sabato 15 giugno 2013

FELLINI, LA LUNA E NUOVI RICORDI


Togliamo un po' di polvere da questo "Quasi diario". 
Stage 32, blog americano per addetti ai lavori e appassionati della settima arte, mi ha chiesto di scrivere un post "amarcord". Mi hanno invitato a scrivere qualcosa su di lui e sull'esperienza trascorsa anni fa sul set della voce della luna. 
Ho colto al volo quest'occasione che non so perché, ma nel mio paese che è anche il paese del "maestro", (me lo sono chiesto mentre scrivevo l'articolo) non mi era stata mai offerta. 
Per chi volesse leggere la storia in inglese, questo è il link. 
(THOSE WISHING TO READ THE STORY IN ENGLISH, HERE'S THE LINK)

Fellini entrò in camerino all’improvviso.
Lo spettacolo non era ancora finito. C’erano ancora due comici. Noi la nostra parte l’avevamo fatta. Eravamo rientrati in camerino. Pian piano, stavamo tornando in noi stessi.
“Mi sembra che hanno riso!” Mi disse Roberto.
Roberto era il mio partner sulla scena.
“Hanno riso sì!” Gli risposi.
Avevamo proposto un estratto del nostro spettacolo. Dodici minuti esatti. Ci avevano detto di non superare il quarto d’ora. C’erano sei comici in scaletta. Noi eravamo i quarti. Sarebbe stato peggio fare l’apertura o la chiusura. Dovevamo solo stare attenti ai tempi.
I tempi.
Quando si erano accese le luci sul palco, mi ero immediatamente accorto che non riuscivo a vedere in faccia il pubblico. Lo sapevo. Il teatro era molto più grande dei locali in cui di solito eravamo abituati a esibirci. Non mi piaceva quando non guardavo le facce della gente.
“Ma li hai sentiti?” Mi chiese Roberto.
“Sì… li abbiamo presi dall’inizio!”
“Hanno riso eh?”
“Ammazza se hanno riso!”
Ascoltai la mia voce leggermente stonata. La tensione pian piano stava calando. Era fatta però. Prima di entrare in camerino io avevo anche incrociato lo sguardo del comico che doveva esibirsi dopo di noi. Mi aveva rivolto uno sguardo preoccupato. Non è facile per un comico entrare in scena dopo un altro comico che ha fatto molto ridere. Capii il suo dramma. Altre volte era capitato a me di uscire dopo un altro che aveva spaccato il pubblico. In quell’istante sei davvero da solo e sai che sarà dura.
Era un anno che avevo deciso di preparare uno spettacolo con Roberto. Insieme avevamo studiato due personaggi completamente agli opposti. Era un azzardo perché uscivamo dagli schemi. Nessuno di noi era la spalla dell’altro. Eravamo due maschere clownesche che si agitavano e parlavano a raffica con un affanno crescente. Portavamo in scena una certa inettitudine. Giocavamo a carte scoperte col pubblico.
“Hanno riso tanto!” Disse di nuovo il mio amico.
Poi la porta si aprì e apparve Fellini.
Cominciò a farci immediatamente diverse domande. E mentre ce le faceva si asciugava il viso con un fazzoletto.
“Ma chi siete voi due, da dove siete usciti?
Era rosso in viso e gli occhi erano umidi per le risate. Ogni tanto si bloccava e continuava a ridere.
La cosa più assurda che poteva succedere a un comico alla fine degli anni ‘80, era che la porta del camerino si aprisse ed entrasse Fellini a farti i complimenti. Io stavo vivendo proprio quella cosa assurda. Solo che c’era un piccolo problema.
Io non sapevo che quell’uomo era Fellini.
Aveva una faccia vagamente familiare. Io pensavo fosse il direttore del teatro e che ci stesse facendo i complimenti. Mi accorsi che il mio amico aveva una faccia stralunata che doveva essere uguale alla mia.
Quell’uomo che rideva, rosso in viso e con le lacrime agli occhi ci disse che talmente si era divertito che non voleva vedere più altri comici.
Io ero contento e stupito.
Contento perché quello era uno dei teatri più importanti d’Italia. Quel signore sicuramente era un pezzo grosso. Magari ci avrebbe inserito in uno spettacolo per la prossima stagione.
Poi ci parlò del film che stava facendo. Ci disse che era un film sulla follia. E voleva assolutamente offrirci un ruolo. Dopo non so quanto tempo, finalmente aprì la porta per andarsene. Mi accorsi in quell’istante che quell’uomo non era il direttore del teatro. C’era uno stuolo di fotografi che ci sommerse di flash (ho ancora una foto di quell’istante, dove si vede chiaramente la mia faccia stupita). I fotografi dicevano: “Maestro, maestro…” e scattavano foto a raffica. Fu in quell’istante che i miei neuroni si collegarono.
Mi ricordai.
E un nome si stampò davanti a me. Una scritta luminosa connessa al cervello.
Un lampo.
E un’esclamazione silenziosa uscì dai miei pensieri: “È Fellini!”
Poi parlammo con Fiammetta, la sua segretaria, una ragazza dai lunghi capelli rossi. Prendemmo appuntamento per qualche giorno dopo, nel suo ufficio, agli studi di posa. Ci andammo in macchina io e Roberto. Eravamo abbastanza increduli. Pieni di domande. Nella sua stanzetta degli studi sulla Pontina, a qualche chilometro dal centro, Fellini ci accolse come un padre accoglie due figli di cui aveva perso le tracce da anni. Ci raccontò tutto il film che aveva in mente, scena per scena. E io capii subito che il ruolo che voleva offrire a me, era un personaggio fondamentale nella storia che aveva in mente.
Io non ci pensavo al cinema, cioè, un poco sì, ma pensavo che sarebbe arrivato molto più in là nel tempo. Pensavo che dopo anni di spettacoli, di serate, di televisione, magari qualche regista mi avrebbe chiamato per offrirmi un ruolo da protagonista. Dietro la sua scrivania, Fellini mi parlava. Mi spiegava il personaggio e nello stesso tempo disegnava. Alla fine, mi mostrò quello che aveva disegnato. Ero io e non ero io. Ero io in caricatura, col vestito del personaggio. Ero diventato una creatura di Fellini. Ero finito nei suoi disegni e perciò, nei suoi sogni. Restammo con lui tutta la mattina.
Anche al mio amico offrì un bel ruolo. E poi continuò a raccontarci i particolari del film; ci disse i nomi degli altri attori che aveva scelto; ci disse che i protagonisti erano Roberto Benigni, Paolo Villaggio e poi continuò con i racconti sulle relazioni dei nostri personaggi con le azioni, le scene, passo dopo passo, la storia del film si svelava, come se fosse davvero un sogno che lui aveva fatto. Ci disse che voleva dedicare questo suo film ai folli, a coloro cioè che entrano in una dimensione dove la realtà non ha più importanza per loro.
Solo dopo molti anni, capii del regalo che ci aveva fatto. Ci aveva guidato per mano attraverso una visualizzazione di questa storia. Ed io per un attimo, mi ero sentito perfettamente integrato nella sua immaginazione.
Ci accompagnò fuori dalla sua stanza e poi continuò a passeggiare con noi lungo il corridoio e poi fuori dagli studi e poi, addirittura, ci accompagnò fuori, alla macchina. Lo salutammo.
In silenzio, misi in moto e partii. Fellini era sempre fermo lì. Alzò la mano e ci salutò ancora. Non guardai nello specchietto retrovisore ma sapevo che, probabilmente, Fellini restò a guardare la macchina fino al momento in cui non scomparve dalla sua vista. Questo fu il primo incontro con lui. Ne seguirono altri, dove pian piano, prese vita il personaggio di Nestore.

Dopo qualche mese cominciarono le riprese della “Voce della Luna” e in un certo senso, la mia vita non fu più la stessa. Fellini mi voleva spesso con lui anche quando sul piano di lavorazione non c’era il mio personaggio. Mi chiamava: “Angelino…” e a volte, mi portava a pranzo in un ristorante vicino agli studi. Credo mi volesse bene e più volte mi rassicurava sul lavoro che stavo facendo.

Sono passati vent’anni. Oggi sono un filmmaker indipendente.
L'esperienza sul set de "La voce della Luna" è stata sicuramente importante. Quando vivevo quel presente però, non mi facevo domande. Col tempo ho capito che l'incontro con Fellini è stato fondamentale per una mia ricerca personale. L’ho capito solo col tempo però, cioè dopo che il cammino d'artista mi ha portato a pormi delle domande. Se a un certo punto non arriva il tempo delle domande, significa che le stai solo rimandando. Le domande a te stesso sono importanti. Altrimenti non hai capito ancora che sei un artista e ti accontenti di fare intrattenimento.
Fellini era un artista; un grande artista. Questo perché lo trasmetteva continuamente, col suo sguardo da bambino, con i suoi colpi di genio sul set e anche con i suoi capricci. Fellini aveva la libertà dipinta sul volto.
Era totalmente libero ma la sua libertà l’aveva costruita passo dopo passo. Se l’era guadagnata sul campo.
Nella mia vita Fellini è arrivato all’improvviso, così come, anni dopo, all’improvviso è arrivata un’onda di cambiamento che mi ha fatto sterzare verso un sogno: quello della libertà d’espressione che va al di là di ogni regola che regge lo show business e in modo particolare, il mondo del cinema. Per questo oggi posso dire di essere davvero indipendente, proprio perché sono dipendente dalla necessità di fare film nella libertà più assoluta. E il fatto che i primi film che ho diretto siano stati prodotti da grandi società e abbia lavorato con grandi mezzi, non significa assolutamente aver ripiegato: no, è solo un percorso che è simile a quello di molti altri che sentono il bisogno di esprimersi così. Un filmmaker è un cercatore e ha bisogno di circondarsi di uomini e donne simili a lui e che sentono nel loro intimo un contatto profondo con una parte di sé che è strettamente connessa a questo spirito di libertà. Per questo è importante circondarsi delle persone giuste, riconoscersi e stringersi come in una cordata per scalare una montagna. Un film è raggiungere una meta insieme e arrivare alla vetta insieme.
Penso spesso a Fellini. Mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se non lo avessi incontrato. Mi chiedo spesso se anche lui provava le stesse cose quando aveva l’idea per un film. È un bagliore improvviso e sai che sei stato fecondato chissà da chi e da cosa. Le tue giornate continuano, fai altro, ma intanto, una parte di te sta pensando a quell’idea che pian piano si allarga e ti invade al punto che devi cominciare a scriverla. Estrarla da te. Partorirla. Così nasce un film. E un giorno comprendi che il cinema è diventato la tua vita. E quando sei da solo, pensi ogni tanto ai tuoi maestri e alle persone che ti hanno influenzato e regalato un po’ della loro passione, del loro amore per l’arte e la vita. E Fellini è lì, come un’isola verso cui tornare col ricordo: un’isola dove andare a riposare e nello stesso tempo, caricarsi d’energia. Un po’ come un sole che brilla così forte, tanto da rischiarare qualsiasi notte della vita.
video


2 commenti:

silvano forte ha detto...

giusto ieri sera a blog rai 3 chiambretti in veste di postino 1992 va a bussare alla porta di fellini e a parlare de la voce della luna.
un disegno che non conosco e un film, a questo punto, da rivedere.

mi devi una birra, comunque.

e se un giorno si arrivasse a credere
che tutto deve ancora succedere
ci troveremmo tutti a ripensare
un passato che è ancora da passare

e non è solo tempo l'esistenza
ma anche spazio con la luna o senza
evento che nessuno ha mai sognato
presente che qualcuno ha già vissuto

e che l'orientamento quotidiano
è lontano dal sole e dalla mano
quello che appare direzionamento
è destino di nuovo smarrimento

o luce che in silenzio ci attraversa
o suono muto di ogni vita persa
nella serena consapevolezza
di non poter avere una certezza

sorrisi da silvano forte.

Angelo Orlando ha detto...

Sì, Silvano, rivedilo. Anche io quando lo rivedo, entro in una dimensione fantastica.