martedì 30 ottobre 2012

IL TUO UOMO NEI SUOI MOMENTI MIGLIORI


Qualcosa. Una sensazione di fastidio alla gola e hai già capito.

Non ci pensi. Fai finta di non essertene accorta. Vento umido e cielo grigio. 
Ogni tanto deglutisci, così per cercare di trovare un punto dove quello che sta per succedere è soltanto una vaga impressione. È venerdì sera. Chiudi l’ultimo bottone della giacca ed esci dal supermercato. Due buste nelle mani. Oscilli sul marciapiede. Piccoli ondeggiamenti supportati da passi brevi che ti portano piano verso casa. Oggi è passato in fretta. In ufficio gli altri erano tutti carini. Più per loro che per altro. Il fine settimana rende tutti più docili e le facce si distendono in mille sorrisi impercettibili. Piegoline dell’esistere. Percezioni sottili che solo qualche volta ti si presentano davanti agli occhi. Hai imparato però, a coglierle tutte queste sensazioni. Ti servono. 
È serenità a disposizione di chi sa riconoscerla e tu lo sai fare.
Il fine settimana per chi come te, lavora tutto il giorno alla luce pallida di un neon, è come l’ancora per approdare sull’isola, dopo una traversata durata anni. Hai fatto il pieno di buonumore. Contenta di essere qui ora, immersa tra gli altri, tra la dolcezza di un venerdì sera come questo.
È il tempo giusto. È l’autunno che volevi. Il tempo che assomiglia di più a quella parte di te che contieni attimo per attimo e che pochi conoscono. Attesa semaforo. Le buste tra le mani vorresti adagiarle per terra. Non lo fai e ti scappa quel lamento sospiro che è desiderio e frustrazione di ricongiungere un ricordo con ciò che vorresti adesso. Qualche volta ti capita. Qualche volta, ma sempre per strada. Un sospiro lento che è anche bisogno di far uscire un piccolo suono dalle labbra. Un piccolo suono che senti solo tu e che appartiene solo a te... e forse a lui.
È venerdì sera e questo potrebbe anche bastarti, se non fosse per questo leggero fastidio alla gola. Le braccia un po’ ti pesano. Piccola punta di dubbio. Lasciarsi andare adesso non è possibile. C’è tutto un mondo nelle ore che verranno.
Venerdì sera conquistato così. Ci speravi, lo sapevi, ma ogni volta è come se fosse un dono improvviso. Hai paura anche a dirglielo che tutto quello che vorresti è ascoltare la sua voce e sprofondare per un attimo solo nel suo fiato. Fiato di divanetto, di televisione accesa e di secondi bloccati da un abbraccio senza attesa di nient’altro. 
Invece stasera ti porta a cena fuori. Sei stata felice quando te lo ha detto.
È stato carino a chiedertelo. 
Hai detto subito di sì. 
Sei stata bene e le ore sono volate, ma ora... ora è già passato e fra un po’ lui sarà già qui.
Sotto al portone i gesti sono già più stanchi. 
Fatica a prendere le chiavi dalla borsetta. Fatica di salire le scale e pensare che il mondo si possa fermare dietro la porta di casa. Fatica di provare a costruire il solito silenzio tutto tuo. Sprofondare in una solitudine che è l’anticipo di calore diverso. 

Devi star bene. 

Non puoi permetterti di ammalarti proprio questo venerdì sera. Acqua nella vasca e vapore che comincia ad appannare lo specchio. Lo sguardo all’orologio in cucina si ricongiunge con i gesti veloci delle tue mani che svuotano le buste della spesa del fine settimana e neanche ci fai caso a quel fastidio alla gola che ora sembra essersi dissolto in un sapore liquido che comincia a calare tra il palato e il respiro. Prendi un fazzoletto di carta e quasi senza rendertene conto, cominci a soffiarti il naso. 
In un istante si compie il gioco di questo venerdì sera e lo senti perdersi, mescolarsi per bene in una confusione restata a lungo latente, proprio come questo raffreddore che cerchi inutilmente di ricacciare indietro. È come una sinfonia già composta e suonata mille volte. Metti una cassetta nello stereo e alzi il volume. Poi entri nel bagno, tra il vapore che aumenta, il suono dell’acqua nella vasca e la gonna che cade ai tuoi piedi. Due secondi e sei già parte della schiuma bianca che avvolge gli ultimi residui di pensieri accordati alla terra. Nuvola morbida di calore e musica d'altri tempi. 
Il vuoto assoluto stempera la sensazione di malessere e la diluisce nel dubbio che sia solo qualcosa creata dalla tua mente. Tutto diventa opaco. Tutto diventa tutto e i secondi raccolgono questo tempo che separa il suo arrivo con gli attimi in cui dovrai fare tutto in fretta per accoglierlo nella fragranza di tranquillità casalinga e pulito. 
Essenza del vuoto. 
Nel bagno caldo dimentichi la vita perché la vita fa parte di ciò che è pesante, mentre ora tu sei leggera e potresti perfino dormire. Ma non dormi. 
Ascolti il silenzio oltre la musica. 
Aspetti il rumore della porta di casa. 
Sei contenta che lui abbia le chiavi. Gliele hai date con leggerezza, tanto tempo fa che neanche puoi far finta di credere di non averlo fatto. Pensi che è bello che lui entri così in casa tua. Quasi vorresti che entrasse adesso e si sedesse accanto alla vasca. Sorridi con gli occhi chiusi e lo immagini li, accanto a te. Quante volte... la mano che passa sulla schiena bagnata. Sorridi e ancora quel suono conosciuto, aspirato tra le labbra e fermatosi sulla bocca.
Desiderio di fissare col normale qualcosa che invece sai che per te sarà sempre molto speciale. L’acqua non è più tanto calda. Momento di uscire. L’accappatoio è un po’ più in là di dove dovrebbe essere. Il colpo di grazia alla tua salute. Le gocce cadono dal tuo corpo. Le piastrelle del bagno disegnano l’impronta umida dei tuoi piedi e finalmente l’abbraccio con la spugna è un sospiro di sollievo. Ti piacerebbe rivestirti lì, nel bagno, ma non lo fai. Pensi che avresti potuto infilare le pantofole che invece hai lasciato da qualche parte e ti avvii scalza verso la camera da letto. L’odore dell’accappatoio bagnato è certezza che quest’influenza in arrivo te la sei cercata. 
Paura che non esiste: hai beccato l’influenza! 
Succede sempre così, dopo un bagno caldo.
Ti asciughi. Ricomponi gli attimi di ciò che dovrà accadere tra pochissimi istanti; tutto diventa inutile e stagnante. Com’ è difficile arrendersi e lasciarsi trasportare verso uno stop!

Il pensiero è sempre lo stesso: “Devo aver più cura di me.”

La porta si apre. 

Ti affacci dalla camera da letto e lo vedi. Senti il suo odore anche da lontano. Non puoi farci niente. Hai questo difetto che è quello di riuscire a sentire gli odori anche in assenza delle cose o delle persone. Adesso lui è presente e anche se non si avvicina ancora a te, anche se ti ha soltanto sorriso prima di fermarsi accanto all’attaccapanni, anche se la distanza adesso fa da cornice alla sua apparente distrazione, senti il suo odore che è odore antico di te che si confonde con tutto ciò che c’è nelle tasche del suo cappotto, tra chiavi spiccioli e scontrini di caffè. Tra tutto ciò che appare tra le pieghe dei suoi abiti, si materializza anche un bisogno di vederlo già tra le tue braccia, mentre gli spieghi senza dirglielo veramente che sei tanto stanca e vorresti stare solo a casa con lui. E basta. 
Invece lui ti chiede: “sei pronta?” 
I capelli bagnati che scivolano sulla spugna dell’accappatoio significano ritardo e sapore d’attesa. 
Senti il frigorifero che si apre e immagini la sua faccia mentre scruta tutti i ripiani senza decidere per qualcosa o per qualche altra. Immagini la sua mano che tira fuori una bottiglia di succo di frutta. Senti tintinnare un bicchiere o forse è solo un barattolo spostato, un cucchiaino sprofondato in un vasetto di yogurt. E ti siedi sul letto. Lo sguardo verso lo specchio. Un brivido, un altro e poi ti accoccoli con le ginocchia piegate al petto. L’accappatoio è troppo bagnato ma non hai neanche il coraggio di provare a toglierlo. Resti così, sul letto, stretta e rannicchiata in una posizione che è anche desiderio di protezione e tentativo umido di trovare un po’ di sollievo in una morte apparente. Non sai quanto tempo passa, ma quando senti la sua mano accarezzarti la fronte, hai un sussulto perché avevi dimenticato tutto, perfino questa sensazione di malattia che riaffiora come un respiro a lungo trattenuto e poi cacciato fuori con violenza. Riassapori l’indolenza di un attimo e gli sorridi. 
Aspetti un istante e poi gli sussurri: “mi sa che ho preso l’influenza!”
Poche parole. Concise ed importanti. Definitive! Sanciscono un’epoca fatta di decisioni intraprese e a lungo rimandate. La sua mano si sofferma a lungo sulla tua fronte, ci rimane, esita e sembra riappropriarsi di un calco costruito apposta per lei. Poi tutto non ha più importanza. 
Inali l’odore delle sue mani, della sua pelle sempre ricca di pensieri che vorresti riunire ora tutti e farli correre veloci, come cavalli da addestrare. Ti lasci spogliare, poi ti lasci rivestire e le lenzuola hanno un altro contatto quando è lui a dirti di infilarti dentro e di aspettarlo lì, mentre ti va a preparare qualcosa di caldo da prendere prima dell’aspirina.

“Non addormentarti però!” 

Sorridi perché sai che è l’ultima cosa che faresti. 
Cerchi il pacchetto dei fazzolettini e il fastidio alla gola diventa dolore, ma ormai niente più importa. Senti rumore di piatti e di frigorifero aperto. Chiudi gli occhi e ti fai piccola più che puoi. Di là c’è lui che si occupa di te. Non potresti addormentarti prima di aver ancora assaporato il nuovo odore che lui si porterà addosso quando riapparirà da quella porta: odore di vento segreto e di dolcezza infinita, perché l’odore del tuo uomo che si sta preoccupando per te che sei malata, è l’odore della gratitudine verso la vita che hai e a cui ti rivolgi ora, come una preghiera recitata a bassa voce mille e mille volte dentro te, come un segreto doloroso da custodire per poi tramandare soltanto a qualcuno che se lo merita. 
Sorridi perché sai che non potresti addormentarti proprio ora e perché invece sai che proprio ora, stai già dormendo col tuo ultimo pensiero: mi sa che lo amo!

venerdì 12 ottobre 2012

GEA. UNA STORIA D'AMORE


Mi chiamo Gea. E guardo spesso il cielo. Lo guardo spesso anche se mi da fastidio la sua serietà. Certe volte mi chiedo perché il cielo non sorride mai. Guardo spesso il cielo anche se mi fa annoiare forte. E certe volte, cerco di dimenticarmi di lui, anche se è impossibile. Se non lo vedo non lo ricordo e quando mi ricordo, allora lo vedo. Quando vedo il cielo mi ricordo sempre della prima volta che... non so se dirlo ma, non è un segreto, cioè... lo è per chi non lo sa e a volte, anche io lo dimentico perché c’è questo fatto della distanza tra di noi che crea come un velo e che mi fa dimenticare che io e il cielo siamo stati amanti. 

Mi chiamo Gea... ma gli amici mi chiamano Gaia. Sì lo so... ci sono poche cose al mondo che mi fanno perdere la pazienza ma, il cielo è una di queste. Il fatto è che non riesco mai a troncare di netto con lui. Appena decido di non vederlo più, lui fa sempre qualcosa che mi emoziona. Come quella volta che ho trovato pezzi suoi nel mio giardino e mi sono commossa. Ho pensato che il cielo mi mandasse ancora messaggi d’amore. 

“Ma tu guarda, guarda... il cielo è caduto...” 



Io e il cielo siamo buoni ex, siamo diventati amici, anche se quando ci siamo separati abbiamo litigato parecchio. Lui soprattutto si è arrabbiato tantissimo e ha scatenato anche un diluvio che mi ha fatto stare parecchio male, ma non per me... figurati... a me ci vuole ben altro per farmi male. Sono stata male per lui. Mi ha fatto pena... sì... PENA. 

“Povero cielo!” Ho pensato. Così crede d’impressionarmi.

Ma poi ho cominciato a pensare subito ai fatti miei. Avevo troppe cose su cui riflettere, mi dovevo organizzare per rimettere a posto tutto. Lui non lo sa, ma con tutti quei fulmini, onde anomale, crolli, terremoti, mi ha dato la possibilità di fare una bella ripulita di tutto. Certo che mi ha scossa, ma quella scossa mi ha fatto reagire nel modo giusto. Ho pensato che avrei dovuto semplicemente aspettare. Creare attesa. L’attesa tra me e il cielo ha creato il tempo... che ho scoperto essere un grande antidoto per i mali d’amore. Quel giorno che ho trovato pezzi di cielo sparsi in giardino, mi sono commossa. Ho pensato che anche io avrei voluto mandare pezzi di me al cielo, ma non sapevo come fare. A lui bastava decidere e far cadere pezzi di sé su di me. Io che stavo in basso come potevo fare? E così ho imparato a farlo. Ho dovuto pensare, pensare e pensare... poi nel momento stesso in cui ho smesso di pensare, mi sono accorta di una cosa straordinaria. Non ero più io a stare in basso. Ho capito che non era lui che stava su di me, ma io su di lui e semplicemente, gli ho lasciato scivolare addosso pezzi di me. 
Ecco, la cosa che più mi dà fastidio del cielo è che di tutte le cose che ho imparato, soltanto poche le ho imparate perché non mi ha costretto il cielo a farlo. 

Poi un giorno arrivò e bussò alla porta di casa mia. Io non aspettavo nessuno e all’inizio non gli avevo neanche aperto. Meno male che lui continuò a bussare, una seconda volta e poi una terza. Quando gli aprii lui semplicemente mi disse: “Ciao, io sono io!” E io mi ricordai di lui anche se non lo vedevo da diverso tempo. Fu come rimettere a posto un vecchio organetto e girare la manovella. Uscì una musica dolcissima. Chiacchierammo e ci raccontammo un po’ di noi due. Lui mi disse dei problemi che aveva lassù e io gli raccontai di quello che mi stava succedendo qui. Dopo un po’ che chiacchieravamo capimmo che i problemi erano pressapoco uguali. 

“Ma tu guarda... sei sempre la stessa... a te il tempo non ti fa nulla, vero?
“Anche a te, a quanto pare... hai messo qualche filo di grigio sulla barba ma che ti rende anche più interessante...”
“Tu invece sembri ancora la bimba che ho conosciuto...”
“Come mai qui? Sei ancora innamorato di me, vero?”
“No... sei tu che sei ancora innamorata di me”.
“Ma smettila... perché sei venuto di persona?”
“Ho pensato che avessi bisogno di me...”
“Forse sei tu che hai bisogno di me...”

Dopo qualche istante, mi ricordai di tutti i motivi che mi avevano spinto a lasciarlo e quasi mi salì la stessa rabbia. Poi lui invece diventò più tranquillo. Mi diede anche un regalo, un buon pan di stelle che però non mangiai e misi da parte.

Passammo una bella serata insieme. Uscimmo e andammo in quei posti incantevoli che avevamo generato insieme... eh già... avevamo l’abitudine di creare posti di straordinaria bellezza semplicemente con lo sguardo.

E così andammo di nuovo sul ghiacciaio in Patagonia, alla barriera corallina in Belize e poi andammo a passeggio attraverso i camini delle fate e le grotte della Cappadocia... lui mi strinse la mano e andammo a Petra, la città intagliata nella roccia del deserto in Giordania. Cenammo lì, a lume di candela. 

“Ti ricordi?” 
“Mi ricordo...” 

Glielo dissi anche se l’idea del ricordo era soltanto vaga. In effetti era come se quei posti li vedessi per la prima volta. Poi dopo un salto a Las Vegas ritornammo a casa, nel mio giardino. Lui si stese sull’amaca e io mi misi al suo fianco. Mi accarezzò i capelli e dopo un po’ capii che si stava addormentando.

“Sempre il solito”. Pensai. 

Allora mi sdraiai sull’erba del mio giardino, alzai gli occhi e per un attimo mi spaventai per quello che avrei visto. Una notte senza il cielo. Quando mi accorsi che il cielo era ancora al suo posto lassù, mi venne quasi un attacco di panico. E allora glielo chiesi.

“Come fai a stare sia lì che qui?”
Lui con l’aria dolce e assonnata, sorrise e mi disse in un sussurro.

“Esattamente nello stesso modo come fai tu”.

La mattina seguente, mi svegliai e vidi che lui aveva preparato la colazione.
Aveva tirato fuori il suo regalo, il pan di stelle e lo aveva messo sulla tavola.

“Sei ancora qui? Pensavo che te ne saresti andato nella notte”.

Lui mi rispose che aveva sentito forte il desiderio di svegliarsi con me e fare colazione insieme. “Però dopo me ne vado, giuro...” Facemmo colazione, scherzammo su tutte le colazioni fatte insieme e poi tirò fuori la solita storia di quando lui mi insegnò a guidare, cioè a girare bene su me stessa... rotazione e rivoluzione e poi altri movimenti più lenti, millenari...”

“Sempre con la stessa aria da maestrino tu.”
“Sei tu che non volevi mai capire. La precessione degli equinozi per esempio... ancora adesso, ci metti troppo tempo...”

Mi fece ridere. Era diverso. Fa sempre nostalgia rivedere il tuo ex. Soprattutto quando ti accorgi che gli occhi che ti avevano fatto innamorare sono sempre gli stessi. 

“Non lo mangi il tuo pan di stelle?”

Guardai il suo regalo al centro della tavola e mi venne da dire di no. 
Lui mi chiese il perché e io gli risposi che lo avrei dato ai miei bambini.

“Ah già...” Rispose lui un po’ con la faccia di chi fa finta di non ricordarsi di qualcosa.
“Che c’è... non ti ricordavi che avevo dei figli?”
“Certo che mi ricordo... mi hai lasciato per loro, no?”

Sempre il solito. 

“Che c’è... sei sempre geloso di loro?”
Lui si alzò e si diresse verso la porta.
“Quanti sono adesso?”
“Più di sette miliardi... e un po’ sono anche figli tuoi.”

Mi ricordo che fece un sospiro un po’ più lungo degli altri e si girò per andarsene. Lo accompagnai al cancello e ci abbracciammo forte. Mi disse che la prossima volta sarei dovuta andare io a trovare lui. Gli promisi che lo avrei fatto e lo salutai. Lui esitò un po’ e mi disse: “Più di sette miliardi e ancora nessuno che ha imparato a stare senza la mamma?” 

Lo guardai negli occhi e mi fece ancora più tenerezza.

“Perché tu hai imparato?”

Quella notte, alzai lo sguardo verso di lui e mi sembrò che non smettesse mai di sorridere.

martedì 28 febbraio 2012

SEPARAZIONE DAL GRILLO PARLANTE


"Malheur aux enfants qui se rebellent contre leurs parents et qui abandonnent par caprice leur maison paternelle! Ils ne feront jamais le bien en ce monde et tôt ou tard ils devront s'en repentir amèrement!"

Io il grillo parlante lo farei parlare in francese. 
Già ma se poi parla in francese, Pinocchio come fa a capirlo?
Dovrebbe parlare francese anche Pinocchio ma chi gliel'ha insegnato il francese a Pinocchio? Troppo complicato. Dovrebbe avere anche lui il Google Translator tanto per aiutarsi, così come ho fatto io. 
Il grillo parlante francese sarebbe perfetto. 
Il tono un po' da professorino, da parroco che sparge avvertimenti e sentenze al povero burattino, testa di legno che vuole andare al di là, varcare il confine di quello che già sa e cioè, per l'appunto che è un burattino con la testa di legno.
No, non funzionerebbe o forse sì. Per ora facciamolo parlare nella lingua di Collodi, il nostro bell'italiano.

"Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano per capriccio la casa paterna. Non avranno mai bene in questo mondo e prima o poi se ne pentiranno amaramente!"

Diciamocelo francamente. Ci basta sentire questa frase per essere tutti con Pinocchio. Ma chi è davvero il grillo parlante? Cosa rappresenta? Il confine della mezzanotte, il limite oltre il quale tutto è possibile, ci presenta qui un personaggio che nel corso del tempo, assume vari volti. Questi volti li possiamo incontrare dentro e al di fuori di noi. La storia poi ci offre varie rappresentazioni di questa figura un po' saccente e un po' maestrina che ci avverte e ci invita a riflettere un attimo in più, prima di prendere decisioni affrettate.

Il grillo parlante appare nel capitolo quarto per la prima volta. Capitolo quarto. Pinocchio è già in fuga. Mentre il povero Geppetto viene arrestato lui scappa, assaggia il sapore della libertà, ma quasi come sentisse un richiamo, torna nella casa del padre e trova l'uscio aperto. Entra e si abbandona a un gran sospiro di contentezza. La casa è per la prima volta, tutta per lui. Non fa in tempo ad abbandonarsi a questa sensazione di gioia che sente una voce. Un sussurro. 

Il famoso "Cri cri"

Il grillo parlante lo avvisa della sua presenza.
Questa voce gli fa paura. E Pinocchio la interroga. 
Gli chiede: "Chi sei tu?" E il grillo si rivela a lui.

"Sono il grillo parlante e abito in questa casa da più di cent'anni!"

Queste le prime parole che arrivano a Pinocchio.
Bada che non sei solo. C'è sempre una parte di tuo padre in questa casa. Una parte che è dentro di te. 

Più di cento anni, in questo caso, significa: "Da sempre!" Ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La voce del grillo parlante ti permette di tornare indietro e renderti conto che sei sempre in tempo a non andare oltre l'essere conosciuto. Così come esiste una parte dentro di noi che ci fa prediligere i limiti di ciò che ci hanno insegnato. Il solito giro. Il solito campo. Il vecchio e meraviglioso giardino dove tutto è perfetto. Pinocchio invece ama ciò che non vede ancora. Pinocchio ama l'invisibile. Percepisce l'invisibile proprio nella casa del vecchio padre. Pinocchio vuole viaggiare e la sua scelta la fa in quell'istante. Se ne accorge nell'attimo in cui risponde al grillo, ultimo ostacolo per la libertà.

"Io so che domani all'alba, me ne andrò da qui perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, e cioè, che mi manderanno a scuola e per amore o per forza, mi toccherà studiare". 

Sappiamo esattamente cosa vuol dire Pinocchio. Lo sappiamo ma facciamo fatica a dargli ragione perché a giudicarlo è il nostro grillo parlante. Parole come queste ci esaltano e ci riportano ad uno strano giudice interiore che è sempre pronto a dispensarci le sue sentenze. Abbiamo sempre saputo da bambini che ci sarebbe toccato studiare. Quello che non sappiamo, o meglio, quello che facciamo fatica a comprendere, cioè a tradurre in un'altro punto di vista, è che studiare, coltivare il campo eredidato dai nostri genitori è la normalità. Di questa normalità Pinocchio ha paura. Ne è atterrito. Il nostro Pinocchio dal naso lungo (dalle antenne ben alzate), usa la frase "per amore o per forza", due componenti che abbiamo tutti sperimentato ereditando il compito di "studiare", cioè adeguarsi a quello che tutte le parti del nostro essere (per così come lo si conosce) hanno fatto nel tempo. 
È la storia che ci appare di lì a poco, assomiglia vagamente a qualcosa che ci hanno già raccontato. Un deja-vu. 


"E se non ti piace studiare perché non impari un mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?"


Qui il nostro parroco interiore usa tutte le armi di cui è a disposizione. Il grillo parlante sfodera il suo asso nella manica. In pratica: "O studi o vai a lavorare!"
Questo è il bivio. Queste le due direzioni dell'essere conosciute: studio o lavoro. Muoversi nell'orbita dell'essenziale di quello che abbiamo o lavorare la materia, far nascere il frutto ma nei limiti che questo essere ci offre.
Ce ne sta un'altra. Quella della ricerca che deve naturalmente essere guidata per non cadere nella trappola che il povero Pinocchio si costruisce da sé. La sua risposta purtroppo non è delle migliori, ma è previdibile. Pinocchio è un seme che è stato appena gettato nel terreno. Non può dar frutto se non dopo un lungo periodo di sole, acqua e cura. Pinocchio conosce solo la risposta della sua follia giovanile.

"Tra tutti i mestieri del mondo, non ce n'è che uno solo che mi vada davvero a genio!"
"E questo mestiere che sarebbe?" Risponde il grillo

"Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera, la vita del vagabondo!"


Perfetto. Si parte da lì. Dal vagabondo. Il vagabondo consapevole è in realtà un cercatore. Ha il suo bagaglio fatto di mente, istinto e amore per la natura che lo circonda. Amore per il viaggio. È come il Peter Camezind di Herman Hesse che ci invita a non dimenticare che questo cominciare a vagare nel cuore e nello spirito è l'inizio di una ricerca che darà i suoi frutti nel tempo. 
Il capitolo quattro della favola di Collodi ci presenta questo bivio e questa divisione dell'essere. Da una parte c'è il nostro Pepito Grillo che parla come deve parlare un agricoltore cosciente del suo piccolo pezzo di terreno che gli è stato dato e dall'altra, c'è un essere speciale come Pinocchio che di questo pezzo di terra non sa che farsene. Lui cerca quello che percepisce. Cerca il mistero di ciò che non si vede e si sente con i cinque sensi. Il custode di questo mondo e (modo di pensare e d'essere) lo sa benissimo. Tenta in ogni modo di mettere in guardia il suo alter-ego eretico. Lo illude con quello che dal suo punto di vista è la sua coscienza. Questa coscienza in realtà, nasconde timore, paura, fastidio per questa divisione imminente.
Le due parti (Grillo e Burattino di legno), in realtà sono una. 
Sono due gemelli. 
Quel vecchio buontempone di Disney lo sapeva. Ecco perché in inglese, il nome del nostro grillo parlante è stato tradotto con quello di Jiminy Cricket (Jiminy, il cui suono assomiglia stranamente alla parola Gemini, e cioè gemelli). 
Due gemelli, due fratelli, esattamente come altri due fratelli famosi che incontriamo in un altro chapter four (capitolo quarto) di un libro chiamato Genesi. Qui assistiamo a un'altra importante divisione che è esattamente la stessa che accade nella favola di Pinocchio. Caino uccide Abele. Lo uccide quasi senza rendersene conto. Senza una spiegazione. Quello che ne scaturisce è un uomo allontanato (dalla casa del Padre) da un vecchio modo di pensare e soprattutto d'essere. Un assassinio in piena regola, un delitto che in realtà, rappresenta una separazione necessaria, affinché l'uomo libero e cercatore, si divida dalla sua parte che rappresenta la saggezza di questo mondo e si metta finalmente, nel viaggio più assurdo e meraviglioso che può capitare a un essere umano: il viaggio alla ricerca di un io che non conosce confini e che i sensi non possono contenere. 
Il viaggio alla ricerca di sé.


"Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!"
"Perché ti faccio compassione?"
"Perché sei un burattino e quel che è peggio, perché hai la testa di legno!"


A queste ultime parole, Pinocchio saltó su tutt'infuriato e preso sul banco un martello di legno lo scaglió contro il Grillo Parlante. Forse non credeva nemmeno di colpirlo, ma disgraziatamente, lo colse per l'appunto sul capo, tanto che il povero Grillo, ebbe appena il fiato di fare crì-crì-crì e poi, rimase lì stecchito e appiccicato alla parete.

Buonanotte a tutti i cercatori e... nessuno tocchi Pinocchio!


martedì 7 febbraio 2012

UN'ALTRA VITA


Apri gli occhi piano.

Un’altra mattina è qui. Oggi hai più tempo. Oggi hai compiuto gli anni e qualcuno te l'ha ricordato. Pensiero ripetuto più volte. Quanti anni e oggi puoi anche fare delle cose per te… è così sottile il margine che separa il resto delle cose. Ti abbandoni ad un ricordo così, senza neanche aspettare il momento di schizzar fuori dal letto. C’è tempo. Poi pensi a come tutto, in fondo, sia così semplice.

È semplice come il ricordo di qualcuno che ti voleva bene. Sei qui e non ti sembra possibile. È semplice questa vita. È fatta di un insieme di ricordi, spostati appena poco in là dell’ultimo. Un album di ricordi. Figurine d’immagini sbiadite e nitide. Colori strani, opachi: sono quelli che percepisci con un’altra parte della mente. C’è qualcosa di più oltre la mente? C’è qualcosa in più oltre te, oltre questo tuo cuore che batte? Le domande che non ti fai più? Sono quelle che ti facevi da bambino… magari a letto, la sera prima di chiudere gli occhi… con  la televisione accesa di là e le voci di tuo padre e tua madre. 

Mattina colorata.

Certo, la città è grande e le facce che ti oltrepassano sono le stesse di sempre. Eppure… non puoi fare a meno di pensare che è semplice questa vita se la consideri osservandola dalla postazione di adesso, dal monte di questi tuoi anni. È poesia se la cerchi tra le pagine di un quaderno oppure, è musica se l’ascolti in qualche stanza silenziosa, di una casa che hai abitato tanti anni fa. Quante case hai abitato? Quanti amici che hai lasciato nell’illusione che tornassero prima o poi? Quante donne hai amato perché pensavi di avere tanto tempo? E quante donne non sei riuscito ad amare per la sensazione del tempo che non sarebbe bastato? Sensazione sprecata: non essere così serio, come ti dice qualche amica. Perché ora solo amiche riesci ad avere. Hai inquinato più rapporti con donne, alla ricerca di una che non fosse vittima del tuo poco tempo. Hai dilatato la passione d’amore con troppi scatti d’affetto e alla fine, la città è piena di ex fidanzate che hanno case come rifugi, dove il tempo qualche volta ritorna e ti fa vivere quelle nostalgie di te stesso che ti riportano a ciò che eri tanto tempo fa.


Due bimbe che non vedi quasi mai e quando le vedi, succede solo per caso, in una vecchia libreria o tra le poltrone di un cinema, due file più avanti… dietro la sciarpa e il colletto del giubbotto, sai che c’è quella piccola che un giorno saltava sul letto aspettando te.

“ Adesso basta e infilati a sotto le coperte!”

E sai di loro solo grazie a qualche loro amico che ti riconosce per strada e che ti parla a voce bassa, con quel sorriso di timidezza che anche tu, tanto tempo fa, hai regalato a qualche amico di tuo padre.

Respiri piano. Guardi un vecchio distributore di sigarette automatico e pensi a quando eri più giovane. Pensi a quando ne fumavi un pacchetto e pensi con dolore che adesso è molto meglio così, ma che era bello quando il fumo ti entrava nei polmoni attraverso tabacco e carta bruciata.

Respiri piano e non puoi fare a meno di guardare nel profondo degli occhi di tutti quei volti sovrapposti che formano un unico viso che è troppo uguale al tuo che non ha più tempo. E allora eccolo!

L’odore: vago odore che definisce i contorni del volto di un altro, quasi come non fossi tu quello che le vetrine vedono passare senza più percepire quel veloce voltarsi e fissare per un semplice attimo, la figura di un uomo perduto in una strada fuori dal tempo.

È semplice soffermarsi sull’odore del tempo che passa. È semplice perché l’odore del tempo che passa è odore della colla dietro immagini un po’ sbiadite nella memoria ed è polvere nascosta nell’ombra di qualche libro riposto sugli scaffali di una libreria che ormai non ti appartiene più.

È semplice questa vita. Non te lo spieghi se ci pensi poco più di un attimo. Non ti spieghi di come sia possibile che ci sei ancora. Tu esisti e questa è l’illuminazione più grande. Osservi gli altri. Ti capita di farlo così, all’improvviso. Ti capita sempre più spesso ormai. Hai l’esatta percezione di quando uno sguardo è qualcosa di più di uno sguardo e di quando un respiro diventa aria oltre la bocca degli altri. Gli altri camminano, aspettano anche loro qualcosa, come te che stai aspettando da sempre una manciata di secondi in cui finalmente potrai dire di aver capito tutto.

Possibile?

Quante volte te lo sei detto. Quante volte è successo. Ti sei fermato per strada. Rimasto immobile, alla ricerca del tempo e… hai pensato: è tutto qui? Possibile?

Eppure sembra proprio essere così: tutto come in un finale di un film che ti è passato dentro d’un fiato e che ti ha lasciato pensieroso sulla strada verso casa.

Il mondo si ripara da solo certe volte. Il mondo è come un orologio dimenticato in un cassetto di scrivania. Il mondo… questo mondo tuo personale che racchiude un universo di cose e colori… Un mondo che è iniziato nel momento in cui hai capito di esserci anche tu in mezzo alla vita degli altri.

È semplice quest’odore del tempo che passa. È l’odore che ti porti addosso da sempre ed è odore filtrato dal coraggio di uscire per un attimo dal tempo stesso e di considerarlo quello che è: solo odore di corpo che scompare, di natura che si trasforma in te, alla ricerca dello stesso odore, perché l’odore del tempo che passa qualche volta inganna perfino i ricordi. Li rende partecipi del passaggio e li riporta nel luogo dove nascono: una pianura verde dove tutto fluttua e si ripete e dove tutto è possibile che accada un’altra volta e ancora un’altra e così all’infinito, finché non ci sarà più qualcuno che potrà dire: “io non ho capito” un luogo senza tempo, dove l’odore del tempo è l’odore dell’aria che si respira tutti i giorni ed è l’odore degli errori commessi e da riparare, l’odore degli amori traditi e di quelli lasciati a morire nell’indifferenza di tutto il tempo sprecato ad aspettare altro tempo. 


venerdì 20 gennaio 2012

LA NECESSITÀ DEL CONFLITTO

"Quando immagino un mascalzone, cerco di dargli tutto il vantaggio della sua posizione, per rendere il male persuasivo ed attraente". 

Parole di Walter Bernstein, apprezzato giornalista e geniale sceneggiatore americano, finito nella famigerata black-list del senatore McCarthy... e autore di un film che parla proprio di quel periodo nero in cui serpeggiava la "paura rossa", cioè che il comunismo potesse entrare infilandosi con le sue idee come un serpente attraverso i film di Holliwood. Chi tra di voi non l'ha ancora visto, non si può perdere questo gioiellino di film che scrisse lo stesso Bernstein, diretto da Martin Ritt, uscito nel 1976 dal titolo "The Front" ("Il Fronte", in italiano la distribuzione scelse il titolo "Il Prestanome", probabilmente per evitare che il pubblico pensasse al solito film di guerra. 
Bernstein nell'incipit di questo post che andiamo a collocare nella rubrichetta del mestiere di scrivere, ci apre un ventaglio davanti agli occhi e ce lo sventola, facendoci aria. Cosa significa rendere il male persuasivo ed attraente? 
In un film quando qualcuno desidera tenacemente qualcosa, facendo fatica ad ottenerla, impiegando tempo e spazio all'interno dell'azione drammatica questo qualcuno è il protagonista. 
L'antagonista invece è la forza che si oppone alla realizzazione di questo suo desiderio. Queste due forze contrapposte tra loro, formano il conflitto nella storia. Non sempre la forza che si oppone al desiderio o allo scopo del protagonista è rappresentata da un personaggio, ma diciamo che molte storie hanno come antagonista una persona. 
Il cosiddetto cattivo o per dirla alla napoletana: 'o malamente!


Vi metto qualche volto per ripassare i cattivi storici del cinema della vostra memoria. Volti che fanno scattare immediatamente associazioni ad immagini, storie che avete visto, seguito, su cui vi siete appassionati,  col fiato sospeso o su cui avete riso (sì perché un buon avversario è necessario anche nella comicità) o che semplicemente avete visto scorrere nel catalogo invisibile dei vostri ricordi. Perché la saggia affermazione di Bernstein ci porta direttamente a una legge antica ma sempre attiva: l'antagonista, il cosiddetto "cattivo" per esercitare il suo potere deve travestirsi con maschere che attraggono e che quasi fanno simpatia. Strano ma vero! 
Il serpente dovette fare parecchio il simpatico per farsi ascoltare da Eva, ma da quel momento in poi, nell'istante in cui Eva morde la mela, le cose cominciano a farsi interessanti. In questo caso il nostro eroe, il protagonista della nostra storia ha un conflitto evidente ed esterno, ma... in molte storie, in molti film il conflitto principale si trova all'interno dello stesso protagonista. La frittata è fatta. Vi faccio un esempio di conflitto che risiede nell'anima del protagonista. 

Joel scopre cosa ha fatto Clementine. Per vendicarsi decide di farlo anche lui. Si sottopone al trattamento di "Lacuna": cancellarla dalla sua memoria. Quando la cura è già iniziata, quando proprio non è possibile fermarsi, Joel capisce di amare troppo Clementine e di non volerla cancellare dalla sua memoria. Comincia così una sfrenata corsa contro il tempo nella mente di Joel che scappa, corre attraverso i suoi ricordi per cercare di fermare e salvare il ricordo dell'amata...


È un grande conflitto interiore. Il contrasto principale avviene nel cosiddetto sottosuolo, all'interno del protagonista... ma... anche se questa forza interna che rende buono e cattivo, eroe e anti-eroe, protagonista e antagonista la stessa persona, esiste sempre una forza esterna incarnata da uno o più personaggi che gli si oppongono. Ecco perciò... che a dare più forza al conflitto interiore di Joel, protagonista nella splendida sceneggiatura di Charlie Kaufman "Eternal sunshine of Spotless Mind del 2004, sono i due personaggi dei tecnici della Lacuna, Stan e Patrick. Arrivano di notte per effettuare la cancellazione mentre Joel sta dormendo. Gli attaccano dei fili alla testa che lo collegano a un computer che via via, gli cancella tutti i ricordi, ma... nel momento in cui arriva ai ricordi più belli con Clementine, sente le voci dei due tecnici e resta nella terra di mezzo, tra la realtà e i suoi ricordi. Sono le voci di Stan e Patrick che lo tengono lì, sono proprio coloro che hanno il compito di cancellare la sua amata dalla mente. Questo basta a Joel per dargli la forza di opporsi alla sua stessa volontà. Questa resistenza del desiderio di salvare la persona amata dall'oblio provoca il fallimento dello scopo del computer, il fallimento della dimenticanza in favore del ricordo. 
È il desiderio, l'ardore di ricordare che rende vani i tentativi del nostro avversario che quasi è consapevole di questo suo ruolo e sfida il cosiddetto "buono" con uno strano sorriso stampato sulle labbra.
Un conflitto interiore del protagonista aiutato da un elemento esterno, aiuta a costruire in modo efficace la figura e il carattere del protagonista. E un chiaro rimando esterno in una storia dove il conflitto principale è interno, aiuta a rendere l'esterno e l'interno del personaggio ben visibili a chi osserva. 
Adesso che avete queste basi, provate a fare questo lavoro su voi stessi. Cominciate a costruire la vostra bella figura di spettatore esterno. Individuate i giocatori. Lo scopo dell'eroe e il ruolo del suo oppositore. Un bravo osservatore che studia, analizza e non giudica, semplicemente, si gode la vostra vita come se fosse un film... vi accorgerete un bel giorno, dopo che avrete collezionato un milione di attimi... che conoscerete un po' meglio i due lati di voi stessi che forse vogliono o sono la stessa cosa: il protagonista e l'antagonista.
Tutta qui la vita?



mercoledì 18 gennaio 2012

CALLING ANGELS


Ogni tanto, qualche angioletto passa da queste parti. Gli chiedo sempre qualche messaggio. Tempo fa, me ne arrivò uno lunghissimo. Un tempo per me era molto importante definire le cose nell'istante in cui le stavo vivendo. Adesso non è così. Adesso molti messaggi dei puttini alati li riconosco immediatamente e non ho bisogno di dar loro una spiegazione immediata. Li lascio lì, affinché il tempo li renda migliori.

Calling Angels...

Buon ascolto.



Il tempo.

Tutto il tempo del mondo forse, è racchiuso in un solo secondo ma un secondo è anch'esso un esempio.

Per esempio... 

Dipende da dove sono io. 

Io sono anche l’angelo dell’attimo eterno. 

Molta gente allunga le sue attese o ritarda i suoi obiettivi perché percepisce che solo nell’attesa delle cose c’è la verità. 

Molti sono quelli che si accorgono di me e non solo quelli che lasciano la dimensione materia. Ci sono dei momenti in cui io mando loro immagini improvvise. Tutti gli uomini sono attratti dalla nostra dimensione, così come noi siamo attratti dal mondo della materia.


Molti umani fanno di tutto per tornare ad essere angeli, ma non tutti possono tornare qui da noi prima del tempo.


Una delle mia metà sul mondo adesso è impegnata a fare scorta di emozioni che riguardano la sfera sentimentale.


È nata per questo! È una delle frasi che le sento dire più spesso.


È una donna. È una poetessa ma ancora non lo sa. Diverse "prime volte" le sono passate davanti, ma lei ha fatto finta di non accorgersene. È distratta. 

Questa è una cosa normale nelle fiammelle di noi: lasciarsi distrarre dal mondo è una delle cose che spingono molti di noi ad accelerare i tempi di interscambio.


A volte, molti di noi si lasciano sedurre dal mondo. Si perdono ma prima o poi si ritrovano. Quando dico che "si ritrovano", voglio dire che si ricongiungono con l'eternità. 

Ricongiungersi con l'eternità in vita, significa riacquistare consapevolezza. 

Quelli di noi che si lasciano sedurre dal mondo hanno bisogno di cento più cento più altri cento anni per completare il ciclo di riempimento che coincide con un atto immediato di svuotamento. 

Cento più cento più altri cento è chiaramente un altro esempio di tempo. Bisogna sempre creare esempi per aiutare a capire. Capire significa contenere. Se io capisco il tempo significa che lo contengo. 

Molti di noi si sono poi persi e non sono tornati indietro per colpa del tempo. Per questo esisto io che sono l'angelo dell'attimo eterno.

Abbiamo acquisito molti nuovi acquisti che sono arrivati con le idee molto chiare. Meno male!


Questa mia metà avrà bisogno ancora di tempo per fare scorta di sentimenti. Non credo che le basterà questa vita al femminile per completare il periodo sul mondo e anche quando lo avrà completato, dovrà fare esperienza nel maschile.

Dovrà capire gli sbagli. Dovrà contenerli e imparare a gestirli. 


Purtroppo gli sbagli si possono contenere (capire) soltanto nel corpo. 

Una volta nel corpo però, ci si dimentica del mondo soprasensibile. 

A quel punto arrivo io. Io so che la mia metà umana dovrà fare scorta di emozioni. Emozioni che riguardano il coraggio di assumersi delle responsabilità. Ogni tanto lei scrive delle frasi su un suo diario, ma poi se ne vergogna e non scrive più.


Spero che in questa vita raggiungerà il numero necessario di emozioni per capire che l’eredità che un essere umano può lasciare ai suoi simili, è soltanto attraverso l’arte. 

L’arte consapevole è amore.

Amore che racconta del nostro mondo e dei mondi soprasensibili è chiamata arte oggettiva. L’arte oggettiva non è arte d’intrattenimento. Attraverso la poesia per esempio, c’è la possibilità di suscitare il ricordo negli umani. 

Un poeta consapevole diventa un responsabile.


Quando qualcuno ritorna è una festa. 

Sarà una frazione di secondo in cui ci guarderemo negli occhi e lei capirà tutto.


Sarà solo un attimo perché lei cadrà nella dimenticanza.

Il dimenticare è necessario per capire e capire è necessario per riuscire a svolgere il lavoro che sto svolgendo io adesso.


Io dovrò scegliere, se tornare sul mondo e prendere il suo posto, per completare il lavoro di recupero di quante più emozioni possibili al posto suo, oppure, staccarmi da questa metà, distanziarmi e andare ad occupare un posto di osservatore in un’altra zona dell’Universo.

Scegliere un altro me stesso da seguire, da proteggere.


Mille volte, ma...

Ogni volta che lo faccio è la prima volta.


Quando il mondo sarà pulito da tutte le emozioni, forse tutto questo finirà, ma alla fine di tutto, nessuno di noi ci crederà perché sappiamo che la fine di tutto non è altro che un’altra prima volta.





martedì 10 gennaio 2012

NELLO STANZINO

Eccolo qui.
Dedicato a tutti gli occhi che si aprono nel buio. Ci ripensi e ti sembra un buon inizio. Ripescare un ricordo dedicato... a lei, ancora una volta... 

Alla bambina di ieri. 
Perchè hai visto che qualcuno ti cercava. 
Lì, nell’unico posto dove ti sei sentita vera.
Qualcuno ti cercava.
Uno, due, tre…
E si ritorna a casa.
Stai qui ora, stai al caldo di questa giornata fredda.
Slegati dal tempo... 
io qui, tu lì...
Un, due tre...
Si ritorna a casa.
La tua nuova casa ti sembra già così vecchia. L'hai sistemata così tante volte, riempita di tante piccole comodità. Così piccola, così piena di cose.
Di là qualche piatto sporco da lavare per la cena dell'altro ieri sera. Avevi detto: “Non vi preoccupate, faccio io domani” e invece domani è passato e ti ritrovi al di là di un tempo che ti è scivolato dalle dita. Guardi dal vetro della finestra e scopri che piove. Pioggia silenziosa per via dei doppi infissi.
Pensi a niente. Momento di pausa. Non hai mai saputo starci tanto in questo tipo di momenti. Possibile? L’unica cosa da fare sono i piatti in cucina. 
Pensi alla bambina di ieri. 
Un, due, tre...
E il maestro che dice: "Non ci provate a fare questo da soli!"
Ma tanto, lo farai...
Bambina di ieri. Pochi giorni del 2012 e il tempo ti avvolge di un suono sconosciuto e pensi a un odore. Lo cerchi nella memoria ma non è facile da trovare. È un odore che si presenta in alcuni momenti di pausa, quando inspiegabilmente, non trovi nulla di così importante da fare. 
In quell'istante hai due possibilità: perderti o trovarti. 
Ma ti piace così tanto trovarti che corri sempre il rischio di perderti per sempre.
In entrambi i casi va bene. Se decidi di perderti, lo fai con una convinzione di resa. Il tempo allora si schiude e arrivano altri odori che sono gli odori dei giardini di mille anni fa, odori impossibili, radicati nella memoria più antica: le bucce di mandarino tagliate in striscioline sottili, la stanza dei tuoi nonni, la canfora nei cassetti, il cappotto di tuo padre, il sapone di Marsiglia sulle mani di tua madre, le vecchie mille lire che ti venivano date per farti comprare la merenda della ricreazione. Con Mauro che ti ricorda la "Girella", il "Billy all'arancia", "L'almanacco del giorno dopo" ti faceva paura... e dopo a fare i compiti.
Ogni odore si riappropria del suo posto e in quell’istante ti accorgi che non ti sei mai allontanata da lì, dove sei solo una bambina nascosta nel ripostiglio delle scope, per nasconderti da qualcuno che ti cerca per gioco.
Un, due, tre...
Se decidi di trovarti, ti avvicini ad un'emozione troppo forte da reggere.
Così è ritrovarsi. Quando ti ritrovi lo fai soltanto in uno squarcio di tempo che non trova spazio nello scorrere delle lancette. Istante fuori dal fluire di ogni sensazione dei sensi. In quell’istante tu sai di non essere in nessun posto.Ti alzi di scatto. I momenti in cui ti ritrovi si possono reggere a piccole dosi. In quel caso, subito dopo, i pensieri s'impadroniscono di te. Arriva la razionalità più spietata, il fare che ti porta lì dove non c'è necessità, il sentimento che ti fa vedere di nuovo una ferita che ha bisogno di essere di nuovo aperta per farla sanguinare.
Lui ti sembra così lontano. Quel filo che sembrava così forte si sta consumando. Tra un po' non ricorderai neanche la sua voce. Quella voce di adolescente che ti dava così fastidio ma che alla fine ti ha fatto innamorare.
Non ti resta che andarli a lavare i piatti.
Ti infili i guanti. Per un istante ancora ti fermi e ti volti indietro.
Sei lì, nel ripostiglio delle scope. La voce di tuo padre che si avvicina.
“Dove sarà… ?”
La porta si apre. Si richiude. Non ti ha visto. Possibile? Eri lì. Eri lì col fiato sospeso.  Eppure la voce si allontana.
“Dove si è nascosta?”
Si allontana da te.  Mai così sola. Mai così vera.