venerdì 14 ottobre 2011

APPUNTAMENTO AL CALISTO

Il post che segue lo tenevo già scritto. Più o meno uguale. Perfetto copia e incolla. Lo avevo scritto in un vecchio blog che giace abbandonato da diversi anni. Ogni tanto lo vado a trovare quest blog. Fa tenerezza. Uso quella postazione ogni tanto, per depredare piccole frasi, idee, spunti da cui trarre ispirazione per altre cose. Tutto cambia, ma c'è qualcosa di meraviglioso ogni volta che si girano le pagine di un diario antico. Quel blog si è fermato all'alba di un giorno d'agosto di un paio d'anni fa. Mi ero stancato di scrivere e avevo incrociato le braccia, sapendo però, che lo sciopero non sarebbe durato a lungo. Andando a sbriciare tra gli appunti del passato, ho scoperto questa piccola divagazione tra lo storico e il gioco. Lo inserisco anche qui. È il mio ultimo giorno a Roma, poi partirò. Lavoro che chiama. Roma è così. Fa la sostenuta, ma poi le dispiace che vado via e quando ritorno, si commuove. Un saluto a tutti quelli che non sono riuscito a incontrare pur promettendo di farlo, ai caffè non rispettati, alle chiacchiere non condivise. Roma è così. "Ci dobbiamo vedere" e "quando torno ti chiamo" sono le frasi più gettonate da un po' di tempo a questa parte. Poi alla fine, a volte, la routine prende il sopravvento e fa rinviare tutto, a una data da destinare al chissà quando... vi lascio con un "Ci vediamo presto", naturalmente al Calisto (Naturalmente Calisto con una ele, alla romana).

Dice la leggenda che in gioventù, Callisto I ebbe problemi legati al denaro. Pare che egli fosse alle dipendenze come schiavo, di un certo Carpoforo che decise di affidargli un compito delicato: lo mise a capo di una banca. Non si sa come, il giovane Callisto perse i soldi di alcuni clienti, cristiani come lui e successe un casino. Callisto vide che l'unica prospettiva per lui era la fuga. Riuscì ad imbarcarsi su una nave, ma qualcuno sul ponte lo riconobbe e lui si gettò in mare (non invento nulla: è la pura verità) e raggiunse la Sardegna a nuoto. Erano al largo di Portus e Callisto nuotò e nuotò ma alla fine lui aveva solo due braccia e dall'altra parte una quarantina di remi. Lo riacchiapparono e lo mandarono davanti al suo padrone Carpoforo che subito gli chiese: " ' A Cali' essibbravo… come li hai persi 'sti sordi?"
Non si sa nulla riguardo della risposta che diede Callisto.

Secondo secolo dopo Cristo.

A quei tempi la possibilità d'investimenti sbagliati erano molti. Non c'era la borsa, ma funzionava molto il prestito con l'interesse. Anche a quei tempi le banche erano delle specie di usurai legalizzati. Calisto che probabilmente aveva una briciola di coscienza un po' più sviluppata dei suoi colleghi cassieri, sbagliò a fidarsi di qualcuno che considerava amico o chissà di chi altro cui era affettivamente legato. Chissà, immagino un amico di Callisto che gli dice: "Cali' e sto nei guai, se non restituisco entro oggi centomila sesterzi, Elio il roscio mi serve con le lenticchie a capodanno!" Callisto futuro vescovo di Roma, cuore generoso e nobile, sicuramente si sarà fatto in quattro per aiutare l'amico che però, una volta in possesso del denaro s'infilò in una sala scommesse del Totodiga e si sputtanò subito la gran parte dei soldi e con il resto ci andò a mignotte. Callisto, inguaiato, però non se la sentì mai di fare nomi. Si limitò a dire soltanto che lui i soldi li aveva persi. Preso atto di questo, a Carpoforo non gli rimase altro che denunciare il suo giovane ex schiavo all'autorità giudiziaria. Con un colpo di scena però, alcuni clienti della banca che non potevano rassegnarsi di aver perso così in un colpo il loro patrimonio, chiesero a Carpoforo di lasciar andare Calisto per la sua strada, cioè di liberarlo, invitandolo a darsi da fare per restituire il denaro che aveva così maldestramente perso. Callisto allora pensò: come li restituisco 'sti soldi?" All'improvviso gli venne in mente di andare in una sinagoga e rivolgersi ad alcuni ebrei suoi conoscenti per farsi prestare i soldi e poi restituirli poco alla volta con piccole e comode rate mensili. Non si sa bene come andò, ma quello che riportano gli storici è che Callisto non arrivò neanche a farsela prestare questa somma di denaro. Quando seppe che il tasso d'interesse era del duecento per cento e cioè, che in cinque anni avrebbe dovuto restituire dieci volte la somma presa, si dimenticò che stava in un luogo sacro e mollò un cartone in faccia all'ebreo che poveretto, faceva soltanto il mestiere suo e che s'aspettava una contrattazione verbale.

Callisto fu arrestato e spedito in Sardegna ai lavori forzati. 

Il caso volle che in Sardegna si recava in vacanza Marcia, l'amante dell'imperatore Commodo, quello col labbro leporino operato del film Il Gladiatore. Marcia, solo di nome e non nel fatto, era invece, una ragazza non tanto lontana da quella deviazione sessuale femminile che aveva a che fare con l'esaltazione dell'appetito sessuale e quindi era alla continua ricerca di partner maschili con cui cercare di saziarlo. Aveva con sé una corte di schiave che nel tempo, aveva educato ad un comportamento simile al suo, in parole povere, per le spiagge incontaminate della Sardegna, si aggirava un branco di ninfomani. Ci capitò sotto il povero Callisto e altri amici suoi minatori carcerati come lui. 
Pare che qui Callisto se la cavò egregiamente, tanto che Marcia chiese per lui la grazia a Commodo a cui non gli parve vero di alleggerirsi dello stress a cui lo sottoponeva la sua calda amante. I guai per Calisto, tornato libero, non erano però finiti. Marcia era insaziabile e lo sottoponeva a delle chiuse estreme al punto che Calisto chiese direttamente a Commodo se per favore lo poteva rimandare ai lavori forzati. 

Gli amici cristiani di Callisto, allora vedendolo sempre più consunto e indebolito, fecero una colletta e lo mandarono in vacanza ad Anzio a respirare di nuovo lo iodio. A turno poi, si sacrificarono con Marcia che nel frattempo aveva aperto un centro massaggi al centro.


Ad Anzio, Callisto si riprese benissimo, tant'è vero che ivi si stabilì, entrando a far parte della comunità cristiana degli Anziati, dove ricominciò a studiare la Bibbia e nel tempo, a curare personalmente l'educazione spirituale del gruppo.


Il papa di quel tempo, Vittore I, volle conoscere di persona quel giovane cristiano chiamato Callisto, rinomato per aver avuto così giovane, una vita così avventurosa. Gli elargì addirittura una bella sommetta come sovvenzione per il suo gruppo di fedeli e così Calisto fece carriera e fu posto a prima guida di tutti i gruppi dei cristiani, per quasi cinque anni. La sua morte è avvolta dal mistero. Una tesi dice che durante una sommossa popolare, fu prelevato da un gruppo di facinorosi e gettato in un pozzo. Ai tempi non c'erano i ragazzetti svizzeri a proteggere il papa e neanche le cabine col vetro antiproiettile sulle dighe, perciò è possibile, seguendo un'altra diceria che quattro 'mbriachi vedendo Callisto camminare pe' strada, abbiano detto: "Anvedi ma che è er papa?" E nun gli parve vero di prenderlo e fargli: "E uno… e due… eeee tre!" E di buttarlo in acqua da qualche parte. In questo caso, di sicuro lo buttarono al Tevere. Callisto probabilmente cadde male o qualcuno dei buontemponi non lasciò esattamente al tre la presa di un braccio o di una gamba. Callisto sbattè la capoccia e morì di colpo. La leggenda popolare che vede Callisto gettato in un pozzo, probabilmente fu un escamotage della comunità cristiana per rendere martire un personaggio che per tutta la vita fu abbastanza controverso e chiacchierato: ladro, truffatore, violento, rissoso, carcerato, fornicatore, per giunta rivoluzionario rispetto ad un codice religioso rigido. Infatti, una delle cose che instaurò Callisto, durante il suo papato, fu l'assoluzione da ogni peccato di cui ci si fosse pentiti col cuore. Questa cosa diede molto fastidio al celebre Ippolito Romano che nella sua Traditio Apostolica criticò questo colpo di testa del Santo Padre di tutti i cristiani, dicendo più o meno così: "Ma come, io mi faccio un culo così a non cedere agli sguardi delle ragazzine con la toga e gli infradito, arriva uno che non solo cede agli sguardi, ma fornica dalla mattina alla sera, si pente e può fare anche la comunione? Non esiste proprio!"


Il papato di Callisto I coincise con l'impero di Eliogabalo, meglio conosciuto come l'imperatore più debosciato e pervertito che abbia mai avuto Roma. Per andare controtendenza e frastornare l'opinione pubblica sobillata dai suoi denigratori, Eliogabalo si espresse in favore di Callisto in una controversia legale sollevata da alcuni aspiranti gestori di una vineria che andarono a protestare da lui, dicendo che il papa aveva fatto costruire un oratorio, nel luogo che loro avevano comprato per costruire un locale destinato alle libazioni. A sorpresa, Eliogabalo, diede ragione a Callisto, dicendo che un luogo dove si prega, è molto meglio di un luogo dove si beve. Detto questo si andò ad ubriacare.



Lo studioso della Roma antica e anche qualche vecchio abitante di Trastevere sa benissimo che quel luogo è ora dove sorge la chiesa di San Calisto. Le reliquie del santo dal IX Secolo sono nella basilica di Santa Maria in Trastevere. Nella piazzetta di San Callisto proprio lì accanto, c'è anche il bar più famigerato d'Italia, conosciuto per essere un punto d'incontro, una linea di confine, vero e proprio crogiolo di razze, etnie e categorie così ben mescolate e confuse tra loro, tanto da abbattere ogni differenza sociale e di classe. Capita sovente, d'estate, passeggiando per i vicoli di Trastevere, d'essere avvicinati da qualche turista sperduto e sudato che ti chiede con una guida tra le mani: "ueris… sen chelisto's bar?" Il bar di San Calisto è un pianeta a parte: luogo che offre riparo e contatto umano agli emarginati e un unione con il mondo. Spacciatori, ubriaconi, ex dongiovanni ridotti all'osso dalla droga e dall'alcol, barboni, punkabestia e i loro cani, ma anche artisti: dai più rinomati, a quelli delle vite disperate, signore d'altri tempi, elegantissime ed ingioiellate, tossici gentili, qualcuno che chiede qualche spicciolo per svoltare la dose quotidiana, intellettuali, scrittori, attori senza arte ne parte, registi squattrinati, ma anche persone straordinarie con il volto della gente comune. 

Sembra un caso, ma non poteva non essere così per un bar che porta il nome di un figlio di Roma, dalla vita tumultuosa e difficile, vissuto a lungo in schiavitù e nell'emarginazione: Callisto quindicesimo vescovo di Roma, dopo Pietro, Santo Padre delle comunità cristiane dal 217 al 222).

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