domenica 30 ottobre 2011

TU SEI PIETRO E SU QUESTA PIETRA...

Pietro nacque a Betsaida in Galilea. Dicono che morì a Roma, crocifisso a testa in giù, sotto il periodo di Nerone. Nessuno lo può confermare con certezza, ma pare che le cose andarono proprio così. In realtà si chiamava Simone e fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Apostolo viene dal greco e significa inviato. Pietro perciò era un inviato. Un po’ come quelli del telegiornale che vengono inviati nei posti lontani. Ai tempi di Pietro non c’era ancora il telegiornale perciò Pietro era sempre disoccupato. Pietro andava spesso al lago a far finta di pescare. Quando tornava a casa, la moglie gli chiedeva: “Che hai pescato oggi?”
Pietro rispondeva sempre: “Niente… non ci sono pesci!”
La moglie a quel punto gli diceva sempre: “ Ma allora che ci vai a fare al lago?”
Pietro le rispondeva che andava al lago come inviato, proprio per dare la notizia che non c’erano pesci al lago. La moglie allora gli chiedeva: “Ma a chi la devi dare questa notizia?”
E Pietro le rispondeva: “A te che ogni volta me lo chiedi!”
La moglie di Pietro già pensava di farlo rinchiudere in qualche istituto, quando un giorno al lago, arrivò Gesù che lo assoldò dicendogli che da quel giorno in poi lo avrebbe fatto pescatore di uomini. Una mattina Pietro però, ritornò a casa a braccetto con un marocchino palestrato. La moglie gli chiese: “E questo chi è?” Pietro rispose che lo aveva pescato al lago mentre si stava facendo il bagno. La moglie se ne andò immediatamente di casa. Gesù gli disse di smettere subito con la pesca.
E gli diede una pietra dicendogli che da quel momento, doveva pensare solo a quella. Pietro cominciò ad andare in giro sempre con quella pietra. Se la portava appresso tutto il giorno in uno zainetto e la notte se la metteva sotto al cuscino.
Secondo i vangeli sinottici, Simone detto Pietro fu il primo a mettere la pulce nell’orecchio a Gesù che era il figlio di Dio. Infatti quando Gesù ebbe un amnesia che non si ricordava più chi era, chiese a Simone: “ Ma tu ti ricordi chi sono io?” Simone rispose: “Tu sei il figlio di Dio!” E poi subito dopo aggiunse: “Che ho vinto?” Gesù allora gli disse: “Hai vinto che d’ora in poi ti chiamerai Pietro e non più Simone!” Simone detto Pietro, allora chiese: “Ma perché se mi chiamo Simone mi devo chiamare Pietro?” Gesù gli rispose che così per lui era più facile ricordarsi di sé. E gli disse che su quella pietra che gli aveva dato, doveva edificare la sua chiesa.
"La mia?" Chiese Pietro.
"No, la mia!" Rispose Gesú.
"E le altre?"
Gesú se lo guardò per bene e poi gli rispose che per edificare una chiesa, basta partire da una sola pietra. Poi gli diede delle chiavi metaforiche con cui doveva aprire il regno dei cieli.
“Cos’è il regno dei cieli?”
Chiese Simon Pietro.
Gesú gli disse che il regno dei cieli in realtà non era nei cieli ma stava dentro di lui. Gli disse che era un luogo interiore bellissimo che tutti gli uomini hanno e che basta entrarci per scoprirlo.
“Ma allora se basta entrarci per scoprirlo che me ne faccio di queste chiavi?”
Gesú gli rispose che erano chiavi metaforiche e che in realtà il regno dei cieli è un luogo sempre aperto.
“Chiedi e ti sarà dato!”
Gli disse Gesú e gli mollò metaforicamente un grande mazzo di chiavi che Pietro sempre metaforicamente, si appese alla cintura.
Pietro lo rassicurò, gli fece la boccuccia per fargli capire che aveva capito. In realtà Pietro non aveva capito nulla, ma conosceva la più antica regola della conoscenza: “Mai e poi mai contraddire il tuo maestro”...

O la tua maestra! 

Altrimenti, sono bacchettate. 



"Scherza con i santi, ma lasciami stare il centravanti". Diceva un antico proverbio calcistico. Restiamo sempre nel gioco e nel tempo di una metafora. 


L'apostolo Pietro oltre ad essere una figura umana e meravigliosamente attuale, è importante (non che gli altri undici siano da meno) perché grazie a lui, abbiamo la risoluzione a molte risposte che altrimenti, resterebbero celate tra i tanti enigmi che a volte si celano nella semplicità delle cose.
È grazie a Pietro che abbiamo la possibilità di comprendere che è dagli errori che s'impara. Ad esempio, se si vede camminare sull'acqua il proprio maestro non bisogna cercare d'imitarlo subito, altrimenti è quasi matematico che si sprofonda.
Simone detto Pietro era un ragazzo disponibile ad imparare. Nella sua vita commise tante cazzatelle, ma le ammise tutte e cosa importantissima, se le perdonò tutte. Fu l'unico a chiedersi e a chiedere spiegazioni, cercando di razionalizzare perfino il perdono e quando non ci riuscì, si perdonò anche questo. 
"Quante volte dobbiamo perdonare? Una, due, tre... sette volte?"
Gesù gli rispose: "Settanta volte sette!"
Pietro fece per moltiplicare sette per settanta e il risultato gli venne 490, ma poi, nel tempo, fissando sempre la sua pietra da cui non si staccava mai, comprese che settanta volte sette non era una moltiplicazione, ma sette alla settantesima. Andò per fare i conti e si accorse che per far uscire un numero possibile da questa operazione, non gli sarebbe bastata una calcolatrice usata dai comuni mortali  di tutti i tempi a venire, ma che per cercare di comprendere questo risultato, doveva semplicemente cercare d'avvicinarsi all'infinito.
E in un certo senso, tra tutte le sue chiavi, trovò quella giusta.



martedì 25 ottobre 2011

SOGNARE FORSE

Ecco. Ce l'hai fatta. Sei arrivato ancora una volta su quel limite. 
Mannaggia! Che peccato che ora tu sei così lontano. Altrimenti avresti saputo cosa fare. Avresti saputo cosa dire. Vero? Ne sei davvero sicuro? Gira un'altra pagina come hai sempre fatto. Non puoi fermarti. Non puoi evitare di sognare. Lo hai sempre fatto. Fai uno sforzo. Cosa sognavi prima di sognare? 
E soprattutto, adesso che sei lì, dicci: qual è l'ultimo sogno dell'uomo? Dove possiamo cercarlo? Forse in una parola nella notte, sussurrata come il respiro di un bimbo che sta per addormentarsi? Cosa c'è al di là del sogno? Forse il nulla. 

Immagina una mattina di svegliarti e di non avere più un sogno. Già, proprio così. Ogni cosa è uguale a se stessa. Ogni attimo che hai vissuto è servito solo per arrivare sul limite di questo confine, dove il sogno ha lasciato il posto al silenzio, un vuoto incolmabile che avevi cercato senza saperlo. Possibile? Tutta qui la ricerca della felicità? Semplicemente bastava non sognare più? Non è possibile. Dov'è l'ultimo sogno dell'uomo? Oltre ogni immaginazione, non riesci ad immaginarlo questo luogo. Non da qui. Non dai tuoi anni, da questa corrente che ti porta ancora a sperare in un altro viaggio, in un'altra passione, un fuoco da accendere o un altro cuore da proteggere insieme al tuo. Quel giorno non può essere vicino. Te lo dici piano, con l'arte della vaghezza che hai imparato a confondere con le  sensazioni primitive. Gli sguardi sul mondo ti contraddicono però. 
Il mondo... questo povero mondo surriscaldato da tanti poveri folli, pupazzi disegnati con inchiostro simpatico, avvolti irrimediabimente dai mille volti di una stoltezza stratificata nella loro stessa fine. Ma tu... tu ancora giochi al gioco del mondo? Ti metti ancora nei suoi panni qualche volta? Che ridere. Un attimo ed ecco... 

"Io sono il mondo!"

E allora osservi questi piccoli parassiti che hai imparato anche ad amare perché in un certo senso, ti hanno fatto compagnia da pochi millenni a questa parte. Ne sopportavi il ronzio fastidioso, li accudivi sotto il manto della tua atmosfera e se te ne perdevi qualcuno per strada, l'istinto era sempre di andare a recuperarlo. 

"Cosa vogliono ora da me?" 

Si dividono in così tante fazioni e quando ne hanno creata una, la dividono ancora e ancora e ancora. Pensano che nella frammentazione ci sia il tuo segreto. E quanto più pensano di averlo raggiunto, strappando quello che credono sia l'ultimo velo, si ricordano del loro ultimo sogno che era soltanto uno sguardo di tenerezza, lanciato da un piccolo ponticello, su un ruscelletto che sfocia nel mare dove si erge la torre di una pietà silenziosa. Pietà per tutto ciò che si poteva fare, indirizzando l'ultimo sogno verso un'evoluzione sincera dell'uomo, naturale e armoniosa, senza cercare ad ogni costo, d'impedirne la visione costruendo dighe sempre più grandi, con ammassi di scartoffie, scheletri insanguinati, rami secchi e polvere che il vento si porterà via in un solo soffio. Uomo e mondo, uniti dalla percezione di questo ultimo sogno. Eccoli qui. E allora, la senti pronunciata dalla tua voce, sapendo benissimo che non è solo la tua. L'ultimo sogno, coincide con l'ultima preghiera possibile, regalata per te, da te all'uomo e al mondo: "Caro amico mio, vero padre e madre di ogni senso e battito della mia vita. Io ti prego, alle spalle ormai della mia ultima certezza, finalmente libero dalla volontà che mi ha portato a seguire le strade false di una fretta antica, nell'attimo dell'estrema solitudine che tutto ciò che è reale mi spalanca davanti, io ti prego... aiutami a guardarti davvero negli occhi e se possibile, a far entrare in ciò che resta dei miei stupidi sensi... il pensiero che ciò che avrei voluto o vorrei sognare per l'ultima volta, era o sia solo un sogno di libertà".
"L'umanità si auto-estinguerà nel momento in cui smetterà di investire nei sogni più estremi. In effetti, che senso ha, per la natura, una specie che non cerca più cambiamenti, adattamenti ed evoluzione?" Nik Redian

venerdì 21 ottobre 2011

SIC TRANSIT GLORIA MUNDI

Come in un antico rito egizio, il cuore lo dobbiamo deporre su un piatto di una bilancia, mentre sull'altro verrà posta una piuma e sperare che il peso penda dalla parte giusta. 
Mundus transit et concupiscentia eius... era la frase analoga da dire e, come in un sogno dentro un sogno, questo mondo scompare e con esso, ogni tristezza. Il sonno dei giusti non può esser turbato neanche dall'ultimo lamento del mondo ferito a morte. E se il mio cuore dovesse esser posato sul piatto della bilancia ora, sicuramente il peso penderebbe tutto dalla sua parte e verrebbe dato in pasto ad Ammit, la divoratrice.
Diciamoci la verità... Questa volta l'ha detta giusta.
E come poteva finire se non con una citazione in latino quest'amicizia? Papik, questo uno dei soprannomi che  avevano dato al Raís. Papik... quando l'ho letto poco fa, non riuscivo a crederci. Strana assonanza con altri soprannomi nostrani. Sic transit gloria mundi e la storia si diverte. Per chi non lo sapesse, questa è una frase su cui ogni nuovo successore sulla sedia di Pietro, cioè ogni nuovo papa deve riflettere, quando viene eletto. Così il potere temporale passa in fretta e così la gloria di questo mondo svanisce come una fiammella viene spenta con un soffio. 
E allora sì... questa sì, l'hai detta giusta! 
Se non altro perché così ci dai l'occasione di riflettere su qualcosa che va al di là delle tristi vicende umane, al di là di un tempo che opprime e di un tempo che redime. La storia si ripete, sfiora solo coloro che hanno la pretesa di fermarla, risparmiando solo i destini di chi riesce a non lasciarsi coinvolgere da questa follia che ormai assedia l'umanità, stretta e muta, in attesa di un giudizio che finanche i tre giudici infernali: Minosse, Radamanto ed Eaco, non avrebbero dubbi nel condannare al Tartaro eterno (che non è una pena da scontare dal dentista per l'eternità). I campi Elisi sono lontani ma...  anche da questa postazione neutra che mi sono scelto, non posso fare a meno di provare una strana sensazione di vuoto. Cerco sempre di non lasciarmi coinvolgere emotivamente, ma la fine del nemico numero uno, il tiranno, il raís, il colonnello condottiero tanto odiato da quella stessa gente per cui, egli aveva dichiarato di voler morire da martire,  mi fa abbandonare per un istante il gioco di sostare in una zona franca, dove lo sguardo riposa, osserva, cerca di non giudicare la follia umana e mi riempie il cuore di tristezza. Perciò, per un istante, lascio la linea di confine. Lascio il "quasi" per entrare nell'intero. E l'intero lo trovo spazzato via da un vento furioso che non conosce sosta. Faccio fatica a restar dritto a guardare davanti a me. È difficile. Solo tristezza nei paraggi. E questa è una tristezza profumata di un odore conosciuto da millenni. Odore antico, conosciuto da epoche di orrori, inganni e indifferenza inculcata a suon di frequenze basse dello spirito, chiacchiere di radio lasciate troppo tempo accese e brutti varietà televisivi. L'odore del male che ha un senso profondo solo nelle radici di una sensazione che a volte, ci fa dire: "Che senso ha tutto questo? Perché vivere così?" 
C'è poco da fare o da dire. 
L'ipnosi collettiva continua. 
Quelli che si riconoscono in questo senso di vuoto lo sanno benissimo. La frustrazione che accompagna ogni movimento verso l'abisso su cui sta passeggiando l'uomo. Il cuore che sente. Gli occhi che si sono abituati talmente al delirio che non riconoscono più ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Procediamo confusi. Andiamo a tentoni da tempo. E il male è ovunque, ma non è certo una scoperta. È sempre stato così. Gli uomini hanno questa capacità di cambiare i volti, dare alle cose nomi diversi, chiamare le guerre con espressioni varie, numerarle, porle cronologicamente in un'ordinata serie di epiteti, espressioni colorite. Col tempo, le guerre hanno perso anche il fascino della loro importanza se mai ne hanno avuto una agli occhi di chi le ha generate. Il sangue ora viene sbattuto tranquillamente sul web e fa parte ormai di una sana abitudine che prende il nome d'informazione. Ed è giusto così. Lo è sempre stato. Pensiamoci un po' o non abbiamo più neanche voglia di lanciare in avanscoperta un povero pensiero? Così tanto siamo abituati a ricacciare il pensiero al di là delle mura di ogni nostra personalità che urla: "Basta. Non sparate più". Già... neanche ci si  accorge di quanto si resta assuefatti dalle immagini e dal crudo ricordo di ciò che è sempre esistito: il mondo in lotta con se stesso. Il giorno in cui questi poveri ubriachi si renderanno conto di cosa significa davvero la guerra, di cosa vuol dire assassinarsi a vicenda, quel giorno davvero non avrà per loro alcuna importanza. Sarà un giorno qualsiasi, confuso in uno stato dell'essere che in un istante reso eterno dalla parola, un ragazzo venuto dal regno del non tempo, osò definire luogo dove regna il pianto e lo stridor di denti. Questo il premio, l'alloro da porre sulle spalle dei vincitori, questo il luogo dove respirare il profumo della vittoria per aver sconfitto un uomo che, con tutte le sue colpe terrene, era arrivato semplicemente al limite su cui tutti, nessun escluso, sia pur in modo diverso, dovremo sostare. E se è vero, così come ci è stato riportato che, quest'uomo, di fronte al proprio limite, in cui il mondo spalanca le sue fauci per inghiottire ogni gloria di questa terra, ha implorato per la sua vita con l'ultimo soffio vitale, vuol dire che l'inferno ha visto ancora una volta, allestito il suo banchetto prelibato sulla cui tavola manca sempre la stessa pietanza: la pietà. L'inferno, cioè il "posto basso, inferiore" per eccellenza, qui afferra sovranamente il suo significato di luogo più infimo sia esteriore che interiore. Come in cielo, così in terra. Qui, da queste parti, non esiste più alcuna possibilità se non quella di provare a conservare dentro di sé, una speranza flebile e fragile, come la fiammella di un cerino, nell'occhio del ciclone. Invece, la fortuna di stare e di credere ancora a quest'illusione temporale, ci dà ad alcuni di noi, i più folli del coro, ancora tempo e coraggio d'affrontare l'unica cosa che forse, vale la pena di fare insieme a chi, in un sussulto, crede nel miracolo che un giorno la verità apparirà chiara e reale come un nuovo mattino che nasce.
Quel miracolo per noi è che quell'ultimo sguardo ai propri carnefici, l'uomo di Sirte, lo abbia dato con la certezza che il suo viaggio nella gloria del mondo era davvero arrivato alla fine e tutto quello di cui aveva bisogno, era un estremo atto di pietà che in quell'istante, era lontanissima da lui. Questo è quanto e il quanto questa volta è davvero poco, perché poca cosa è il mondo e la sua gloria, nell'istante in cui ogni uomo, nessuno escluso, si ritrova a posare il proprio cuore sul piatto di una bilancia, mentre sull'altro, è poggiata una piuma. 


martedì 18 ottobre 2011

PICCOLO PORTO

Lì, dove lo sguardo non riesce ad arrivare. Lungo il filo dell’invisibile, dove il mare non è più mare e dove il ritorno ha un odore preciso. Lì, prova a guardar meglio. C'è qualcosa lì. Qualcosa che ti ha portato ancora in questo posto. Si nasconde nell'inganno di questo modo di vedere che usi durante il giorno. Riflessi d’acqua.
Cammini piano. Passo dopo passo, ti inoltri nel cuore di una passeggiata fatta chissà quante volte.
Sei ritornato qui. Sei ritornato nella città dove sei nato e sapevi che prima o poi sarebbe arrivato il momento di respirare ancora una volta l'aria conosciuta. Aria del porto di notte.
Cammini piano.
Sciogli i pensieri e lasci che vaghino lenti con te, tra gli ormeggi intrecciati sui tuoi passi. Ti guardi intorno, immaginando una notte diversa, sapendo che non potrebbe esistere una notte diversa.
Questa notte è sempre la stessa. La stessa di un respiro che si lascia guidare qui, attratto dai ricordi di ora e da quelli di ieri, sapendo che non esiste confine. Nessuna differenza tra gli uni e gli altri.
Tutto è intrecciato e tutto è ben saldo tra ciò che eri e ciò che sei.
È questo il ritorno.
È questo odore di porto che ti si è incollato dentro da quando sei nato e che vibra nella pancia ogni volta che decidi di tornare qui, in compagnia di questa notte.
Notte di faro e di croce sul mare.
Notte di mare nascosto che sussurra nomi di amici che come te, hanno subito il richiamo della terra e di cui, riesci ora, a scorgerne le mani, i capelli salati e il colore della pelle bruciata dal sole.
Provi a respirare più forte.
L’odore del ritorno è fatto anche di questi respiri che gonfiano il petto.
Brividi di compassione e mani nella tasca del cappotto, mani che frugano qualcosa che non può essere toccata. Sono foglietti di carta. Biglietti di qualcosa. Briciole di memoria che si staccano dalla mente e che finiscono a volte, nelle tasche di un cappotto, di un giubbotto o una giacca lasciata troppo tempo nell’armadio. Sono piccoli sassi. Sono elementi che ti danno sicurezza in certe occasioni.
Ti basta sapere che sono lì, in una tasca, per riacquistare di colpo, tutta la sicurezza di aver vissuto, di essere sempre tu e non un altro.
Provi a fermare i tuoi passi e a guardare le ombre delle barche ancorate, nella speranza di ritrovare l’immagine di qualcosa che leghi anche te a quest’acqua.
Desiderio di appartenere a quest’acqua.
Desiderio di apnea e sorsi d’aria improvvisi, alla luce di mattine modellate con i passi di ragazzi abbronzati da sole e risate.
L’odore di un piccolo porto di  notte è odore pungente, forte.
È odore di nostalgia e serenità contenta. Odore profondo d’acqua che non può evaporare al calore della tua malinconia, perché è troppa, perché quest’odore è l’odore dell’acqua alimentata dall’acqua. È l’odore di qualcosa che non può finire.
Un passo oltre gli ormeggi.
Pochi centimetri ti separano dal buio o dal freddo bagnato e pensi che quasi ne hai bisogno. Devi caderci dentro per ricongiungerti alle parti di te stesso che hai lasciato proprio qui, tanto tempo fa.
Qualcuno ti chiama.
Ti volti di scatto. Nessuno.
È la parte di te che vive lì sotto. Nell’acqua del mare.
E allora scosti le braccia dal corpo.
Provi a chiudere gli occhi e in un attimo, stai fluttuando nel tempo che si ricompone in te in quest’unico pezzo di mare.
Resti così per un po’, non sai quanto, poi di colpo, il filo si spezza e tutto ritorna normale. Ti guardi intorno. Sei ancora da solo. Il rumore delle macchine sulla strada che prima eri riuscito ad isolare, adesso è costante.

Ti volti e questo dare le spalle al mare è uguale ad un distacco definitivo. Le mani nella tasca a frugare tra tutti quei foglietti inutili che non decidi mai di buttar via… camminando in fretta verso la strada dove hai parcheggiato la macchina, facendo finta di non pensare più a quella lacrima che hai ricacciato a fatica, un attimo prima, chissà quando, chissà perché.


venerdì 14 ottobre 2011

APPUNTAMENTO AL CALISTO

Il post che segue lo tenevo già scritto. Più o meno uguale. Perfetto copia e incolla. Lo avevo scritto in un vecchio blog che giace abbandonato da diversi anni. Ogni tanto lo vado a trovare quest blog. Fa tenerezza. Uso quella postazione ogni tanto, per depredare piccole frasi, idee, spunti da cui trarre ispirazione per altre cose. Tutto cambia, ma c'è qualcosa di meraviglioso ogni volta che si girano le pagine di un diario antico. Quel blog si è fermato all'alba di un giorno d'agosto di un paio d'anni fa. Mi ero stancato di scrivere e avevo incrociato le braccia, sapendo però, che lo sciopero non sarebbe durato a lungo. Andando a sbriciare tra gli appunti del passato, ho scoperto questa piccola divagazione tra lo storico e il gioco. Lo inserisco anche qui. È il mio ultimo giorno a Roma, poi partirò. Lavoro che chiama. Roma è così. Fa la sostenuta, ma poi le dispiace che vado via e quando ritorno, si commuove. Un saluto a tutti quelli che non sono riuscito a incontrare pur promettendo di farlo, ai caffè non rispettati, alle chiacchiere non condivise. Roma è così. "Ci dobbiamo vedere" e "quando torno ti chiamo" sono le frasi più gettonate da un po' di tempo a questa parte. Poi alla fine, a volte, la routine prende il sopravvento e fa rinviare tutto, a una data da destinare al chissà quando... vi lascio con un "Ci vediamo presto", naturalmente al Calisto (Naturalmente Calisto con una ele, alla romana).

Dice la leggenda che in gioventù, Callisto I ebbe problemi legati al denaro. Pare che egli fosse alle dipendenze come schiavo, di un certo Carpoforo che decise di affidargli un compito delicato: lo mise a capo di una banca. Non si sa come, il giovane Callisto perse i soldi di alcuni clienti, cristiani come lui e successe un casino. Callisto vide che l'unica prospettiva per lui era la fuga. Riuscì ad imbarcarsi su una nave, ma qualcuno sul ponte lo riconobbe e lui si gettò in mare (non invento nulla: è la pura verità) e raggiunse la Sardegna a nuoto. Erano al largo di Portus e Callisto nuotò e nuotò ma alla fine lui aveva solo due braccia e dall'altra parte una quarantina di remi. Lo riacchiapparono e lo mandarono davanti al suo padrone Carpoforo che subito gli chiese: " ' A Cali' essibbravo… come li hai persi 'sti sordi?"
Non si sa nulla riguardo della risposta che diede Callisto.

Secondo secolo dopo Cristo.

A quei tempi la possibilità d'investimenti sbagliati erano molti. Non c'era la borsa, ma funzionava molto il prestito con l'interesse. Anche a quei tempi le banche erano delle specie di usurai legalizzati. Calisto che probabilmente aveva una briciola di coscienza un po' più sviluppata dei suoi colleghi cassieri, sbagliò a fidarsi di qualcuno che considerava amico o chissà di chi altro cui era affettivamente legato. Chissà, immagino un amico di Callisto che gli dice: "Cali' e sto nei guai, se non restituisco entro oggi centomila sesterzi, Elio il roscio mi serve con le lenticchie a capodanno!" Callisto futuro vescovo di Roma, cuore generoso e nobile, sicuramente si sarà fatto in quattro per aiutare l'amico che però, una volta in possesso del denaro s'infilò in una sala scommesse del Totodiga e si sputtanò subito la gran parte dei soldi e con il resto ci andò a mignotte. Callisto, inguaiato, però non se la sentì mai di fare nomi. Si limitò a dire soltanto che lui i soldi li aveva persi. Preso atto di questo, a Carpoforo non gli rimase altro che denunciare il suo giovane ex schiavo all'autorità giudiziaria. Con un colpo di scena però, alcuni clienti della banca che non potevano rassegnarsi di aver perso così in un colpo il loro patrimonio, chiesero a Carpoforo di lasciar andare Calisto per la sua strada, cioè di liberarlo, invitandolo a darsi da fare per restituire il denaro che aveva così maldestramente perso. Callisto allora pensò: come li restituisco 'sti soldi?" All'improvviso gli venne in mente di andare in una sinagoga e rivolgersi ad alcuni ebrei suoi conoscenti per farsi prestare i soldi e poi restituirli poco alla volta con piccole e comode rate mensili. Non si sa bene come andò, ma quello che riportano gli storici è che Callisto non arrivò neanche a farsela prestare questa somma di denaro. Quando seppe che il tasso d'interesse era del duecento per cento e cioè, che in cinque anni avrebbe dovuto restituire dieci volte la somma presa, si dimenticò che stava in un luogo sacro e mollò un cartone in faccia all'ebreo che poveretto, faceva soltanto il mestiere suo e che s'aspettava una contrattazione verbale.

Callisto fu arrestato e spedito in Sardegna ai lavori forzati. 

Il caso volle che in Sardegna si recava in vacanza Marcia, l'amante dell'imperatore Commodo, quello col labbro leporino operato del film Il Gladiatore. Marcia, solo di nome e non nel fatto, era invece, una ragazza non tanto lontana da quella deviazione sessuale femminile che aveva a che fare con l'esaltazione dell'appetito sessuale e quindi era alla continua ricerca di partner maschili con cui cercare di saziarlo. Aveva con sé una corte di schiave che nel tempo, aveva educato ad un comportamento simile al suo, in parole povere, per le spiagge incontaminate della Sardegna, si aggirava un branco di ninfomani. Ci capitò sotto il povero Callisto e altri amici suoi minatori carcerati come lui. 
Pare che qui Callisto se la cavò egregiamente, tanto che Marcia chiese per lui la grazia a Commodo a cui non gli parve vero di alleggerirsi dello stress a cui lo sottoponeva la sua calda amante. I guai per Calisto, tornato libero, non erano però finiti. Marcia era insaziabile e lo sottoponeva a delle chiuse estreme al punto che Calisto chiese direttamente a Commodo se per favore lo poteva rimandare ai lavori forzati. 

Gli amici cristiani di Callisto, allora vedendolo sempre più consunto e indebolito, fecero una colletta e lo mandarono in vacanza ad Anzio a respirare di nuovo lo iodio. A turno poi, si sacrificarono con Marcia che nel frattempo aveva aperto un centro massaggi al centro.


Ad Anzio, Callisto si riprese benissimo, tant'è vero che ivi si stabilì, entrando a far parte della comunità cristiana degli Anziati, dove ricominciò a studiare la Bibbia e nel tempo, a curare personalmente l'educazione spirituale del gruppo.


Il papa di quel tempo, Vittore I, volle conoscere di persona quel giovane cristiano chiamato Callisto, rinomato per aver avuto così giovane, una vita così avventurosa. Gli elargì addirittura una bella sommetta come sovvenzione per il suo gruppo di fedeli e così Calisto fece carriera e fu posto a prima guida di tutti i gruppi dei cristiani, per quasi cinque anni. La sua morte è avvolta dal mistero. Una tesi dice che durante una sommossa popolare, fu prelevato da un gruppo di facinorosi e gettato in un pozzo. Ai tempi non c'erano i ragazzetti svizzeri a proteggere il papa e neanche le cabine col vetro antiproiettile sulle dighe, perciò è possibile, seguendo un'altra diceria che quattro 'mbriachi vedendo Callisto camminare pe' strada, abbiano detto: "Anvedi ma che è er papa?" E nun gli parve vero di prenderlo e fargli: "E uno… e due… eeee tre!" E di buttarlo in acqua da qualche parte. In questo caso, di sicuro lo buttarono al Tevere. Callisto probabilmente cadde male o qualcuno dei buontemponi non lasciò esattamente al tre la presa di un braccio o di una gamba. Callisto sbattè la capoccia e morì di colpo. La leggenda popolare che vede Callisto gettato in un pozzo, probabilmente fu un escamotage della comunità cristiana per rendere martire un personaggio che per tutta la vita fu abbastanza controverso e chiacchierato: ladro, truffatore, violento, rissoso, carcerato, fornicatore, per giunta rivoluzionario rispetto ad un codice religioso rigido. Infatti, una delle cose che instaurò Callisto, durante il suo papato, fu l'assoluzione da ogni peccato di cui ci si fosse pentiti col cuore. Questa cosa diede molto fastidio al celebre Ippolito Romano che nella sua Traditio Apostolica criticò questo colpo di testa del Santo Padre di tutti i cristiani, dicendo più o meno così: "Ma come, io mi faccio un culo così a non cedere agli sguardi delle ragazzine con la toga e gli infradito, arriva uno che non solo cede agli sguardi, ma fornica dalla mattina alla sera, si pente e può fare anche la comunione? Non esiste proprio!"


Il papato di Callisto I coincise con l'impero di Eliogabalo, meglio conosciuto come l'imperatore più debosciato e pervertito che abbia mai avuto Roma. Per andare controtendenza e frastornare l'opinione pubblica sobillata dai suoi denigratori, Eliogabalo si espresse in favore di Callisto in una controversia legale sollevata da alcuni aspiranti gestori di una vineria che andarono a protestare da lui, dicendo che il papa aveva fatto costruire un oratorio, nel luogo che loro avevano comprato per costruire un locale destinato alle libazioni. A sorpresa, Eliogabalo, diede ragione a Callisto, dicendo che un luogo dove si prega, è molto meglio di un luogo dove si beve. Detto questo si andò ad ubriacare.



Lo studioso della Roma antica e anche qualche vecchio abitante di Trastevere sa benissimo che quel luogo è ora dove sorge la chiesa di San Calisto. Le reliquie del santo dal IX Secolo sono nella basilica di Santa Maria in Trastevere. Nella piazzetta di San Callisto proprio lì accanto, c'è anche il bar più famigerato d'Italia, conosciuto per essere un punto d'incontro, una linea di confine, vero e proprio crogiolo di razze, etnie e categorie così ben mescolate e confuse tra loro, tanto da abbattere ogni differenza sociale e di classe. Capita sovente, d'estate, passeggiando per i vicoli di Trastevere, d'essere avvicinati da qualche turista sperduto e sudato che ti chiede con una guida tra le mani: "ueris… sen chelisto's bar?" Il bar di San Calisto è un pianeta a parte: luogo che offre riparo e contatto umano agli emarginati e un unione con il mondo. Spacciatori, ubriaconi, ex dongiovanni ridotti all'osso dalla droga e dall'alcol, barboni, punkabestia e i loro cani, ma anche artisti: dai più rinomati, a quelli delle vite disperate, signore d'altri tempi, elegantissime ed ingioiellate, tossici gentili, qualcuno che chiede qualche spicciolo per svoltare la dose quotidiana, intellettuali, scrittori, attori senza arte ne parte, registi squattrinati, ma anche persone straordinarie con il volto della gente comune. 

Sembra un caso, ma non poteva non essere così per un bar che porta il nome di un figlio di Roma, dalla vita tumultuosa e difficile, vissuto a lungo in schiavitù e nell'emarginazione: Callisto quindicesimo vescovo di Roma, dopo Pietro, Santo Padre delle comunità cristiane dal 217 al 222).

giovedì 13 ottobre 2011

LE PERIPEZIE DI UN FILMAKER

Manuia!
In Polinesia si brinda così. È come dire: "Cin cin" o "Alla salute!" Ma cosa c'è da brindare? A tutto. 
"C'è così tanta bellezza in giro..." 
Mi capita spesso di parlare con le frasi dei film. Semplicemente restano depositate lì, dormono, poi alla fine si svegliano e esplodono. Gli anni in questo caso, le migliorano.

Anni. Il gioco del tempo. Residui d'estate indiana. Mi trattengo nel nostro bel paese. Tante cose da fare, da sistemare. "Dio è nella pioggia". Era la frase che ho sentito in un film, ma la pioggia dov'è? A volte ragiono così. Mi ricordo le frasi che restano e tutto sembra star lì, a disposizione di chi se ne accorge. Basta allungare la mano e prendere. Anni che volano via. In questi giorni, tra le tante cose da prendere, da lasciar andare e da fare, c'è anche la promozione di "Cara ti amo", film da vedere, se non altro per respirare tutta la passione con cui è stato realizzato. Il confronto con un pubblico attento che ti fa le domande giuste e che coglie lo spirito di un film che hai realizzato è qualcosa di molto formativo per un filmaker. Ecco, ci sono arrivato. Ho appena detto le parole magiche: filmmaker.  Ma chi è un filmaker o meglio che cos'è? Il corretto vocabolo è filmmaker con il raddoppiamento della emme, ma le parole straniere italianizzate mi piacciono molto. In questo caso, una emme si perde e vola via. Questa è l'unione di due paroline speciali: film e maker dal verbo inglese to make che significa fare. In parole povere questo vocabolo indica colui che fa film. Nel gergo comune si indica qualcuno che produce, realizza, a volte monta e in casi estremi commercializza il film. Una persona attiva a tutto tondo. È chiaro che queste persone devono essere dotate su tutti quanti gli aspetti che compongono queste parti. In più devono essere carichi della dote principale che dovrebbe avere ogni filmaker che si rispetti: l'entusiasmo. E questa più che una dote è un dono. 

"Cara ti amo". 

Ok... abbiamo rubato il titolo alla canzone di Elio, ma in fondo, parliamo dello stesso argomento che non è solo "guerra dei sessi".  Un film a volte, rasenta follia ed opera d'arte. Nel nostro caso, si tratta semplicemente di un film fresco, divertente, realizzato con lo spirito del vero cinema indipendente, pensando al pubblico. Qui s'investe in entusiasmo, miei cari Quasidiaristi. Soprattutto, in entusiasmo che si raccoglie pian piano, durante il processo di creazione. La principale fonte di questo entusiasmo proviene da colui che ha prodotto, diretto, montato e adesso, in questi giorni, distribuito il film nelle sale. Il filmaker in questione è il mio caro vecchio eroe-amico Gian Paolo Vallati. Gian Paolo è un vero filmaker. Se non avesse avuto la vocazione e non fosse stato innamorato di questo lavoro, non credo sarebbe uscito dalle sue precedenti vite in cui interpretava il ruolo di un bravo vero architetto alle dipendenze di tanti bravi finti architetti.

La lezione in questo caso, deriva dal fatto che ogni rischio non pesa su una società a responsabilità limitata che arraffa finanziamenti a destra e a manca, ma poggia quasi interamente su una persona che non ha alcuna possibilità se non quella di crederci e di non mollare. Un filmaker sa che non ha altri appelli dalla vita. Questo perché per lui i film sono la vita. Sono come l'aria fresca che arriva quando si aprono contemporaneamente due finestre in due stanze opposte della casa. Sono come un sospiro a Venezia o la pulsantiera dei vecchi ascensori che fanno tutto quel casino quando si chiamano. Fare cinema per un filmaker è la manifestazione di un dato di fatto. Il fare non è una conseguenza. Il fare è una seconda pelle. Un filmaker non ha scelta. Deve fare film perché deve respirare. 

Nella mia girandola di appuntamenti con questo lavoro, Sfiorarsi è stato un film fondamentale. Un'esperienza che ha cambiato il mio modo di vedere le cose. Sono contento di averlo fatto, ma tornando indietro, sicuramente farei le cose in un modo diverso. 

Il primo grande insegnamento è questo: un film è un grande processo di organizzazione e unificazione di tante cose che vanno a formare un gruppo, un insieme di energie da far confluire in un'unica direzione; questo processo deve verificarsi in accordo con le parti, in armonia e soprattutto, nella totale chiarezza con la produzione. In mancanza di questo, è meglio aspettare o non fare il film. Strano. Non lo avrei mai detto. Un tempo non la pensavo così, ma le cose cambiano. Un tempo avrei messo al primo posto, il bisogno di lavorare e di realizzare il film.
Sono tante le società che hanno inguaiato il cinema italiano realizzando film costosissimi che poi non hanno avuto riscontro al botteghino. Sfiorarsi, prodotto da Veradia Film e abbandonato dalla stessa in un giro malato, fatto di fornitori non pagati, debiti irrisolti, fatture gonfiate all'estremo, giace come bene inutilizzato del Ministero, tra le scartoffie dell'Artigiancassa, aspettando che si risolvano quelle beghe legali che opprimono e soffocano molti film che sono finiti nello stesso pantano. E vi assicuro che sono tanti. 
Cosa c'è di sbagliato nel sistema che produce film che resteranno invisibili ai più, contribuenti inconsapevoli di opere che vengono relegate in una nicchia fatta di burocrazia malata e pressapochismo cronico?
Io un'idea me la sono fatta e penso di non svelare niente di nuovo nell'affermare che il problema del sistema, è il sistema stesso.
La mia esperienza con il marcio è cominciata nel momento stesso in cui ho capito che l'artista in me, aveva generato le antenne, cioè si rendeva conto che intorno a lui, le cose non quadravano. Essere artisti non è sempre facile, soprattutto quando ti accorgi che non sei più solo un artista, ma sei diventato una sorta d'imprenditore di un talento che ha fondato le sue basi sull'innocenza e lo sguardo disincantato. 
In parole povere, non puoi più far finta di non accorgerti del marcio in Danimarca (perdonatemi l'aiuto dell'uomo di Stratford).
Se un tempo però, chiudevo un occhio sulle pubblicità occulte che m'inserivano nei miei siparietti televisivi a Sanremo, adesso non mi è più tanto facile. E questo, genera attesa e a volte, paura. Già.
La paura ha trovato una nuova maschera da tempo. Si traveste con i panni dell'indifferenza. Siamo spronati di continuo all'indifferenza. Quelli che sentono forte uno spirito d'indignazione per questa febbretta costante che non guarisce, sono chiamati a tacere. E tacere, non sempre è giusto, soprattutto nei confronti di se stessi. Questo è secondo me, il conflitto principale di un artista: la propria crescita come individuo in una società malata e la ricerca costante di una cura. Vestire gli ignudi significa in realtà spogliarli delle finte certezze. Smascherare il proprio sonno, significa semplicemente ritrovarsi. Se l'uomo invitasse l'uomo a scoprire il potere di ritrovarsi e a usarlo per il bene dell'uomo, non esisterebbe più il bisogno d'istituire un cordone militare per difendere l'ordine pubblico. Invece... Viviamo in un paese dove non si può neanche scendere per strada e riunirsi per gridare: "Non ce la facciamo più!" Le strade vengono blindate e l'invito a indignarsi da soli, ognuno nelle proprie case è evidente. Viene voglia di scomparire su un'isola deserta e passare il resto della propria vita a fumarsi canne e a chiedersi: "Ma che cosa sono le nuvole!" Invece siamo ancora qui a chiederci: "Ma cosa posso fare io?" La risposta che riesco a dare è solo quella di cercare di non perdere per strada la propria passione. 
Non è un problema solo del mondo della cultura, dell'arte. 
È un problema dell'uomo. 
Io di una cosa sono sicuro: l'entusiasmo è contagioso.  Soprattutto il bisogno di chiarezza, verità e trasparenza è più forte di quasiasi inganno che il sistema riesca a usare per confondere o distrarre. Coloro che fanno il proprio lavoro con passione, sanno benissimo di cosa sto parlando. A volte basta la luce di una piccola fiamma a illuminare la notte più buia. I vampiri della società sono esattamente uguali a quelli che esistono dentro di noi. Nel percorso di formazione di un artista, bisognerebbe insegnare a conoscere queste presenze interiori che prima o poi si materializzeranno nel nostro esterno. Un artista, un vero artista, non è altro che l'essere più indifeso che esiste sulla faccia della terra. Tutto lotta contro di lui perché egli stesso è in lotta con se stesso, da quando ha cominciato a percepire la vera natura del suo essere. La parte essenziale di un individuo è paragonabile a un bambino di tre anni che piange dalla disperazione, abbandonato al di là di una siepe piena di spine che in realtà nasconde un giardino meraviglioso. Tutti gli uomini all'inizio della loro vita, sono ricchi di questa incredibile energia di creazione. Tutti gli uomini sono degli artisti per il semplice fatto che hanno la possibilità di creare la propria vita attimo per attimo. Il loro mondo è il mondo che loro realizzano, come un film a basso budget, nell'istante che stanno vivendo. È ora di smetterla di dare potere a tutto quello che ci porta lontano anni luce dalla gioia pura dell'essere artisti. E non sto parlando della creatività di un artista per come la si intende oggi. Essere creativi significa colorare di gioia la propria vita, sempre, in ogni fottuto secondo che attraversiamo, in ogni passo che facciamo, in ogni ostacolo davanti al quale ci fermiamo. Tutti gli uomini sono degli artisti. Nessuno escluso. Quelli che non lo sono, lo hanno dimenticato. Tutto qui.
Ma che davvero?
Semplice come un biglietto ridotto.
Purtroppo, ben presto, finiamo in quel pantano creato da tutti coloro che, per colpa del male del mondo che è il "dimenticarsi di se stessi", in questo pantano ci sguazzano benissimo. 
Questo pantano è meravigliosamente attraente, così com'è falso. Il pantano ci attrae perché ci seduce con le ricchezze depositate all'inizio. Sono le sirene d'Ulisse, è la Fata Morgana nel deserto, il paese dei balocchi di Pinocchio o la grotta di Alì Babà. Chiamatelo come volete e se volete potete anche chiamarlo: un finanziamento del Ministero dei Beni Culturali al nostro progetto. 

I blindati che ostacolano una pacifica riunione davanti a una biblioteca sono la rappresentazione delle nostre paure che sbarrano la strada della consapevolezza che per attraversare un muro basta una piccola breccia. Prima di organizzarsi e creare un gruppo che attraversi le barricate, bisogna fare un grandissimo lavoro. Bisogna capire chi siamo prima di mettersi in viaggio.
"Quanno moro vojo entra' in paradiso e pija' a boccalate in faccia ai santi!" Diceva un amico mio. E questo bisogna fare. Per essere eroi bisogna sentirsi parte del paradiso. Ci hanno cacciato? E sticazzi! Noi siamo lì. Siamo parti di quel sistema. Noi siamo il paradiso. La creatività non si può cacciare da un organismo umano perché essa è il fegato, è il filtro di ogni sensazione che ci collega al cosmo. Ecco il vero problema. Creare esperienza interiore e regalarla alla società malata. Avere tanto amore dentro da arricchire anche le nostre paure e i mostri che ci abitano dentro. Rimboccarsi le maniche e riprovarci un'altra volta, mettendo a frutto l'esperienza. Ogni cosa ha il suo tempo. Restare attaccati al passato è deleterio così come cercare ad ogni costo di realizzare il proprio progetto, fregandosene del prossimo o fregando il prossimo. Imparare a sviluppare davvero i propri sensi. 
Accorgersi di ciò che è giusto per se stessi. 
Imparare ad ascoltare quella vocina che forse, è ancora possibile recuperare da qualche parte. Prendere come esempio, le persone che ce l'hanno fatta.

Conosco autori, filmakers, registi che hanno aspettato quindici anni prima di recuperare i loro film. Le beghe legali finalmente esaurite, hanno aspettato le aste fallimentari (un film viene considerato un bene della società e finisce in fallimento con essa) e si sono ricomprati i loro film vedendo riconosciuti i propri diritti d'autore dell'opera e ottenendo la precedenza sulle varie società avvoltoie che aspettano proprio questo momento: cioè che un'opera cinematografica finisca all'asta in un pacchetto di altri poveri film inguaiati e così acquistarli per pochi spiccioli e incrementare la propria library.

Ugualmente, a tutti los indignados del mondo, a tutti coloro che si sentono traditi dal proprio paese, l'invito è di non recriminare per non esser stati lasciati passare o di aver trovato i passaggi chiusi. Una strada sbarrata rimane una strada sbarrata. Una strada è soltanto una strada. Lo scopo invece è ovunque e deve essere ben saldo. Il tempo in questo caso, è davvero un'illusione. Un film-maker aspetta tutta la vita.

Manuia!









lunedì 10 ottobre 2011

SE IL MONDO FINISSE ORA


Oltre il muro, segnali di trasparenza. Lunedì di sole a Legnano. Era da due anni che non stavo dietro una macchina da presa. Fa piacere di scoprire di non essere tanto arruginito. Torno al blog per riposarmi. Adrenalina che si disperde, lasciando quella vaga sensazione di stanchezza felice. C'è un momento, nella tensione creativa che hai bisogno di lasciar andare. Non si può stare in tensione per sempre. In quell'istante che coincide quasi sempre con una distensione in cui le energie scorrono ovunque, dentro e fuori, misuro il mio tempo, come un Diogene beccato tra la botte e il divano, col lanternino apparentemente inutile in una mano. 
"Tana per Angelo!"
Eccolo lì. Che ci fai con un lanternino in mano, se la luce è accesa? 
Luce accesa?
Eppure, se il mondo dovesse finire adesso, mi ricorderei di quelle stupide e piccole cose che hanno fatto la differenza di una vita vera. E sono tutte cose che si possono scoprire solo con un bel lanternino e olio abbondante tra le mani. L'elettricità a volte è un bell'inganno. Non rinuncerò mai al mio lanternino, neanche se mi offrite un palazzo illuminato a festa. E allora con la mia lucetta, mi vado a scoprire il quaderno con le righe strane, quello della terza elementare. In terza i quaderni a righe cambiavano. C’era una riga più piccola delle altre e tu ci dovevi scrivere dentro. Mi vado a illuminare il muro della casa su cui avevo poggiato la fronte, il giorno in cui ho saputo con matematica certezza che ero stato bocciato in quarto ginnasio. Me ne andai sul retro della casa, nel giardino e guardai fisso quel muro: era colorato di giallo ed un rosso scuro, con qualche traccia di salsedine. Mi apparirebbero i piedini di mia cuginetta stretti tra le mani, al buio, quando giocavamo ai “secoli”, gioco di paura vera. 
Aiuto! 
Si chiudeva la luce, buio fitto e qualcuno di noi doveva raccontare una storia dell’orrore facendoci spaventare. 
Illuminerei la mano di mia madre sulla mia testa, mentre studiavo geografia o scienze, nella cameretta, con la luce della lampada sulla piccola scrivania di legno, vicino ai vetri di quella finestra, dove ogni mattina, compariva una esse che scompariva durante il giorno. E lo so... ma sono cose che solo apparentemente riguardano me soltanto. Mi fido dell'istinto e procedo al buio, illuminando una parete o uno specchio. E allora vedrei all'improvviso le mani rugose di mia nonna, la notte del terremoto a Salerno. Mia piccola nonna, silenziosa, chiusa nella cucina, avvolta in una coperta troppo grande per lei che ci scompariva dentro. E poi, abbandonando il senso della vista, mi affiderei completamente al ricordo dell’odore della città in quei giorni che non si andava a scuola: odore di caffè tostato, erba e noccioline americane nel "cono a coppetto" sul lungomare.
Oltre il muro, con la mia lanternina, procedo e mi fermo appena un istante prima in cui potrei ricordare il futuro. No, tranquilli, quello non ve lo mostro. Ognuno ha la sua possibilità di scelta. Terra e aria lottano ancora, pur essendosi già perdonate mille e mille volte. 
Si potrebbe continuare all’infinito. Sono pieni gli scaffali di istanti che sanno aspettare pazienti il loro ritorno, ma forse è meglio che ora ci pensiate voi. Se siete passati da queste parti, avete la vostra possibilità. Vi presto il lanternino, ma l'olio lo dovete portare voi. Già... Oggi è stata una bella giornata. Dieci ottobre di altro tempo diviso, spaccato dall’attesa di un cambiamento invisibile che stiamo tutti già vivendo. La mia storia personale s’innesta in un panorama magico che fa rima con tragico. Mondo in lotta. Grilli in un lager che aspettano d’esser mangiati. Falene verso la fiamma. Navi che lasciano il porto. Respiro forte e vele al vento. Io giro un piccolo film che parla, tanto per cambiare, d'amore e speranza, mentre su di me passano aerei non identificati. Goodbye lovers.




 




martedì 4 ottobre 2011

IL COMICO VERO

Un comico vero vive tutto in funzione del ritmo. Scandisce la sua vita con le risate. Non può passare un certo numero di secondi se non c’è una risata netta e forte. Non risatine. Risate vere e proprie. Risate che cadenzano gli attimi con un ritmo giusto che si adattano al tempo delle giornate da riempire. Pian piano, le risate cominciano a diventare immaginarie. Le parole della gente, le parole scritte sui giornali, ascoltate alla radio, agli altoparlanti delle stazioni, cominciano a trasformarsi in un canovaccio da sperimentare attimo per attimo. È il ritmo interiore che si sta formando e che ormai è una seconda pelle. Il ritmo nei comici veri, si forma insieme alla vita. È il tempo che dà il tempo. È un mistero, come la pausa tra un respiro e un altro o il sogno e la veglia. È l'attimo vissuto esattamente quando deve esser vissuto. È il regno dell'accorgersi che spalanca la lastra di pietra e scopre i due menhir a guardia del trono di Kronos. Il tempo non ha segreti per un comico a patto che questi non decida mai di analizzarli. Il comico vero deve fidarsi dell'aderenza che il battito del proprio cuore ha con lo stesso movimento che ha una foglia che cade. Il comico vero sa cos'è una pausa, la rispetta e non la invade, non eccede, non si crogiola con un applauso, anche se lo osserva e lo vive con stupore ogni volta che si ripete. Il comico vero è colui che non è geloso degli altri comici. Ride e si diverte alle loro battute e non conosce la parola competizione. Il comico vero è forte del proprio intuito, ama la parte centrale dello spettacolo che corrisponde all'età matura, sa entrare in scena per ultimo ma anche se dovesse aprire lo spettacolo lo fa con la gioia di chi sa che far l'apertura è una grande responsabilità. Il comico vero sa che la televisione è importante ma non ne fa un traguardo. Il comico vero ha l'entusiasmo diviso a metà, ma ha il sorriso del bambino; riesce ad entusiasmarsi per una risata inaspettata ma non cerca di sfruttarla al massimo. È un entusiasta di natura, ma custodisce almeno tre segreti nel cuore che lo rendono triste. Una parte del suo entusiasmo gli resta attaccata anche alla fine dello spettacolo; un'altra, se ne va verso il silenzio e un'altra ancora, si allontana definitivamente da lui per ritornare solo al prossimo spettacolo. Un comico vero vive in un conflitto eterno. A volte, nella frammentarietà del suo animo, questa è la parte più forte perché non conosce mai la sua destinazione. Il comico vero sa quando è il momento di fermarsi e sa che questo momento, coincide sempre con un appuntamento inevitabile con l'ombra vivida e gigante che vuole, desidera sempre di più. Il baratro della tristezza è sempre presente dietro ogni maschera che ripone su una sedia insieme agli abiti, la notte prima di chiudere gli occhi, ma il comico vero, sa riconoscere la verità e si fida soltanto della veritá, pur sapendo che dal momento che dichiara guerra alla menzogna, il mondo cercherà di fargli cadere anche l'ultima maschera dietro la quale, non potrà più nascondersi. Il comico vero ama il suo pubblico, lo sente, lo rispetta, lo accudisce come un bambino e lo guida verso il difficile passaggio della realtà che si dirige verso il regno della risata. Il potere della risata è energia che rigenera e ristora ma non guarisce. Questo il comico vero lo sa, per questo non si prende mai troppo sul serio. Quando la gente comincia a riconoscerlo per strada, un comico può capire se davvero è un comico vero. Egli può sperimentare la propria fragilità e la propria debolezza, esattamente il contrario di quello che l'apparenza offre e cioè, successo e popolarità. Il comico vero sa affrontare la confusione. A volte ride guardandosi allo specchio perché nell'immagine riflessa sputtana tutti i suoi trucchetti e tutti i suoi alibi. Qualche volta deve avanzare a piccoli passi nel buio, da solo, mentre l'unica guida per procedere è il mormorio del mondo che gli si distrugge intorno. Il comico vero soffre in silenzio per tutti questi ragionieri della risata costretti a far ridere in tre minuti di tempo televisivi per poi cedere il passo al prossimo show o alla pubblicità. Il comico vero ama i riflessi dei lampioni che illuminano la pioggia, custodisce il proprio diario segreto su cui annota ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e cerca continuamente il talento nei giovani perché sa che nella vita, non c'è niente di più triste che un talento soffocato dalla paura d'esprimersi. A volte, il comico vero si alza di notte e resta a guardare il cielo notturno, sceglie una stella, la più piccola o la più lontana che sia e immagina che quella stella sia la luce del prossimo palco che lo aspetta, socchiude gli occhi e ripassa per bene, la parte.

lunedì 3 ottobre 2011

TEMPO SPRECATO

“Un'ora sprecata!” 
Ricordi? Una volta me lo hai detto. Ti sei alzata e te ne sei andata.
"Avrei potuto fare altro!"
Un lampo e non c'eri più. Solo a un tavolino di un bar. Quante incomprensioni nella nostra vita, conflitti, litigi. Perché avevamo litigato? Non mi ricordo il motivo. Se passa troppo tempo, i motivi non si ricordano mai. 
Mi ricordo che mi lasciasti lì a pensare: "Tanto torna!" Invece non tornasti più. Il tempo è un'invenzione meravigliosa. Il tempo stempera le emozioni, gioca con i ricordi, li cura, li protegge per renderli più belli.
Seduto, su una sedia di un bar dimenticato, cominciai a pensare a tutto il tempo che avevo sprecato davvero.
Sprecare è un verbo che mi ha sempre fatto tremare.
Ogni tanto succede. Non si riesce a stare in una situazione. Basta andar via. È così semplice da far spavento. 
"Quando si sta male, bisogna andarsene!"
Qualcuno me lo ha detto poco fa. Non l'ha detto a me. Lo ha mormorato a se stesso. Stare in un conflitto è sempre molto più difficile e complicato rispetto all'andarsene. 
"E adesso, io vado via!"
Una porta si chiude e il rumore è quasi sempre uno shock per chi rimane. Una volta la porta non si apriva. 
"Apri questa cazzo di porta!"
Mi venne da ridere.
Tante volte succede a me con le porte che non si conoscono bene. Si salutano i padroni di casa, si fanno le ultime chiacchiere sulla porta, mentre si cerca di studiare come si apre. Le porte degli appartamenti sono complicate nella loro semplicità. Non ce ne sta una uguale. E allora si tentenna perché si sa che prima o poi, arriverà il momento di toccare il chiavistello. Bisognerà far scorrere qualcosa, tirare, spingere, girare. Non si capisce mai. Le porte degli appartamenti hanno tutte un loro mistero. E allora, si mette la mano in un posto a casaccio, si va a tentoni, fino a quando l'intervento pietoso del padrone di casa, non pone fine allo strazio. Si va via. 
Quando bisogna andar via in fretta e furia però è un problema se non sai ancora come si apre la porta. 
"Mi hai fatto sprecare un'ora, una sera, una notte!"
E io avevo risposto che niente è sprecato. 
Non so come mi uscì questa cosa.
Ci credevo davvero quando la dissi. Cosa è davvero sprecato? 
Il tempo lo puoi ammazzare, perdere, stringere, fartelo scadere, addomesticare, fartelo alleato, ma non lo puoi sprecare. Puoi non averlo, ma il tempo è una cosa che non si spreca. Perciò, la prossima volta che sentirai che è arrivato il momento d'andar via, di scappare... resta.
Stai qui. Qui, noi due. Non è vero che sei andata via.
Una sola cosa...
Pensa che ci sono piante che fioriscono un’ora. Amori che nascono e finiscono in un’ora. Esseri umani che vengono al mondo e vivono un’ora. Silenzi di un’ora in cui passa una vita..

Io so però che se si ha il coraggio di non andar via e di provare a restare, proprio quando sai che non c'è altra cosa da fare che andare, beh... quello non è un momento sprecato.

Cosa è davvero sprecato?
Forse si spreca il tempo ogni volta che non si guarda all’altro come se fosse se stesso. Si spreca la vita ogni volta che ci si alza e si dice: “E allora ciao!” 
E ognuno dei due lo sa bene.
Si spreca tempo di una vita ogni volta che si pensa: questo atteggiamento è sbagliato. 

Si spreca tempo ogni volta che te ne vai perché non hai più il tempo di star lì a guardare e ad accettare la tua debolezza che ti porta a non capire che sei ancora troppo piccolo e che il dolore della tua ferita aperta è troppo grande per riuscire a contenere il tuo e farti carico anche del suo. E forse, ogni vita è davvero sprecata se dai retta a una sensazione di rammarico che afferra la pancia ogni volta che un’incomprensione genera odio o fastidio. È sprecato il tempo di chi non bestemmia per la paura di Dio. È sprecato il tempo di chi ha bisogno di affermare la propria opinione ad ogni costo e di chi non sa aspettare. Aspettare quella strana sensazione di felicità che ti porta a dire sempre a te stesso: "Nessun istante è davvero sprecato se hai la possibilità almeno di ricordarlo!"