domenica 7 agosto 2011

XSEROMANIA

Roma.
Niente da fare, non c'è un'altra aria da respirare che mi faccia sentire a casa.
Effetto immediato. Mistero. Un fatto di odore. L'odore di Roma è profumo del tempo... è... vabbè, no... l'odore di Roma merita un post a parte. Promesso. Devo solo aspettare la famosa ispirazione.
Tra le varie cose da fare, dovrei anche stampare un po' di materiale da portarmi appresso. Molti arretrati da leggere. Ho un rapporto con la carta stampata, così come un feticista lo ha con uno stiletto dodici centimetri (il paragone mi è venuto naturale, non è che sia entrambe le cose?) 
Lo schermo del computer mi distrae. 
La carta invece mi mette nella posizione di concentrazione. 
A proposito di carte, nella cassetta delle lettere ho trovato diversi avvisi di bollette arretrate, con tanto di avviso di "distacchi dei vari servizi forniti". Domani giornata di pagamenti e di fax da inviare. 
Ecco qui. 
Il tema di oggi è un mio disagio, profondissimo disagio, ogni volta che devo stampare o fare fotocopie. La mia cara stampante Epson Stylus mi ha lasciato ormai da un paio d'anni. La vedo nel suo piccolo loculo in uno scaffale in basso della libreria. La vedo e penso che dovrei ricomprarmi una stampante. Cosa me lo impedisce? Il fatto è che c'è sempre meno bisogno della carta. Ormai si invia, ci si scambia documenti, si importano, si esportano in vari modi. La carta arriva sempre alla fine, come una specie di grande mare che tutto accoglie. 
E poi a Trastevere noi abbiamo Xseromania.
Ogni volta che vado da Xseromania, quando poi esco, il pensiero successivo è: " “Mai più da Xseromania!”
Da qualche mese da Xseromania c’era una bella novità.
Le teen-ager del piano di sopra.
Le teen-ager del piano di sopra, in realtà, sono le addette a servire i clienti che hanno bisogno di stampare qualcosa. Per farvi capire meglio, il piano di sopra di Xseromania è il luogo dove tu porti la chiavetta USB. Uno ci va per farsi stampare delle cose che appunto, ha sulla chiavetta USB. È un’operazione apparentemente semplice che tuttavia, ora che è affidata alle teen-ager del piano di sopra, può essere un’operazione pericolosamente lunga, col rischio di passarci una mezza giornata. 
Prima delle teen-ager del piano di sopra c’era Alessio. Alessio che non si sa bene cos’era e che ci faceva lì al piano di sopra, ma prima era lui che si occupava di ricevere la tua chiavetta USB e di stamparti i documenti. Alessio in realtà era un regista. Un regista di videoclip e di cortometraggi che montava lì al piano di sopra. Una volta mi fece vedere tutta la scena dei titoli di testa del suo ultimo cortometraggio, dicendomi che aveva montato solo quella per ora. Mentre aspettavo che finiva gli ultimi ritocchi ai titoli, ringraziavo il cielo che lo avevo preso a inizio montaggio e che non c’era da vedere tutto il corto. Tuttavia mi ricordo di questi titoli di testa infiniti. Ogni tanto gli facevo vedere la chiavetta per ricordargli lo scopo e il motivo per cui io ero lì, ma lui proprio non pensava al fatto che ero un cliente. 
Per lui ero semplicemente un collega.
Appena mi vedeva apparire dalle scalette, il volto gli si illuminava. 
Mi salutava contento. E io sapevo che il mio destino era segnato.
“Belli!”
Gli dissi alla fine dell’ultimo titolo, mostrandogli la chiavetta.
“E vedrai poi il corto!”
“… quando lo monterai, sì, lo vedrò!”
Chiavetta.
“No, quando lo girerò!”
“Perché non l’hai girato?”
Sempre chiavetta.
“No, per ora… ho montato i titoli di testa!"
“Chiaro!”
“Così m’avvantaggio!”
“Bene… devo stampare questa...”
“Sì…”
Se Alessio prendeva la chiavetta USB tra le sue mani era quasi fatta, come se la chiavetta fosse una specie di fosforo attivo che lo riportasse al ricordo di sé e a quell’inconveniente che gli capitava di tanto in tanto, che era quello di inviare i documenti da stampare al piano di sotto.
“Sai che cortometraggio è?”
Il problema era sempre quello di fargli prendere la chiavetta in mano.
“No… mi stampi per favore?”
“È tratto dal mio libro!”
“Ma dai… tieni la chiavetta!”
“Eccolo qui!”
Ed ecco che il libro appariva tra le sue mani. Non so quante volte lo ha tirato fuori.
Il libro di Alessio me lo ricordo molto bene. Mi ricordo anche il colore, il disegno, la copertina davanti e quella di dietro. Me lo ha regalato una volta, prendendolo da una pila di un centinaio di copie che teneva tutte sotto la scrivania. Ho anche tentato di leggerlo, ma dopo le prime tre pagine l’ho chiuso sapendo che mai più ci sarebbe stata un’altra occasione. Ciò nonostante, ho tenuto il libro di Alessio in bella vista per tanto tempo, quasi come il fatto di sapere che mai lo avrei letto, mi desse un lieve senso di colpa che doveva essere alleviato dall’avercelo sempre davanti agli occhi, esattamente come un monito, come un triste ricordo di un’inadempienza.

"Ne vuoi una copia?"
“Me lo hai già dato!”
"Ah!"

Non so quante volte è accaduta la stessa scena. E ogni volta pensavo che ora mi avrebbe chiesto se lo avevo letto.

“Che ti sembra?” 

Ecco qui. Me l'ha chiesto.
Cosa si fa in questi casi? Gli si dice la verità o si va verso la menzogna?
Non so se vi è mai accaduto di infilarvi dentro una discussione e dire che avete letto un libro o visto un film ma che in realtà non avete mai letto o visto. Si soffre molto e non vedi l'ora che si cambi argomento. Se qualcuno ti fa domande sull'argomento, se ne può uscire soltanto se dici di non ricordare bene perché lo hai letto o visto tanto tempo fa.

"Se lo leggi, sembra proprio di vedere un film!"

Optai per la via di mezzo. Avevo detto: "Se lo leggi..." il che non significava che lo avevo letto. Sono il re delle risposte a metà e delle omissioni. Ricordatevi però che si va all'inferno lo stesso. "Si pecca con pensieri, opere e omissioni", mi dicevano le suore al catechismo.

Alessio fu contentissimo della risposta. E mi chiese perciò se volevo vedere anche i titoli di coda.

"Hai montato anche quelli?"
"E certo!"
"Ti manca solo il film, allora!"

Alessio alla fine, quasi costretto dal tempo e da un impeto di dovere, prendeva la chiavetta, ti inviava i documenti giù, scriveva su un foglietto un prezzo molto più basso di quello che era il dovuto e mi salutava dicendomi: “Alla prossima!”

Sono diversi mesi che non vado da Xseromania.

L'ultima volta, c'erano le teen-ager e l'esperienza vissuta con loro mi ha fatto rimpiangere Alessio. Tra una cosa e un’altra, in un linguaggio a me incomprensibile ma credo, anche alla maggior parte degli umani, le teen-ager del piano di sopra di Xseromania, mi fecero aspettare un'ora prima di inviarmi la stampa di una sceneggiatura al piano di sotto.

Andare da Xseromania è come il viaggio di Dante all'inferno. Si va per gironi.

Prima di scrivere il prezzo che avrei dovuto pagare al piano di sotto, una delle teen chiese a un loro collega, seduto a pochi passi: "“Quanto costano novantasette fogli?” 
La risposta fu accurata e precisa:  “Novantasette fogli, nove euro e settanta”. 

Chiaro come il sole. 
Scesi dove il sole era sempre più lontano.

L'obiettivo del piano di sotto di Xseromania è: farsi dare le stampe e pagare.

Da Xseromania al piano di sotto può accadere di tutto.
Mentre al piano di sopra, il tempo previsto per farti servire varia ma, rimane pur sempre oscillante in un lasso di tempo che comunque sai che avrà un termine, una volta che la stampa viene inviata al piano di sotto, sai benissimo che vai incontro a un destino ignoto. 

Con le teen-ager non puoi neanche sapere se hanno inviato i documenti giusti. 
Non sai nulla. 
Non sai cosa uscirà, in che formato uscirà e soprattutto se uscirà mai qualcosa. 
Il piano di sotto di Xseromania è el "reino del olvido"

C’è l'uomo delle copie delle foto che forse è nato lì dietro, ha un’età indefinibile che può variare dai trentasei ai cinquantasei anni. Qualche volta se ne sta fuori a fumarsi una sigaretta ma non perché non abbia niente da fare, semplicemente perché deve fumarsi una sigaretta. Davanti al suo bancone ci puoi trovare una fila di quindici persone che aspetta, ma se lui decide che è pausa sigaretta, è pausa sigaretta. Non ci piove. La signora di Xseromania nel frattempo, si sposta da destra a sinistra, da sinistra al centro, tracciando le meccaniche celesti di Battiato mentre il mondo aspetta fotocopie.
Mi sono chiesto spesso che cosa fa quella signora. Me lo sono chiesto osservandola e cercando di capire se in questo suo vagare ci sia un senso. Probabilmente esiste un senso per tutto. 

È un po’ che ci penso: Xseromania in realtà non esiste. 
Esiste soltanto quando qualcuno decide di andarci. È uno di quei luoghi strappati dalla metafora di una favola che si racconta ai bambini prima di mandarli a dormire. È un luogo che ti aiuta a sognare e mette alla prova la tua fede in questa realtà. È la bottega di Safarà del numero 182 di Dylan Dog, è il paese di Brigadoon del film omonimo. La verità è che tutti noi, artisti spaventati dal mondo cattivo, adoriamo Xseromania. Abbiamo un rapporto con questo luogo di grande rispetto. Perché quando esci da Xseromania, ti senti allineato con le alte vibrazioni dell'universo. E lentamente, prendi coscienza di ciò che noi umani chiamiamo tempo. Se ci fai caso, pian piano puoi ricominciare a sentire il tic toc di un orologio interiore. Sono ancora qua! Il battito del miracolo del tuo cuore. Lo dici con gioia e con la tua bella stampa sotto al braccio, sul viso, hai il sorriso dell'uomo felice.




2 commenti:

carmen iovine ha detto...

Tu sei un genio...

francesca ha detto...

...Chiaro come il gin tonic!