piccoli di aquila. Uno era già morto, l’altro era vivo e vegeto. Lo portò a casa e lo allevò. Lo chiamò Kamui che in lingua ainu significa Dio. 
Un po' di tempo dopo, le ali di Kamui erano giá diventate belle grandi e nere. E dopo ancora qualche settimana, il vecchio capí che era tempo di lasciarlo di nuovo libero. Questa cosa peró, gli dava un grande conflitto. Sapeva che una volta rientrato nel suo elemento naturale, lo avrebbe perduto per sempre. Non sarebbe stato piú Kamui, ma semplicemente un aquila reale. 

In una casetta situata a pochi chilometri da quella del vecchio cacciatore, un piccolo scolaro di otto anni aveva gli occhi arrossati dal pianto. Il giorno precedente, nel recinto del tempio, aveva trovato un colombaccio ferito, incapace di volare. Se lo era portato a casa e l’aveva curato per una parte della notte. Il padre e la madre lo avevano aiutato e gli avevano anche detto di andare a dormire, di riposarsi che ci avrebbero pensato loro. La mattina andò a scuola, tornò a casa con tre suoi migliori amici e fece vedere loro il colombaccio. La domenica il padre preparò una gabbietta in un angolo del giardino. Per tutta la giornata il figlio, fece la spola tra l’uccello e suo padre che lavorava. Il ragazzino chiamò l’uccello Azusa che significava "Giglio". Ogni mattina, pomeriggio e sera, il ragazzino curava amorevolmente il suo Azusa. Un bel mattino, si sentì un colpo di ali nella gabbia. Il padre disse al figlio che Azusa aveva ormai imparato a volare.
“Ormai bisogna ridarlo alla montagna”.
Il ragazzino non voleva, ma il padre lo convinse.
Tu giochi nel giardino. Per lui il suo giardino è la montagna ed il cielo.
Il ragazzino montò sull’auto al fianco al padre e posò la scatola di cartone sulle ginocchia. Arrivarono su un altopiano e il ragazzino estrasse con entrambe le mani Azusa dalla scatola e gli disse addio.
Passò una locomotiva. Il fischio si protrasse in un’eco prolungata.
Con gli occhi chiusi, il ragazzino lanciò l’uccello verso il cielo.
“Arrivederci Azusa”. Disse il ragazzino.

In quell’istante, un’ombra si scagliò a tutta velocità verso il fianco del colombaccio.
Probabilmente per evitare l’ombra Azusa perse un po’ di quota. Ma senza deviare dalla sua rotta, l’ombra si riavvicinò rapidissima e piombò sull’uccello.
“No!”
L’urlo del ragazzino si ripercosse nella foresta circostante.

Il vecchio cacciatore batté forte le mani.
Quel mattino aveva anch'egli liberato Kamui che immediatamente, aveva catturato il suo cibo al volo. Il giorno in cui aveva raccolto Kamui nel suo nido e il tempo trascorso a prendersi cura di lui ripassò come la pellicola di un film. Benché fosse commosso a lasciar libero l’uccello sapeva che quella era una decisione giusta. Probabilmente non udì neanche l’urlo del ragazzino, ma se lo avesse sentito lo avrebbe sicuramente scambiato per un urlo di ammirazione per la presa di Kamui.

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