martedì 18 ottobre 2011

PICCOLO PORTO

Lì, dove lo sguardo non riesce ad arrivare. Lungo il filo dell’invisibile, dove il mare non è più mare e dove il ritorno ha un odore preciso. Lì, prova a guardar meglio. C'è qualcosa lì. Qualcosa che ti ha portato ancora in questo posto. Si nasconde nell'inganno di questo modo di vedere che usi durante il giorno. Riflessi d’acqua.
Cammini piano. Passo dopo passo, ti inoltri nel cuore di una passeggiata fatta chissà quante volte.
Sei ritornato qui. Sei ritornato nella città dove sei nato e sapevi che prima o poi sarebbe arrivato il momento di respirare ancora una volta l'aria conosciuta. Aria del porto di notte.
Cammini piano.
Sciogli i pensieri e lasci che vaghino lenti con te, tra gli ormeggi intrecciati sui tuoi passi. Ti guardi intorno, immaginando una notte diversa, sapendo che non potrebbe esistere una notte diversa.
Questa notte è sempre la stessa. La stessa di un respiro che si lascia guidare qui, attratto dai ricordi di ora e da quelli di ieri, sapendo che non esiste confine. Nessuna differenza tra gli uni e gli altri.
Tutto è intrecciato e tutto è ben saldo tra ciò che eri e ciò che sei.
È questo il ritorno.
È questo odore di porto che ti si è incollato dentro da quando sei nato e che vibra nella pancia ogni volta che decidi di tornare qui, in compagnia di questa notte.
Notte di faro e di croce sul mare.
Notte di mare nascosto che sussurra nomi di amici che come te, hanno subito il richiamo della terra e di cui, riesci ora, a scorgerne le mani, i capelli salati e il colore della pelle bruciata dal sole.
Provi a respirare più forte.
L’odore del ritorno è fatto anche di questi respiri che gonfiano il petto.
Brividi di compassione e mani nella tasca del cappotto, mani che frugano qualcosa che non può essere toccata. Sono foglietti di carta. Biglietti di qualcosa. Briciole di memoria che si staccano dalla mente e che finiscono a volte, nelle tasche di un cappotto, di un giubbotto o una giacca lasciata troppo tempo nell’armadio. Sono piccoli sassi. Sono elementi che ti danno sicurezza in certe occasioni.
Ti basta sapere che sono lì, in una tasca, per riacquistare di colpo, tutta la sicurezza di aver vissuto, di essere sempre tu e non un altro.
Provi a fermare i tuoi passi e a guardare le ombre delle barche ancorate, nella speranza di ritrovare l’immagine di qualcosa che leghi anche te a quest’acqua.
Desiderio di appartenere a quest’acqua.
Desiderio di apnea e sorsi d’aria improvvisi, alla luce di mattine modellate con i passi di ragazzi abbronzati da sole e risate.
L’odore di un piccolo porto di  notte è odore pungente, forte.
È odore di nostalgia e serenità contenta. Odore profondo d’acqua che non può evaporare al calore della tua malinconia, perché è troppa, perché quest’odore è l’odore dell’acqua alimentata dall’acqua. È l’odore di qualcosa che non può finire.
Un passo oltre gli ormeggi.
Pochi centimetri ti separano dal buio o dal freddo bagnato e pensi che quasi ne hai bisogno. Devi caderci dentro per ricongiungerti alle parti di te stesso che hai lasciato proprio qui, tanto tempo fa.
Qualcuno ti chiama.
Ti volti di scatto. Nessuno.
È la parte di te che vive lì sotto. Nell’acqua del mare.
E allora scosti le braccia dal corpo.
Provi a chiudere gli occhi e in un attimo, stai fluttuando nel tempo che si ricompone in te in quest’unico pezzo di mare.
Resti così per un po’, non sai quanto, poi di colpo, il filo si spezza e tutto ritorna normale. Ti guardi intorno. Sei ancora da solo. Il rumore delle macchine sulla strada che prima eri riuscito ad isolare, adesso è costante.

Ti volti e questo dare le spalle al mare è uguale ad un distacco definitivo. Le mani nella tasca a frugare tra tutti quei foglietti inutili che non decidi mai di buttar via… camminando in fretta verso la strada dove hai parcheggiato la macchina, facendo finta di non pensare più a quella lacrima che hai ricacciato a fatica, un attimo prima, chissà quando, chissà perché.


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