venerdì 12 ottobre 2012

GEA. UNA STORIA D'AMORE


Mi chiamo Gea. E guardo spesso il cielo. Lo guardo spesso anche se mi da fastidio la sua serietà. Certe volte mi chiedo perché il cielo non sorride mai. Guardo spesso il cielo anche se mi fa annoiare forte. E certe volte, cerco di dimenticarmi di lui, anche se è impossibile. Se non lo vedo non lo ricordo e quando mi ricordo, allora lo vedo. Quando vedo il cielo mi ricordo sempre della prima volta che... non so se dirlo ma, non è un segreto, cioè... lo è per chi non lo sa e a volte, anche io lo dimentico perché c’è questo fatto della distanza tra di noi che crea come un velo e che mi fa dimenticare che io e il cielo siamo stati amanti. 

Mi chiamo Gea... ma gli amici mi chiamano Gaia. Sì lo so... ci sono poche cose al mondo che mi fanno perdere la pazienza ma, il cielo è una di queste. Il fatto è che non riesco mai a troncare di netto con lui. Appena decido di non vederlo più, lui fa sempre qualcosa che mi emoziona. Come quella volta che ho trovato pezzi suoi nel mio giardino e mi sono commossa. Ho pensato che il cielo mi mandasse ancora messaggi d’amore. 

“Ma tu guarda, guarda... il cielo è caduto...” 



Io e il cielo siamo buoni ex, siamo diventati amici, anche se quando ci siamo separati abbiamo litigato parecchio. Lui soprattutto si è arrabbiato tantissimo e ha scatenato anche un diluvio che mi ha fatto stare parecchio male, ma non per me... figurati... a me ci vuole ben altro per farmi male. Sono stata male per lui. Mi ha fatto pena... sì... PENA. 

“Povero cielo!” Ho pensato. Così crede d’impressionarmi.

Ma poi ho cominciato a pensare subito ai fatti miei. Avevo troppe cose su cui riflettere, mi dovevo organizzare per rimettere a posto tutto. Lui non lo sa, ma con tutti quei fulmini, onde anomale, crolli, terremoti, mi ha dato la possibilità di fare una bella ripulita di tutto. Certo che mi ha scossa, ma quella scossa mi ha fatto reagire nel modo giusto. Ho pensato che avrei dovuto semplicemente aspettare. Creare attesa. L’attesa tra me e il cielo ha creato il tempo... che ho scoperto essere un grande antidoto per i mali d’amore. Quel giorno che ho trovato pezzi di cielo sparsi in giardino, mi sono commossa. Ho pensato che anche io avrei voluto mandare pezzi di me al cielo, ma non sapevo come fare. A lui bastava decidere e far cadere pezzi di sé su di me. Io che stavo in basso come potevo fare? E così ho imparato a farlo. Ho dovuto pensare, pensare e pensare... poi nel momento stesso in cui ho smesso di pensare, mi sono accorta di una cosa straordinaria. Non ero più io a stare in basso. Ho capito che non era lui che stava su di me, ma io su di lui e semplicemente, gli ho lasciato scivolare addosso pezzi di me. 
Ecco, la cosa che più mi dà fastidio del cielo è che di tutte le cose che ho imparato, soltanto poche le ho imparate perché non mi ha costretto il cielo a farlo. 

Poi un giorno arrivò e bussò alla porta di casa mia. Io non aspettavo nessuno e all’inizio non gli avevo neanche aperto. Meno male che lui continuò a bussare, una seconda volta e poi una terza. Quando gli aprii lui semplicemente mi disse: “Ciao, io sono io!” E io mi ricordai di lui anche se non lo vedevo da diverso tempo. Fu come rimettere a posto un vecchio organetto e girare la manovella. Uscì una musica dolcissima. Chiacchierammo e ci raccontammo un po’ di noi due. Lui mi disse dei problemi che aveva lassù e io gli raccontai di quello che mi stava succedendo qui. Dopo un po’ che chiacchieravamo capimmo che i problemi erano pressapoco uguali. 

“Ma tu guarda... sei sempre la stessa... a te il tempo non ti fa nulla, vero?
“Anche a te, a quanto pare... hai messo qualche filo di grigio sulla barba ma che ti rende anche più interessante...”
“Tu invece sembri ancora la bimba che ho conosciuto...”
“Come mai qui? Sei ancora innamorato di me, vero?”
“No... sei tu che sei ancora innamorata di me”.
“Ma smettila... perché sei venuto di persona?”
“Ho pensato che avessi bisogno di me...”
“Forse sei tu che hai bisogno di me...”

Dopo qualche istante, mi ricordai di tutti i motivi che mi avevano spinto a lasciarlo e quasi mi salì la stessa rabbia. Poi lui invece diventò più tranquillo. Mi diede anche un regalo, un buon pan di stelle che però non mangiai e misi da parte.

Passammo una bella serata insieme. Uscimmo e andammo in quei posti incantevoli che avevamo generato insieme... eh già... avevamo l’abitudine di creare posti di straordinaria bellezza semplicemente con lo sguardo.

E così andammo di nuovo sul ghiacciaio in Patagonia, alla barriera corallina in Belize e poi andammo a passeggio attraverso i camini delle fate e le grotte della Cappadocia... lui mi strinse la mano e andammo a Petra, la città intagliata nella roccia del deserto in Giordania. Cenammo lì, a lume di candela. 

“Ti ricordi?” 
“Mi ricordo...” 

Glielo dissi anche se l’idea del ricordo era soltanto vaga. In effetti era come se quei posti li vedessi per la prima volta. Poi dopo un salto a Las Vegas ritornammo a casa, nel mio giardino. Lui si stese sull’amaca e io mi misi al suo fianco. Mi accarezzò i capelli e dopo un po’ capii che si stava addormentando.

“Sempre il solito”. Pensai. 

Allora mi sdraiai sull’erba del mio giardino, alzai gli occhi e per un attimo mi spaventai per quello che avrei visto. Una notte senza il cielo. Quando mi accorsi che il cielo era ancora al suo posto lassù, mi venne quasi un attacco di panico. E allora glielo chiesi.

“Come fai a stare sia lì che qui?”
Lui con l’aria dolce e assonnata, sorrise e mi disse in un sussurro.

“Esattamente nello stesso modo come fai tu”.

La mattina seguente, mi svegliai e vidi che lui aveva preparato la colazione.
Aveva tirato fuori il suo regalo, il pan di stelle e lo aveva messo sulla tavola.

“Sei ancora qui? Pensavo che te ne saresti andato nella notte”.

Lui mi rispose che aveva sentito forte il desiderio di svegliarsi con me e fare colazione insieme. “Però dopo me ne vado, giuro...” Facemmo colazione, scherzammo su tutte le colazioni fatte insieme e poi tirò fuori la solita storia di quando lui mi insegnò a guidare, cioè a girare bene su me stessa... rotazione e rivoluzione e poi altri movimenti più lenti, millenari...”

“Sempre con la stessa aria da maestrino tu.”
“Sei tu che non volevi mai capire. La precessione degli equinozi per esempio... ancora adesso, ci metti troppo tempo...”

Mi fece ridere. Era diverso. Fa sempre nostalgia rivedere il tuo ex. Soprattutto quando ti accorgi che gli occhi che ti avevano fatto innamorare sono sempre gli stessi. 

“Non lo mangi il tuo pan di stelle?”

Guardai il suo regalo al centro della tavola e mi venne da dire di no. 
Lui mi chiese il perché e io gli risposi che lo avrei dato ai miei bambini.

“Ah già...” Rispose lui un po’ con la faccia di chi fa finta di non ricordarsi di qualcosa.
“Che c’è... non ti ricordavi che avevo dei figli?”
“Certo che mi ricordo... mi hai lasciato per loro, no?”

Sempre il solito. 

“Che c’è... sei sempre geloso di loro?”
Lui si alzò e si diresse verso la porta.
“Quanti sono adesso?”
“Più di sette miliardi... e un po’ sono anche figli tuoi.”

Mi ricordo che fece un sospiro un po’ più lungo degli altri e si girò per andarsene. Lo accompagnai al cancello e ci abbracciammo forte. Mi disse che la prossima volta sarei dovuta andare io a trovare lui. Gli promisi che lo avrei fatto e lo salutai. Lui esitò un po’ e mi disse: “Più di sette miliardi e ancora nessuno che ha imparato a stare senza la mamma?” 

Lo guardai negli occhi e mi fece ancora più tenerezza.

“Perché tu hai imparato?”

Quella notte, alzai lo sguardo verso di lui e mi sembrò che non smettesse mai di sorridere.

1 commento:

gino ciaglia ha detto...

DA STAMPARE, TRADURRE E APPENDERE IN TUTTE LE SCUOLE DEL MONDO!