giovedì 29 settembre 2011

QUANDO RITORNERÒ BAMBINO

Janusz Korczack era il suo soprannome letterario. Nacque in una famiglia ebraica polacca, benestante. Il nome vero era Henryk Goldszimit.  Morì nell'estate del 1942, probabilmente ucciso dalle difficili condizioni di vita, nel campo di sterminio di Treblinka, in Polonia dove venne deportato insieme alle centinaia di bambini della "casa degli orfani" di Varsavia. Lessi il suo libro per caso, perché m'incuriosì il titolo:"Quando ridiventerò bambino". Mi appassionai talmente alla sua vita dedicata interamente allo sviluppo di nuove teorie educative che decisi di fare delle ricerche su di lui e soprattutto, di provare a immaginare un mondo migliore, fondato su un sistema di educazione diverso da quello che normalmente ricevono i bambini nella società moderna. Non è semplice parlare di lui perché non è semplice parlare dell'infanzia.
Come mi muovo sbaglio!
E penso ad ogni genitore e al difficile compito che ha nel rapportarsi con i propri figli.
Non è semplice parlare d'infanzia perché bisognerebbe fare un passo indietro e cercare di entrare in un mondo che solo apparentemente non ci appartiene. Il mondo di un bambino non è un mondo del passato: è un mondo del presente. Tutto  scivola e sembra imprendibile, eppure basta un nonnulla per ritornare lì, in quell'isola e scoprire un sapere che è all'origine di tutto. Korczack lo sapeva. Lo aveva intuito perché probabilmente, era ridiventato bambino e l'unico scopo di chi ridiventa bambino è quello di proteggere l'infanzia, difenderla dall'assalto barbaro dei suoi predatori. 
Ridiventare bambino significa tante cose.
Significa sperimentare di nuovo il contatto con qualcosa che molto spesso, abbiamo dovuto nascondere o che abbiamo dovuto abbandonare in una cantina buia. 
La separazione dal bambino in realtà non è mai avvenuta. 
Korczack dedicò tutta la sua vita a questa separazione apparente. E  non abbandonò mai i suoi bambini, neanche quel giorno in cui marciò insieme a loro, disponendoli in fila, quattro per quattro, come se fosse un gioco, verso il treno che li avrebbe portati alla morte. 
La separazione dell'adulto dal proprio bambino è il concetto su cui Korczack, ha riflettuto tutta la vita, cercando d'introdurlo ovunque. Un uomo che è tornato bambino deve restare lì, dove il pensiero è saldo e unico, dove i sentimenti non si frammentano. Il bambino per Korczack è la chiave di tutta l'umanità. Il mondo che avvolge i bambini è come una coperta troppo piccola che non basta a proteggerli dalle intemperie che nascono a causa degli adulti. Il fatto che i grandi si credano i padroni del mondo, che decidano le sorti delle nazioni, che dettino le regole, gli ordini, che stabiliscano le leggi e che non si curino troppo degli sguardi e delle richeste della "gente pococresciuta", ben presto causa una vera e propria rivoluzione nell'animo del bambino. Questa rivoluzione li porta al desiderio di non sentirsi adatti, perciò prigionieri di qualcosa da cui bisogna evadere al più presto: l'infanzia. Per Korczack il mondo in cui vivono i bambini è il mondo dell'incomprensione che ben presto, sfocia nel mondo della tristezza, dell'isolamento e del dolore. Korczack vorrebbe cambiare questo mondo e invita più volte a cambiare un punto di vista: mettersi nei panni di un bambino. Per cambiare il mondo bisogna ricostruirlo, ma per ricostruirlo bisogna distruggere quello che, in quanto adulti (adatti), pensiamo di aver costruito su basi solide. Nel suo lavoro "Il diritto del bambino al rispetto", Korczack lo aveva chiesto, lo aveva urlato: "Bisogna prendere in considerazione il bambino ora e non l'adulto che diventerà!"  
Un'idea del genere, per quei tempi stravolgeva completamente ogni sistema educativo. Egli fu un vero riformatore, attento soprattutto ai bambini che non avevano la sorte di avere una famiglia, costretti a vivere per strada. Lottò con tutte le sue forze, contro un metodo meccanico d'insegnare nelle scuole. Tutti sanno di cosa si tratta, perché la maggior parte di noi ha avuto questo insegnamento. Non è colpa di nessuno. È colpa solo di una mancanza di punti vista. Gli adulti di oggi hanno dimenticato i bambini che sono stati. Tra le dune del tempo, la sabbia del passato, emergono ogni tanto gli occhi di quando ci sentivamo "quasi adatti" e lottavamo con la consapevolezza di essere unici. Korczack diceva: "Non esiste il bambino. Esiste l'uomo in quanto individuo. Il bambino è un individuo particolare che ha una propria vita. L'errore più grande della pedagogia è pensare di tracciare le basi per l'educazione del bambino e non dell'uomo!"


"... è faticoso frequentare i bambini... 
bisogna abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.
Non è questo che più stanca...
È piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli."

Janusz Korczak 


martedì 27 settembre 2011

IL CIELO SOPRA MANAUS

"Buongiorno signori, in cosa posso esservi utile?" 

Da qualche parte, nel mondo, una matita o una penna viene posata sulla scrivania. Da qualche parte, nel mondo, una mano si dirige verso gli occhi stanchi. Il miracolo di un'altra creazione. L'uomo e il signore portato in volo da un gruppetto di angioletti, si sfiorano le dita ancora una volta.

Chi rende vivi gli eroi di carta, ha un compito importante. Come nella vita, gli opposti degli eroi di carta sono eternamente in conflitto, ma quasi sempre, tutto va a finire bene.

"E questo è tutto!" 

Dice Porky Pig, mentre compare Trilly che con una scintilla di bacchetta magica, chiude il cerchio e la scena, ma la scena in realtà non si chiude, si apre. 

La dimensione delle anime di carta prende vita nel momento stesso in cui la scena si chiude sulla storia. Il nostro sguardo è già lontano, ma il tempo di un battito di ciglia e tutto ricomincia. Lo so da secoli ormai. Buoni e cattivi nei fumetti sono tutti uguali. Essi prendono vita sempre, ogni volta che lo sguardo si posa sulle pagine che cominciamo a sfogliare. Sul piano orizzontale delle loro vite, i fogli che scorrono, nel modo occidentale di leggere un fumetto, cioè da sinistra verso destra, creano qualcosa che loro percepiscono come un vento leggero: il soffio divino del loro creatore. 

Già... anche noi lettori siamo creatori del loro mondo. 
Siamo i creatori ogni volta che decidiamo di dar vita al miracolo della lettura.
Fin da piccolo mi sentivo attratto dal mondo dei fumetti e ho sempre cercato un rapporto diretto con gli sceneggiatori e i disegnatori. Quando la saga di Ken Parker si esaurì, tanti anni fa, scrissi una lunga lettera ai suoi autori, Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo. Mi sentivo tradito, abbandonato e tentavo di superare il senso di vuoto, cercando una loro risposta che non arrivò mai, se non nel tempo, in quello che hanno creato dopo. Non potevo immaginare allora, che anche l'editoria dei fumetti ha regole spietate e che deve fare i conti con la classica altalena: domanda e offerta. Un piccolo pubblico di appassionati non poteva bastare a tenere in vita un personaggio che mi aveva aiutato a mantenere acceso il respiro ed il sogno. Con l'interruzione della pubblicazione di Ken Parker decisi di smettere con i fumetti. Non potevo soffrire così per un personaggio di carta. Finii di comprare i fumetti e i fumetti per me, erano solo quelli della Bonelli. Gli americani neanche li prendevo in considerazione. Gli amici che collezionavano i supereroi non riuscivo a capirli. L'umanità che avevo conosciuto con le pubblicazioni della Bonelli non riuscivo a incontrarla in nessun altro fumetto. Col tempo, avevo imparato a immaginare di essere io stesso uno di quei personaggi che si muove, seguendo i fili invisibili di un misterioso autore che aveva la facoltà di farmi imbarcare verso viaggi meravigliosi e mi aiutava a costruire dentro di me, confini dove la fantasia e la realtà non sono tanto separate tra loro.
 
Gli eroi di carta, attraverso le loro nuvole fatte di parole e di pensieri, hanno una grande responsabilità verso il pubblico che segue le loro avventure. Questi eroi agiscono e parlano al bambino che è in ognuno di noi. Non finiscono mai di stupirci. Quando pensiamo di aver terminato di leggere un fumetto, abbiamo appena cominciato a viverlo, a trasformarlo. I bambini che ci abitano dentro, s'impadroniscono di ogni tipo di messaggio, lo pesano, lo metabolizzano e lo distribuiscono in parti uguali nel proprio essere. E allora...

"Buongiorno signori, in cosa posso esservi utile? L'esperienza pluriennale della nostra azienda è a vostra totale disposizione!"

Era l'estate del 1975. Quelle prime parole e soprattutto, le immagini delle prime tavole del nuovo albo che avevo tra le mani mi avevano sorpreso. Fino a quel momento, ero abituato a ben altro. Cosa stava succedendo? Il signore grassoccio dell'agenzia turistica che appariva subito dietro la seconda di copertina, continuava e invitava ad approfittare del nuovo anno per mettersi in viaggio.  
Il nuovo fumetto si chiamava Mister No e da diversi mesi, era in atto una campagna pubblicitaria sulle ultime di copertina degli altri albi della stessa casa editrice. Quando arrivò il momento, lo comprai a scatola chiusa. Quella prima pagina però... mi aveva deluso. Girai in fretta e passai alla seconda.
Così conobbi Jerry Drake, un ex pilota americano che per sfuggire al disastro e ai fantasmi della seconda guerra mondiale, si era rifugiato a Manaus, in Brasile, dove la sua occupazione principale, era accompagnare con un vecchio piper, attraverso i cieli dell'Amazzonia, quei turisti che volevano arrivare lì dove gli aerei di linea non riuscivano ad atterrare. La maggior parte del suo tempo, poi la passava a bere cachaça nei bar scalcagnati di Manaus e a dare fastidio alle ragazze. Quei primi disegni nel numero uno del nuovo eroe di casa Bonelli mi avevano ingannato. Uno scorcio di strada di New York e l'interno dell'agenzia turistica, il faccione del commesso che invitava a mettersi in viaggio, mi sembravano così lontani dalle atmosfere della palude di Darkwood dove viveva lo Spirito con la Scure o le grandi praterie dove Aquila della Notte e i suoi pards cavalcavano, andando incontro alle loro avventure. Mister No cominciava decisamente male, ma ben presto, mi accorsi che quel brutto inizio era una sorta di trappola e che non mi sarei potuto staccare più tanto facilmente da quel mondo e dallo spirito di libertà che si respirava nelle storie che si sarebbero susseguite mese dopo mese. 
Ho sempre amato i fumetti. Li ho sempre letti e a volte, collezionati. Grazie ai fumetti ho creato mondi paralleli su cui la fantasia ha costruito le sue basi. Un mondo immenso fatto di avventura, amore del viaggio e un senso di giustizia a cui attingere come da un pozzo inesauribile. A poco a poco, questa sottile dimensione che si formava davanti al mio sguardo, si affacciava e si confrontava con tutto ciò che confluiva a dare un volto a quello che era il riconoscersi. 
I fumetti sono stati la mia vera grande scuola. 
Ecco perché sono grato a Sergio Bonelli e suo padre Gianluigi che già ci aveva lasciato dieci anni fa. Sono grato profondamente ai loro eroi che hanno trasformato la carta in un mondo ricco e vivo. Ma più di tutti, il mio è un ringraziamento sentito per un uomo che ho sentito sempre vicino, in quella zona invisibile e appena percettibile, dove gli eroi amano, lottano, tradiscono, vivono seguendo modelli di comportamento umano. 
Sergio Bonelli era un uomo che amava il viaggio verso quell'altrove raccontato per immagini e attraverso le nuvole delle parole e i pensieri sulla carta, ci regalava la sua visione del mondo che era molto simile a quella della sua creatura preferita, il vecchio Jerry Drake, ex pilota d'aerei che lottava non solo contro le ingiustizie in cui di volta in volta, s'imbatteva, ma anche e soprattutto per difendere la propria tranquillità e la vita che aveva scelto di fare, lontano dalla civiltà che sentiva si stava sfaldando davanti ai suoi occhi. Jerry Drake amava volare così tanto, quanto almeno il suo creatore. Il filo invisibile che lega l'autore del viaggio di un eroe con la dimensione della fantasia ci avvolge e si respira ad ogni passo che facciamo verso noi stessi, cioè ad ogni conquista che la nostra consapevolezza fa verso la propria  coscienza. 
E lo spirito di un eroe non muore mai. 

Grazie Sergio.



venerdì 23 settembre 2011

UN GRANELLO DI SABBIA

Ecco qui. In pieno regno della mezzanotte. Molti di voi leggerete questa favola di giorno, ma è lo stesso. La nostra mezzanotte è un aldilà immaginato, oltre la sfera del tempo o del possibile. Un luogo così vicino che risulta essere invisibile. Il nostro mondo della mezzanotte non ha tempo. Non ha un orario. Non ha buio, nè luce. È un luogo dove è possibile entrarci per caso o dopo un peregrinare infinito. È un tunnel che porta nell'altra casa, quella dove non si può camminare da soli se non perdendosi, ma dove necessariamente si ha bisogno di una guida, umano o gatto che sia. Un, due, tre... Benvenuti...

Tanto tempo fa, ma proprio tanto tanto, la terra era un paradiso bellissimo. L'acqua sgorgava ovunque, non esistevano animali feroci e gli uomini non conoscevano il male. Sugli alberi cresceva la frutta senza gli additivi e tutto era fresco e saporito. Non esistevano i negozi biologici perché era già tutto biologico. Non c'era bisogno di andare a cena dal vegetariano perché si mangiava solo vegetariano. Dio passeggiava tranquillo sui sentieri del mondo e ogni tanto si faceva anche qualche chiacchiera con qualcuno, naturalmente senza qualificarsi. Non c'era bisogno infatti di dire che tutto questo paradiso lo aveva creato lui. Dio infatti era una personcina umile, si rasava tutti i giorni e non ci pensava proprio a farsi crescere la barba. Una volta si era fatto crescere le basette e il ciuffo, ma quando una sera gli chiesero di cantare Suspicious Mind decise di tagliarsi tutto. 

Un giorno due uomini, due amici, fecero una cosa strana. Una mela cadde da un albero e uno dei due la raccolse nel momento stesso che l'altro pensò che gli sarebbe piaciuto mangiarsela. Si creò quindi il primo conflitto della storia dell'uomo. Quello che aveva raccolto la mela se la mise in tasca e quando il suo amico gli disse che voleva mangiarsela, non gliela diede. I due cominciarono a litigare e a insultarsi. Guarda caso, in quel momento Dio passava da quelle parti e vedendo questa cosa strana, cioè che due uomini si stavano insultando, si mise in mezzo, cercando di dividerli. Si avvicinò proprio nel momento in cui i due venivano alle mani e visto che i due non la smettevano di litigare, dopo averli osservati per un po', decise d'intervenire. Fece venire un temporale fortissimo. I due uomini si ripararono sotto i rami dell'albero e sotto la pioggia che cadeva, Dio si rivolse a loro. 

"Allora, statemi a sentire. Questo bel giardino è tutta roba vostra. Perché avete litigato per una mela? Lo vedete quante mele ci sono qua? E che modi sono questi. Sapete chi sono io?"

I due uomini lo guardarono senza rispondere.

"Eh? Non lo sapete, eh? Io sono Dio! E sapete che c'è di nuovo? Che la prossima volta che ci sarà una lite o un'azione malvagia qua, io farò cadere un granello di sabbia sulla terra... eh? E sapete questo che significa? Che tutto questo ben di me... questo verde, questi ruscelli, questi frutti... potrebbero anche sparire!"

Detto questo, si girò e si avviò per andarsene, ma poi si voltò di nuovo.

"Capito?"

I due uomini non risposero.

"Ah 'mbè!" Disse Dio. E se ne andò.

I due uomini  si guardarono. 

"Ma chi era questo?" Chiese uno all'altro.
"Ma che ne so... non era un amico tuo?"
"No!"
"Ma che ha detto?"
"Che era Dio!"
"Dio chi?"
"E che ne so... forse era un pazzo!"

I due uomini si allontanarono senza aver capito che quel signore, era il padre di tutto quello che era stato creato. Il giorno dopo, in un'altra zona della terra, altri due uomini litigarono per un problema di spazio. Uno aveva tracciato un solco per terra e aveva deciso che da quella linea, la terra era di sua proprietà. Ci aveva piazzato un bel cartello con su scritto: "Strada privata". Molti si fermarono a leggere quel cartello, ma non capirono che cosa significava. Uno dei presenti allora, pensando che dietro al cartello c'era scritto la soluzione, oltrepassò il solco. Appena fece un passo oltre la linea di confine, l'uomo che l'aveva tracciata, gli diede una mazzata sulla fronte talmente forte che si dovette allestire alla buona, il primo ospedale della storia dell'umanità. L'uomo colpito per la botta, perse un occhio. 

Dio che nel frattempo si era fatto crescere la barba, lo venne subito a sapere. Mantenne la promessa e fece cadere un granello di sabbia così minuscolo che nessuno se ne accorse. Ben presto, i parenti di quello che era stato colpito decisero d'inventare una cosa e chiamarla "vendetta". Per creare questa cosa chiamata vendetta, dovettero inventare anche una cosa che si chiamava regola e per inventare questa cosa chiamata regola, dovettero inventare delle parole adatte. Il nome della regola era: occhio per occhio. Questa regola cominciò a dilagare e ben presto, nacquero tante azioni a cui seguirono l'equivalente di reazioni. Era nata la violenza. Per arginare questa violenza, alcuni uomini cominciarono a costruire dei recinti per la violenza. Nacque così la violenza negli stadi. Dio cominciò a buttare sulla terra, tanti granelli di sabbia così quante azioni violente si creavano. Ad un certo punto, gli stadi non bastarono più. Gli uomini cominciarono a litigare per qualsiasi motivo. Ogni tanto, c'era qualcuno che tracciava solchi, quadrati, rettangoli per terra che delimitavano le proprietà davanti alle quali ci scrivevano di tutto, da "proprietà privata" a "attenti al cane". Gli uomini cominciarono a perdere l'unità, si frammentarono in gruppi, in tribù, in cooperative, in società a responsabilità limitata. Solchi su solchi delimitavano aree sempre più vaste. Nacquero i paesi, le città, le nazioni. Nessuno faceva caso alla sabbia che pian piano copriva il loro paradiso.
Cominciarono le faide, famiglie contro famiglie, le guerre, popoli che si ammazzavano di botte. La sabbia seppellì ogni cosa, campagne, mari, montagne, cancellò i ruscelli, i fiumi e gli animali se ne andarono lontano, dicendo tra di loro che non volevano avere più niente a che fare con gli uomini. Si formarono immensi deserti che coprirono buona parte di quello che era stato il paradiso. Le generazioni future dimenticarono presto com'era la terra un tempo. Dio pensò di non tornare più tanto spesso in quel posto, ma decise anche di regalare agli uomini il ricordo di tutti i giardini e di tutte le acque scomparse. Ecco perché, di tanto in tanto, chi cammina per le terre aride del deserto, ha delle visioni. 

Oggi qualcuno chiama queste visioni: miraggi. 

I miraggi sono riflessi di qualcosa che esiste però. 
Angoli di paradiso esistono ancora.

Qualcuno che sa cercare e sa attraversare il deserto, può avere la fortuna d'incontarli. Questi posti si chiamano: oasi. 

La sabbia non ha potuto cancellarli. 

Neanche Dio ha potuto farlo. Non si sa se per un residuo di tenerezza per ciò che aveva creato all'origine o perché esiste davvero una possibilità di salvezza per l'uomo. Questa possibilità d'incontrare un'oasi in un deserto arido, pari alla possibilità di formare nella propria vita, ad un certo punto, un angolo dove trovare acqua, cibo, tranquillità e ristoro da ogni conflitto, affanno o lotta che affligge l'umanità, come una malattia incurabile. Un posto dove ricordare le parole di Dio: "Non trasformate il vostro paradiso, in un arido deserto!"


mercoledì 21 settembre 2011

COME SI GIOCA A CAMPANA?

Come si gioca a campana? 
A Salerno, se giocavi a campana con le femmine eri ricchione. 
I maschi non potevano giocare a campana. Io però ero affascinato da questo gioco. Facevo finta che non m'interessava e invece, di nascosto, guardavo le ragazze giocarci. 
Come si gioca a campana? 
Se c'è qualcuno che lo sa, non me lo dica. Non vorrei privarmi di questo piacere: scoprirlo da solo o magari ascoltarlo da qualcuno che me lo spiega. A dire il vero, credo che abbiano già cercato di spiegarmelo. Credo di averlo anche capito un paio di volte, ma poi me lo sono dimenticato. Mi ricordo solo che si lancia una pietra e poi si saltella su una gamba, ma il resto delle regole… dovrei andare a vedere sul web, ma il fatto è che mica ci sto sempre a pensare a questa cosa? Da qualche parte sicuramente ci sarà la spiegazione. È facile adesso. Ti spiegano tutto e per bene. Nell'era di internet non si sfugge a questo sapere tutto. Io invece vorrei rimanere nel mio mistero. Il dolce mistero di non sapere nulla e d'intuire tutto intorno a te.

Ecco qua. 

Ho fatto una pausa. Sono andato a vedere su wikipedia. Figurati se non c'era. Ci ho messo venti minuti ma l'ho trovato. Il percorso da fare è questo: scrivere la parola campana su Google, il primo risultato su wikipedia è "campana", strumento musicale appartenente alla classe degli idiofoni. Che sono gli idiofoni? Adesso mi tocca poi andare a trovare anche questa cosa. Si va alla voce disambiguazione, si clicca sulle parole "campana: gioco infantile". C'è tutto scritto. Io però chiudo. Non lo voglio sapere. Ve l'ho detto, non si può sapere tutto ed è bello anche avere qualche mistero nella vita, soprattutto se è legato a qualche ricordo bello.
Si getta una pietra su una casella, poi saltellando dentro le altre caselle si va a riprendere la pietra e poi si torna indietro? Ma 'ste caselle perché hanno i numeri dentro? E perché poi si saltella? Ma si torna indietro poi? E soprattutto, come si vince a 'sto gioco? Chi perde paga pegno? Quante cose da scoprire. Meglio starsene tranquilli nel tepore di questo mistero.
Per la legge di causa ed effetto, tutto ritorna. 
Ecco quello che mi sfugge forse! 
Mi hanno sempre fregato con la faccenda del karma. Una volta, avevo letto su un libro di un tizio che spiegava la Cabala che il tempo è illusione. Da ciò, il delinquente s’illude di farla franca.
La cosa funziona così: tu scippi la borsetta a una vecchietta e non ti beccano. Pensi di averla fatta franca? È un’illusione. Presto o tardi, dovrai scontare la malefatta. Anche le buone azioni hanno un riscontro. Non a tutti basta una vita. Si può ricevere punizione o premio alla prossima. Io ci ho sempre creduto a questa storia del karma. E la prova che il karma funziona per me è Ivano il sensitivo (questo nome è di fantasia).
Ivano il sensitivo aveva sui cinquant’anni, era un tizio molto elegante, con i baffetti sottili e ossigenati biondi. L’avevo conosciuto in una trasmissione televisiva, un talk show, dove mi avevano invitato a fare il comico. Ivano il sensitivo faceva l'astrologo, diceva che era in contatto con degli esseri strani provenienti da dimensioni stellari che gli davano i poteri di divinazione. Prediceva il futuro agli ospiti della trasmissione toccandogli la mano. Durante una pausa per la pubblicità, mi guardò, mi prese la mano e mi disse che avevo tanto sofferto per amore. Io feci una faccia come a rassicurarlo che ci aveva preso, ma dentro di me, pensai alla scoperta dell'acqua calda. Prendi l'uomo più felice della terra e gli chiedi se ha sofferto per amore, ti dirà sicuramente di sì. Tutti soffrono per amore, pure quelli che non hanno mai sofferto, ti diranno comunque di sì.  Ivano il sensitivo mi chiese il mio numero di telefono. Glielo diedi e ogni tanto trovavo sulla segreteria telefonica, dei suoi messaggi in cui m'invitava a cene, feste, riunioni di non so che, a cui non andavo mai. Una sera mi becca a casa e gli rispondo. M'invita ad una cena a casa sua. Ci sono inviti che sai che non accetterai mai. Così pensavo anche io fino a quell'istante per quanto riguardava quelli di Ivano il sensitivo. Quella sera, mi guardai intorno e chissà perchè, forse perché non mi andava di cucinare o per premiare la sua ostinazione nell'invitarmi, accettai. 
- Una cena tra amici. 
Mi dice. 
- Porto qualcosa? 
- Porta una bottiglia di vino. 
E io ci andai con una bella bottiglia di vino, comprata per strada. L'appartamento era sulla Cassia. Mi ricordo l'ascensore che era strettissimo e rettangolare. Io l'ascensore lo prendo sempre. Sì, sono uno di quelli che anche se deve andare al primo piano, se c'è l'ascensore, lo prendo. Ho un rapporto tranquillo con ogni ascensore che mi è capitato d'incontrare nella mia vita. E ne ho visti davvero di tutte le forme. Ho conosciuto anche persone che non vanno mai in ascensore. Ecco, queste persone io le rispetto tantissimo. L'ascensore gli dà questo senso d'ansia, d'oppressione e loro preferiscono farsela a piedi. Vi assicuro che ho conosciuto gente che ha preferito farsi a piedi dei grattacieli piuttosto che entrare in un ascensore. Alcune volte mi è capitato di restare bloccato dentro un ascensore e posso assicurare che non è bello. Una volta, qualche anno fa, rimasi chiuso in uno di quei begli ascensori antichi e spaziosi e insieme a me c'erano altre quattro persone. Una di queste, una ragazza, annunciò che soffriva di claustrofobia e a un certo punto cominciò a gridare come una pazza, poi per fortuna perse i sensi e si acquietò. Se non avete mai provato a restare bloccati in un ascensore con una persona che soffre di claustrofobia, provatelo. È un'esperienza mistica.  Chi ha problemi con gli spazi chiusi e stretti non dovrebbe prendere mai un ascensore per il semplice fatto che un ascensore non è nient'altro che un misto di meccanica e corrente elettrica. Se s'inceppa una delle due cose, s'inceppa anche l'ascensore. Anche noi brave personcine umane siamo così: siamo un misto di meccanica e una specie di corrente elettrica che potremmo chiamare: "energia"... e dobbiamo imparare a curare entrambe le cose.  Se ti mancano i medici, siano i medici per te queste tre cose: l'animo lieto, la quiete e la moderata dieta.
Così diceva un antico detto della Scuola Medica Salernitana, introducendo per la prima volta, il concetto di prevenzione. Prevenire. Se soffri di claustrofobia, non prendere l'ascensore. Io quando prendo un ascensore però, quasi sempre mi capita di pensare a quel piccolo ascensore stretto e rettangolare del palazzo di Ivano il sensitivo.
Quella sera, pensavo di andare a una cena in piedi con un po’ di gente. Mi ritrovai seduto a una tavola quadrata con Ivano il sensitivo e altri due suoi amici buontemponi. A fine cena, Ivano il sensitivo annunciò che aveva catturato un’altra preda. Disse proprio così: “Un’altra preda è caduta nella rete!” I suoi amici esultarono in coro e tutti si spostarono immediatamente in un’altra stanza. 
Mi spostai anche io, senza aver capito.
Ben presto capii. 
Ivano il sensitivo che era in contatto telepatico con gli uomini di chissà quali dimensioni, spiava di nascosto le ragazze che si portava a letto. Aveva piazzato la telecamera su uno scaffale puntandola sul letto e l’aveva ricoperta di maglioncini. Aveva lasciato fuori solo l’obiettivo. Appena entrava in casa con l’inconsapevole vittima, l’accendeva di nascosto. Ogni tanto, durante gli amplessi, salutava verso l'obiettivo. Quella sera ci fece vedere la sua ultima ripresa. Io non potevo credere d'esser finito in quella situazione ai confini della realtà. Io sono un tipino abbastanza aperto, non mi scandalizzo di quasi nulla, chiacchiero tranquillamente di sesso con maschi e femmine, ma questa perversione del registrare di nascosto i propri partners non la capisco. Davvero. Me la spiegate? Cioè... al di là del giudizio morale (credo che questa cosa, un pochetto di karma negativo la accumuli), riprendersi mentre si fa sesso va anche bene, è fantastico, ma entrambi i soggetti dovrebbero essere consapevoli dell'opera che si sta registrando, altrimenti che divertimento c'è?
Andai via da quell'appartamento con una sensazione di fastidio che allora, tanti anni fa, non riuscivo a spiegarmi bene, ma che adesso, ho inquadrato benissimo. Mi sentivo complice di un misfatto, semplicemente perché avevo assistito a questa cosa.  Chi lo sa? Ogni azione che creiamo, ha davvero un effetto? Io penso di sì. Il tempo che ci separa da un'azione a una conseguenza è davvero un'illusione? Non lo so, però so che le conseguenze di un'azione spesso si fanno aspettare, ma prima o poi, arrivano. È la magia e la serenità delle persone che lo hanno capito è straordinaria. Purtroppo sono pochi a mettere a frutto questa legge così lampante davanti agli occhi.  Ivano il sensitivo ha fatto un incidente con la moto e adesso ha il problema di far entrare la sedia a rotelle nell'ascensore.
NOMI TROVATI CHE IDENTIFICANO IL GIOCO DELLA CAMPANA NEL MONDO (se ne trovate altri, potete segnalarlo nelle vostre "quasi intrusioni" qui sotto)

Italia

  • campana o mondo

América Latina

España

Altri paesi

lunedì 19 settembre 2011

IL SENSO SEGRETO DELLE PAROLE

Un bambino e quei sogni che non puoi ricordare.
Eh già... ricordate i sogni di quando eravate bambini?
Poco distanti da quei sogni, ce ne sono altri che sembrano più compatti, più vicini. Chi ha avuto paura del temporale di stanotte può sentirsi tranquillo: è in buona compagnia. Il tempo cambia insieme alle nostre vite, mentre uno schermo s'illumina nel buio e il suono della pioggia ti fa compagnia. Un rumore che ti sveglia a poche ore dall'alba. Un'altra poesia che sgorga dal cuore, nel fresco del mattino, come tanti anni fa, troppi anni, ancor prima che l'adulto smarrisse la strada e il bambino la ritrovasse seguendo le bricioline nel bosco. Poche ore al grande freddo, ma ancora non lo sentiamo. E il bambino ti sorride nella casa al mare, oltre le dune di sabbia. Appena entri non lo vedi subito. Si è nascosto in una delle stanze. Lo trovi ma fai finta di non vederlo. Vorresti fargli una carezza. Non lo fai. Non sai perché. Poi te ne vai. Non è ancora il momento. Avresti voluto, ma hai lasciato passare l'attimo. E l'attimo dopo non aveva più senso...
Ti sei detto qualcosa. Qualcosa che aveva a che fare con il senso segreto delle parole. Il bisogno d'accarezzare il viso del tuo piccolo.
Che senso ha? Non riesci a fissarla ancora questa separazione. Sai che nel momento stesso che l'essenza si unisce, questo significa vita e morte nello stesso tempo, ma va bene così...
E allora pensi alle preoccupazioni che hai, agli impegni da organizzare, alle varie cose da sistemare, i biglietti, le partenze, i ritorni, le idee per quella storia, gli appunti per un film... 
Sarà per questo che ami il cinema?
Nel film "Limelight" di Charlie Chaplin, verso la fine della storia, c'era quello sketch del vecchio Calvero e del suo amico Buster Keaton. Quanto faceva ridere. Mentre Calvero faceva il suo pezzo comico, Buster Keaton cercava di riporre i fogli degli spartiti sul leggìo del pianoforte ma questi cadevano. Lui li raccoglieva, ma cadevano di nuovo. Non so per quante volte. Questa è la generosità dei grandi comici. Capire che il controscena non ti toglie la luce della tua interpretazione. Questa è la vita. Gli altri che sono in scena insieme a te, non ti rubano nulla, ma illuminano la vita insieme a te.
C'è un cortometraggio da realizzare e un cuore nuovo per chi ti ama e una possibilità in più per dirsi: "Ho ancora tanto da fare, no?" Una volta qualcuno mi disse: "È come se sentissi il desiderio di scoprire un altro mio corpo!" Da allora... è cominciata la ricerca del senso segreto delle parole. Quel senso segreto delle parole che ti si sbriciola dentro, mentre ti passano davanti gli attimi importanti e tutti i temporali in cui c'eri, dove hai avuto paura.
La sveglia delle cinque e trenta.
I suoni dell'estate che finisce.
Settembre. Autunno. Inverno. Un altro compleanno.
L'aria fresca del mattino nel ricordo di ciò che la notte ti ha lasciato, insieme alla tenerezza di uno sguardo ancorato al respiro della tua donna o del tuo uomo che dorme lontano da te, mentre ti aggrappi al pensiero che segue la prima preghiera del mattino o l'ultima dell'ultima notte. E che ti fa ricordare che è oggi un altro giorno e non domani. E le domande che non vorresti mai farti. 
Dov'è ora? Che fa? Davvero? Il respiro di un respiro. La sensazione del giorno che appare sui bisogni, su ciò che si deve o non si deve aggiungere a quelli che hai già dimenticato per colpa di quel sottile senso segreto delle parole, per colpa della vita che t'insegue, per colpa di colei che qualcuno chiama per sbaglio morte, per colpa di chi non ha mai avuto una sola colpa. 
Il sogno che hai fatto. Quello che non riuscirai più a fare.
Gli occhi degli sconosciuti... quelli di chi invece conosci benissimo e che ti hanno accettato così come sei. Quelli con cui puoi benissimo toglierti le maschere. Il sogno che non hai fatto. Quello che riuscirai invece a fare. L'oggi che non è ieri e non sarà mai domani perché ogni uomo non è mai lo stesso soltanto se c'è lo spazio di un secondo tra un suo respiro e il successivo, tra un sogno e una linea di confine, tra un "ti amo" appena sussurrato e un altro, urlato al mondo. Eccoli qui, finalmente tutti i sogni nel cassetto. Li ricorderai quando ti sveglierai lì, dove il senso segreto delle parole ti viene finalmente rivelato. Dove ogni uomo arriva a se stesso. Dove ogni tempo è solo un bambino da accarezzare. Dove ogni verità si ricongiunge nel suonare la stessa musica, sempre, anche se si cade dal palco e si finisce nella carcassa di un tamburo. 
Suonare. Suonare e... suonare.



sabato 17 settembre 2011

LA CROMATINA

Ritornare bambino.
Non ci vuole poi molto. Basta poco, ma ogni volta che succede, capisci che era inevitabile. Una scintilla. Poi un’altra. Ecco che appare un colore o forse è una nostalgia improvvisa. Qualcosa che ti brilla negli occhi. È una stanzetta. Sono due lettini e piccoli poster alle pareti. È una vecchia canzone alla radio. È un ciabattare in cucina. Rumore di piatti e stoviglie. Soffio di vento dalla fessura di una porta chiusa. Silenzio. Passa l’infanzia.
Lo sai, ogni tanto succede. Non puoi evitare che non accada. Te lo aveva detto qualcuno anni fa: ai grandi ogni tanto succede e ora che sei grande, succede anche a te.
Ritornare bambino.
Ti accade quando meno te lo aspetti. Basta poco. Basta una scatola di lucido da scarpe, su uno scaffale in un supermercato, tra carrelli, scale mobili e istantanee di parole che pensavi di non riuscire più a dire a te stesso. Piccola scatola di metallo luccicante tra neon e ricordi. Piccolo oggetto che non conosce il significato del tempo e che ti soffia il suo nome, impossibile da pronunciare, ma che ti lascia bloccato, nei corridoi di un supermercato, tra reparto merceria e reparto profumi, inebetito e scosso, vittima del concetto di tempo così come avevi imparato a scoprirlo alle elementari, quando  suonava la campanella.
Rimani a pensarci un attimo in più, per consentire a te stesso di andare avanti col carrello. Una frazione di secondo in più che ti scoppia nel cuore. La riconosci: è quella briciola di tempo staccata dalle altre. Quella solitaria briciola di tempo che ti rendeva tutto possibile, una volta. E allora fai qualche paso indietro. Ti volti di nuovo verso lo scaffale e la prendi. Te la giri tra le dita. Sviti il coperchio. È già odore compatto. È già senso di vertigine e vuoto.
Non la usa più nessuno la cromatina.
Lo pensi ma non ci credi. È questione di scarpe e di nuove tendenze. È questione di moda. Non ti piacciono più quelle scarpe da spazzolare, da passarci il lucido almeno una volta alla settimana. Non ti piacciono più. Chissà perché?
Avvicini di più il naso al bianco oleoso e l’odore diventa più intenso e solo ora, avviene il passaggio.
Le luci calano. Le scale mobili si fermano. La gente non parla più.
Silenzio. Passa l’infanzia.

Prima c’era il trillo del telefono. Dopo, la voce di tua madre. È ancora dopo, più niente. Solo un rumore. Un rumore lontano. A poco a poco, ritorna il certo, mentre il sogno svanisce. Immagini perdute. Colori ormai sbiaditi che si annullano, incontrando suoni reali. Il rumore acquisisce la sua probabile identità.
Da qualche parte qualcosa attutisce il tuo risveglio. Ti rigiri piano nel letto e lo definisci tra le pieghe delle coperte e la consapevolezza del tuo respiro. Il rumore di lavatrice è rassicurante: sembra esserci sempre stato.
Sei solo nella stanzetta. È tardi ma non è ora d’alzarsi. Umidità friabile ai vetri della finestra e persiana abbassata. Spiragli di luce pallida. Penombra e tepore di notte dormita. Nella tua stanzetta c’è già aria di domenica mattina. I letti affianco al tuo sono sfatti. I tuoi fratelli sono già in piedi e staranno giocando per strada con gli amici. Per un attimo provi ad immaginare qualcosa. Provi a ricordare il sogno che hai fatto. Apri di più gli occhi, poi li richiudi e ti accorgi che è la stessa cosa. Pensi a tua madre e cerchi di sentirla mentre si muove in cucina perché sai che è là tra i fornelli e la tavola, indaffarata a preparare il pranzo della domenica. Cominci a contare lentamente, scandendo i numeri nella tua mente. Uno, due, tre…
Riesci a vedere la luce del sole dai forellini della persiana, poi metti la testa sotto al cuscino perché hai quasi la certezza: sei da solo in casa. Quattro, cinque…
Tuo padre è andato a comprare i giornali all’edicola. Tua madre forse è di là ma non lo sai. I tuoi fratelli in cortile. Sei solo.
La maestra a scuola ha dato due problemi. Ieri hai provato a farne uno ma non ci hai pensato più di tanto. Hai chiuso il quaderno a quadretti e hai rimandato  domani. Domani tanto è domenica. Oggi è domenica. Domenica mattina.
Hai contato fino a cinque ma non ti sei alzato. Non è importante alzarsi. Importante è contare fino a cinque però. Tua madre è di là. Adesso lo sai perché hai sentito rumore di pentole e poi c’è la radio accesa: voci e canzoni. Sono canzoni d’amore. Oltrepassano la porta invadendo l’intenzione di alzarti o il coraggio di rimanere ancora a dormire.
Tutto è in bilico, sospeso e così resta, fino al momento in cui non senti il rumore della porta di casa.
La voce di tuo padre; I suoi passi e le chiavi di casa che tintinnano nella tasca del suo cappotto. Potresti alzarti adesso ma sai che romperesti la regola. Devi aspettare e lo sai. Aspettare ancora qualche istante che forse non durerà neanche il tempo per credere di aver dormito ancora un po’.
Papà apre la porta della stanzetta.
Ti chiama per nome.
Lo senti che cammina nella stanza e che va ad urtare una delle tue scarpe che hai lasciato davanti al letto. La scarpa batte sulla parete sotto la finestra. Papà apre la persiana quel tanto che basta per ferirti gli occhi ancora chiusi. Poi ti dice qualcosa. Ti tocca la punta dei piedi da sopra le coperte. Poi non lo senti più. Sveglia. È ora d’alzarsi.
Colazione in cucina, tra piselli ancora da sgusciare e avanzi di farina sulla tavola di legno. Mamma sta facendo i tagliolini e ogni tanto ti sorride. Poi ti dice di sbrigarti che sta per arrivare nonno.
Domenica mattina che si colora all’improvviso di attesa riposata e gentile, sfiorata da ogni attimo che ci vuole per lavarti, vestirti e prepararti.
Domenica mattina delicata e forte che ti aiuta ora ad essere quasi felice, perché da ora in avanti, la tua domenica mattina diventa aspettare tuo nonno.
Tuo nonno che significa passeggiata intorno ai palazzi del quartiere, forse fino al lungomare, forse… di sicuro fino ai giardinetti con fermata in pasticceria per comprare le paste. Le paste della domenica da mangiare dopo pranzo, cercando di fregare i tuoi fratelli per prendersi quelle migliori.
Tuo padre legge ed è diventato presenza invisibile della casa. Forse sta in salotto. Non ci vai. Torni nella tua stanzetta. La finestra della stanzetta è aperta. Aria fredda di quasi primavera che ti riporta all’inverno appena passato. Alla radio, le canzoni sembrano tutte uguali. Ti vesti lentamente.
Tutto sembra in disordine, ma sai che non lo è. Il tuo sguardo si posa su quella scarpa sotto la finestra. Tuo nonno sta per arrivare.
Tuo nonno che la domenica mattina è tutto il tempo delle ore e dei giorni che trascorrono fino alla prossima domenica mattina, perché tuo nonno col suo cappello verde e il suo odore di dopobarba alla menta, è attesa salata e voce di mare caldo da respirare quando meno te lo aspetti. E perché tuo nonno, con le sue scarpe grosse col buco al lato per far passare la cipolla, è l’odore di mille e mille passeggiate tra quei campetti di periferia dove i ragazzi giocano a pallone. È l’odore di quei muri di palazzi in costruzione in una città troppo grande per poter cambiare insieme a te che sei sempre piccolo e uguale ai giorni che scorrono lenti e che dividono per te, ogni domenica mattina.
Prendi la scarpa sotto la finestra, la infili piano al piede e sai che fra qualche istante, sarà completamente diversa, perché proprio nel momento in cui starete per uscire, lui ti guarderà le scarpe e ti dirà che sono sporche.
-      Dove vai con quelle scarpe?
-      Perché?
Non hai potuto fare a meno di chiederglielo. Lo sai che lui ti risponderà che sono sporche. Lo sai che quel momento, laddove il tempo forma una collina in quella collina, i gesti più importanti delle persone sono destinati a ripetersi per sempre.
-      Sono sporche.
Tira fuori da una tasca la scatoletta di metallo.
-      Questa è speciale.
E tu vorresti abbracciarlo ora e dirgli “certo che è speciale, nonno… avevi ragione tu. È veramente speciale questa crema.”

E per un attimo ancora lo osservi svitare il coperchio e intingere le setole della spazzola nell’odore anziano come tutti gli anni che trascorrerai fino al momento in cui, una sera, in un supermercato di tanti anni dopo, ricorderai il tempo in cui, l’odore del lucido da scarpe voleva dire domenica mattina e la mano di tuo nonno che si chiudeva nella tua.
Per ora, non ti resta che posarla quella scatoletta di metallo. Per ora non ti resta che restituirla al suo scaffale e avviarti a pagare la spesa alle casse del supermercato;
È da tempo che non usi più quel lucido da scarpe. Del resto lo sapevi.  Erano altri tempi quelli. Erano altre scarpe e altre creme lucidanti, perciò ora ci sono altri odori nella tua vita.
Va bene così, non ti preoccupi più di tanto perché sai che prima o poi, ti capiterà di incontrarlo ancora quest’odore, magari a casa di qualcuno che in fatto di scarpe, ha gusti migliori dei tuoi.

giovedì 15 settembre 2011

DIVAGAZIONI SUL TEMA DI AMORE E PSICHE

Le favole della mezzanotte.
Ci sono alcune favole che si raccontano solo a quest'ora.
Riflessioni.
Ve le ricordate?
Ce le davano a scuola. C'era sempre qualcosa su cui bisognava riflettere.

A scuola i professori d'italiano ci davano i temi. I temi avevano dei titoli terribili che si chiamavano "tracce". Tu dovevi ispirarti al titolo e scrivere qualcosa. Si stava fermi per due ore e mezza pensando sempre di consegnare in bianco. Poi l'ultima mezzora, l'horror vacui ci faceva scattare qualcosa e si partiva a scrivere, consegnando cose che facevano piovere brutti voti a catinelle.
Una delle tracce che mi sono dato in questo periodo è il tema di Amore e Psiche. Per chi non lo sapesse, si tratta di una favoletta di Apuleio ispirata all'allegoria dell'Anima che incontra l'Amore. 
Molt bé...
Cosa succede? 
Ecco il riassuntino con un misto di riflessioni ogni tanto.

Psiche, cioè l'Anima, era proprio una ragazza bella, non era una dea ma una mortale e la sua bellezza era pari soltanto a quella di Venere. E a Venere (Afrodite per gli amici greci), questa cosa non le andava giú. Decise di mandare suo figlio Amore (Eros) con il suo famoso arco e le freccette per farla innamorare di uno degli esseri più orrendi, brutti e cattivi della terra. 

Tutti gli uomini si tenevano lontani da Psiche, quasi come se fossero abbagliati e spaventati dalla sua bellezza. Le sue due sorelle avevano già trovato marito e lei no. I genitori allora la portarono da un oracolo per cercare di capire un po' che destino potesse avere questa figlia bella e sfortunella. 
L'oracolo, pilotato da Venere, ci andò pesante... 

"Portatela in cima a una rupe e non aspettatevi un genero da stirpe umana nato..." 

Questo significava che il futuro marito non era certo un bel partito. Psiche decise di accettare questo suo destino e si lasciò portare in alto. In alto. Dove il bel dio con l'arco e freccettte, figlio di Venere, avrebbe dovuto colpirla e completare l'opera. 

Amore che fino a quell'istante, aveva trafitto sempre un po' a casaccio, era abbastanza emozionato. Questo era il suo primo incarico serio e gliel'aveva dato sua madre. 
Il guaio fu che nell'attimo in cui stava per scoccare il dardo, il suo sguardo incrociò quello di Psiche e s'innamorò di lei perdutatemente.

Cosa succede se l'Amore incontra l'Anima? 
L'Amore ad un certo punto della vita, arriva al suo plot-point e questo punto di svolta è un ordine, parte dalla madre, cioè dal punto di riferimento femminile più importante che abbiamo. Il nostro cuore ne è fortemente condizionato. Il dardo è pronto per essere scoccato, tutto sta per ripetersi. Le cose partono e arrivano, cominciano e finiscono. Quante frecce ha scoccato Amore? Ne abbiamo perso il conto. Riportiamo il mito a noi stessi. Cerchiamo di lasciar fuori un istante la favoletta. Ora noi siamo nel mondo delle riflessioni. Stavolta il puttino alato non può far finta di non aver visto quello che ha visto. Quella donna, la cui bellezza arriva a tal punto da assomigliare a sua madre, non può innamorarsi di un essere orribile!
L'Anima si merita il meglio. L'Anima si merita l'Amore. 
E allora Amore studia l'inganno. 

"Quella mi piace forte!" Pensa.
"Ma col fatto che mia madre mi ha dato l'ordine di scoccare il dardo e farla innamorare di un mostro, io devo uscire dai miei soliti schemi. Basta frecce a casaccio. Voglio provare a far innamorare l'Anima, ma senza farmene accorgere da mia madre. Il buio e il vento sono i miei complici".

E allora torniamo al mito. 
Eros cambia leggermente le carte in tavola. 
Con l'aiuto di Zefiro, venticello dolce e suadente, porta l'Anima nella sua casa. E lì succedono cose turche. 
Sesso.
Ogni notte, nelle tenebre, per la paura di riconoscere nel volto dell'amata, il tradimento all'ordine della madre, il dio Eros incontra Psiche e la fa sua. Psiche, prigioniera nel castello di Cupido, si abbandona a lui, accettando di far l'amore al buio.


Riflessioni: l'Anima prigioniera della materia, si dimentica di sé nell'oscurità di una stanza nuziale, legata a una passione che le travolge i sensi. Tutto va bene, fino all'attimo in cui, qualcosa scatta nel ricordo dell'Anima. Questo ricordo di sé non nasce da solo. Purtroppo nasce anche qui da un inganno. E sono le sorelle di Psiche a contribuire al risveglio della bella consanguinea. Come le sorelle di Cenerentola, esse sono molto invidiose della bellezza di Psiche. Due sorelle già belle e sistemate, due parti terrene che in quel momento, si scopre essere piene di rancore e d'invidia nei confronti di Psiche, quasi come se percepissero il potere dell'Anima di sovvertire un ordine delle loro fortune. Che fanno? L'avvertono di un pericolo. Le dicono: "Guarda che tuo marito, sta tramando per ucciderti!" Psiche le crede. Chi non le crederebbe? 
Il tradimento a volte, arriva lì dove siamo più fragili. Psiche fino a quell'istante, ha sempre amato in modo disinteressato, poetico ed essenziale la vita. Psiche (Anima) non può dubitare delle sue sorelle. E decide di fare una cosa che le farà affrontare il viaggio più allucinante che possa accadere a un essere umano: il viaggio verso la consapevolezza. 


Psiche quella notte, accende un lume per guardare in viso il suo amante. S'accorge che non è affatto un mostro, ma è Amore, il figlio di Venere, il dio alato in persona. Emozionata per questa scoperta, si agita e una goccia le cade dal lume che ustiona il suo sposo. 

Qui mi fermo... perché ormai è notte fonda e ormai ho già da tempo oltrepassato il regno delle favole della mezzanotte. Mi fermo qui,  nel punto esatto in cui le mie riflessioni, quasi mi costringono a credere che l'Anima per non perdere l'Amore, non debba mai guardarlo in faccia, cioè non debba mai razionalizzarlo, ma mantenerlo distante da sé, avvolto nel buio, dove la conoscenza non può entrare. Forse è vero, chissà... ma le favole a volte, non finiscono mai. Le favole cercano sempre differenti finali e quello della povera Psiche che comincia a vagare raminga, alla ricerca di un modo per morire o per salvarsi, è già un'altra storia. Magari la affronteremo più in là, se avrò cuore, coraggio o paura, di accendere un lume nella notte.


martedì 13 settembre 2011

TRASLOCHI AD ARTE

Cose da tenere e altre da buttare. La moda dei divi è quella di farsi tatuare i sentimenti sul corpo. Beckam ha tanti figli e tanti tatuaggi dedicati a loro in ogni parte del corpo. Il primogenito che si chiama Brooklyn ha un posto dedicato sopra l'osso sacro. Un angelo guardiano sulla schiena protegge gli altri due sotto le sue ali. L'ultima nata deve ancora guadagnarsi uno spazio. Penelope Cruz ha tatuato su un piede la cifra 883 che secondo la numerologia significa: potere, successo e creatività. Angelina Jolie ha sparsi un po' dappertutto, le coordinate GPS dei luoghi di nascita dei suoi pargoletti. Insomma una moda che è tutto un programma. Un mio amico si fece fare un tatuaggio in Cina. Aveva perso il fratello e voleva farsi tatuare una scritta dedicata a lui. Chiese al tatuatore se gli poteva scrivere in caratteri cinesi una frase che aveva preparato in ricordo del fratello. Il bravo artista di Taiwan, meticolosamente gliela scrisse. Da quel momento in poi, le cose cominciarono ad andargli tutte male. Diede la colpa al solito periodo negativo, ma una sera, andò a mangiare in un ristorante cinese e mostrò orgoglioso il suo tatuaggio ai camerieri che rimasero in silenzio con la stessa faccia di chi è impegnato a vedere un film di Béla Tarr.
Uno dei camerieri alla fine, si fece coraggio, gli si avvicinó e gli disse: "Hmm... non buono questo!"  E gli spiegò che sulla spalla portava scritto: "... ti fai male da solo!" Bello scherzo, ma da quando si tolse la scritta con il laser, le cose ricominiciarono ad andargli per il verso giusto.
Io ci credo abbastanza alle influenze dei tatuaggi. 
Cioè... se ti fai tatuare una rosa è una cosa, se decidi d'installarti su un polpaccio Daisuke Jigen è un'altra. 
Io credo un po' a tutto. Soprattutto mi fido un po' del mio intuito. Credo al 2012 e alla nuova arca dell'alleanza che non è proprio uguale a quella di Noè, credo alle favole della buonanotte che servono per mantenere i bambini svegli, credo alle influenze degli astri, alle scie chimiche, ai numeri che si sognano e che poi escono al lotto, credo ai complottisti, agli extraterrestri che già sono tra noi, credo al fagiolo magico, a tutto quello che mi dice Jack Romani e soprattutto credo alle influenze positive e negative delle case in cui si abita. Penso che abbiamo la facoltà di rendere più armonici i posti in cui viviamo e quando li lasciamo penso che bisogna imparare a salutarli. Da sei mesi so che dovevo lasciare questa casa di Roma in cui ho vissuto tanti anni. Dal momento in cui mi è stato comunicato ho cominciato a sentire che la casa si lamentava. Ho cominciato ad avere problemi al rubinetto, allo scarico del bagno. La caldaia all'improvviso ha ceduto e ho dovuto sostituire un pezzo che si chiama "lo scambiatore" che è una cosa che non so a che cosa serve, ma so che costa duecento euro. Le mattonelle del ripiano della cucina, hanno deciso che era l'ora di uscire dal loro incasellamento, allora mi sono guardato intorno e ho deciso di fare un bel discorso alla casa. Mi sono preso cinque minuti, ho fatto silenzio dentro di me e alla fine, ho detto: "Oh... e allora? E che è qua? E lo so che sei triste che me ne vado, ma non puoi comportarti così. Basta capricci. Noi umani non siamo come voi case che state fisse in un luogo e non vi spostate. Noi siamo essere mutevoli, sia interiormente che esteriormente. La nostra natura è quella di muoverci. Non riusciamo a star fermi e anche quando decidiamo di fermarci, c'è sempre qualcosa che ci spinge da qualche altra parte. Tu lo sapevi che ero di passaggio, te lo avevo detto appena sono entrato. Adesso non puoi comportarti così. Prometto che ti verrò a trovare e che ti porterò nel cuore per sempre!" Io non so se quello che ho detto l'ha convinta, ma da quell'istante, tutto è tornato alla normalità. L'unica cosa che continua a fare le bizze, è la lavatrice. Non rispetta più i programmi. Fa come le pare. E soprattutto, non s'interrompe più, continua in eterno. L'unica cosa da fare è spegnerla manualmente. Purtroppo credo che il problema nasca dal fatto che la lavatrice è incastonata dentro un mobile, evidentemente non ha sentito il mio discorsetto alla casa e adesso ragiona per fatti suoi. Devo dire la verità che io non le ho fatto proprio un discorso, ma qualche parola gliel'ho detta. Non mi ha sentito o ha fatto finta di non sentire. Credo che ce l'abbia con me perché varie volte l'ho insultata. È una tipa rancorosa. Borbotta continuamente e uno sgarbo se lo lega al dito, cioè alla manopola. Ora sto cercando di far pace con lei perché non mi va di lasciare legami carmici con una lavatrice. È dura ma credo di farcela. Oggi ho già fatto due lavaggi e anche se ho dovuto interrompere il programma, togliendo la corrente, la sento più predisposta al dialogo. Mi ha restituito tutti i calzini accoppiati e non mi ha stinto nulla. 
Io riesco a ricordare tutti i traslochi che ho fatto, grazie a tutti gli amici che si sono caricati sulle spalle una cosa. Andrea e Nico sono la televisione, Lele i fumetti, Daniele la scrivania, Ciccio i libri e la libreria. Sono sempre stato un esperto nel reclutare gli amici per i miei traslochi. L'importante è sapere dove andare. Come nella vita. Il tuo scopo deve essere una meta, un punto d'arrivo. Una sosta o una pausa che sia. Punto reale, immaginario, provvisorio o definitivo. Se riesci ad individuarlo in anticipo, ti puoi avvantaggiare chiedendo ad ognuno di darti una mano, in giorni diversi. Altrimenti, l'alternativa è quella del tutto in un unico giorno. Una volta, Fabio ed io fummo costretti a fare il trasloco in una notte. Ho ancora l'immagine di noi due che attraversiamo Piazza Vittorio con una rete col materasso sulla testa. I traslochi più duri sono quelli dopo tanti anni in una casa. Si accumula talmente tanta roba che alla fine, è meglio buttar via tutto che starci lì a pensare. Se hai fatto a meno di un tagliacarte chiuso in un cassetto della scrivania per otto anni, perché mai dovresti portartelo da un'altra parte? Eppure te lo porti. Io ho una scatola di cerini di Italia '90 che si è fatta almeno sei case. Ci sono poi le cose che rivedi solo ai traslochi. Questa mattina ho sorriso a un'agenda nera dove scrivevo poesie. L'ho spolverata per bene e l'ho salutata come una cara amica, dandole appuntamento a chissà quando. Una nuova casa, corrisponde molto spesso a una nuova vita, ma sicuramente, sempre allo stesso tagliacarte. E allora, vado indietro nel tempo, rivedo tutte le case che ho abitato, gli appartamenti che ho vissuto fino in fondo, quelli in cui sono passato, le città che ho amato, i posti da cui sono scappato o da dove sono venuto, tutto questo, in un girotondo infallibile di sogni, mescolati al difficile viaggio del ricominciare. Un tatuaggio lo puoi coprire, una casa no... una casa resta nel tempo, ovunque tu andrai, una parte di te, resterà lì, a consolare  quelle che sono lacrime di un addio. Perché anche una casa ha una vita, un cuore, un'anima. Ci sono case che respirano, piene di rumori, ticchettii, scricchiolii, voci e sussurri. A volte le case parlano attraverso i muri o grazie al vento che s'infila nelle fessure delle porte. Noi diventiamo grandi, cresciamo, invecchiamo e così anche le case. Questo non ce lo dicono gli agenti immobiliari. Bisognerebbe chiedere sempre: "Chi ha vissuto prima di me qui? Come l'ha trattata questa casa?" Le case soffrono con noi. Vivono gli addii, sentono l'allegria e si riempiono di onde d'energia che poi assorbono e rilasciano nel tempo. Le case hanno sentimenti, ridono, si divertono a farci i dispetti e a volte, soffono insieme a noi. 
Questa notte, immerso in quarantuno scatoloni, raccolgo l'ultima strizzata d'occhio della casa, complice di una stanchezza felice, mi alzo dalla sedia e, dopo un'occhiata al giardino, mi preparo a farmi una bella chiacchierata con la lavatrice.