mercoledì 10 agosto 2011

QUALCUNO CHE T'ASPETTA (Con qualcosa in più)

Perciò... è ora di ripubblicare un ricordo. 
Rivisitarlo non fa mai male, tanto così... per vedere se per caso o per gioco se ne sta sempre fisso, uguale a se stesso, come in un bellissimo quadro. E poi provare ad aggiungere qualcosa, perché come nei dipinti più belli, lo sguardo può cambiarli ogni volta.

L'odore del vin brulé. Sempre presente. 
 "Angelorla'..."
Io la sapevo come continuava questa cosa... e se mi voltavo o rispondevo: "Eh?"
In coro gli amici mi dicevano: "Nun si' nisciun!"

Giù a valle invece Agostino ci aspettava con il pentolone. 
Me lo ricordo con un giubbottino grigio troppo leggero e la sua divisa da lavoro: una felpa gialla e nera con la scritta "Animateur" e il pantalone della tuta con le righine. Era la nostra divisa ufficiale. Ancora oggi mi compare all'improvviso davanti in qualche cassetto. Non la uso neanche per casa ma neanche riesco a buttarla.
Agostino riempiva di vino caldo con il mestolo i bicchieri di tutti e io potevo tirare un sospiro di sollievo. Il mio compito era portarli fin lassù, sci in spalla, fargli fare un chilometro a piedi, portarli al rifugio, rifocillarli e organizzarli per la discesa con la fiaccola in mano.
A valle Ago portava il suo gruppo di non sciatori a vedere la fiaccolata nella notte. Non l'ho mai vista quella scia luminosa: ne ho sempre fatto parte. Quando si usciva dal rifugio, dopo la cena, accendevamo le nostre fiaccole e si partiva. Quello era il momento che io preferivo perché ero ad un passo dalla fine del mio lavoro. All'improvviso, il mio compito di guida si trasformava in una semplice componente di quella scia luminosa di cui facevo parte. Non mi mettevo mai in testa alla colonna. Sarebbe stato anche giusto farlo, in qualità di responsabile della discesa, ma dopo le prime volte, avevo capito che nel gruppo c'era sempre chi ci teneva moltissimo ad essere il primo. Il gruppo della fiaccolata era sempre formato da sciatori esperti, in vacanza già da almeno una settimana. Tutti conoscevano bene la pista. Mi assestavo a metà colonna, lasciavo che gli sci mi trasportassero automaticamente fino a valle, seguendo a distanza il percorso di colui o colei che mi precedeva. Durante la discesa pensavo sempre questa cosa: "Che ci faccio io qua?" Prima di arrivare in quell'albergo in Val d'Aosta avevo messo gli sci ai piedi solo una volta, per una settimana bianca organizzata dalla scuola: sette giorni di spazzaneve mortificato, cadute strampalate e tragicomiche in cui ebbi la matematica certezza che io e gli sci eravamo agli opposti.
Ora io ero il responsabile di questa cosa e se ci pensavo un attimo di più, quasi mi sembrava di non essere io. Fino a poco tempo fa, sciare senza racchette, di notte, sotto un cielo quasi sempre coperto da nuvole nere, sarebbe stato vera e propria fantascienza o come dirmi di buttarmi da un grattacielo con un paracadute.
Durante la discesa pensavo anche ad Agostino. Dato che tutto avveniva in automatico, nel senso che da programma, la fiaccolata si teneva in quel giorno, a quell'ora, una volta ogni due settimane, molto spesso partivo con il mio gruppo sciatori senza neanche avvisarlo. Lui aveva il compito di organizzare il pentolone di vin brulé, portar fuori gli ospiti dell'albergo e aspettare il nostro arrivo. La fiaccolata era organizzata così: due parti che dovevano incontrarsi in una valle. Era così semplice da far paura.
Due parti, due tempi, due responsabili, uno per il prima e l'altro per il dopo. Pensavo ad Agostino durante la discesa. Mi chiedevo sempre: "Si ricorderà del vin brulé e di organizzare l'accoglienza a valle?" Certe volte mi sembrava impossibile.
"Non l'ho visto tutto il giorno. Non si ricorderà mai".
E allora pensavo a questa mia fiaccolata monca, incompleta e pensavo a cosa dire al mio gruppo, a quali giustificazioni potermi appigliare. Pensavo: "Porca miseria. Potevo prepararli prima al fatto che non ci sarà nessuno sotto a guardarci scendere". Ago non si ricorderà mai di organizzare il vin brulè e l'accoglienza a valle. 
Ancora oggi se penso alla sensazione di questa scia luminosa senza spettatori, penso a tutte le cose che mi suscitano pena, mista ad impotenza. Nella vita prima o poi ci si ritrova al cospetto dell'attimo della delusione. Delusione e gioia improvvisa hanno dei punti in comune: l'attimo!
Delusione e gioia fanno parte degli sguardi dei bambini. 
Un bambino ci crede sempre fino all'ultimo.
Poi cresciamo e ci prepariamo le nostri delusioni. 
Quella fiaccolata invisibile è ancora nella mia mente. Se ne sta lì, in una forma nata da uno sguardo improbabile, vigila su tutte le mie paure, guardiana e nello stesso tempo, prigioniera di se stessa, in un recinto dove nulla più accade.
 Penso spesso alla montagna e a quella responsabilità così lontana da ciò che pensavo di essere in quei tempi. Penso spesso all'inizio e alla fine delle cose. 
Devo dire grazie al mio vecchio amico Agostino. 
Adesso lui sa quanto importante è stato lui per me, in quel periodo, ma soprattutto ora che il tempo e la vita hanno spianato la vista. Ora che siamo diventati bravi somiatruites (sognatori di tortillas), abbiamo imparato che non è tanto importante il viaggio, ma cercare di non dimenticarci di quella sensazione che alla fine, c'è sempre qualcuno che ci aspetta.

E c'era un punto, circa a metà della discesa, in cui cominciavi a vedere la valle.
In quell'istante, il mio sguardo andava giù, verso quelle lucette e verso quegli applausi che si facevano sempre più vicini. Allora, una grande calma metteva a tacere ogni ansia e preoccupazione: "Agostino si è ricordato".
Così nella vita, le responsabilità cominciano quando cominci a preoccuparti di qualcun altro oltre che di te stesso. Nonostante tutto, credo che non si arrivi in nessun posto, se dall'altra parte, non hai l'aiuto di qualcuno che pur con compiti diversi, abbia lo stesso tuo scopo.
Mille volte mi dico che ormai l'ho imparata questa lezione. Mille volte trovo mille scuse per sentirmi solo e cercare di rovinarmi la discesa col timore che non ci sia nessuno ad aspettarmi giù a valle.

Giù a valle, frenavo sugli sci, mi fermavo a pochi passi dal grande pentolone e lo vedevo con il suo giubbottino che mi sembrava sempre troppo leggero, chinato con il mestolo in mano, l'odore della cannella e del vino caldo che arrivava forte e pungente. Pian piano mi avvicinavo e lui mi porgeva un bicchiere.
In quell'istante, tutti e due sapevamo che ce l'avevamo fatta.

E intanto arriva un altro domani.
Ogni estate, il nostro amico Agostino torna col suo sorriso e la sua camminata ciondolante. Succede sempre all'improvviso, quando meno me l'aspetto, quando non ci penso neanche. Qualcuno citofona. Mi affaccio alla finestra e non c'è nessuno. Suonano alla porta. Vado ad aprire: nessuno. Poi mi giro e mi accorgo che è entrato Agostino. E allora comincio a chiacchierare con lui e lui mi dice le solite cose. Non cambia mai Agostino. Appoggia quattro pacchetti di sigarette sul tavolo e se ne sta in silenzio. Poi mi sprona, mi dice: "Ma quando lo fai un altro film?" 
Poi mi parla di un sole nuovo e mi fa capire che il tempo non è mai passato, ma mi ha aspettato qui. Non so quanti anni che sbatto la testa contro lo specchio, ma pur tuttavia, sono contento che sto misurandomi con una pazienza che non credevo di avere. Giro lungo un pianeta invisibile. Scrivo… scrivo questo sì… ma poi alla fine, forse, ha ragione Agostino che dice che si scrive meglio in due. Io volgo lo sguardo a destra. Gioco con la mia solita storia e sul mosaico di un risveglio, colloco al primo posto quello di Agostino che mi svegliava con la sua voce assonnata e giudiziosa: “Angelo… ci sono i vecchietti da portare sul sentiero”. Un giorno ci rivedremo proprio lì, su quel sentiero che conoscevamo soltanto noi due, tu mi aspetterai dietro ad un dirupo, seduto, sopra un cumulo di neve ed io non sarò neanche tanto sorpreso di vederti, fratellino mio, perché in quell’istante capiremo insieme che noi due insieme eravamo due guide straordinarie.
Perché nessuno conosceva la montagna come la conoscevamo noi due insieme che eravamo figli del mare. Noi due, guide di terra, maestri di scalata dolce, trasformavamo petali di rose al vento in sorrisi di verità estrema. Questo eravamo: i più bravi, due sherpa indomabili, due marinai presi in prestito dal freddo. Due birre, anzi, due campari al gin.
"Con questo caldo Ago? "
Poi il colore viola che sopraggiunge con la luce della sera.
"Caldo, di quale caldo parli?"
Guardo verso la finestra. Le tende si agitano leggermente. 
È vero. Si sta bene. L'aria è più fresca.








2 commenti:

francesca ha detto...

Bellezza, Angelo.
Bellezza.
E ce la regali.
Grazie.
Fra

Gino Ciaglia ha detto...

Meglio di Francesca non potrei dirlo.