sabato 17 settembre 2011

LA CROMATINA

Ritornare bambino.
Non ci vuole poi molto. Basta poco, ma ogni volta che succede, capisci che era inevitabile. Una scintilla. Poi un’altra. Ecco che appare un colore o forse è una nostalgia improvvisa. Qualcosa che ti brilla negli occhi. È una stanzetta. Sono due lettini e piccoli poster alle pareti. È una vecchia canzone alla radio. È un ciabattare in cucina. Rumore di piatti e stoviglie. Soffio di vento dalla fessura di una porta chiusa. Silenzio. Passa l’infanzia.
Lo sai, ogni tanto succede. Non puoi evitare che non accada. Te lo aveva detto qualcuno anni fa: ai grandi ogni tanto succede e ora che sei grande, succede anche a te.
Ritornare bambino.
Ti accade quando meno te lo aspetti. Basta poco. Basta una scatola di lucido da scarpe, su uno scaffale in un supermercato, tra carrelli, scale mobili e istantanee di parole che pensavi di non riuscire più a dire a te stesso. Piccola scatola di metallo luccicante tra neon e ricordi. Piccolo oggetto che non conosce il significato del tempo e che ti soffia il suo nome, impossibile da pronunciare, ma che ti lascia bloccato, nei corridoi di un supermercato, tra reparto merceria e reparto profumi, inebetito e scosso, vittima del concetto di tempo così come avevi imparato a scoprirlo alle elementari, quando  suonava la campanella.
Rimani a pensarci un attimo in più, per consentire a te stesso di andare avanti col carrello. Una frazione di secondo in più che ti scoppia nel cuore. La riconosci: è quella briciola di tempo staccata dalle altre. Quella solitaria briciola di tempo che ti rendeva tutto possibile, una volta. E allora fai qualche paso indietro. Ti volti di nuovo verso lo scaffale e la prendi. Te la giri tra le dita. Sviti il coperchio. È già odore compatto. È già senso di vertigine e vuoto.
Non la usa più nessuno la cromatina.
Lo pensi ma non ci credi. È questione di scarpe e di nuove tendenze. È questione di moda. Non ti piacciono più quelle scarpe da spazzolare, da passarci il lucido almeno una volta alla settimana. Non ti piacciono più. Chissà perché?
Avvicini di più il naso al bianco oleoso e l’odore diventa più intenso e solo ora, avviene il passaggio.
Le luci calano. Le scale mobili si fermano. La gente non parla più.
Silenzio. Passa l’infanzia.

Prima c’era il trillo del telefono. Dopo, la voce di tua madre. È ancora dopo, più niente. Solo un rumore. Un rumore lontano. A poco a poco, ritorna il certo, mentre il sogno svanisce. Immagini perdute. Colori ormai sbiaditi che si annullano, incontrando suoni reali. Il rumore acquisisce la sua probabile identità.
Da qualche parte qualcosa attutisce il tuo risveglio. Ti rigiri piano nel letto e lo definisci tra le pieghe delle coperte e la consapevolezza del tuo respiro. Il rumore di lavatrice è rassicurante: sembra esserci sempre stato.
Sei solo nella stanzetta. È tardi ma non è ora d’alzarsi. Umidità friabile ai vetri della finestra e persiana abbassata. Spiragli di luce pallida. Penombra e tepore di notte dormita. Nella tua stanzetta c’è già aria di domenica mattina. I letti affianco al tuo sono sfatti. I tuoi fratelli sono già in piedi e staranno giocando per strada con gli amici. Per un attimo provi ad immaginare qualcosa. Provi a ricordare il sogno che hai fatto. Apri di più gli occhi, poi li richiudi e ti accorgi che è la stessa cosa. Pensi a tua madre e cerchi di sentirla mentre si muove in cucina perché sai che è là tra i fornelli e la tavola, indaffarata a preparare il pranzo della domenica. Cominci a contare lentamente, scandendo i numeri nella tua mente. Uno, due, tre…
Riesci a vedere la luce del sole dai forellini della persiana, poi metti la testa sotto al cuscino perché hai quasi la certezza: sei da solo in casa. Quattro, cinque…
Tuo padre è andato a comprare i giornali all’edicola. Tua madre forse è di là ma non lo sai. I tuoi fratelli in cortile. Sei solo.
La maestra a scuola ha dato due problemi. Ieri hai provato a farne uno ma non ci hai pensato più di tanto. Hai chiuso il quaderno a quadretti e hai rimandato  domani. Domani tanto è domenica. Oggi è domenica. Domenica mattina.
Hai contato fino a cinque ma non ti sei alzato. Non è importante alzarsi. Importante è contare fino a cinque però. Tua madre è di là. Adesso lo sai perché hai sentito rumore di pentole e poi c’è la radio accesa: voci e canzoni. Sono canzoni d’amore. Oltrepassano la porta invadendo l’intenzione di alzarti o il coraggio di rimanere ancora a dormire.
Tutto è in bilico, sospeso e così resta, fino al momento in cui non senti il rumore della porta di casa.
La voce di tuo padre; I suoi passi e le chiavi di casa che tintinnano nella tasca del suo cappotto. Potresti alzarti adesso ma sai che romperesti la regola. Devi aspettare e lo sai. Aspettare ancora qualche istante che forse non durerà neanche il tempo per credere di aver dormito ancora un po’.
Papà apre la porta della stanzetta.
Ti chiama per nome.
Lo senti che cammina nella stanza e che va ad urtare una delle tue scarpe che hai lasciato davanti al letto. La scarpa batte sulla parete sotto la finestra. Papà apre la persiana quel tanto che basta per ferirti gli occhi ancora chiusi. Poi ti dice qualcosa. Ti tocca la punta dei piedi da sopra le coperte. Poi non lo senti più. Sveglia. È ora d’alzarsi.
Colazione in cucina, tra piselli ancora da sgusciare e avanzi di farina sulla tavola di legno. Mamma sta facendo i tagliolini e ogni tanto ti sorride. Poi ti dice di sbrigarti che sta per arrivare nonno.
Domenica mattina che si colora all’improvviso di attesa riposata e gentile, sfiorata da ogni attimo che ci vuole per lavarti, vestirti e prepararti.
Domenica mattina delicata e forte che ti aiuta ora ad essere quasi felice, perché da ora in avanti, la tua domenica mattina diventa aspettare tuo nonno.
Tuo nonno che significa passeggiata intorno ai palazzi del quartiere, forse fino al lungomare, forse… di sicuro fino ai giardinetti con fermata in pasticceria per comprare le paste. Le paste della domenica da mangiare dopo pranzo, cercando di fregare i tuoi fratelli per prendersi quelle migliori.
Tuo padre legge ed è diventato presenza invisibile della casa. Forse sta in salotto. Non ci vai. Torni nella tua stanzetta. La finestra della stanzetta è aperta. Aria fredda di quasi primavera che ti riporta all’inverno appena passato. Alla radio, le canzoni sembrano tutte uguali. Ti vesti lentamente.
Tutto sembra in disordine, ma sai che non lo è. Il tuo sguardo si posa su quella scarpa sotto la finestra. Tuo nonno sta per arrivare.
Tuo nonno che la domenica mattina è tutto il tempo delle ore e dei giorni che trascorrono fino alla prossima domenica mattina, perché tuo nonno col suo cappello verde e il suo odore di dopobarba alla menta, è attesa salata e voce di mare caldo da respirare quando meno te lo aspetti. E perché tuo nonno, con le sue scarpe grosse col buco al lato per far passare la cipolla, è l’odore di mille e mille passeggiate tra quei campetti di periferia dove i ragazzi giocano a pallone. È l’odore di quei muri di palazzi in costruzione in una città troppo grande per poter cambiare insieme a te che sei sempre piccolo e uguale ai giorni che scorrono lenti e che dividono per te, ogni domenica mattina.
Prendi la scarpa sotto la finestra, la infili piano al piede e sai che fra qualche istante, sarà completamente diversa, perché proprio nel momento in cui starete per uscire, lui ti guarderà le scarpe e ti dirà che sono sporche.
-      Dove vai con quelle scarpe?
-      Perché?
Non hai potuto fare a meno di chiederglielo. Lo sai che lui ti risponderà che sono sporche. Lo sai che quel momento, laddove il tempo forma una collina in quella collina, i gesti più importanti delle persone sono destinati a ripetersi per sempre.
-      Sono sporche.
Tira fuori da una tasca la scatoletta di metallo.
-      Questa è speciale.
E tu vorresti abbracciarlo ora e dirgli “certo che è speciale, nonno… avevi ragione tu. È veramente speciale questa crema.”

E per un attimo ancora lo osservi svitare il coperchio e intingere le setole della spazzola nell’odore anziano come tutti gli anni che trascorrerai fino al momento in cui, una sera, in un supermercato di tanti anni dopo, ricorderai il tempo in cui, l’odore del lucido da scarpe voleva dire domenica mattina e la mano di tuo nonno che si chiudeva nella tua.
Per ora, non ti resta che posarla quella scatoletta di metallo. Per ora non ti resta che restituirla al suo scaffale e avviarti a pagare la spesa alle casse del supermercato;
È da tempo che non usi più quel lucido da scarpe. Del resto lo sapevi.  Erano altri tempi quelli. Erano altre scarpe e altre creme lucidanti, perciò ora ci sono altri odori nella tua vita.
Va bene così, non ti preoccupi più di tanto perché sai che prima o poi, ti capiterà di incontrarlo ancora quest’odore, magari a casa di qualcuno che in fatto di scarpe, ha gusti migliori dei tuoi.

2 commenti:

francesca ha detto...

Che meraviglia risvegliare in un istante il bambino che siamo stati , che siamo ancora. Cerco di rivederlo negli sguardi di mio figlio, nel suo ripetere gesti e movimenti, nel suo sorriso che dischiude tutte le dolcezze del mondo. Grazie per questi tuoi pensieri Angelo, per questa poesia leggera che si muove sotto i nostri occhi. Penso allo zucchero filato, era li quando ero bambina .. Ma esiste ancora lo zucchero filato ?

Paolo ha detto...

eh...dovevi scegliere però una foto di una scatoletta con una farfallina lunga sul lato, con una vitina al centro, che potevi girare da una parte o dall'altra.... che andava a sbattere contro il coperchietto e che lo alzava quel tanto che ti facilitava l'apertura. Ah...la cromatina.