lunedì 11 novembre 2013

SVEGLIA ALLE CINQUE E TRENTA

Se mi sveglio di notte...
difficilmente riprendo a dormire.
Se mi sveglio di notte... allora è possibile che mi metta a sfogliare le pagine di vecchi diari. Credo di essere un maniaco del ricordo. Tutto parte da lì. Se io mi ricordo, va bene. Il ricordo è come un muscolo. Lo devi allenare, altrimenti si atrofizza. Non ci credete?
Provate.
Una delle cose più belle che può capitare a chi si allena al ricordo è capire che non c'è limite al ricordo. È vero. Si possono ricordare anche cose che pensi di non aver mai vissuto. Puoi ricordare una vita che all'apparenza, non è neanche la tua.

Se mi sveglio di notte allora...

Mi metto seduto, apro vecchi file su hard disk. Un tempo si aprivano i cassetti, si andava in soffitta a spulciare ricordi, si aprivano libri in attesa che cadessero fotografie ingiallite, petali di fiori che potessero riportare al vento di qualche primavera andata. Oggi basta prendere un hard disk, come forziere sepolto e restare lì a sperare che il tesoro custodito non si sia dissolto o magari, smagnetizzato.

Apro le pagine di un diario di nove anni fa. Leggo la data. Diciannove Aprile 2004. Mi attira l'inizio. Cinque e trenta del mattino. Cinque e trenta. La stessa ora di adesso. Cambia il posto.
Era Roma.
Oggi è Barcellona.
Mi immergo nel passato e lo restituisco al presente.

Ma tu guarda... guarda.

Onore a un lunedì di primavera di nove anni fa.

Cinque e trenta.
Poi di nuovo a dormire, come in un album di ragazzino che aspetta le figurine che gli mancano. Le corse affannate. Mi rigiro nel letto. Niente sonno, poi il cedimento ancora una volta. Lo stato di percezione ai piani alti è più difficile. Eppure sento strane onde di desiderio all'alba. È come se una parte di me, si abituasse pian piano a vivere anche a quest'ora. Ho sullo schermo una fotografia di Flavio immerso nell'acqua del Mekong in Thailandia. È un attimo fissato nel tempo. Flavio che tiene la zattera per impedire che la corrente del fiume se la porti via.

Era ieri?

Sicuro? Il ricordo dice così.

In questa vita sono solo gli amici che ti salvano.

Eravamo lì. La zattera fatta con le canne di bambù. Quell'altra che ci seguiva si era schiantata sulle rocce sporgenti delle rapide. Un bottone da schiacciare e parte il filmato. La mattina arriva con la sua fame e le notizie del mondo non sono belle. Come al solito.

Carletto e un caffè. Ci sorprende la pioggia a Testaccio. Una pioggia fredda. Sembra tornato l'inverno. Mi rifugio a casa sua. Mi parla di quest'altro fallimento dell'Antigone. Dopo aver smosso tutto, incontrato persone, scomodato un amico suo senatore e suscitato interesse da parte di sponsor e investitori, una mattina è andato al Ministero e si accorto che la Colombaia non ha mai presentato il progetto. La Colombaia è l'associazione nata su una villa museo di Luchino Visconti. Carletto conosce il direttore un anno fa, in vacanza con la moglie. Parla del suo progettino. Lo chiama Anomalia Antigone: spettacolo e vari eventi legati ad esso. È un progetto che piace. Con la sua solita veemenza e fuoco sacro, Carletto comincia a lavorarci. Sei mesi di coinvolgimento.

"Non dire niente a nessuno che mi vergogno!"

La solita vergogna. Come se lui fosse il colpevole di tutto.

Non è il male che ci avvolge e che ci impedisce di andare avanti come semplici mestieranti nel nostro lavoro. Non sono le influenze negative a bloccarci alcune volte. No. Gli ostacoli nascono dalla nostra vergogna. Il male non fa altro che approfittare di uno spazio vuoto e si deposita nel posto che la vergogna gli mostra. Ed ecco che l'Anomalia Antigone sfuma per colpa di una fazione politica avversa, all'interno della stessa associazione. In un gruppo unito, si creano due o più fazioni opposte che si tramano alle spalle. E così, un progetto finisce come una bolla di sapone. È sempre il momento giusto per mentire. Basta dire: "Il progetto lo abbiamo mandato al Ministero!"

Il Ministero dice semplicemente: "Qui non c'è niente!"

Tutto è sparito in una pozzanghera invisibile.

Chi ci va di mezzo è un pezzo della vita di Carletto a cui non resta che riempire il sacco dell'esperienza. Ma chi è Carletto per chi vive di trame oscure e che si ciba delle parti più infime di se stesso? Carletto è niente. Non esiste un Carletto per chi non vede. I sei mesi che Carletto ha speso tra impaginazioni, telefonate, notti passate a scrivere, a studiare e a raccontare agli amici e alle persone da coinvolgere a cui passare un po' dell'incredibile entusiasmo che un artista ha bisogno di trasferire al prossimo, non esistono. Così come non esiste il tempo e la vita.

Perché la vita non ha senso se non si attiva il ricordo della vita.

E allora ritiriamoci nella nostra parte più pura: Carletto. Stiamo con lui. E voltiamo pagina. Tanto è solo un ricordo. Perché i ricordi delle cinque e trenta del mattino sono quelli da che vanno a ricomporre lo specchio in cui abbiamo visto ogni riflesso che non abbiamo avuto il tempo di agganciare e di riavvolgere al nastro di questa vita. 

E allora...

Ritiriamoci a leggere Brecht. Ritiriamoci a leggere i diari di Sylvia Plath. Svegliamoci alle cinque e trenta di tutte le albe del mondo. Perché noi siamo quelli che ci ostiniamo a restare vivi e a respirare anche per tutto questo concime di un tutto che si sgretola al passaggio di un fiume in Thailandia.

Tanto c'è sempre Flavio che regge la zattera e che ci sorride da lì, fermo, ad aspettare che il tempo si ricongiunga sulla giusta corsia e che un'altra zattera di sopravvissuti alle rapide della vita, ci raggiunga.

In questo tempo.

In questo tempo che è sempre più dono per chi non vorrà mai cedere alla tentazione di dire: smetto di crederci!