domenica 20 novembre 2011

L'ATTIMO IN CUI CAPISCI CHE È INVERNO

Verso casa.
Mondo sottile che si apre. Si schiude in una specie di torpore. 
È già tardi.
Sei entrata di mattina ed ora fuori è già buio. L’inverno come al solito ti ha ancora sorpresa. Lo capisci soltanto adesso che questo inverno è già parte di te. Lo capisci dalla luce di questi lampioni. 
Verso casa, una sera d’inverno. 


È ancora inverno anche se non dovrebbe. Che strano. Un altro inverno già qui. Non hai fatto in tempo a vederlo l’autunno, non hai fatto in tempo a respirarlo, a fartelo scorrere nel petto che tutto è già aria fredda, cappotti bimbi, maglioni di lana e piumone sul letto.
Verso casa, una sera che è inverno con la borsa dell’ultima estate.
Chiavi della macchina che s’infilano dappertutto. Devi estrarre qualcosa per poterle afferrare. La serratura sembra più rigida. Lo scatto dell’apertura delle portiere ha qualcosa di diverso. Respirosospiro all’interno dell’auto raccoglie tutto il residuo di cambiamento fermentato fino ad un attimo prima. Come se tutto fosse stato congelato fino a questo preciso istante. 
Ci sei? 
Ti adagi bene allo schienale. La schiena si plasma con la pelle del sedile dietro di te. Lo specchietto percepisce appena l’immagine del tuo viso. Hai paura e voglia di spostarlo verso i tuoi occhi. Hai paura di un riflesso già visto. 

È inverno. 

Certo già lo sapevi. Il freddo è cominciato già da qualche giorno, ma avevi finto di non riconoscerlo. Avevi semplicemente evitato di pensarci.

Nel traffico del rientro c’è quasi un riverbero di poesia che si espande e arriva a toccarti il cuore. La radio è lontana. È sotto il sedile chiusa nel suo astuccio di plastica nera. Avresti voluto pensarci prima. Ora è troppa fatica.
Pian piano, da lontano, arriva il motivo di una canzone delle vacanze fatte ad agosto con l’uomo e i bambini. L’uomo che ora sarà uomo nuovo. Sarà altro odore. Altre parole. Viaggerà con te su altri secondi di vita. Sarà uomo d’inverno. 
Il motivetto ti avvolge nell’auto e fiorisce sulle labbra che si staccano lievemente. Bolla di saliva che prova a rompere un silenzio timido che però ti serve ancora per riavvolgere il gomitolo che ha cominciato a srotolarsi dalla gola allo stomaco e che t’impedisce di abbandonarti ad un solo pensiero.
Un leggero soffio, misto a suono che cerca di farsi strada verso la compattezza di una colonna sonora da collocare sul solito montaggio delle tue immagini più belle e più malinconiche. E l’ultima estate si confonde con le fotografie di altre estati. Altri posti. Un’altra felicità. Un complesso di note disuguali in peso ed emozioni che  però questa canzoncina riesce a rendere molto simili e quasi a confonderle tra loro.
Il tempo, in questo momento non è più la solita linea retta su cui poterci giocare a piacimento. Il tempo è una spiaggia su cui poterci passeggiare al ritmo di un miscuglio di cose che non sono né ricordi, né progetti per il futuro.
Il tempo è chiuso insieme a te nella tua auto, nel traffico del rientro.
Potenza di uno stupido motivetto di canzone d’estate, venuta in mente proprio ora che è cominciato l’inverno.
Tiri giù il finestrino. Appena un po’, giusto per  provare a respirare aria nuova, aria che ti riporti sapore di realtà. Poi però ci ripensi e lo richiudi. Hai paura che qualcosa ti sfugge. Guardi verso la borsetta adagiata sul sedile affianco. Qualcosa che s’è riversata sul ripiano. Un pacchetto di fazzolettini semivuoto che risale a qualche settimana fa. Immagini che sembrano attimi rubati agli anni.

Nostalgia di ricordi.

Nostalgia di speranza intrisa con il mondo sottile di un’altra stagione fredda col suo nuovo odore che troppo assomiglia a qualcosa di già vissuto.
Il cellulare t’invita a pensare a parole da comporre. Un messaggio da far nascere qui, in questo momento, tra i semafori e le luci del solito percorso stradale. Parole nuove da accarezzare. Parole per ridere. Parole distratte, senza troppo peso, costruite con l’ironia che hai creato insieme all’uomo che è il maschio di te.
Poi oltrepassi il momento e non ci pensi più.
Nessun messaggio. Nessuna parola può abbreviare l’attimo che passerà tra l’ora e il dopo in cui varcherai la porta di casa.
Pensi  ai bambini che forse hanno già mangiato perché ci ha pensato lui. Pensi a quella volta che sei entrata in casa e li hai visti tutti e tre davanti alla televisione con le patatine, gli hamburger e i bicchieri di coca cola che emanavano suoni di bollicine soffiate dalle cannucce.
Sorriso.
Pensi che ora ti piacerebbe vederli ancora così,  anche se quella volta ti sei arrabbiata perché stavi facendo fare la dieta ai ragazzi o semplicemente perché il volume della televisione era troppo alto. Altro sorriso.
Pensi che ti piacerebbe aver inserito la radio. Avevi bisogno di una voce. Di un’altra musica, di un’altra canzone che non fosse quella che hai in testa. 
Verso casa ora che hai capito che è inverno.
Verso casa con la vita degli altri che si assesta con la tua, ora.
Gli altri sono con te, compagni di questo piccolo viaggio in macchina sulla strada del rientro. Il mondo adesso è una patina di vapore che si staglia sui vetri e tutto il resto quasi non conta. 

Meglio non aprirlo questo finestrino affianco al tuo viso. 

La consapevolezza che fuori c’è l’inverno ti rende più forte e il vetro dal quale scorrono gli attimi dell’esterno è un vero riparo. C’è tenera magia in ogni inizio d’inverno. Una tenerezza che assomiglia troppo a quella della tua vita quando ci pensi come se non fosse la tua. Una tenerezza che ha avuto inizio proprio quando hai intuito che niente al mondo ti avrebbe strappato a quest’inverno e al suo odore di nuovo, misto ad antico, perché l’odore dell’inizio di un nuovo inverno è un odore ciclico. È odore che segna il ritmo della vita, del tempo rinchiuso laddove non può essere più osservato. È l’odore del rifugio e del tepore di tutto quello che sei riuscita a vivere per arrivare fin qui. È l’odore dei tuoi figli che crescono e che vivono così come stai facendo tu. È l’odore dei pigiami da lavare e dei piedini scalzi che corrono sul pavimento freddo, nelle mattine in cui saranno loro che ti verranno a cercare per dirti: “Svegliati mamma che è tardi!” 

1 commento:

Anonimo ha detto...

45.

la prima goccia ha già bagnato il vetro,
le fronde e la paura dello scroscio:
di nuovo il temporale dà conforto
e ci comunica l'attesa dell'intesa.
le nostre solitudini son già quelle d'un tempo,
sostengono nolenti il senso delle cose.
la ritmica ossessiva della pioggia
ci parla di questi anni,
riconvoca l'estremo tentativo
ridotto a disinganni:
risolve il non più detto,
riduce l'intenzione,
comunica quel senso d'abitudine
rimosso, rigettato,
fonte di nuove brame.
s'accascia la tensione,
appare il consapevole tripudio d'emozione,
si rende plausibile l'attesa del migliore
tempo d'avvenimenti.
rinchiusi nella tarde
siamo comunicanti,
siamo gli inconsapevoli portanti
di nuova identità, di nuova speme,
di nuove realtà d'oltre confine.
sappiamo dell'ampiezza,
latente irriducibile vaghezza
che rende l'opinione intermittente
rubandoci gli spazi della mente.
saprò promettere mondi d'illusione
recandoli bambino alla ragione
dell'unica speranza d'esistenza:
quella che porta altrove,
alla testimonianza dell'eterno.
sembra d'estate
eppure è ancora inverno.