venerdì 21 ottobre 2011

SIC TRANSIT GLORIA MUNDI

Come in un antico rito egizio, il cuore lo dobbiamo deporre su un piatto di una bilancia, mentre sull'altro verrà posta una piuma e sperare che il peso penda dalla parte giusta. 
Mundus transit et concupiscentia eius... era la frase analoga da dire e, come in un sogno dentro un sogno, questo mondo scompare e con esso, ogni tristezza. Il sonno dei giusti non può esser turbato neanche dall'ultimo lamento del mondo ferito a morte. E se il mio cuore dovesse esser posato sul piatto della bilancia ora, sicuramente il peso penderebbe tutto dalla sua parte e verrebbe dato in pasto ad Ammit, la divoratrice.
Diciamoci la verità... Questa volta l'ha detta giusta.
E come poteva finire se non con una citazione in latino quest'amicizia? Papik, questo uno dei soprannomi che  avevano dato al Raís. Papik... quando l'ho letto poco fa, non riuscivo a crederci. Strana assonanza con altri soprannomi nostrani. Sic transit gloria mundi e la storia si diverte. Per chi non lo sapesse, questa è una frase su cui ogni nuovo successore sulla sedia di Pietro, cioè ogni nuovo papa deve riflettere, quando viene eletto. Così il potere temporale passa in fretta e così la gloria di questo mondo svanisce come una fiammella viene spenta con un soffio. 
E allora sì... questa sì, l'hai detta giusta! 
Se non altro perché così ci dai l'occasione di riflettere su qualcosa che va al di là delle tristi vicende umane, al di là di un tempo che opprime e di un tempo che redime. La storia si ripete, sfiora solo coloro che hanno la pretesa di fermarla, risparmiando solo i destini di chi riesce a non lasciarsi coinvolgere da questa follia che ormai assedia l'umanità, stretta e muta, in attesa di un giudizio che finanche i tre giudici infernali: Minosse, Radamanto ed Eaco, non avrebbero dubbi nel condannare al Tartaro eterno (che non è una pena da scontare dal dentista per l'eternità). I campi Elisi sono lontani ma...  anche da questa postazione neutra che mi sono scelto, non posso fare a meno di provare una strana sensazione di vuoto. Cerco sempre di non lasciarmi coinvolgere emotivamente, ma la fine del nemico numero uno, il tiranno, il raís, il colonnello condottiero tanto odiato da quella stessa gente per cui, egli aveva dichiarato di voler morire da martire,  mi fa abbandonare per un istante il gioco di sostare in una zona franca, dove lo sguardo riposa, osserva, cerca di non giudicare la follia umana e mi riempie il cuore di tristezza. Perciò, per un istante, lascio la linea di confine. Lascio il "quasi" per entrare nell'intero. E l'intero lo trovo spazzato via da un vento furioso che non conosce sosta. Faccio fatica a restar dritto a guardare davanti a me. È difficile. Solo tristezza nei paraggi. E questa è una tristezza profumata di un odore conosciuto da millenni. Odore antico, conosciuto da epoche di orrori, inganni e indifferenza inculcata a suon di frequenze basse dello spirito, chiacchiere di radio lasciate troppo tempo accese e brutti varietà televisivi. L'odore del male che ha un senso profondo solo nelle radici di una sensazione che a volte, ci fa dire: "Che senso ha tutto questo? Perché vivere così?" 
C'è poco da fare o da dire. 
L'ipnosi collettiva continua. 
Quelli che si riconoscono in questo senso di vuoto lo sanno benissimo. La frustrazione che accompagna ogni movimento verso l'abisso su cui sta passeggiando l'uomo. Il cuore che sente. Gli occhi che si sono abituati talmente al delirio che non riconoscono più ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Procediamo confusi. Andiamo a tentoni da tempo. E il male è ovunque, ma non è certo una scoperta. È sempre stato così. Gli uomini hanno questa capacità di cambiare i volti, dare alle cose nomi diversi, chiamare le guerre con espressioni varie, numerarle, porle cronologicamente in un'ordinata serie di epiteti, espressioni colorite. Col tempo, le guerre hanno perso anche il fascino della loro importanza se mai ne hanno avuto una agli occhi di chi le ha generate. Il sangue ora viene sbattuto tranquillamente sul web e fa parte ormai di una sana abitudine che prende il nome d'informazione. Ed è giusto così. Lo è sempre stato. Pensiamoci un po' o non abbiamo più neanche voglia di lanciare in avanscoperta un povero pensiero? Così tanto siamo abituati a ricacciare il pensiero al di là delle mura di ogni nostra personalità che urla: "Basta. Non sparate più". Già... neanche ci si  accorge di quanto si resta assuefatti dalle immagini e dal crudo ricordo di ciò che è sempre esistito: il mondo in lotta con se stesso. Il giorno in cui questi poveri ubriachi si renderanno conto di cosa significa davvero la guerra, di cosa vuol dire assassinarsi a vicenda, quel giorno davvero non avrà per loro alcuna importanza. Sarà un giorno qualsiasi, confuso in uno stato dell'essere che in un istante reso eterno dalla parola, un ragazzo venuto dal regno del non tempo, osò definire luogo dove regna il pianto e lo stridor di denti. Questo il premio, l'alloro da porre sulle spalle dei vincitori, questo il luogo dove respirare il profumo della vittoria per aver sconfitto un uomo che, con tutte le sue colpe terrene, era arrivato semplicemente al limite su cui tutti, nessun escluso, sia pur in modo diverso, dovremo sostare. E se è vero, così come ci è stato riportato che, quest'uomo, di fronte al proprio limite, in cui il mondo spalanca le sue fauci per inghiottire ogni gloria di questa terra, ha implorato per la sua vita con l'ultimo soffio vitale, vuol dire che l'inferno ha visto ancora una volta, allestito il suo banchetto prelibato sulla cui tavola manca sempre la stessa pietanza: la pietà. L'inferno, cioè il "posto basso, inferiore" per eccellenza, qui afferra sovranamente il suo significato di luogo più infimo sia esteriore che interiore. Come in cielo, così in terra. Qui, da queste parti, non esiste più alcuna possibilità se non quella di provare a conservare dentro di sé, una speranza flebile e fragile, come la fiammella di un cerino, nell'occhio del ciclone. Invece, la fortuna di stare e di credere ancora a quest'illusione temporale, ci dà ad alcuni di noi, i più folli del coro, ancora tempo e coraggio d'affrontare l'unica cosa che forse, vale la pena di fare insieme a chi, in un sussulto, crede nel miracolo che un giorno la verità apparirà chiara e reale come un nuovo mattino che nasce.
Quel miracolo per noi è che quell'ultimo sguardo ai propri carnefici, l'uomo di Sirte, lo abbia dato con la certezza che il suo viaggio nella gloria del mondo era davvero arrivato alla fine e tutto quello di cui aveva bisogno, era un estremo atto di pietà che in quell'istante, era lontanissima da lui. Questo è quanto e il quanto questa volta è davvero poco, perché poca cosa è il mondo e la sua gloria, nell'istante in cui ogni uomo, nessuno escluso, si ritrova a posare il proprio cuore sul piatto di una bilancia, mentre sull'altro, è poggiata una piuma. 


1 commento:

s i l v a n o ha detto...

si è passato la mano sulla parte sinistra del volto e poi se l'è guardata con lo stupore tutto umano del vedersela sporca di sangue, come non potesse essere il suo. ho provato una gran pena. e ancora non mi abbandona né lo farà.