mercoledì 2 novembre 2011

SUORE E BANANE

Domanda: "Cos'è bianco nero, bianco nero, bianco nero, bianco nero?" Risposta: "Una suora che ruzzola per le scale!"

Vecchia battuta di Woody Allen che mi faceva tanto ridere.
Suore e banane. Già. Per anni non ho mangiato banane e ancora oggi ho delle difficoltà a farlo. E la colpa è stata tutta delle suore. Ho avuto il trauma delle suore associato a quello delle banane. Questa mia allergia a suore e banane l'ho sviluppata tutta insieme. Ho fatto l'asilo dalle suore e quando i miei mi mandarono al catechismo, colei che si occupava della mia cosiddetta formazione spirituale, indovinate chi era? Naturalmente una bella suora che ci comandava a bacchetta e che ci induceva a pregare con la forza, pena il diavolo che ci veniva a prendere di notte per portarci all'inferno. Per anni, prima di andare a dormire, mi sbrigavo a srotolare ave maria e gloria al padre, il tutto recitato come amuleto per evitare di svegliarmi in compagnia dei diavoli con le cornazze. 

La mattina a pranzo, all'asilo, si mangiava al refettorio. 
L'odore del refettorio dell'asilo ogni tanto me lo ritrovo da qualche parte. Arriva inaspettato in un angolo sperduto di una mensa, in una cucina di un ristorante, in un corridoio di un albergo, ma a volte anche per strada, passando in un vicolo, sfiorando un luogo sconosciuto, respirando all'improvviso l'odore che arriva da chissà quale ambiente nascosto, al di là di una grata, un portone o una finestra.
Un tempo pensavo che per colpa degli odori sarei diventato matto.
Bene o male quella degli odori è una fissazione bella e buona, un'onesta fissazione che però, esalta il gusto della vita. 
Inseparabile e dolce fissazione degli odori segreti.
C'era un protagonista di un racconto di Schnitzler. Lui si fissava sulla paura di diventare pazzo, aveva scritto pure una lettera al fratello per autorizzarlo ad ucciderlo nel caso fosse diventato pazzo… e alla fine cominciò ad avere paura anche del fratello perché proiettava su di lui la sua paura di diventare pazzo e allora credeva che fosse il fratello che stava diventando pazzo. Alla fine, il risultato fu che diventò completamente pazzo. 
Oh... follia, follia... cos'è la follia se non un risultato a cui togliere una somma per poi comprendere che l'operazione da fare, era un'altra? 
Molti formatori delle piccole comunità di aspiranti adulti non ne capiscono nulla e devo dire la verità, le mie brave sorelle dell'asilo del Sacro Cuore, non è che fossero molto esperte per evitare che nella mente delle persone poco cresciute si formassero ritardi, blocchi, traumi e tante altre meraviglie, per cui uno alla fine si dice: "E basta. Adesso apro questa bella porta e vediamo se dall'altra parte c'è un mondo dove non ci sono le suore che ti costringono a mangiare le banane!"
Eh già... le banane.
Altri hanno scelto la follia per molto meno.
Una mattina al refettorio me ne presentarono una proprio bella tumefatta, di un nero marcio e ammuffito, scuro come il cielo di Praga in un romanzo di Kafka. Niente. Proprio non si poteva mangiare. Addentai qualche pezzo umido e giallognolo e lasciai il resto sotto al banco. Più tardi, stavo già in classe, si aprì la porta dell'aula e due sorelle di Cristo mi additarono e m'invitarono a seguirle. Mi ricordo ogni passo che feci verso il basso. Mi riportarono nel refettorio ormai vuoto e mi rimisero seduto allo stesso banco, da solo, dove ritrovai in un bel piattino e sistemato per me, il reperto partenocarpico che, sfidando la legge della putrefazione, mi guardava dal basso verso l'alto con un sorriso che solo una musa acuminata incattivita per non essere stata mangiata quando era giovane e bella, ti sa dare. 
"Mangiala tutta, altrimenti oggi non vai a casa!"

Questa fu la sentenza e condanna in simultanea.
 Le due Belfagor si piazzarono lì di fronte al bambino, come guardiani di un tempio infestato dal male e aspettarono fino all'ultimo morso. Quella mattina mangiai banane e lacrime, ma alla fine tornai a casa. Passarono molti anni prima che mi ritornasse in mente questa cosa. E passarono molti anni prima che ebbi il coraggio di mangiare un'altra banana. Per anni ho guardato inorridito quelli che trangugiavano il frutto malefico, reprimendo un lieve senso di nausea. Anche oggi che ho ricominciato tranquillamente a mangiare banane, prima di dare il primo morso, devo minuziosamente controllare e analizzare se sulla sua superficie compaiono le macchie nere che danno inizio al fenomeno zuccherino della maturazione. Qualcosa di me è rimasta sicuramente in quel refettorio, ma qualcos'altro è andato esattamente verso la parte opposta. 

Religione eguale suore, suore eguale a banane, banane eguale a lacrime, dolore, fastidio, pena, autocommiserazione. Presto fatto. Le associazioni non perdonano in questi casi. Esse sono equazioni perfette. E credo che la mia storia assomigli vagamente a quella di molti altri. Banane a parte.
Banane e religione per me sono sempre andate a braccetto. Entrambe per me adesso, hanno un sapore nuovo e rinnovato. Le prime però, devono essere rigorosamente bianche e quasi acerbe per poter essere ben accette dal mio palato. La seconda fu lasciata per tanto tempo, su un alto scaffale impolverato, lì dove era sistemata la bella Bibbia che aveva portato a casa un bel giorno mio padre e che ogni tanto, quasi con una reverenza intrisa da un senso di colpa antico, andavo a prendere per guardarne solo i disegni. Mi arrampicavo in cima a una sedia, sceglievo uno dei due tomi e lo sfogliavo, perdendomi nel mondo d'illustrazioni fantastiche che raffiguravano creature strane, uomini con la barba e scene apocalittiche. 

Pian piano, nel tempo, così come mi sono riappropriato del gusto di mangiar banane, mi sono riavvicinato al gusto del raccogliere nuovamente. Questo il significato etimologico che preferisco tra i tanti che ci sono forniti dai molti studiosi che si sono succeduti attorno a questa parola. E questa nuova raccolta, questo rileggere la storia personale, assomiglia a un riformarsi dentro un percorso che ci riabitua alla normalità del sacro, cioè al gusto sottile di riconoscere le cose da un respiro, un odore o una sensazione, un dolce intuito scintillante che ci fa scoprire all'improvviso di essere nel posto giusto e nel momento che ci siamo scelti, il riconoscersi in uno sguardo, in un sorriso, in un filo d'erba, in un temporale improvviso o in un abbraccio sincero prima di partire. Sacro come riabituare l'uomo al bambino, restituirgli un frutto immacolato, farlo volare in alto e prenderlo al volo dopo una capriola e fargli rendere conto da solo che mai e poi mai gli hai lasciato le mani. Questo credo sia il segreto senso del sacro. Qualcosa di non tanto lontano da noi. Sacro come dire: "Tutto questo l'ho scritto da solo. L'ho voluto io davvero per aiutarmi da solo a superare dei piccoli limiti che mi separavano dalle magiche scoperte di un io nuovo e rinnovato". In questo, davvero, ogni religione del mondo si assomiglia. L'essenza di tutte le religioni potrebbe partire da questo concetto così singolare e semplice. Tutto fin qui e solo per questo. Per questo sono grato ai fantasmini burberi dell'asilo del Sacro Cuore perché non c'è niente di più bello adesso che assoporare una banana... sempre dopo aver controllato che non ci siano macchie nere intorno. 






Nessun commento: