martedì 30 ottobre 2012

IL TUO UOMO NEI SUOI MOMENTI MIGLIORI


Qualcosa. Una sensazione di fastidio alla gola e hai già capito.

Non ci pensi. Fai finta di non essertene accorta. Vento umido e cielo grigio. 
Ogni tanto deglutisci, così per cercare di trovare un punto dove quello che sta per succedere è soltanto una vaga impressione. È venerdì sera. Chiudi l’ultimo bottone della giacca ed esci dal supermercato. Due buste nelle mani. Oscilli sul marciapiede. Piccoli ondeggiamenti supportati da passi brevi che ti portano piano verso casa. Oggi è passato in fretta. In ufficio gli altri erano tutti carini. Più per loro che per altro. Il fine settimana rende tutti più docili e le facce si distendono in mille sorrisi impercettibili. Piegoline dell’esistere. Percezioni sottili che solo qualche volta ti si presentano davanti agli occhi. Hai imparato però, a coglierle tutte queste sensazioni. Ti servono. 
È serenità a disposizione di chi sa riconoscerla e tu lo sai fare.
Il fine settimana per chi come te, lavora tutto il giorno alla luce pallida di un neon, è come l’ancora per approdare sull’isola, dopo una traversata durata anni. Hai fatto il pieno di buonumore. Contenta di essere qui ora, immersa tra gli altri, tra la dolcezza di un venerdì sera come questo.
È il tempo giusto. È l’autunno che volevi. Il tempo che assomiglia di più a quella parte di te che contieni attimo per attimo e che pochi conoscono. Attesa semaforo. Le buste tra le mani vorresti adagiarle per terra. Non lo fai e ti scappa quel lamento sospiro che è desiderio e frustrazione di ricongiungere un ricordo con ciò che vorresti adesso. Qualche volta ti capita. Qualche volta, ma sempre per strada. Un sospiro lento che è anche bisogno di far uscire un piccolo suono dalle labbra. Un piccolo suono che senti solo tu e che appartiene solo a te... e forse a lui.
È venerdì sera e questo potrebbe anche bastarti, se non fosse per questo leggero fastidio alla gola. Le braccia un po’ ti pesano. Piccola punta di dubbio. Lasciarsi andare adesso non è possibile. C’è tutto un mondo nelle ore che verranno.
Venerdì sera conquistato così. Ci speravi, lo sapevi, ma ogni volta è come se fosse un dono improvviso. Hai paura anche a dirglielo che tutto quello che vorresti è ascoltare la sua voce e sprofondare per un attimo solo nel suo fiato. Fiato di divanetto, di televisione accesa e di secondi bloccati da un abbraccio senza attesa di nient’altro. 
Invece stasera ti porta a cena fuori. Sei stata felice quando te lo ha detto.
È stato carino a chiedertelo. 
Hai detto subito di sì. 
Sei stata bene e le ore sono volate, ma ora... ora è già passato e fra un po’ lui sarà già qui.
Sotto al portone i gesti sono già più stanchi. 
Fatica a prendere le chiavi dalla borsetta. Fatica di salire le scale e pensare che il mondo si possa fermare dietro la porta di casa. Fatica di provare a costruire il solito silenzio tutto tuo. Sprofondare in una solitudine che è l’anticipo di calore diverso. 

Devi star bene. 

Non puoi permetterti di ammalarti proprio questo venerdì sera. Acqua nella vasca e vapore che comincia ad appannare lo specchio. Lo sguardo all’orologio in cucina si ricongiunge con i gesti veloci delle tue mani che svuotano le buste della spesa del fine settimana e neanche ci fai caso a quel fastidio alla gola che ora sembra essersi dissolto in un sapore liquido che comincia a calare tra il palato e il respiro. Prendi un fazzoletto di carta e quasi senza rendertene conto, cominci a soffiarti il naso. 
In un istante si compie il gioco di questo venerdì sera e lo senti perdersi, mescolarsi per bene in una confusione restata a lungo latente, proprio come questo raffreddore che cerchi inutilmente di ricacciare indietro. È come una sinfonia già composta e suonata mille volte. Metti una cassetta nello stereo e alzi il volume. Poi entri nel bagno, tra il vapore che aumenta, il suono dell’acqua nella vasca e la gonna che cade ai tuoi piedi. Due secondi e sei già parte della schiuma bianca che avvolge gli ultimi residui di pensieri accordati alla terra. Nuvola morbida di calore e musica d'altri tempi. 
Il vuoto assoluto stempera la sensazione di malessere e la diluisce nel dubbio che sia solo qualcosa creata dalla tua mente. Tutto diventa opaco. Tutto diventa tutto e i secondi raccolgono questo tempo che separa il suo arrivo con gli attimi in cui dovrai fare tutto in fretta per accoglierlo nella fragranza di tranquillità casalinga e pulito. 
Essenza del vuoto. 
Nel bagno caldo dimentichi la vita perché la vita fa parte di ciò che è pesante, mentre ora tu sei leggera e potresti perfino dormire. Ma non dormi. 
Ascolti il silenzio oltre la musica. 
Aspetti il rumore della porta di casa. 
Sei contenta che lui abbia le chiavi. Gliele hai date con leggerezza, tanto tempo fa che neanche puoi far finta di credere di non averlo fatto. Pensi che è bello che lui entri così in casa tua. Quasi vorresti che entrasse adesso e si sedesse accanto alla vasca. Sorridi con gli occhi chiusi e lo immagini li, accanto a te. Quante volte... la mano che passa sulla schiena bagnata. Sorridi e ancora quel suono conosciuto, aspirato tra le labbra e fermatosi sulla bocca.
Desiderio di fissare col normale qualcosa che invece sai che per te sarà sempre molto speciale. L’acqua non è più tanto calda. Momento di uscire. L’accappatoio è un po’ più in là di dove dovrebbe essere. Il colpo di grazia alla tua salute. Le gocce cadono dal tuo corpo. Le piastrelle del bagno disegnano l’impronta umida dei tuoi piedi e finalmente l’abbraccio con la spugna è un sospiro di sollievo. Ti piacerebbe rivestirti lì, nel bagno, ma non lo fai. Pensi che avresti potuto infilare le pantofole che invece hai lasciato da qualche parte e ti avvii scalza verso la camera da letto. L’odore dell’accappatoio bagnato è certezza che quest’influenza in arrivo te la sei cercata. 
Paura che non esiste: hai beccato l’influenza! 
Succede sempre così, dopo un bagno caldo.
Ti asciughi. Ricomponi gli attimi di ciò che dovrà accadere tra pochissimi istanti; tutto diventa inutile e stagnante. Com’ è difficile arrendersi e lasciarsi trasportare verso uno stop!

Il pensiero è sempre lo stesso: “Devo aver più cura di me.”

La porta si apre. 

Ti affacci dalla camera da letto e lo vedi. Senti il suo odore anche da lontano. Non puoi farci niente. Hai questo difetto che è quello di riuscire a sentire gli odori anche in assenza delle cose o delle persone. Adesso lui è presente e anche se non si avvicina ancora a te, anche se ti ha soltanto sorriso prima di fermarsi accanto all’attaccapanni, anche se la distanza adesso fa da cornice alla sua apparente distrazione, senti il suo odore che è odore antico di te che si confonde con tutto ciò che c’è nelle tasche del suo cappotto, tra chiavi spiccioli e scontrini di caffè. Tra tutto ciò che appare tra le pieghe dei suoi abiti, si materializza anche un bisogno di vederlo già tra le tue braccia, mentre gli spieghi senza dirglielo veramente che sei tanto stanca e vorresti stare solo a casa con lui. E basta. 
Invece lui ti chiede: “sei pronta?” 
I capelli bagnati che scivolano sulla spugna dell’accappatoio significano ritardo e sapore d’attesa. 
Senti il frigorifero che si apre e immagini la sua faccia mentre scruta tutti i ripiani senza decidere per qualcosa o per qualche altra. Immagini la sua mano che tira fuori una bottiglia di succo di frutta. Senti tintinnare un bicchiere o forse è solo un barattolo spostato, un cucchiaino sprofondato in un vasetto di yogurt. E ti siedi sul letto. Lo sguardo verso lo specchio. Un brivido, un altro e poi ti accoccoli con le ginocchia piegate al petto. L’accappatoio è troppo bagnato ma non hai neanche il coraggio di provare a toglierlo. Resti così, sul letto, stretta e rannicchiata in una posizione che è anche desiderio di protezione e tentativo umido di trovare un po’ di sollievo in una morte apparente. Non sai quanto tempo passa, ma quando senti la sua mano accarezzarti la fronte, hai un sussulto perché avevi dimenticato tutto, perfino questa sensazione di malattia che riaffiora come un respiro a lungo trattenuto e poi cacciato fuori con violenza. Riassapori l’indolenza di un attimo e gli sorridi. 
Aspetti un istante e poi gli sussurri: “mi sa che ho preso l’influenza!”
Poche parole. Concise ed importanti. Definitive! Sanciscono un’epoca fatta di decisioni intraprese e a lungo rimandate. La sua mano si sofferma a lungo sulla tua fronte, ci rimane, esita e sembra riappropriarsi di un calco costruito apposta per lei. Poi tutto non ha più importanza. 
Inali l’odore delle sue mani, della sua pelle sempre ricca di pensieri che vorresti riunire ora tutti e farli correre veloci, come cavalli da addestrare. Ti lasci spogliare, poi ti lasci rivestire e le lenzuola hanno un altro contatto quando è lui a dirti di infilarti dentro e di aspettarlo lì, mentre ti va a preparare qualcosa di caldo da prendere prima dell’aspirina.

“Non addormentarti però!” 

Sorridi perché sai che è l’ultima cosa che faresti. 
Cerchi il pacchetto dei fazzolettini e il fastidio alla gola diventa dolore, ma ormai niente più importa. Senti rumore di piatti e di frigorifero aperto. Chiudi gli occhi e ti fai piccola più che puoi. Di là c’è lui che si occupa di te. Non potresti addormentarti prima di aver ancora assaporato il nuovo odore che lui si porterà addosso quando riapparirà da quella porta: odore di vento segreto e di dolcezza infinita, perché l’odore del tuo uomo che si sta preoccupando per te che sei malata, è l’odore della gratitudine verso la vita che hai e a cui ti rivolgi ora, come una preghiera recitata a bassa voce mille e mille volte dentro te, come un segreto doloroso da custodire per poi tramandare soltanto a qualcuno che se lo merita. 
Sorridi perché sai che non potresti addormentarti proprio ora e perché invece sai che proprio ora, stai già dormendo col tuo ultimo pensiero: mi sa che lo amo!

1 commento:

Anonimo ha detto...
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