sabato 26 novembre 2011

IL RAGAZZO CHE GRIDAVA: "AL LUPO"

C'era questa favoletta che...

Sono stato a lungo di fronte al passaggio, pensando: "Adesso passo!". Dentro di me avvertivo che questa volta, il dominio della mezzanotte mi offriva un difficile varco, dove rischiarare l'oscurità era un'altra piccola sfida. 

Le favole di Esopo si contraddistinguono perché hanno tutte uno scopo educativo, hanno cioè, quella che i nostri maestri chiamavano: morale. Esse hanno come protagonisti, quasi sempre animali, identificati in un particolare carattere umano. Troviamo infatti molte volpi, astute per natura, ma anche zanzare spavalde, cavalli presuntuosetti, granchi coraggiosi esploratori, ma ogni tanto, troviamo anche alcuni personaggi come il Signor Inverno e la signorina Primavera, due stagioni umanizzate per descrivere due caratteri completamente agli opposti e apparentemente in conflitto tra loro. Nelle favolette di Esopo incontriamo di tanto in tanto, anche uomini alle prese con problemi di coscienza, favole dove medici improvvisati diagnosticano malattie mortali e ammalati che si ristabiliscono e mettono in guardia i lettori dell'attenzione che bisogna riporre nel riconoscere la menzogna negli altri, ma soprattutto in se stessi.
Le favolette si sa, si raccontano ai bimbi per tenerli svegli, ma sono mascherate da sonniferi per farli dormire. Entrare in una favola è come entrare in uno specchio. Tutto è il contrario di tutto. Ecco perciò che un taglialegna si trasforma in un profondo conoscitore della modestia e della semplicità e un altro ci indica la facilità con cui si mente per ottenere favori da una personalità influente. 

La favola che vi introduco oggi e il pensiero su cui meditare o semplicemente riflettere, è la favoletta di Esopo: "Al lupo, al lupo".

Chi non la conosce? Ce la raccontavano i nostri genitori, ma forse non ce lo ricordavamo più. Può darsi che l'abbiamo ascoltata distrattamente da un nostro amichetto che a sua volta, l'aveva ascoltata dalla nonna, oppure è un ricordo di un disegno, su un libro di testo delle scuole elementari. "Al lupo, al lupo" è una frase che abbiamo più volte sentita, riferita a chi mente per gioco o per attitudine, per tendenza o per nascondere sempre una parte di verità. Ci sono persone che ormai abbiamo giudicato e condannato a non essere più credibili perché le abbiamo sorprese a mentire talmente tante volte che ogni cosa che dicono, la prendiamo con le dovute pinzette, senza neanche aver bisogno di dirglielo. "Al lupo, al lupo" nasconde un grandissimo potere educativo. Ecco perché è una delle prime favolette che i grandi raccontano ai bambini. Ma... cosa succede se questa favola la raccontiamo oggi che siamo adulti a noi stessi che siamo sempre bambini? Io ci provo e la scrivo per come me la ricordo.

Un pastorello conduceva ogni giorno le sue pecorelle a pascolare. Passava tutto il tempo a star seduto e si annoiava. E allora decise di fare uno scherzo alla gente del villaggio.

- Aiuto… al lupo al lupo

Cominciò a gridare e in poco tempo, tutti i contadini e gli altri abitanti del villaggio accorsero armati di forconi e mazze. Quando arrivarono, si accorsero del pastorello che si stava ammazzando dalle risate.

- Aha ahahh... ci siete cascati. Non è vero. Vi ho fatto uno scherzo.
 
Qualche giorno dopo, il pastorello buontempone ripetè lo scherzo e ugualmente, la gente accorse allarmata. Trovarono un'altra volta il ragazzo che si rotolava a terra dal ridere...

Fermiamoci qui. Creiamo lo stop di riflessione.

Può accadere che una favoletta perduta tra i ricordi dell'infanzia diventi una chiave per aprire una porta lasciata chiusa da troppi anni. Ogni uomo ha questo potere. I lupi esistono. I lupi sanno aspettare. I lupi però non possono far nulla fino a quando l'uomo è in compagnia degli agnelli e del gregge. Soprattutto i lupi nulla possono fare, almeno fino a quando gli uomini restano con la piena consapevolezza che il loro compito principale è quello di vegliare sul pascolo e il nutrimento del proprio gregge. Uno dei pericoli maggiori per un uomo è abituarsi alla presenza dei lupi. I lupi sanno aspettare che gli uomini si abituino alla loro presenza e solo così, possono prendere la forma di un'assenza. Questo è il primo insegnamento nascosto della favola. Non esistono lupi che possono cambiare e diventare un'altra cosa. Un lupo non ha alcuna colpa ad essere un lupo. Esistono solo lupi che possono mimetizzarsi non perché siano degli abili trasformisti, ma solo perché alcuni pastorelli, a lungo andare si annoiano talmente nel loro semplice compito di sorveglianti, da fabbricare l'auto-inganno da soli. 

Creiamo a volte, paure immaginarie, convinti che davvero non ci sia nulla da temere nel risvegliare attorno a sè, nel proprio paese interiore, la paura che un lupo possa davvero attaccarci. Dove sono i lupi? Di cosa state parlando? Dice il pastorello. Questa vita è solo un gioco noioso e il mio gregge pascola tranquillo. Quante volte ci dimentichiamo della nostra natura di buoni sorveglianti di una finta solitudine e di un pascolo che non corre pericolo?

La terza volta, la gente non accorse. 

La terza volta, arrivò un branco di lupi e divorarono gran parte del gregge. A nulla valsero le grida del pastorello. A nulla valsero i suoi pianti. La gente non si mosse dalle loro case. I contadini restarono a lavorare nei loro campi. 

È il pericolo più estremo. Tutte le nostre personalità si sono addormentate. Ogni maschera è saldamente attaccata al nostro viso. Non riconosciamo più il grido di una parte di noi che avevamo messo a guardia del pericolo. Neanche più ci ricordiamo di lui, tanto ci ha abituato al suo falso richiamo. E quei poveri innocenti ci hanno abituato talmente al loro silenzio che non possiamo più accorgerci delle loro grida di paura nel momento in cui i lupi attaccano per sbranare e uccidere. L'unico che avrebbe potuto svegliarci, era il nostro povero pastorello, messo a guardia di un gregge che pian piano abbiamo dimenticato. Ogni cosa perde senso quando non c'è consapevolezza di ciò che è il nostro scopo. Come il pastorello, vittima della noia e del sonno della coscienza che a volte, prende il posto dell'unica abilità di cui eravamo semplici custodi: vegliare sulla nostra comunità interiore più fragile, quella che crede ancora alle favole della buonanotte.

Buonanotte.

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mercoledì 23 novembre 2011

SPAZIOTEMPO


Questione di secondi o di passi in più.
La location è nei pressi di una masseria abbandonata a Fasano, pieno entroterra Pugliese. Sto girando un film che parla di clero e sport. Tutte le mattine devo vestirmi da prete. Scarpe, calzini, pantaloni, camicia, colletto e naturalmente, l’abito talare, la veste ecclesiastica del prete cattolico. Il termine talare deriva dalla parola latina talus, che significa tallone. Questo perché chiaramente, arriva fino a coprire il tallone. Quest’operazione per me è già una commedia. Un film nel film. A cominciare dal colletto che è una specie di cappio rigido al collo, a finire con la lunga striscia di bottoni (prima che finisca questo film li conterò e mi giocherò il numero al lotto).
Una volta completata la vestizione, un breve passaggio al trucco e finalmente mi avvio verso il set in fermento che è una delle cose belle della vita.
Raffaele, il regista di questo film proviene da anni di aiuto-regia ed è uno che ha sotto controllo tutto il set; dirige gli attori con un’occhio sempre attento ai tempi comici. Ogni tanto mi diverto a proporre qualcosa e lui coglie al volo le cose giuste, altre me le cassa senza pietà. Quando rifiuta una mia proposta, Raffaele fa una faccia serissima e le parole acquistano quella velocità che ti dà immediatamente la possibilità di comprendere che hai detto una cazzata.
Una delle cose più pericolose nei film dove il regista cerca di trovare spunti comici è che gli attori, soprattutto quelli che vengono dal cabaret, a volte esagerano e si va in overacting

L’overacting, lo dice la parola, è quando si esagera. A volte è molto facile esagerare. In quel caso, il regista deve intervenire e ridimensionare. Se un regista riesce ad accorgersi quando l’attore esagera e interviene con un bel “questo no!” è fatta: a quel punto si può osare. Ci si può permettere di proporre molte cose affidandosi completamente all’intuito e all’occhio del regista.
Raffaele durante le riprese di questo film ha raccolto molte proposte che gli ho fatto, altre me le ha contenute per poi toglierle del tutto. Nel momento in cui il regista mi dice: “No, questo no”, sento che una parte di me protesta, ma immediatamente riesco a sentire lo spirito del comico che vorrebbe infarcire di situazioni e battute che magari andrebbero bene nella scena, ma che in una visione intera della storia del film risulterebbero esagerate. 


Questione di secondi.
“Is just a movie!”


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E nella vita? Cos’è la vita? Spazio, movimento, pensiero, tempo?
Forse tutte queste cose.
Pochi passi in più e...
A volte il caso prende la forma di un cronometro. Pochi passi in più o in meno e la tua vita la percepisci con lo stesso sguardo di un regista che ti corregge. A volte, se ti accorgi che il caso si diverte a bendarti gli occhi, puoi percepire la vampata di verità che ti viene servita davanti senza troppi sotterfugi. Perché accorgersi della verità non sempre è una bella scoperta, ma quasi sempre, se riesci a reggere la luce, il peso o le conseguenze, dopo ti senti come se avessi passato un processo di revisione. È la legge dell’esperienza.
La fai passare e aspetti che la vita la metabolizzi.
A volte, la vita è un regista che ti dice che quello che proponi, non va bene. E quando è che non va bene? Quando esageri e... smetti di guardarti intorno, dai per scontato il miracolo di ogni secondo che passa. Del resto, quando un velo ti scivola via dagli occhi, si sente sempre un gran casino tutt’intorno, come se in un istante fosse passato un uragano. 


Come una masseria abbandonata nei pressi di Fasano, nel cuore della magica Puglia.


C’è, come dicevo all’inizio di questo post notturno, un luogo, nel bel mezzo delle immense pianure pugliesi, dove lo sguardo si perde e arriva lontano, fino al mare azzurro. Qui, in questi luoghi ameni, potresti facilmente incontrare delle masserie abbandonate. Quello in cui non crederesti mai d’imbatterti è un baratro di venti metri che si spalanca all’improvviso, sotto i tuoi piedi. Eppure è così. 


La mattina di sabato appena trascorso mi trovo con Jordi, uno degli attori di questo film, a fare due chiacchiere. È una mattina fredda. Abbiamo già fatto la prima ripresa e mentre i macchinisti montano il secondo set, Jordi e io passeggiamo tra le rovine di questa masseria abbandonata. Ad un certo punto, sento quell’irrefrenabile e impellente istinto naturale, di dover fare la pipì. Quante volte ci capita? E quante volte accade di veder qualcuno che la fa per strada? L’istinto ci porta quasi sempre a cercare un posto isolato. E così dico a Jordi: “Tengo que mear...” e mi avvio verso un piccolo varco, uno squarcio tra le mura che dà verso un punto in cui si scorge solo campagna. Jordi mi chiama. Mi dice: “Cuidado...” si accende una sigaretta e mi spiega nel suo italiano vagamente spagnolo.

“Ieri notte anche io sono andato a fare la pipì esattamente dove stai andando a farla tu...”


Io mi fermo e lo aspetto. 

Jordi si avvicina e insieme oltrepassiamo il muretto.

“Ho fatto tre passi, mi sono fermato e ho cominciato a farla. Avevo appena cominciato e ho sentito che il getto d’acqua filtrata non cadeva esattamente ai miei piedi e il rumore si perdeva chissà dove, sotto di me. Ho abbassato lo sguardo e, nella notte ho visto il baratro!”



Jordi finisce di parlare e i suoi occhi si dirigono verso il basso. 


Solo in quel momento, mi accorgo del precipizio. Uno strapiombo di una ventina di metri. Lo vedo subito. È giorno.  Chiaro come può esser chiara qualsiasi cosa in una bella e tersa mattina di novembre, con un sole che luccica sulle pietre bianche. 

“Di notte, ti giuro che non si vede nulla. Lo sguardo va davanti, verso la terra dall’altra parte e non va verso il basso. ” Mi dice Jordi.
 

Guardo il vuoto. Mi ritraggo.
Restiamo in silenzio a lungo.


“E tu che hai fatto?” Gli chiedo.


“Ho continuato a far la pipì, ma con uno stato d’animo completamente diverso. Ho pensato... sono vivo perché io non ho tanto pudore. Non faccio mai troppi passi per cercare posti isolati per farla. Se la devo fare, soprattutto se sto in aperta campagna, anche se c'è qualcuno, mi volto e la faccio”.


Penso: “Certo che per i preti è dura farla all’aria aperta!”

Poi mi sporgo e osservo ancora il precipizio.
Jordi mi guarda con la sigaretta tra le labbra e sussurra: “Es la atracción del vacío!”


Me lo dice in spagnolo. Me lo traduco all’istante in italiano.


“L’attrazione per il vuoto!”


Mi ritraggo. Cerco di non esagerare.


Over acting.



 

domenica 20 novembre 2011

L'ATTIMO IN CUI CAPISCI CHE È INVERNO

Verso casa.
Mondo sottile che si apre. Si schiude in una specie di torpore. 
È già tardi.
Sei entrata di mattina ed ora fuori è già buio. L’inverno come al solito ti ha ancora sorpresa. Lo capisci soltanto adesso che questo inverno è già parte di te. Lo capisci dalla luce di questi lampioni. 
Verso casa, una sera d’inverno. 

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È ancora inverno anche se non dovrebbe. Che strano. Un altro inverno già qui. Non hai fatto in tempo a vederlo l’autunno, non hai fatto in tempo a respirarlo, a fartelo scorrere nel petto che tutto è già aria fredda, cappotti bimbi, maglioni di lana e piumone sul letto.
Verso casa, una sera che è inverno con la borsa dell’ultima estate.
Chiavi della macchina che s’infilano dappertutto. Devi estrarre qualcosa per poterle afferrare. La serratura sembra più rigida. Lo scatto dell’apertura delle portiere ha qualcosa di diverso. Respirosospiro all’interno dell’auto raccoglie tutto il residuo di cambiamento fermentato fino ad un attimo prima. Come se tutto fosse stato congelato fino a questo preciso istante. 
Ci sei? 
Ti adagi bene allo schienale. La schiena si plasma con la pelle del sedile dietro di te. Lo specchietto percepisce appena l’immagine del tuo viso. Hai paura e voglia di spostarlo verso i tuoi occhi. Hai paura di un riflesso già visto. 

È inverno. 

Certo già lo sapevi. Il freddo è cominciato già da qualche giorno, ma avevi finto di non riconoscerlo. Avevi semplicemente evitato di pensarci.

Nel traffico del rientro c’è quasi un riverbero di poesia che si espande e arriva a toccarti il cuore. La radio è lontana. È sotto il sedile chiusa nel suo astuccio di plastica nera. Avresti voluto pensarci prima. Ora è troppa fatica.
Pian piano, da lontano, arriva il motivo di una canzone delle vacanze fatte ad agosto con l’uomo e i bambini. L’uomo che ora sarà uomo nuovo. Sarà altro odore. Altre parole. Viaggerà con te su altri secondi di vita. Sarà uomo d’inverno. 
Il motivetto ti avvolge nell’auto e fiorisce sulle labbra che si staccano lievemente. Bolla di saliva che prova a rompere un silenzio timido che però ti serve ancora per riavvolgere il gomitolo che ha cominciato a srotolarsi dalla gola allo stomaco e che t’impedisce di abbandonarti ad un solo pensiero.
Un leggero soffio, misto a suono che cerca di farsi strada verso la compattezza di una colonna sonora da collocare sul solito montaggio delle tue immagini più belle e più malinconiche. E l’ultima estate si confonde con le fotografie di altre estati. Altri posti. Un’altra felicità. Un complesso di note disuguali in peso ed emozioni che  però questa canzoncina riesce a rendere molto simili e quasi a confonderle tra loro.
Il tempo, in questo momento non è più la solita linea retta su cui poterci giocare a piacimento. Il tempo è una spiaggia su cui poterci passeggiare al ritmo di un miscuglio di cose che non sono né ricordi, né progetti per il futuro.
Il tempo è chiuso insieme a te nella tua auto, nel traffico del rientro.
Potenza di uno stupido motivetto di canzone d’estate, venuta in mente proprio ora che è cominciato l’inverno.
Tiri giù il finestrino. Appena un po’, giusto per  provare a respirare aria nuova, aria che ti riporti sapore di realtà. Poi però ci ripensi e lo richiudi. Hai paura che qualcosa ti sfugge. Guardi verso la borsetta adagiata sul sedile affianco. Qualcosa che s’è riversata sul ripiano. Un pacchetto di fazzolettini semivuoto che risale a qualche settimana fa. Immagini che sembrano attimi rubati agli anni.

Nostalgia di ricordi.

Nostalgia di speranza intrisa con il mondo sottile di un’altra stagione fredda col suo nuovo odore che troppo assomiglia a qualcosa di già vissuto.
Il cellulare t’invita a pensare a parole da comporre. Un messaggio da far nascere qui, in questo momento, tra i semafori e le luci del solito percorso stradale. Parole nuove da accarezzare. Parole per ridere. Parole distratte, senza troppo peso, costruite con l’ironia che hai creato insieme all’uomo che è il maschio di te.
Poi oltrepassi il momento e non ci pensi più.
Nessun messaggio. Nessuna parola può abbreviare l’attimo che passerà tra l’ora e il dopo in cui varcherai la porta di casa.
Pensi  ai bambini che forse hanno già mangiato perché ci ha pensato lui. Pensi a quella volta che sei entrata in casa e li hai visti tutti e tre davanti alla televisione con le patatine, gli hamburger e i bicchieri di coca cola che emanavano suoni di bollicine soffiate dalle cannucce.
Sorriso.
Pensi che ora ti piacerebbe vederli ancora così,  anche se quella volta ti sei arrabbiata perché stavi facendo fare la dieta ai ragazzi o semplicemente perché il volume della televisione era troppo alto. Altro sorriso.
Pensi che ti piacerebbe aver inserito la radio. Avevi bisogno di una voce. Di un’altra musica, di un’altra canzone che non fosse quella che hai in testa. 
Verso casa ora che hai capito che è inverno.
Verso casa con la vita degli altri che si assesta con la tua, ora.
Gli altri sono con te, compagni di questo piccolo viaggio in macchina sulla strada del rientro. Il mondo adesso è una patina di vapore che si staglia sui vetri e tutto il resto quasi non conta. 

Meglio non aprirlo questo finestrino affianco al tuo viso. 

La consapevolezza che fuori c’è l’inverno ti rende più forte e il vetro dal quale scorrono gli attimi dell’esterno è un vero riparo. C’è tenera magia in ogni inizio d’inverno. Una tenerezza che assomiglia troppo a quella della tua vita quando ci pensi come se non fosse la tua. Una tenerezza che ha avuto inizio proprio quando hai intuito che niente al mondo ti avrebbe strappato a quest’inverno e al suo odore di nuovo, misto ad antico, perché l’odore dell’inizio di un nuovo inverno è un odore ciclico. È odore che segna il ritmo della vita, del tempo rinchiuso laddove non può essere più osservato. È l’odore del rifugio e del tepore di tutto quello che sei riuscita a vivere per arrivare fin qui. È l’odore dei tuoi figli che crescono e che vivono così come stai facendo tu. È l’odore dei pigiami da lavare e dei piedini scalzi che corrono sul pavimento freddo, nelle mattine in cui saranno loro che ti verranno a cercare per dirti: “Svegliati mamma che è tardi!” 

lunedì 14 novembre 2011

IL PRIMO GIORNO DI PROVE

Primo giorno di prove.
Alla fine del mondo. Le sale prove le mettono sempre così lontano. Il concetto è il lontano. Più un posto è lontano e più la probabilità che ci sia una sala prove aumenta. Lontano. Lontano da dove? Lontano da te e dal tuo viaggio per arrivarci. Ti avvolgi la sciarpa al collo. Meno male che l’hai portata. Fortuna che c’è la metropolitana. Meglio la metro che in motorino. Si è abbassata di colpo la temperatura. Sempre così. Il primo giorno di prove coincide sempre con il primo giorno di freddo. Come facevano gli attori di Stanislavskij quando facevano le prove a Mosca? Colbacco, cappotto e via. Il teatro è una passione. Pensi a Stanislavskij e ti viene un brivido. Ci hai mai capito niente del metodo? Il mondo interiore era quello del personaggio o dell’attore? C’era questa cosa delle affinità e delle relazioni… e basta. Oggi è solo il primo giorno di prove. Il primo giorno si sta tranquilli. Leggi l’indirizzo. Pensavi che il primo giorno fosse a casa di… e invece no. Il primo giorno tanto si legge soltanto il copione. Ricacci la piccola menzogna di sentirti impreparato. Tanto gli altri staranno peggio di te. Hai letto solo le battute del tuo personaggio e distrattamente il resto del copione. Non importa. Tanto questo lavoro ormai lo conosci a memoria. Ti conosci. Sai i tuoi tempi, il tuo metodo che esce poco a poco. Certo che se fosse stato in un appartamento ci sarebbe scappato un caffè. Guardi l’orologio. Troppo tardi per fermarti a far colazione al bar. Non sei in ritardo però. Il primo giorno però meglio esser puntuali. È il primo giorno di prove. Il primo giorno si legge, si ride, si scherza, ci si conosce. Tavolino, copioni, matite, risate sparse che servono solo per creare una distensione morbida che servirà più avanti. S’imposta il lavoro. Lo conosci bene il primo giorno. Serve per incontrarsi. Dirsi semplicemente: “Siamo qui ed è bello star qui!” Nient’altro. Tutto il resto è quasi in più. Un altro caffè però ci vuole. Hai anche smesso di fumare. “Il teatro si fa per fumare!” Te lo disse una volta Attilio. Che regista che era Attilio. La vocazione fatta persona. Il teatro per lui era una missione. E questo qui? Non lo conosci bene. Non ci hai mai lavorato. Ti è sembrato deciso e convinto del testo. Ti ha contagiato con un po’ del suo entusiasmo e meglio così… senza ufficio stampa però non si va da nessuna parte. Il teatro a Roma si fa soltanto per addetti ai lavori. Tre settimane e poi chi s’è visto, s’è visto. Pare che ci sia una piccola tournée. Hai detto di sì ma poi si sa che se esce qualcosa a questi li molli. Questo testo è bello però. Che dici che è bello se neanche lo hai letto bene? Il copione è nella borsa. Sì, sta lì, magari dopo, un’occhiata in metropolitana… c’era quell’attore… come si chiama? Ti aveva stupito che il primo giorno si era presentato con tutto il testo a memoria; non sapeva solo le sue battute ma quelle di tutti i personaggi. Aveva dato una lezione a tutti. Vabbè… ma che c’entra? Tu hai il tuo metodo. A te basta poco. E se ti entrava quel film, non l’avresti neanche fatto questo spettacolo. Ogni anno è così. Non è vero. Lo avresti fatto. Il teatro ti rigenera. Hai bisogno del pubblico altrimenti, non ti sentiresti vivo. Scuse? Scuse! Non c’è teatro che tenga per quindici pose in un film. Anche dieci. Ti stringi nella giacchetta e adesso lo sai. Ti sei vestito troppo leggero e la sciarpetta non basta. No, eh? Un mese di prove non è tanto, bada di non farti venire un raffreddore. Il pensiero della sala prove fredda e umida ti fa rabbrividire. Se gli altri fumano poi… il regista fuma e se il regista fuma, tutti fumano. Tu hai smesso tanto. Quante volte hai smesso e quante volte hai iniziato? Speriamo che non ci siano conflitti. L’ultima volta che avevi smesso di fumare hai ricominciato durante le prove di… colpa di quell’imbecille. Gli attori stupidi proprio non li sopporti! Sono pieni di complessi e poi ce l’hanno con quelli che lavorano con spontaneità. Pensano che il teatro sia solo diaframma e voce, voce e diaframma… ma vaffanculo! Quella volta gli stavi per mettere le mani addosso a quello stupido… poi ci hai fatto pace, ma non si fa mai pace per davvero. Tre settimane e basta. A che serve? Estrai il copione e cominci a sfogliarlo. Altre tre fermate e poi… Caterina ti piace ma è ancora fidanzata con quello. Ma come fanno a stare insieme? Magari in tournée…
Eccoci qua. In perfetto orario. Cinque minuti prima e c’è anche il tempo per un caffè. Il cellulare è già pronto. Gli altri non saranno mica dentro. C’è qualcuno che… eccolo qua…
Come stai? Bene. Ce l’abbiamo il tempo per un caffè?
E quante volte lo hai vissuto questo momento. Il momento prima di cominciare le prove. Il primo giorno poi… tutti qui. Tutti al bar. Il tempo il primo giorno è un optional. Meno male. Il regista è morbido. Pensa se stava lì ad aspettare gli attori con l’orologio e il copione già sul tavolo. Pensa che palle. Tutto scorre nel quadrante costruito apposta per te. La tua visione del mondo in un copione tutto da scoprire. Il presente si sfalda e si entra nella verginità di un singolo istante. Tic tac… ad uno ad uno, ci s’incontra attorno al tavolino. Le parole finiscono e si comincia. Un respiro, quasi un’apnea e l’odore di mille inizi ti riporta quasi alla prima volta, la prima emozione. Nessuno conosce i tuoi piccoli segreti. Segreti di bambino che è cresciuto con il desiderio di fare l’attore. Il primo odore delle tavole del palcoscenico è custodito nel primo giorno di prove. Primo giorno di scuola. La voce del regista legge le didascalie e poco a poco, le voci dei tuoi colleghi si susseguono. Il tuo personaggio entra a pagina trentaquattro. Una bella attesa… ti godi il tempo che ti precede. Ascolti, ti fermi e riconosci ad uno ad uno tutta la vita dei personaggi, mescolata alla vita degli attori che li interpretano. Riconosci i loro alibi, le loro giustificazioni. Il sottotesto s’incastra con il vissuto e il non detto. Osservi il regista che prende appunti. Non dice nulla. Ascolta e pensi che sia una fortuna che tutto scorra così bene. Socchiudi gli occhi e ancora questo odore che hai riconosciuto ancora una volta. Odore di polvere e verità che sa farsi riconoscere tra le pieghe del tempo passato. È l’odore della tua vita che ti riporta al tuo sogno. Ancora qui. Bambino di sempre. Attore di un altro spettacolo che ti accarezza il sorriso. 

lunedì 7 novembre 2011

ARRIVI E PARTENZE

Si parte e si ritorna.
Si visitano luoghi che pensavamo d'aver dimenticato. A volte ci si accorge all'improvviso di non esser mai partiti. Che eravamo fermi alla stazione mentre pensavamo di esser sul treno. E allora? Quel bel paesaggio che scorreva dal finestrino? Stazioni invisibili. Così i volti di coloro che entrano in una forma particolare di ricordo ci appaiono colmi di una verità che non riusciamo a fissare. Ci sono incontri che lasciano il segno. Cicatrici del tempo. 

Il ricordo di me è anche Nerina. Tanti anni fa, con Alessandro e Michele l'andammo a trovare nella sua stanzetta allo Spallanzani a Roma. Nerina aveva il volto segnato. Era bellissima nella sua sofferenza. Le sue rughe. Il fumo della sua sigaretta. L’odore delle sue parole pronunciate a stento. Le gambe segnate. L’ago nel braccio. La sua storia. Le sue vene di dolore. Il suo respiro affannoso e la voglia di parlare. Le chiesi se era di Salerno. 
Il suo viso s’illuminò in un sorriso.

“Come fai a saperlo?”

Le dissi che il suo cognome era salernitano. Era felice che glielo avessi chiesto. Pian piano si sciolse. Cominciò a parlare a raffica. Ci parlò di sé e dei suoi figli. Ci raccontò la sua storia. Ad un certo punto, quando cominciammo a parlare di cinema e di teatro ci disse che suo figlio, il più grande, avrebbe voluto fare l’attore. 
Lo chiamò al cellulare.

Basterebbe così poco. Basterebbe nell'eco di un ricordo, semplicemente capire di non essere qui davvero. Basta così poco per capire di non essere su un treno che corre veloce, ma nella sala d'attesa di una stazione invisibile.

Un lettino d'ospedale, un cellulare e la voce di un figlio che hai bisogno d'abbracciare. Nerina lo chiamò e gli disse: “C’è una sorpresa per te!” 

La sorpresa eravamo noi. Con Alessandro e Michele ci lanciammo sguardi spaesati, ma nello stesso tempo, sapevamo che in quell'istante avevamo deciso di essere suoi complici. Sapevamo che eravamo stati trasformati in un'esca per suo figlio. Lei lo voleva semplicemente lì, insieme a lei. 
La sua storia era un flusso inarrestabile. Parlava tanto Nerina e nei suoi occhi brillava un entusiasmo strano che ancora oggi, dopo tanto tempo, mi riporta la stessa emozione che provai in quell'istante.

Alessandro le chiese da quanto tempo stava lì e per quanto sarebbe dovuta restare. Lei esitò. 
Ogni parola era una fatica. Ci raccontò che era da tre mesi che non si faceva più. Non poteva dire però che aveva smesso. Non lo sapeva. 

"Per ora no. E vi giuro che ho smesso. Però l'ho detto altre volte. Spero che questa sia la volta giusta!"

Poi ci raccontò di questo figlio che era la sua preoccupazione più evidente. 

"Ha cominciato a farsi anche lui. E da poco ha scoperto che è sieropositivo... ma a lui è per colpa del sesso…"

Poi ci disse che quando il figlio le aveva confessato che si faceva, lo aveva fatto perché gli servivano i soldi per la roba. Lei non aveva avuto il coraggio di dire né sì, né no.

“Posso mai io dirgli di no?”

Il suo sorriso per un attimo si spense. Diventò seria. Pensai che si sarebbe messa a piangere. Non lo fece. Si accese un'altra sigaretta e cominciò a raccontarci dei suoi uomini. Ci raccontò del suo primo marito che se ne era andato a rifarsi una vita in Brasile e poi del suo nuovo amore.

"Io gli voglio bene perché lui mi perdona sempre. Puoi passare tutta la vita con un uomo che quasiasi cosa tu faccia, ti perdona sempre!"

Poi ricominciò a parlare di questo figlio che a quel punto, tutti noi stavamo aspettando. “Cosa si può dire? Non ci sono parole… anche adesso, arriverà e mi dirà: che cazzo mi hai fatto venire a fare?”

Michele sorrise e le disse: "Ma no, se viene significa che ti vuole vedere, no?" 

"Voi non lo conoscete. Mio figlio è un po' strano!"
 
Non c’era emozione nelle sue ultime parole. C’era solo un velo sottile di sofferenza rassegnata.

E allora a turno, ci mettemmo a raccontare le nostre storie. Io raccontai dei miei primi tempi a Roma, del cabaret, delle passeggiate di notte per tornare a casa dopo il lavoro, Alessandro delle sue sveglie alle cinque del mattino per andare ad aprire il banco del pane al mercato, Michele del suo vecchio lavoro nei vigili del fuoco e delle sue speranze di cambiar vita. Se penso a me, a Michele, ad Ale e a Nerina in quella stanzetta d'ospedale, mi appaiono quattro personaggi, pronti per essere inseriti nelle pagine della sceneggiatura di un film.
E così, ce le scambiammo queste pagine di vita vissuta. Queste idee apparenti di realtà che ci passavano sulle teste come i chiodi che da ragazzi mettevamo sui binari della ferrovia vicino al campetto. Si rischiava la vita senza saperlo ad ogni passaggio del treno. I chiodi ci sibilavano attorno ed erano proiettili che ci sfioravano il viso. Non c’era alcuna differenza tra noi e lei. Lei eravamo noi e noi lei, tutti personaggi di fantasia e nella mente del nostro autore, eravamo davvero un bello studio. 

Ogni tanto Nerina si abbandonava allo sconforto. 

"Speriamo che non arrivi incazzato!" Ci disse.
"Ma no... non pensare negativo!" Le dicemmo.

Per un istante, dovemmo davvero  credere che una volta arrivato, suo figlio si sarebbe seduto anche lui a chiacchierare con noi. A parlare con sua madre e con i suoi nuovi amici. Amici di un giorno e per tutta la vita. 

Uscii nel corridoio. Mi guardai in giro. Uno sguardo alla finestra, poi sulla destra apparve la figura di un ragazzo che indossava una bella giacca colorata, i capelli neri, lunghi e morbidi. Gli andai incontro perché lo avevo riconosciuto pur senza averlo mai incontrato. Mi passò davanti come se non ci fossi. Entrò nella stanza. Sentii che scambiò poche battute con la madre. Uscì dopo neanche mezzo minuto. Se ne andò senza salutare. 

Scambiai un’occhiata di silenzio con gli altri. 

Dopo un altro istante, Nerina si alzò dal letto ed uscì dalla sua stanza.

“Ve lo avevo detto… mio figlio è strano”.
 
Ce lo aveva detto, sì.



mercoledì 2 novembre 2011

SUORE E BANANE

Domanda: "Cos'è bianco nero, bianco nero, bianco nero, bianco nero?" Risposta: "Una suora che ruzzola per le scale!"

Vecchia battuta di Woody Allen che mi faceva tanto ridere.
Suore e banane. Già. Per anni non ho mangiato banane e ancora oggi ho delle difficoltà a farlo. E la colpa è stata tutta delle suore. Ho avuto il trauma delle suore associato a quello delle banane. Questa mia allergia a suore e banane l'ho sviluppata tutta insieme. Ho fatto l'asilo dalle suore e quando i miei mi mandarono al catechismo, colei che si occupava della mia cosiddetta formazione spirituale, indovinate chi era? Naturalmente una bella suora che ci comandava a bacchetta e che ci induceva a pregare con la forza, pena il diavolo che ci veniva a prendere di notte per portarci all'inferno. Per anni, prima di andare a dormire, mi sbrigavo a srotolare ave maria e gloria al padre, il tutto recitato come amuleto per evitare di svegliarmi in compagnia dei diavoli con le cornazze. 

La mattina a pranzo, all'asilo, si mangiava al refettorio. 
L'odore del refettorio dell'asilo ogni tanto me lo ritrovo da qualche parte. Arriva inaspettato in un angolo sperduto di una mensa, in una cucina di un ristorante, in un corridoio di un albergo, ma a volte anche per strada, passando in un vicolo, sfiorando un luogo sconosciuto, respirando all'improvviso l'odore che arriva da chissà quale ambiente nascosto, al di là di una grata, un portone o una finestra.
Un tempo pensavo che per colpa degli odori sarei diventato matto.
Bene o male quella degli odori è una fissazione bella e buona, un'onesta fissazione che però, esalta il gusto della vita. 
Inseparabile e dolce fissazione degli odori segreti.
C'era un protagonista di un racconto di Schnitzler. Lui si fissava sulla paura di diventare pazzo, aveva scritto pure una lettera al fratello per autorizzarlo ad ucciderlo nel caso fosse diventato pazzo… e alla fine cominciò ad avere paura anche del fratello perché proiettava su di lui la sua paura di diventare pazzo e allora credeva che fosse il fratello che stava diventando pazzo. Alla fine, il risultato fu che diventò completamente pazzo. 
Oh... follia, follia... cos'è la follia se non un risultato a cui togliere una somma per poi comprendere che l'operazione da fare, era un'altra? 
Molti formatori delle piccole comunità di aspiranti adulti non ne capiscono nulla e devo dire la verità, le mie brave sorelle dell'asilo del Sacro Cuore, non è che fossero molto esperte per evitare che nella mente delle persone poco cresciute si formassero ritardi, blocchi, traumi e tante altre meraviglie, per cui uno alla fine si dice: "E basta. Adesso apro questa bella porta e vediamo se dall'altra parte c'è un mondo dove non ci sono le suore che ti costringono a mangiare le banane!"
Eh già... le banane.
Altri hanno scelto la follia per molto meno.
Una mattina al refettorio me ne presentarono una proprio bella tumefatta, di un nero marcio e ammuffito, scuro come il cielo di Praga in un romanzo di Kafka. Niente. Proprio non si poteva mangiare. Addentai qualche pezzo umido e giallognolo e lasciai il resto sotto al banco. Più tardi, stavo già in classe, si aprì la porta dell'aula e due sorelle di Cristo mi additarono e m'invitarono a seguirle. Mi ricordo ogni passo che feci verso il basso. Mi riportarono nel refettorio ormai vuoto e mi rimisero seduto allo stesso banco, da solo, dove ritrovai in un bel piattino e sistemato per me, il reperto partenocarpico che, sfidando la legge della putrefazione, mi guardava dal basso verso l'alto con un sorriso che solo una musa acuminata incattivita per non essere stata mangiata quando era giovane e bella, ti sa dare. 
"Mangiala tutta, altrimenti oggi non vai a casa!"

Questa fu la sentenza e condanna in simultanea.
 Le due Belfagor si piazzarono lì di fronte al bambino, come guardiani di un tempio infestato dal male e aspettarono fino all'ultimo morso. Quella mattina mangiai banane e lacrime, ma alla fine tornai a casa. Passarono molti anni prima che mi ritornasse in mente questa cosa. E passarono molti anni prima che ebbi il coraggio di mangiare un'altra banana. Per anni ho guardato inorridito quelli che trangugiavano il frutto malefico, reprimendo un lieve senso di nausea. Anche oggi che ho ricominciato tranquillamente a mangiare banane, prima di dare il primo morso, devo minuziosamente controllare e analizzare se sulla sua superficie compaiono le macchie nere che danno inizio al fenomeno zuccherino della maturazione. Qualcosa di me è rimasta sicuramente in quel refettorio, ma qualcos'altro è andato esattamente verso la parte opposta. 

Religione eguale suore, suore eguale a banane, banane eguale a lacrime, dolore, fastidio, pena, autocommiserazione. Presto fatto. Le associazioni non perdonano in questi casi. Esse sono equazioni perfette. E credo che la mia storia assomigli vagamente a quella di molti altri. Banane a parte.
Banane e religione per me sono sempre andate a braccetto. Entrambe per me adesso, hanno un sapore nuovo e rinnovato. Le prime però, devono essere rigorosamente bianche e quasi acerbe per poter essere ben accette dal mio palato. La seconda fu lasciata per tanto tempo, su un alto scaffale impolverato, lì dove era sistemata la bella Bibbia che aveva portato a casa un bel giorno mio padre e che ogni tanto, quasi con una reverenza intrisa da un senso di colpa antico, andavo a prendere per guardarne solo i disegni. Mi arrampicavo in cima a una sedia, sceglievo uno dei due tomi e lo sfogliavo, perdendomi nel mondo d'illustrazioni fantastiche che raffiguravano creature strane, uomini con la barba e scene apocalittiche. 

Pian piano, nel tempo, così come mi sono riappropriato del gusto di mangiar banane, mi sono riavvicinato al gusto del raccogliere nuovamente. Questo il significato etimologico che preferisco tra i tanti che ci sono forniti dai molti studiosi che si sono succeduti attorno a questa parola. E questa nuova raccolta, questo rileggere la storia personale, assomiglia a un riformarsi dentro un percorso che ci riabitua alla normalità del sacro, cioè al gusto sottile di riconoscere le cose da un respiro, un odore o una sensazione, un dolce intuito scintillante che ci fa scoprire all'improvviso di essere nel posto giusto e nel momento che ci siamo scelti, il riconoscersi in uno sguardo, in un sorriso, in un filo d'erba, in un temporale improvviso o in un abbraccio sincero prima di partire. Sacro come riabituare l'uomo al bambino, restituirgli un frutto immacolato, farlo volare in alto e prenderlo al volo dopo una capriola e fargli rendere conto da solo che mai e poi mai gli hai lasciato le mani. Questo credo sia il segreto senso del sacro. Qualcosa di non tanto lontano da noi. Sacro come dire: "Tutto questo l'ho scritto da solo. L'ho voluto io davvero per aiutarmi da solo a superare dei piccoli limiti che mi separavano dalle magiche scoperte di un io nuovo e rinnovato". In questo, davvero, ogni religione del mondo si assomiglia. L'essenza di tutte le religioni potrebbe partire da questo concetto così singolare e semplice. Tutto fin qui e solo per questo. Per questo sono grato ai fantasmini burberi dell'asilo del Sacro Cuore perché non c'è niente di più bello adesso che assoporare una banana... sempre dopo aver controllato che non ci siano macchie nere intorno.