venerdì 2 settembre 2011

UN'ARANCIA

Il portone dell'antico palazzo al numero 6 di Rue des Colonels-Renard si aprì. E il vecchio signore col bastone respirò forte l'aria dell'estate parigina. Restò così qualche istante, come se volesse valutare la possibilità di tornare indietro, come se avesse dimenticato qualcosa da prendere nel suo appartamento, invece si mise una mano nella tasca della giacca e cominciò a passeggiare piano,  fermandosi quasi subito alla frutteria all'angolo del palazzo. Era l'agosto del 1944. L'aria di Parigi era asfissiante. Un caldo così non lo si sentiva da secoli. Il vecchio signore diede uno sguardo alla desolazione di quella piccola bottega che fino a qualche mese fa era piena di ogni ben di dio. Guardò l'abbandono in cui quelle cassette vuote giacevano impolverate, vide alcuni sacchi mezzi vuoti di fagioli secchi e qualche scatoletta sudicia e tirò un gran sospiro. Il vecchio signore sapeva che il proprietario aveva anche qualcosa di buono ma lo nascondeva all'interno, nello stanzino per quelli che si potevano permettere di pagare. Non era opportuno tenere la frutta fresca esposta a quel sole e soprattutto, sarebbe stata una tentazione troppo forte per coloro che la fame avrebbe potuto trasformare in ladri occasionali.
Il vecchio ricominciò a camminare piano, attraversando le vie di una Parigi bollente e afosa. Gli invasori tedeschi si agitavano come formiche impazzite in mezzo alle rovine dei palazzi colpiti dalle bombe degli americani. Si sentiva un vociare intenso. Ogni tanto, arrivava anche l'eco di spari lontani. Il vecchio signore era diretto alla camera d'ospedale dove un giovane, un suo allievo, stava morendo per le conseguenze di una cancrena dovuta a una ferita provocatagli da un bombardamento. 
Eh sì... questa sana abitudine di proteggere la popolazione bombardando, già si metteva in pratica da tempo. 
Il giovane si chiamava Luc Dietrich, aveva scritto diversi romanzi, tra cui "La felicità dei tristi", un libro quasi autobiografico, raccontato attraverso una novella appassionante, con cui era stato tra i finalisti del Prix Goncourt e aveva rischiato anche di vincere come miglior libro francese dell'anno, se non fosse stato così giovane. 
"Avrà tempo per formarsi e per dare altre conferme delle sue capacità di scrittore". Pensarono quasi sicuramente i giurati di quell'anno. Era il 1935 e decisero di premiare il più famoso e collaudato Joseph Peyré che con il suo Sang et lumieres e il suo stile più rassicurante, tranquillizzava un po' tutti, lettori ed editori.
Non potevano immaginare i giurati che quel giovane, così pieno di talento, che aveva vissuto tutta la sua infanzia con una madre malata e avvezza all'uso di stupefacenti, quel ragazzo che, attraverso un semplice racconto scritto in una prosa semplice, spietatamente vera, aveva sbaragliato autori molto più anziani e importanti, di tempo non ne aveva poi tanto. Il giovane Luc la percepiva fin dalla più tenera età questa soglia. Il suo viaggio era breve e lui in un certo senso, la sentiva questa cosa. Aveva immediatamente cercato con tutte le sue forze, di dare un senso alla sua vita. Aveva sofferto da bambino. Suo padre era morto che lui era troppo piccolo e questa mancanza, lo aveva spinto a cercare ovunque, fuori e dentro di sé, un'immagine forte che la sostituisse. Ecco perché quando gli parlarono di un maestro che era venuto dall'oriente per portare i semi di una conoscenza antica, non se lo fece ripetere due volte e lo andò a trovare chiedendogli di diventare suo allievo. Il giovane Luc cercava risposte ovunque. Le cercava nei bistrot in compagnia di amici con cui condivideva le stesse donne. Le cercava nei vicoli di Parigi, nelle osterie, nei circoli letterari in cui era stato introdotto, nelle lunghe passeggiate solitarie tra le fontane del Jardin du Luxembourg e i laghetti di Parc Monceau, le cercava nell'aria del cambio delle stagioni, tra le pause di un'ispirazione per un altra poesia o un altro racconto da scrivere. Il vecchio maestro era affezionato a quel suo allievo. Piú volte gli aveva detto: "Ma che ci vieni a fare qui? Tu hai la tua arte che ti salva!"
Il vecchio signore entrò nell'ospedale. Attraversò i corridoi dai muri scalcinati, pieni di crepe che le deflagrazioni delle bombe avevano provocato. Chiese un'informazione a un'infermiera che sembrava più tranquilla delle altre e s'incamminò in direzione della stanza del giovane Luc.
Quando entrò si accorse che non era solo.
C'erano altri due giovani seduti accanto alla sua brandina. Uno dei due era uno scrittore come Luc e conosceva bene il vecchio signore. Era quello delle riunioni, delle cene con i riti strani, i brindisi e le chiacchiere su un sistema che provocava soltanto crisi e conflitti esistenziali. Più volte aveva avvisato l'amico di lasciar perdere. Una volta lo aveva pure seguito in questo appartamento dove il vecchio signore aveva suonato per due ore di fila la fisarmonica. Una noia mortale.
Maestro e allievo si guardarono senza parlare: non c'era molto da dire. Entrambi sapevano che quel silenzio conteneva molte parole. Poi il vecchio mise una mano in tasca, estrasse un'arancia e la depose nelle mani tremanti del giovane Luc. 
Si girò e se ne andò.  
I due amici guardarono tutta la scena. Non capirono quel gesto. Luc giaceva nella sua brandina agonizzante e tutto quello che quel vecchio e bizzarro signore che molti chiamavano maestro, aveva saputo fare, era portargli in regalo un'arancia. Né una carezza, né una parola. Tutto qui. 
A volte la vita è davvero meravigliosa. Basta guardare il cielo e pensare al momento che unisce il passato al presente. Uomini che tramandano ad altri uomini attraverso quello che è un solo semplice istante, in cui il mistero della vita ci sfiora. A volte non è così. I gesti, soprattutto quelli più essenziali, sono uno specchio. Ci mostrano le immagini di quello che noi siamo dentro. E se siamo arrabbiati, ci mostrano la nostra rabbia. Se siamo addolorati, il dolore ci porta lontani da una comprensione diversa. I gesti essenziali a volte indicano e incitano al ricordo di qualcosa che troppo spesso, continua inesorabilmente a scappare, a sfuggire... a volte questi gesti, si giudicano troppo in fretta e si misurano con l'unico metro che si ha a disposizione in quel momento. Troppo spesso i nostri stati d'animo c'impediscono di approfondire ciò che resta in superficie, ma... per fortuna a volte, non è così. Luc Dietrich morì a trentuno anni, quello stesso giorno d'agosto del lontano e vicino 1944. Era l'estate in cui i tedeschi abbandonarono Parigi. Un'estate caldissima. La sera stessa, sotto al lettino ormai vuoto, una delle infermiere, nel mettere le lenzuola in una cesta, raccolse da terra un'arancia.


1 commento:

Paolo ha detto...

Ho letto il post, casualmente, con una colonna sonora: "Spleen" di Rava, Galliano e Marcotulli. Rileggi ciò che hai partorito Angelo, se puoi, con i sette minuti di questo pezzo in sottofondo.....Ciao fratello!