mercoledì 17 agosto 2011

I TRE CUORI DI ENNIO

"Nos sumus romani qui fuimus ante rudini"

Quinto Ennio, uno dei padri della letteratura latina era in realtà un pugliese di razza (in realtà Rudiae era una città della Calabria, ma oggi sappiamo che l'antica Calabria arrivava fino in Salento), ad un certo punto, dopo un po' che viveva a Roma, gli venne in mente di chiedere la cittadinanza. Giustamente, ai tempi, non si parlava solo di residenza. Essere romano era importante ed aveva anche i suoi vantaggi. Il caro amico Catone, compagno di tante passeggiate, venne allo scoperto. Fece di tutto per non fargliela avere. È una questione di tempo: i falsi amici vengono al pettine prima o poi...
o erano i nodi? 
Catone era diffidente su questo fatto dell'immigrazione.
Questi intellettuali calabresi, così infarciti di tradizione greca, giudicati alla stessa stregua di invasori culturali, per un integerrimo conservatore e tradizionalista latino come Catone, erano considerati molto pericolosi. Il nuovo fa sempre paura. Soprattutto se questo nuovo viene dall'esterno. 
Nonostante questo, immagino che Catone non potè fare a meno di essere affascinato da Ennio che, in quanto a talento artistico e culturale ne aveva da vendere. Ci diventò amico. È più facile a volte, diventare amico di qualcuno che si teme.
Ennio perciò ci rimase male. Uno dei suoi più cari amici gli aveva impedito di ottenere il privilegio di sentirsi romano anche giuridicamente e non solo dentro di sé.
Ennio però se lo immaginava. Sapeva come la pensava il suo vecchio amico. Tante volte ci si era scontrtato durante le chiacchierate notturne passeggiando sui fori. L'unica cosa che Catone accettava dalla Calabria, era il vino perché i calabresi quello lo sapevano proprio fare, dato che lo avevano imparato dai Greci. Ennio non gli serbò rancore e rimandò il suo sogno: essere considerato a tutti gli effetti romano, senza rinunciare agli altri suoi due cuori. 
Eh già... Ennio lo diceva spesso.
Io ho tre cuori (tria corda). 
Questi tre cuori erano tre fonti inesauribili di cultura, un misto di gioia mista a tragedia che l'allora Rudiae, ridente cittadina del Salento racchiudeva: questi tre cuori erano tre influenze culturali, sociologiche e artistiche.  L'influenza greca, quella della tradizione pagana locale, così ricca di favole e leggende esoteriche e naturalmente quella di Roma. 
Ed Ennio sognava di andarsene a Roma. Appena ebbe la possibilità lo fece. Era normale. Molti artisti che nascono in provincia, devono lasciarla per poter esprimere il proprio talento. E allora immagino il giovane Ennio che si trasferisce e comincia a vivere alla buona, condividendo l'affitto, in compagnia di altri cercatori di fortuna, in quella città che ai tempi, doveva apparirgli come una specie di Grande Mela. Cerca di sfruttare al meglio questi suoi tre cuori che gli consentivano di parlare non solo tre lingue alla perfezione, ma anche di essere in grado di rivolgersi a un pubblico molto piú ampio. Era un segno di multi-cultura che ai conservatori romani faceva abbastanza paura.
La storia non cambia, caso mai si ripete. 
E allora, con un coraggio che ai tempi era considerato alla stregua dei folli, molto peggio che rivoluzionario, Ennio cominciò a pubblicare e a scrivere cose che stupivano il popolo, facevano ammazzare dalle risate la classe media-borghese e che i nobili riccaccioni leggevano di nascosto.
Il fatto era che ci voleva uno straniero per aprire gli occhi su quello che di buono avevano fatto i vecchi colonizzatori. 
I greci conoscevano la satira. 
Sapevano cos'era e non solo, appena individuavano uno che la sapeva fare, se lo tenevano stretto.  

O Tite tute Tati tibi tantae tyranne tulisti (o re Tito Tazio, tu grandi dolori hai sofferto), mi ha sempre ricordato il vecchio sketch di Tognazzi e Vianello su uno scioglilingua toscano che ha a che fare con i tetti ritinti, eppure ai tempi, non era così semplice giocare sulle parole, soprattutto, quando si parlava di re o di imperatori che avevano fatto la storia di Roma e che erano considerati al pari delle divinità. Della faccenda di Tito Tazio era meglio non parlarne più di tanto. Per la la classe alta romana, conservatrice e tradizionalista, il fatto che Roma era stata governata per cinque anni da un re sabino, cioè da uno straniero, sia pur insieme a Romolo e che questa cosa, si fosse cercata d'insabbiare (a tutt'oggi i re di Roma sono considerati erroneamente sette e non otto), era una specie di tabù. 
Ed era una cosa che tutti sapevano, ma di cui nessuno parlava. Si tollerava semplicemente (esattamente come si tollera oggi Bossi che sputacchia sul tricolore). 
Immaginatevi però, arriva uno che ritira fuori un fatto che sta assumendo già le tinte di leggenda, gli toglie la polvere del tempo, rischia di spodestarla dal mito e restituirla alla verità di tutti i giorni, cioè all'attualità. 
Ennio sapeva che il futuro della società, era aggregare il nuovo. Non a caso fu uno dei mediatori multi-culturali della sua epoca. Dopo qualche anno, grazie agli amichetti Scipioni, ottenne anche la cittadinanza romana e la cominciò a sfoggiare con orgoglio, senza però perdere la consapevolezza dell'importanza delle proprie origini.

Ennio partiva dall'armonia dei suoi tre cuori. 

Un'armonia interiore da restituire all'esterno. 

Probabilmente anche il vecchio amico Marco Porcio Catone detto il Censore, lo capì col tempo, mentre di nascosto, anche dalla sua prima moglie, l'aristocratica Licinia, cercava un luogo dove rifugiarsi a leggere le Sabinae, dove si narrava il guaio che alcuni dei bravi giovanotti de 'sta Roma bella fecero, tempo addietro, andando a fare turismo sessuale all'estero, portandosi dietro anche qualche ragazzetta con la forza e facendo incazzare tantissimo Tito Tazio che un bel giorno si ritrovò al Quirinale, dopo una mediazione costata alle stirpi di quello che fu il grande impero romano, l'inizio di ciò che ancora oggi si chiama: società multi-razziale e culturale.

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