giovedì 8 settembre 2011

CHE COS'È L'AMORE?

"Che cos'è l'amor..."
Così cantavamo una quindicina d'anni fa.
"Che cos'è l'amor..."
E ogni tanto la fischiettiamo ancora questa canzone.
Questa notte ho pensato al Giardino dei Ciliegi. Un pensiero improvviso. 
Ahia... che significa? Un breve ripasso...

Anton Čechov pensava di aver scritto una commedia. 

Anton Čechov

Quando la vide rappresentata per la prima volta al teatro d'Arte di Mosca, a momenti non gli veniva un colpo. 

Il regista, un tale Stanislavskij l'aveva messa in scena, trasformandola in una tragedia. 
Il fatto è che commedia e tragedia a volte hanno i confini così vicini che troppo spesso non si sa dove comincia l'una e finisce l'altra. 

La vita a volte si diverte a confonderli.
La vita stessa è fatta di piccoli segnali che bene o male ti indicano la strada che dovresti o potresti seguire. Si può scivolare verso la farsa senza rendersene conto. D'altro canto, le tinte fosche della tragedia sanno aspettare. Punti di vista. Le cadute, per esempio, fanno sempre ridere. Qualche settimana fa un signore, scendendo dal tram è scivolato ed è andato lungo; ha perso pure una scarpa. Era un bel signore, alto e vestito elegante. Ho frenato a stento le risate perchè in un attimo mi sono accorto che si poteva esser fatto male. Osservare. Provare, testare diversi punti di vista. 

Commedia o tragedia
Esiste l'osservare e l'essere osservato. Descrizione della normalità: io osservo, oppure qualcuno mi osserva. L'alternativa è questa: non ci si guarda. 

Sono varianti sull'asse della costruzione del mondo. Esiste però anche qualcosa di speciale. Sempre. Bisognerebbe educarsi poco a poco allo straordinario. Non dico di pensare costantemente alla possibilità d'incontrare gli extraterrestri, ma cercare qui, in questa nostra vita.
Ultimamente mi sono fortemente emozionato perché ho scoperto di aver incontrato una mia cara amica, molto prima di quando pensavo di averla conosciuta. L'ho scoperto perché sono andato semplicemente a rileggere vecchi diari. Ad un certo punto, è spuntato il suo nome. Niente di strano. Solo che quel nome era molto indietro nel tempo, lì dove non pensavo ci dovesse essere. Nelle pagine di quel diario avevo descritto un incontro. Niente di più. Il fatto però di averle stretto la mano e le riflessioni che avevo scritto su di lei, mi hanno fatto emozionare perché se non avessi riletto quella pagina non lo avrei mai ricordato. Le ho scritto subito. Le ho mandato quelle piccole frasi che riguardavano lei molto prima di quando poi, molti anni dopo ci siamo incontrati e diventati amici. Neanche lei si ricordava di avermi incontrato quella sera. Ed è normale. Quante persone incontriamo? Ci si stringe la mano. Ci si bacia. Ci si presenta: "Piacere..." La maggior parte delle persone quando si conoscono per la prima volta distolgono lo sguardo. 
"Ma ci conosciamo già?"
"No..."
"E allora perché mi guardi come se mi avessi già incontrata?"
Uno sguardo diverso fa quasi paura o perlomeno, crea una vibrazione in più, sempre che uno se ne accorga. In quella vibrazione c'è la possibilità di far scaturire una scintilla che potrebbe anche diventare una fiamma. 
Ci si presenta e poi ci si dimentica. È la prassi. A patto che non scaturisca una scintilla nello sguardo reciproco. È tutto un problema di sguardi. La scintilla non si crea da sola. La scintilla caso mai, si recupera dall'invisibile. C'è bisogno di quel filo che si chiama "resistenza" per creare la luce in una lampadina. Così come per creare una scintilla c'è bisogno di due poli opposti. Viviamo nel regno del due e il tre non è abbastanza considerato. Un terzo sguardo che unisca i due poli, al giorno d'oggi non viene tanto considerato perché non si vuol fare neanche la fatica di fissare un solo singolo attimo di questa nostra vita. Tutto passa in scioltezza e si procede verso la prossima eclissi che sarà tra un giorno, un mese o settant'anni, in cui qualcosa ci tornerà in mente.


Nel romanzo di Marquez "l'amore ai tempi del colera", Florentino Ariza aspettò Firmina Daza per una vita. Non riuscì a spegnere quel fuoco scaturito dalla scintilla di uno sguardo e che si propagò in un incendio di passione. La aspettò cinquantuno anni, nove mesi e quattro giorni. Durante quel tempo, non smise di amarla. 
Siamo tutti già belli orientati verso un cammino che crediamo di aver deciso. Vogliamo costruire qualcosa, ma nello stesso tempo, abbiamo paura di farlo. 
Scappiamo continuamente dalla possibilità d'incrociare uno sguardo che ci possa riportare immediatamente il ricordo di un amore che è meglio non incontrare mai. Pur tuttavia, cerchiamo continuamente l'amore. Lo cerchiamo come l'acqua senza saperlo. Ci perdiamo nel regno degli opposti senza riuscire a capire davvero quello che cerchiamo e se davvero lo cerchiamo. 
Una musica o una poesia a volte ci ricorda quello che noi siamo.
Questa notte ho pensato un'altra volta al Giardino dei Ciliegi. Ho pensato all'immagine del povero Firs nel finale. La porta si chiude. Si sente il rumore delle mandate. La casa ormai vuota. Il vecchio maggiordomo s'accorge di esser stato lasciato solo. Fuori cominciano a sentirsi quei colpi che abbatteranno tutti i ciliegi. Firs si siede su una poltrona e si guarda intorno. Si rende conto che non ha più altro motivo di star lì. Sono davvero andati tutti via. Uno ad uno, dopo aver salutato la casa e il giardino, se ne vanno. Nessuno si è accorto di lui, perché probabilmente, si era dissolto già da tempo. Anche i ciliegi non hanno più alcun senso ormai. Il giardino è scomparso e con esso, anche il senso del servizio. Firs lo sa. Sa che non gli resta altro che aspettare la morte. Come spesso accade, la morte arriva in vita e sono molti a non accorgersi di lei. E allora la morte non si ferma neanche a posare uno sguardo. Neanche una danza o una bella partita a scacchi. La morte solleva i lembi della sua veste e passa, lasciando tutto intatto, come se il tempo non avesse spostato un solo granello di polvere. Solo allora, il vecchio servitore, ha l'ultima intuizione, ispirato forse dall'immobilità e dal cupo rumore dei colpi che stanno abbattendo gli alberi. E la sua ultima frase, si stampa nella nostra mente... una frase che probabilmente dimenticheremo, un'altra volta, fino a quando non l'ascolteremo di nuovo, ancora, in un'altra notte del mondo, quando penseremo a quel nostro bel giardino dei ciliegi.
"La vita è passata ma è come se non l'avessi vissuta affatto!"




video






2 commenti:

Gino Ciaglia ha detto...

L’OPERATORE ECOLOGICO E IL SUO CANE


Ore 4:30. Si alza.

Ore 8:00. Mi alzo. Uffa! E che faccio adesso! Come far passare il tempo fino all’ora di pranzo? Devo andare a letto più tardi la notte. Può essere una soluzione, così mi alzo a mezzoggiorno, mi lavo e trovo gia il mio piatto di pasta fumante bell’e pronto. Si, ma che fare di notte sveglio? Ah! Potrei guardare la televisione, spararmi tutti quei film con i sottotitoli sulla guerra in Corea o sugli esperimenti nucleari o sulla vita delle balene nell’Oceano Pacifico.

Ore 8:10. Sono al balcone, e mentre litigo con me stesso e accendo una sigaretta, quel motorino con i bidoni e le scope parcheggiato, così umilmente, di fronte casa mia rapisce come ogni mattina tutta la mia attenzione. La vedo lavorare tutte le mattine e smettendo di pensare la osservo invidioso: la ragazza e il suo cane. Eccola sfoderare le sue armi contro gli incivili, contro di me che ho appena lasciato cadere una cicca a terra. Non si scompone, mi ignora, ( mi sento così piccolo) in un lampo spazza via con la sua scopa la mia noia. Il cane, a guardia del motorino l’attende accucciato, la guarda come fosse l’unico esemplare di umano rimasto al mondo. Quando penso che per lei è gia passata mezza giornata, mi percorrono brividi di freddo. Fa bene il suo lavoro, è molto scrupolosa, raccoglie senza arrabattare la nostra inciviltà. Raccoglie un pezzo di legno vecchio e marcio, il cane ha gia puntato il muso e agita la coda, per un attimo sembra che sorrida, lei gli fa segno che si, è per lui; solo adesso lo vedo lanciarsi sul legnetto, lo stringe tra i denti, ci gioca un po e poi…no! non è possibile! Lo getta nel mucchietto di immondizia che la sua padroncina ha formato all’angolo della strada. Un cane che mi da una lezione di educazione civica? La ragazza sfoderando la paletta raccoglie pazientemente il suo mucchietto, non è alta, non è bella, non sarà ricca, ma è felice. Si vede. Ha messo in moto il suo motorino e con esso la mia coscienza. La vedo allontanarsi, il fedelissimo le corre dietro con una tale energia, come se avesse paura di perderla.

Ore 8:40. Rientro. Abbasso la veneziana. Penso che vorrei avere anch’io un cane e chiedo a mia madre: “in questa casa esiste una ceneriera?”

angelxyxy ha detto...

Meglio un cane che una ceneriera :)