mercoledì 23 novembre 2011

SPAZIOTEMPO


Questione di secondi o di passi in più.
La location è nei pressi di una masseria abbandonata a Fasano, pieno entroterra Pugliese. Sto girando un film che parla di clero e sport. Tutte le mattine devo vestirmi da prete. Scarpe, calzini, pantaloni, camicia, colletto e naturalmente, l’abito talare, la veste ecclesiastica del prete cattolico. Il termine talare deriva dalla parola latina talus, che significa tallone. Questo perché chiaramente, arriva fino a coprire il tallone. Quest’operazione per me è già una commedia. Un film nel film. A cominciare dal colletto che è una specie di cappio rigido al collo, a finire con la lunga striscia di bottoni (prima che finisca questo film li conterò e mi giocherò il numero al lotto).
Una volta completata la vestizione, un breve passaggio al trucco e finalmente mi avvio verso il set in fermento che è una delle cose belle della vita.
Raffaele, il regista di questo film proviene da anni di aiuto-regia ed è uno che ha sotto controllo tutto il set; dirige gli attori con un’occhio sempre attento ai tempi comici. Ogni tanto mi diverto a proporre qualcosa e lui coglie al volo le cose giuste, altre me le cassa senza pietà. Quando rifiuta una mia proposta, Raffaele fa una faccia serissima e le parole acquistano quella velocità che ti dà immediatamente la possibilità di comprendere che hai detto una cazzata.
Una delle cose più pericolose nei film dove il regista cerca di trovare spunti comici è che gli attori, soprattutto quelli che vengono dal cabaret, a volte esagerano e si va in overacting

L’overacting, lo dice la parola, è quando si esagera. A volte è molto facile esagerare. In quel caso, il regista deve intervenire e ridimensionare. Se un regista riesce ad accorgersi quando l’attore esagera e interviene con un bel “questo no!” è fatta: a quel punto si può osare. Ci si può permettere di proporre molte cose affidandosi completamente all’intuito e all’occhio del regista.
Raffaele durante le riprese di questo film ha raccolto molte proposte che gli ho fatto, altre me le ha contenute per poi toglierle del tutto. Nel momento in cui il regista mi dice: “No, questo no”, sento che una parte di me protesta, ma immediatamente riesco a sentire lo spirito del comico che vorrebbe infarcire di situazioni e battute che magari andrebbero bene nella scena, ma che in una visione intera della storia del film risulterebbero esagerate. 


Questione di secondi.
“Is just a movie!”




E nella vita? Cos’è la vita? Spazio, movimento, pensiero, tempo?
Forse tutte queste cose.
Pochi passi in più e...
A volte il caso prende la forma di un cronometro. Pochi passi in più o in meno e la tua vita la percepisci con lo stesso sguardo di un regista che ti corregge. A volte, se ti accorgi che il caso si diverte a bendarti gli occhi, puoi percepire la vampata di verità che ti viene servita davanti senza troppi sotterfugi. Perché accorgersi della verità non sempre è una bella scoperta, ma quasi sempre, se riesci a reggere la luce, il peso o le conseguenze, dopo ti senti come se avessi passato un processo di revisione. È la legge dell’esperienza.
La fai passare e aspetti che la vita la metabolizzi.
A volte, la vita è un regista che ti dice che quello che proponi, non va bene. E quando è che non va bene? Quando esageri e... smetti di guardarti intorno, dai per scontato il miracolo di ogni secondo che passa. Del resto, quando un velo ti scivola via dagli occhi, si sente sempre un gran casino tutt’intorno, come se in un istante fosse passato un uragano. 


Come una masseria abbandonata nei pressi di Fasano, nel cuore della magica Puglia.


C’è, come dicevo all’inizio di questo post notturno, un luogo, nel bel mezzo delle immense pianure pugliesi, dove lo sguardo si perde e arriva lontano, fino al mare azzurro. Qui, in questi luoghi ameni, potresti facilmente incontrare delle masserie abbandonate. Quello in cui non crederesti mai d’imbatterti è un baratro di venti metri che si spalanca all’improvviso, sotto i tuoi piedi. Eppure è così. 


La mattina di sabato appena trascorso mi trovo con Jordi, uno degli attori di questo film, a fare due chiacchiere. È una mattina fredda. Abbiamo già fatto la prima ripresa e mentre i macchinisti montano il secondo set, Jordi e io passeggiamo tra le rovine di questa masseria abbandonata. Ad un certo punto, sento quell’irrefrenabile e impellente istinto naturale, di dover fare la pipì. Quante volte ci capita? E quante volte accade di veder qualcuno che la fa per strada? L’istinto ci porta quasi sempre a cercare un posto isolato. E così dico a Jordi: “Tengo que mear...” e mi avvio verso un piccolo varco, uno squarcio tra le mura che dà verso un punto in cui si scorge solo campagna. Jordi mi chiama. Mi dice: “Cuidado...” si accende una sigaretta e mi spiega nel suo italiano vagamente spagnolo.

“Ieri notte anche io sono andato a fare la pipì esattamente dove stai andando a farla tu...”


Io mi fermo e lo aspetto. 

Jordi si avvicina e insieme oltrepassiamo il muretto.

“Ho fatto tre passi, mi sono fermato e ho cominciato a farla. Avevo appena cominciato e ho sentito che il getto d’acqua filtrata non cadeva esattamente ai miei piedi e il rumore si perdeva chissà dove, sotto di me. Ho abbassato lo sguardo e, nella notte ho visto il baratro!”



Jordi finisce di parlare e i suoi occhi si dirigono verso il basso. 


Solo in quel momento, mi accorgo del precipizio. Uno strapiombo di una ventina di metri. Lo vedo subito. È giorno.  Chiaro come può esser chiara qualsiasi cosa in una bella e tersa mattina di novembre, con un sole che luccica sulle pietre bianche. 

“Di notte, ti giuro che non si vede nulla. Lo sguardo va davanti, verso la terra dall’altra parte e non va verso il basso. ” Mi dice Jordi.
 

Guardo il vuoto. Mi ritraggo.
Restiamo in silenzio a lungo.


“E tu che hai fatto?” Gli chiedo.


“Ho continuato a far la pipì, ma con uno stato d’animo completamente diverso. Ho pensato... sono vivo perché io non ho tanto pudore. Non faccio mai troppi passi per cercare posti isolati per farla. Se la devo fare, soprattutto se sto in aperta campagna, anche se c'è qualcuno, mi volto e la faccio”.


Penso: “Certo che per i preti è dura farla all’aria aperta!”

Poi mi sporgo e osservo ancora il precipizio.
Jordi mi guarda con la sigaretta tra le labbra e sussurra: “Es la atracción del vacío!”


Me lo dice in spagnolo. Me lo traduco all’istante in italiano.


“L’attrazione per il vuoto!”


Mi ritraggo. Cerco di non esagerare.


Over acting.



 

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