martedì 28 febbraio 2012

SEPARAZIONE DAL GRILLO PARLANTE


"Malheur aux enfants qui se rebellent contre leurs parents et qui abandonnent par caprice leur maison paternelle! Ils ne feront jamais le bien en ce monde et tôt ou tard ils devront s'en repentir amèrement!"

Io il grillo parlante lo farei parlare in francese. 
Già ma se poi parla in francese, Pinocchio come fa a capirlo?
Dovrebbe parlare francese anche Pinocchio ma chi gliel'ha insegnato il francese a Pinocchio? Troppo complicato. Dovrebbe avere anche lui il Google Translator tanto per aiutarsi, così come ho fatto io. 
Il grillo parlante francese sarebbe perfetto. 
Il tono un po' da professorino, da parroco che sparge avvertimenti e sentenze al povero burattino, testa di legno che vuole andare al di là, varcare il confine di quello che già sa e cioè, per l'appunto che è un burattino con la testa di legno.
No, non funzionerebbe o forse sì. Per ora facciamolo parlare nella lingua di Collodi, il nostro bell'italiano.

"Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano per capriccio la casa paterna. Non avranno mai bene in questo mondo e prima o poi se ne pentiranno amaramente!"

Diciamocelo francamente. Ci basta sentire questa frase per essere tutti con Pinocchio. Ma chi è davvero il grillo parlante? Cosa rappresenta? Il confine della mezzanotte, il limite oltre il quale tutto è possibile, ci presenta qui un personaggio che nel corso del tempo, assume vari volti. Questi volti li possiamo incontrare dentro e al di fuori di noi. La storia poi ci offre varie rappresentazioni di questa figura un po' saccente e un po' maestrina che ci avverte e ci invita a riflettere un attimo in più, prima di prendere decisioni affrettate.

Il grillo parlante appare nel capitolo quarto per la prima volta. Capitolo quarto. Pinocchio è già in fuga. Mentre il povero Geppetto viene arrestato lui scappa, assaggia il sapore della libertà, ma quasi come sentisse un richiamo, torna nella casa del padre e trova l'uscio aperto. Entra e si abbandona a un gran sospiro di contentezza. La casa è per la prima volta, tutta per lui. Non fa in tempo ad abbandonarsi a questa sensazione di gioia che sente una voce. Un sussurro. 

Il famoso "Cri cri"

Il grillo parlante lo avvisa della sua presenza.
Questa voce gli fa paura. E Pinocchio la interroga. 
Gli chiede: "Chi sei tu?" E il grillo si rivela a lui.

"Sono il grillo parlante e abito in questa casa da più di cent'anni!"

Queste le prime parole che arrivano a Pinocchio.
Bada che non sei solo. C'è sempre una parte di tuo padre in questa casa. Una parte che è dentro di te. 

Più di cento anni, in questo caso, significa: "Da sempre!" Ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La voce del grillo parlante ti permette di tornare indietro e renderti conto che sei sempre in tempo a non andare oltre l'essere conosciuto. Così come esiste una parte dentro di noi che ci fa prediligere i limiti di ciò che ci hanno insegnato. Il solito giro. Il solito campo. Il vecchio e meraviglioso giardino dove tutto è perfetto. Pinocchio invece ama ciò che non vede ancora. Pinocchio ama l'invisibile. Percepisce l'invisibile proprio nella casa del vecchio padre. Pinocchio vuole viaggiare e la sua scelta la fa in quell'istante. Se ne accorge nell'attimo in cui risponde al grillo, ultimo ostacolo per la libertà.

"Io so che domani all'alba, me ne andrò da qui perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, e cioè, che mi manderanno a scuola e per amore o per forza, mi toccherà studiare". 

Sappiamo esattamente cosa vuol dire Pinocchio. Lo sappiamo ma facciamo fatica a dargli ragione perché a giudicarlo è il nostro grillo parlante. Parole come queste ci esaltano e ci riportano ad uno strano giudice interiore che è sempre pronto a dispensarci le sue sentenze. Abbiamo sempre saputo da bambini che ci sarebbe toccato studiare. Quello che non sappiamo, o meglio, quello che facciamo fatica a comprendere, cioè a tradurre in un'altro punto di vista, è che studiare, coltivare il campo eredidato dai nostri genitori è la normalità. Di questa normalità Pinocchio ha paura. Ne è atterrito. Il nostro Pinocchio dal naso lungo (dalle antenne ben alzate), usa la frase "per amore o per forza", due componenti che abbiamo tutti sperimentato ereditando il compito di "studiare", cioè adeguarsi a quello che tutte le parti del nostro essere (per così come lo si conosce) hanno fatto nel tempo. 
È la storia che ci appare di lì a poco, assomiglia vagamente a qualcosa che ci hanno già raccontato. Un deja-vu. 


"E se non ti piace studiare perché non impari un mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?"


Qui il nostro parroco interiore usa tutte le armi di cui è a disposizione. Il grillo parlante sfodera il suo asso nella manica. In pratica: "O studi o vai a lavorare!"
Questo è il bivio. Queste le due direzioni dell'essere conosciute: studio o lavoro. Muoversi nell'orbita dell'essenziale di quello che abbiamo o lavorare la materia, far nascere il frutto ma nei limiti che questo essere ci offre.
Ce ne sta un'altra. Quella della ricerca che deve naturalmente essere guidata per non cadere nella trappola che il povero Pinocchio si costruisce da sé. La sua risposta purtroppo non è delle migliori, ma è previdibile. Pinocchio è un seme che è stato appena gettato nel terreno. Non può dar frutto se non dopo un lungo periodo di sole, acqua e cura. Pinocchio conosce solo la risposta della sua follia giovanile.

"Tra tutti i mestieri del mondo, non ce n'è che uno solo che mi vada davvero a genio!"
"E questo mestiere che sarebbe?" Risponde il grillo

"Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera, la vita del vagabondo!"


Perfetto. Si parte da lì. Dal vagabondo. Il vagabondo consapevole è in realtà un cercatore. Ha il suo bagaglio fatto di mente, istinto e amore per la natura che lo circonda. Amore per il viaggio. È come il Peter Camezind di Herman Hesse che ci invita a non dimenticare che questo cominciare a vagare nel cuore e nello spirito è l'inizio di una ricerca che darà i suoi frutti nel tempo. 
Il capitolo quattro della favola di Collodi ci presenta questo bivio e questa divisione dell'essere. Da una parte c'è il nostro Pepito Grillo che parla come deve parlare un agricoltore cosciente del suo piccolo pezzo di terreno che gli è stato dato e dall'altra, c'è un essere speciale come Pinocchio che di questo pezzo di terra non sa che farsene. Lui cerca quello che percepisce. Cerca il mistero di ciò che non si vede e si sente con i cinque sensi. Il custode di questo mondo e (modo di pensare e d'essere) lo sa benissimo. Tenta in ogni modo di mettere in guardia il suo alter-ego eretico. Lo illude con quello che dal suo punto di vista è la sua coscienza. Questa coscienza in realtà, nasconde timore, paura, fastidio per questa divisione imminente.
Le due parti (Grillo e Burattino di legno), in realtà sono una. 
Sono due gemelli. 
Quel vecchio buontempone di Disney lo sapeva. Ecco perché in inglese, il nome del nostro grillo parlante è stato tradotto con quello di Jiminy Cricket (Jiminy, il cui suono assomiglia stranamente alla parola Gemini, e cioè gemelli). 
Due gemelli, due fratelli, esattamente come altri due fratelli famosi che incontriamo in un altro chapter four (capitolo quarto) di un libro chiamato Genesi. Qui assistiamo a un'altra importante divisione che è esattamente la stessa che accade nella favola di Pinocchio. Caino uccide Abele. Lo uccide quasi senza rendersene conto. Senza una spiegazione. Quello che ne scaturisce è un uomo allontanato (dalla casa del Padre) da un vecchio modo di pensare e soprattutto d'essere. Un assassinio in piena regola, un delitto che in realtà, rappresenta una separazione necessaria, affinché l'uomo libero e cercatore, si divida dalla sua parte che rappresenta la saggezza di questo mondo e si metta finalmente, nel viaggio più assurdo e meraviglioso che può capitare a un essere umano: il viaggio alla ricerca di un io che non conosce confini e che i sensi non possono contenere. 
Il viaggio alla ricerca di sé.


"Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!"
"Perché ti faccio compassione?"
"Perché sei un burattino e quel che è peggio, perché hai la testa di legno!"


A queste ultime parole, Pinocchio saltó su tutt'infuriato e preso sul banco un martello di legno lo scaglió contro il Grillo Parlante. Forse non credeva nemmeno di colpirlo, ma disgraziatamente, lo colse per l'appunto sul capo, tanto che il povero Grillo, ebbe appena il fiato di fare crì-crì-crì e poi, rimase lì stecchito e appiccicato alla parete.

Buonanotte a tutti i cercatori e... nessuno tocchi Pinocchio!


1 commento:

Anonimo ha detto...

bello! ogni separazione necesita un delitto e la liberta' passa attraverso il dolore.
ma dubito che quel dolore non rimanga in un angoletto dello zaino che ci si porta dietro in quel viaggio verso la liberta'.