lunedì 29 agosto 2011

VIAGGIO TRA I SENSI: IL SENTIRE, IL VEDERE.

Percezioni...
"Che sta a di' adesso questo?"
Già mi sembra di sentire il bofonchiare di quei lettori incappati per caso su questo blog. 
Eccoci qua... dopo l'exploit dovuto alla lettura del post "Dove vivono le idee" alla trasmissione di Chiara Lalli a Radio 3, ci siamo riassestati intorno ai centocinquanta ingressi al giorno.
Non male. Centocinquanta è un bel numero. C'era anche quella filastrocca della gallina che cantava a centocinquanta (detta così però non fa neanche rima e la gallina sembra proprio stupida).
Oh! Per questi centocinquanta fissi e per gli altri che ruotano ancora distratti nella novella blogosfera, oggi introduco più chiaramente quello che sarà nel tempo, uno dei temi ricorrenti di questo viaggio alla ricerca della povera Alice perduta nelle sue meraviglie: i cinque sensi, più un altro che non si finisce mai di cercare. Il famoso sesto... ma io direi che forse, chissà, ce ne sono molti altri. Mai mettere limiti ai sensi nascosti. Allora...
Vedere, sentire, toccare, odorare e gustare sono i punti di partenza e se ci si fa caso un po' di più, non sono tanto separati tra loro. Cosa li unisce? C'è un senso tra i cinque che a volte si appropria dei diritti degli altri quattro. Non ci avete mai fatto caso? Sentite qua...
Ascolta come mi batte il cuore. Ma per ascoltare io devo toccare. Senti com'è buono questo gelato. Ma per sentire quanto è buono, devo gustare. Non senti che qualcosa è cambiato tra di noi? Ma per sentirlo, devo aver sperimentato questo cambiamento. 
Devo accorgermene. 
Nella vita di tutti i giorni vige la legge del "Non ricordo".
Poco fa ho incontrato Irene Jacob a Trastevere, una delle attrici verso cui ho una sorta di adorazione e che è capace di farmi regredire alle emozioni che provavo a tredici anni. 
Se non ci fosse stato un mio amico che mi avesse detto: "Hai visto che c'è Irene Jacob?" Sarei passato così, senza neanche riconoscerla. Colpa della poca attenzione. Volti che passano, ci sfiorano e si perdono nel solito tran tran quotidiano.
L'olfatto poi è un senso scordarello e si abitua immediatamente all'ambiente. 
"Ammazza e quanto profumo ti sei messo?"
Ve l'hanno mai detta questa frase? È perché l'olfatto si è abituato e dato che voi non sentite più il vostro profumo, sentite il bisogno di spruzzarvene di più. Gli altri però attorno a voi lo sentono. E poi non c'è profumo che tenga con un buon odore al naturale della pelle, a volte... ma a volte non è così. 
Non ci si fida e si cerca sempre di coprire il nostro odore. Poco tempo fa, ero in metropolitana a Barcellona e un ragazzo ha cominciato a cambiarsi i vestiti prendendoli da una borsa. Si è tolto la maglietta, e si è messo una camicia, poi si è cambiato pure le scarpe e fin qui, tutto bene. Capita no? Essere costretti a doversi cambiare per strada. Ad un certo punto ha tirato fuori una bomboletta spray e si è spruzzato una quantità inverosimile di deodorante. Nel giro di poco tempo, si è creato il panico. Una signora ha avuto una crisi di tosse, un'altra ha cominciato a lacrimare, altri si sono coperti il volto e si sono allontanati. Anche la ricerca costante di coprire il proprio odore naturale è una maschera che cerchiamo di usare un po' troppo spesso. La semplicità nei sensi e dei sensi è qualcosa che seduce molto di più ed è grazie alla semplicità di un modo di vedere e di sentire, di odorare la vita che può rivelarsi all'improvviso, qualcosa di straordinario. 
Per usare in modo semplice e attento i sensi, bisogna cominciare poco alla volta. Bisogna semplicemente, cominciare a essere più attenti. L'attenzione non è automatica. Noi invece la usiamo in modo distratto, quando la usiamo. Sicuramente non la usiamo sempre. Non si può andare in giro sempre concentrati altrimenti ti viene il mal di testa. L'attenzione però, richiede uno sforzo molto più complesso. Per questo, è molto importante nel lavoro creativo, imparare a usarla bene. A questo serve l'arte e a questo serve l'attenzione. Il verbo servire qui lo uso nel significato di "stretta collaborazione". L'arte serve, cioè si mette a servizio della nostra attenzione, così come la nostra attenzione, dovrebbe mettersi al servizio dell'arte.
Diciamo che in questo sforzo, un ruolo molto importante lo ricoprono i nostri sensi. I cosiddetti cinque sensi. Se spulciate questo blog qua e là, noterete che ogni tanto, spuntano riferimenti continui ai diversi modi di vedere. La percezione visiva è uno dei sensi fondamentali per un artista. Non che gli altri siano da meno, ma la vista è un vero nutrimento che se sviluppato correttamente, ci consente di metabolizzare tutta una serie d'impressioni che svilupperanno e aiuteranno nel tempo il lavoro creativo. Non si vede solo con gli occhi. Ho conosciuto nella mia vita, molti non vedenti e mi ha sempre sorpreso la loro capacità di accorgersi di tutto, usando in armonia, gli altri sensi che si facevano carico della funzione visiva deficitaria. È sorprendente di come questo accada. 
In questo mio girovagare nel mondo di Alice smarrita, nel tentativo di aiutarla a ritrovare la strada veso casa, affinché possa raccontarci le meraviglie del paese, dell'aldilà che ha visitato, ho raccolto nel tempo, tutta una serie di percezioni che mi hanno aiutato a capire il punto esatto in cui ero nel mio percorso artistico. A volte mi sono sentito davvero smarrito. Cercavo bricioline, tracce di qualcuno che era passato prima di me, ma la vista non mi aiutava. Il professor Ingenito, uno dei miei tanti professori di matematica che con me hanno fallito lo scopo di farmi entrare nella testa finanche la divisione a due cifre, per aiutarmi, mi chiamò alla lavagna e mi diede da risolvere la stessa equazione che aveva eseguito brillantemente in precedenza un mio compagno di classe. Mi presentai alla lavagna e mi diede lo stesso compito. Io guardai la lavagna nera che presentava tracce di gesso e vaghi solchi di quelli che erano i segni dell'equazione risolta e miseramente cancellata. Si vedeva e non si vedeva. Partii cercando di sforzare la vista, seguendo quei solchi. Ad un certo punto mi fermai. Non si vedeva più niente. Andai un po' a intuito, mi concentrai al punto che cominciai ad avere le visioni. Non ricordo quanto tempo ci passai a fissare la lavagna e a ricopiare quelle tracce. Quando alla fine, terminai, mi voltai sudatissimo e solo allora mi accorsi che sia il professore che tutta la classe stavano ridendo di quello che avevo fatto. Mi fecero l'applauso. Il risultato del mio sforzo visivo più che intellettuale era un accrocco di segni sparsi qua e là sulla lavagna: erano esattamente, tutto quello che ero riuscito a copiare e a immaginare, grazie alle tracce rimaste impresse dopo la risoluzione della stessa equazione del mio amico. C'ero riuscito, saltando qualche passaggio qua e là, ma avevo completato il lavoro.
Il professore mi mise sei più che significava che non sarei stato rimandato in matematica un'altra volta. 
Ho sempre ammirato quelli bravi in matematica. Avevo un cugino che risolveva equazioni come se fossero i cruciverba della pagina iniziale della settimana enigmistica. Io dove ci sono numeri m'imbroglio e sulla settimana enigmistica non riesco a unire neanche i trattini di quel gioco dove si formano vignette se unisci a penna tutti i numeri in sequenza. Quel giorno a scuola, davanti alla lavagna, feci uno sforzo visivo enorme e quando non riuscii più a vedere con la vista, fui aiutato dall'immaginazione. Una perfetta unione dei santi protettori dei matematici e dei cialtroni, con un pizzico d'intervento del santo protettore dei momenti critici e difficili.
Nel mio lavoro, sia che si tratta di scrivere o di recitare, a volte non ho quello sguardo che mi permette di essere subito creativo. Cerco sempre qualcosa di già fatto. Cerco tracce da seguire, poi a un certo punto, queste bricioline sul sentiero scompaiono e bisogna camminare in una notte senza stelle e senza luna. L'unica cosa che nelle tenebre ci può aiutare è l'ispirazione, cioè un corretto modo di usare l'immaginazione, unito soprattutto, da quel filo d'Arianna che è il cercare di andare al di là dei sensi che comunemente usiamo.     
"Hai visto chi c'è?"
"Chi?"
"Quell'attrice francese... come si chiama... Irene Jacob!"
"Ma dove?"
"Là!"
"Dove?"
"Aoh... ci sei passato davanti!"  
E allora mi volto, torno indietro. Mi avvicino e le dico le cose che dicono i fans ai loro miti. E le parlo nel mio francese stentato, dicendole semplicemente grazie per tutti quei film dove mi ha fatto emozionare. Poi mi accorgo che in effetti, sono emozionato anche ora e che ora mi batte forte il cuore. E allora glielo dico. Le prendo la mano e la porto sul mio petto.   
"Senti come batte?"
Lei sorride.
"Sento!"  

1 commento:

s i l v a n o ha detto...

165.

se riuscissi a descrivere un odore
avrei trovato il cuore dell'amore
avrei raggiunto quel punto di sostanza
che renderebbe urgente la fragranza
ma non quella descritta, quella vera
quella che si vorrebbe sempre intera
legata a quell'istante in cui la vivi
ma anche a quel momento in cui la scrivi