lunedì 7 novembre 2011

ARRIVI E PARTENZE

Si parte e si ritorna.
Si visitano luoghi che pensavamo d'aver dimenticato. A volte ci si accorge all'improvviso di non esser mai partiti. Che eravamo fermi alla stazione mentre pensavamo di esser sul treno. E allora? Quel bel paesaggio che scorreva dal finestrino? Stazioni invisibili. Così i volti di coloro che entrano in una forma particolare di ricordo ci appaiono colmi di una verità che non riusciamo a fissare. Ci sono incontri che lasciano il segno. Cicatrici del tempo. 

Il ricordo di me è anche Nerina. Tanti anni fa, con Alessandro e Michele l'andammo a trovare nella sua stanzetta allo Spallanzani a Roma. Nerina aveva il volto segnato. Era bellissima nella sua sofferenza. Le sue rughe. Il fumo della sua sigaretta. L’odore delle sue parole pronunciate a stento. Le gambe segnate. L’ago nel braccio. La sua storia. Le sue vene di dolore. Il suo respiro affannoso e la voglia di parlare. Le chiesi se era di Salerno. 
Il suo viso s’illuminò in un sorriso.

“Come fai a saperlo?”

Le dissi che il suo cognome era salernitano. Era felice che glielo avessi chiesto. Pian piano si sciolse. Cominciò a parlare a raffica. Ci parlò di sé e dei suoi figli. Ci raccontò la sua storia. Ad un certo punto, quando cominciammo a parlare di cinema e di teatro ci disse che suo figlio, il più grande, avrebbe voluto fare l’attore. 
Lo chiamò al cellulare.

Basterebbe così poco. Basterebbe nell'eco di un ricordo, semplicemente capire di non essere qui davvero. Basta così poco per capire di non essere su un treno che corre veloce, ma nella sala d'attesa di una stazione invisibile.

Un lettino d'ospedale, un cellulare e la voce di un figlio che hai bisogno d'abbracciare. Nerina lo chiamò e gli disse: “C’è una sorpresa per te!” 

La sorpresa eravamo noi. Con Alessandro e Michele ci lanciammo sguardi spaesati, ma nello stesso tempo, sapevamo che in quell'istante avevamo deciso di essere suoi complici. Sapevamo che eravamo stati trasformati in un'esca per suo figlio. Lei lo voleva semplicemente lì, insieme a lei. 
La sua storia era un flusso inarrestabile. Parlava tanto Nerina e nei suoi occhi brillava un entusiasmo strano che ancora oggi, dopo tanto tempo, mi riporta la stessa emozione che provai in quell'istante.

Alessandro le chiese da quanto tempo stava lì e per quanto sarebbe dovuta restare. Lei esitò. 
Ogni parola era una fatica. Ci raccontò che era da tre mesi che non si faceva più. Non poteva dire però che aveva smesso. Non lo sapeva. 

"Per ora no. E vi giuro che ho smesso. Però l'ho detto altre volte. Spero che questa sia la volta giusta!"

Poi ci raccontò di questo figlio che era la sua preoccupazione più evidente. 

"Ha cominciato a farsi anche lui. E da poco ha scoperto che è sieropositivo... ma a lui è per colpa del sesso…"

Poi ci disse che quando il figlio le aveva confessato che si faceva, lo aveva fatto perché gli servivano i soldi per la roba. Lei non aveva avuto il coraggio di dire né sì, né no.

“Posso mai io dirgli di no?”

Il suo sorriso per un attimo si spense. Diventò seria. Pensai che si sarebbe messa a piangere. Non lo fece. Si accese un'altra sigaretta e cominciò a raccontarci dei suoi uomini. Ci raccontò del suo primo marito che se ne era andato a rifarsi una vita in Brasile e poi del suo nuovo amore.

"Io gli voglio bene perché lui mi perdona sempre. Puoi passare tutta la vita con un uomo che quasiasi cosa tu faccia, ti perdona sempre!"

Poi ricominciò a parlare di questo figlio che a quel punto, tutti noi stavamo aspettando. “Cosa si può dire? Non ci sono parole… anche adesso, arriverà e mi dirà: che cazzo mi hai fatto venire a fare?”

Michele sorrise e le disse: "Ma no, se viene significa che ti vuole vedere, no?" 

"Voi non lo conoscete. Mio figlio è un po' strano!"
 
Non c’era emozione nelle sue ultime parole. C’era solo un velo sottile di sofferenza rassegnata.

E allora a turno, ci mettemmo a raccontare le nostre storie. Io raccontai dei miei primi tempi a Roma, del cabaret, delle passeggiate di notte per tornare a casa dopo il lavoro, Alessandro delle sue sveglie alle cinque del mattino per andare ad aprire il banco del pane al mercato, Michele del suo vecchio lavoro nei vigili del fuoco e delle sue speranze di cambiar vita. Se penso a me, a Michele, ad Ale e a Nerina in quella stanzetta d'ospedale, mi appaiono quattro personaggi, pronti per essere inseriti nelle pagine della sceneggiatura di un film.
E così, ce le scambiammo queste pagine di vita vissuta. Queste idee apparenti di realtà che ci passavano sulle teste come i chiodi che da ragazzi mettevamo sui binari della ferrovia vicino al campetto. Si rischiava la vita senza saperlo ad ogni passaggio del treno. I chiodi ci sibilavano attorno ed erano proiettili che ci sfioravano il viso. Non c’era alcuna differenza tra noi e lei. Lei eravamo noi e noi lei, tutti personaggi di fantasia e nella mente del nostro autore, eravamo davvero un bello studio. 

Ogni tanto Nerina si abbandonava allo sconforto. 

"Speriamo che non arrivi incazzato!" Ci disse.
"Ma no... non pensare negativo!" Le dicemmo.

Per un istante, dovemmo davvero  credere che una volta arrivato, suo figlio si sarebbe seduto anche lui a chiacchierare con noi. A parlare con sua madre e con i suoi nuovi amici. Amici di un giorno e per tutta la vita. 

Uscii nel corridoio. Mi guardai in giro. Uno sguardo alla finestra, poi sulla destra apparve la figura di un ragazzo che indossava una bella giacca colorata, i capelli neri, lunghi e morbidi. Gli andai incontro perché lo avevo riconosciuto pur senza averlo mai incontrato. Mi passò davanti come se non ci fossi. Entrò nella stanza. Sentii che scambiò poche battute con la madre. Uscì dopo neanche mezzo minuto. Se ne andò senza salutare. 

Scambiai un’occhiata di silenzio con gli altri. 

Dopo un altro istante, Nerina si alzò dal letto ed uscì dalla sua stanza.

“Ve lo avevo detto… mio figlio è strano”.
 
Ce lo aveva detto, sì.



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