giovedì 1 dicembre 2016

RISATE AL FEMMINILE

Un tempo, alle donne era proibito salire sul palco. 

Le prime tracce di donne sulla scena si hanno nel Medio Evo, grazie a qualche testimonianza pittorica. Sappiamo di ragazze acrobate nell’isola di Creta, circa tremila anni prima di Cristo, ma per tutta l’epoca greco-romana non si hanno molte notizie di donne attrici. 

In Boccaccio sono quasi solo le donne che tengono il filo del Decameron. Sono loro che prendono spesso la parola e se si va ad analizzare le storie che raccontano, sicuramente i loro racconti sono quelli più divertenti e provocanti. 

Il rito della “conta”, del Decameroncioè le veglie durante le quali si raccontavano favole malinconiche e oscene è sempre esistito, soprattutto tra i contadini. Ed era una vera e propria tradizione quella che vedeva alcune donne nei paesi, raccontare le favole ai loro figli o nipoti. Ed era sempre una donna che, una volta messi a letto i bambini, raccontava storie provocatorie e oscene a gruppi di comari, parenti o vicini di casa che si riunivano attorno a una tavola o davanti a un camino nelle notti d’inverno. 

Machiavelli consigliava al Principe: “Date a un popolo la convinzione d’essere colpevole, non importa di che, e vi sarà più facile governarlo!” 

In questa frase, traspare in modo diretto, tutto il senso di colpa che, chi detiene il potere, cerca di inculcare alla massa. Questa cosa è sempre accaduta e accade ancora oggi nella nostra storia. Ogni individuo ha dentro di sé una massa che avverte il peso di questa colpa. 

La vergogna, l’ansia del peccato, è tuttora, un vero e proprio ostacolo che allontana abbastanza bruscamente l’uomo da qualcosa dove in realtà è molto semplice accedere: uno spazio essenziale, un confine molto fragile che potremo forse chiamare “aldilà dei sogni”? Chiamatelo come volete. È un posto che in realtà non è così lontano, dove l’unico spazio da conquistare è una libertà interiore che consentirebbe ad ogni essere umano di essere ciò che è naturale che sia: un artista.

Ecco perciò che, l’osceno era in passato, l’unica arma per sconfiggere quel senso di colpa.  E ancora oggi, il compito di un comico, è creare un corto circuito, (provocato dalla risata) dei nostri codici colpevolizzanti di auto-giudizio. 

La risata, la comicità, è stata, fin dai tempi più remoti, un mezzo per uscire provvisoriamente da questo senso di colpa. 

Il comico perciò, il giullare, il pagliaccio è sempre stato considerato intoccabile, al di là di qualsiasi giudizio. Il buffone di corte non era condannabile anche se pronunciava le cose più sconce e le battute più oscene, questo perché era considerato uno strumento importante.

L’impegno dei comici era distruggere questa angoscia del senso di colpa, col far ridere e, contrariamente a quello che si pensa, questo ruolo, originariamente era affidato proprio alle donne. Perché?

È qualcosa che ha a che fare con l’intuito, una virtù prettamente femminile.

In ogni uomo esiste questa parte che, come per magia, dissolve ogni ostacolo che lo divide da una comprensione profonda: quella d’essere liberi da ogni colpa che lo separa nettamente da qualsiasi corazza o maschera che ci rende legati ad una forma di giudizio esterno e interno. 

Sono come delle catene che ci tengono prigionieri e che c’impediscono di vivere con uno sguardo più libero e soprattutto, di accorgerci di prospettive diverse, dove l’orizzonte si fonde con il nostro cuore.

Il sesso è sempre stato una potente arma di questa percezione del peccato.

Dentro ognuno di noi esiste un personaggio femminile importante che ci invita a una vera e propria rivoluzione e liberazione. 


Proprio come nella commedia Lisistrata di Aristofane, ambientata ad Atene, dove le donne chiedono ai propri mariti di far cessare la guerra del Peloponneso.
Lisistrata, il personaggio principale della storia si allea con altre donne di Sparta e di Corinto. Le donne delle tre città, all’inizio sono contrarie alle decisioni di Lisistrata ma alla fine accettano il patto di alleanza. 

Dicono agli uomini impegnati a giocare alla guerra: "Ora basta! " 

Lisistrata dà alle donne il coraggio di andare avanti da sole, senza uomini per un bel periodo. 

Gli uomini cominciano a soffrire (anche fisicamente) per una mancanza reale e perciò, si affrettano dichiarare la pace, negoziando con i vari paesi.


Non tutti hanno il coraggio di andare incontro a questa Lisistrata segreta che ci invita da sempre, ad una pace che non implica affatto la rinuncia a godere dei piaceri della vita, ma che ci invita solo a far cessare quella guerra che crea continui conflitti tra le opposte fazioni di magistrati interiori che, poverini, sono convinti di aver ragione su tutto.

Nelle nostre tre città psicologiche, rappresentate da Atene, Sparta e Corinto (Mente, Fisico e Emotivo), può avvenire un patto magico di alleanza. 

Le donne di Sparta e Corinto all’inizio non vogliono. È molto difficile separarsi da un vecchio modo di agire. Una volta che si è creata quell’armonia necessaria per mettersi in azione, si possono stabilire buoni presupposti per mettersi sulla Via di una comprensione più profonda. 

Mettere d’accordo tutti gli scalmanati che affollano la nostra "selva oscura", è la conseguenza di un vero e proprio Lavoro che ha come scopo un mondo interiore libero e perciò, un mondo esterno nuovo.



E se non foste zucche senza sale,
trarreste esempio dalla nostra lana,
per governare ogni cosa.

LISISTRATA. ARISTOFANE


Quando si apre il sipario.
Il ruolo della donna nel comico.
di Angelo Orlando. © 2012 
Edizioni La Teca.


venerdì 21 ottobre 2016

BARBARA

… visto che hai già le chiavi del mio  cuore, ti mando anche queste che sono le chiavi di casa mia. Puoi venirci quando vuoi per restarci tutta la vita o soltanto un paio d’ore.                                                         
“Barbara, Barbara…”

La ricerca della felicità è racchiusa in un appartamento qualsiasi di una città del mondo.  E il mondo gira nella stanza di Barbara.  Barbara non c’è eppure, quest’assenza diventa l’unica certezza. L’assenza si scompone in varie parti. Punti da unire per tracciare poi un disegno, simbolo di qualcosa che ci ha imprigionato con uno scopo non tanto evidente. L’apparenza però nasconde a volte, altre possibilità di comprensione. Lo spettatore qui è chiamato a essere complice segreto della storia.

Quattro pareti e all’interno, un mistero racchiuso. Come in un dipinto di Gaugin, la lettura di un'opera da destra verso sinistra, nel modo orientale o semplicemente, sfogliando, scena dopo scena, le scene a ritroso. L'ultima immagine è quella di un televisore che si spegne. E poi, tutto può ricominciare. 

Barbara è andata via e ci ha legato. 

Da qui parte e nello stesso tempo, si svolge la storia. 

Il finale è sospeso nel tempo, aperto, come la porta di casa di Barbara che sembra chiusa, ma in realtà non lo è. Il letto-prigione è una costrizione non facile da sopportare, anche per l’osservatore esterno. Il cinema spesso ci ha abituato a un’alternanza di spazi e di tempi, a inquadrature grammaticalmente logiche e soprattutto a uno svolgimento dei fatti lineare. 

Lo spettatore si accorge ben presto che il suo sguardo offre una doppia prospettiva. L’interno e l’esterno sono legati tra loro grazie a un nome femminile che si ripete e che sembra uno spirito invisibile, nascosto in una realtà che offre però la possibilità di un ricordo.

Chi è davvero Barbara?

Due uomini legati alla spalliera di un letto e un appartamento che sembra quasi prender vita. Apparentemente, la struttura teatrale del testo non lascia scelta: è un film che non offre altri sbocchi. Si resta in questo appartamento e si deve fare i conti solo con ciò che succede al suo interno. Come i due personaggi legati e costretti a stare insieme, lo spettatore è invitato a partecipare a un conflitto profondo. Facce della stessa medaglia, i due protagonisti, abituati a razionalizzare ogni cosa, sembrano non riuscire ad andare oltre una spiegazione logica. 

Non riescono a trovarla da quella posizione. Tutto ciò che essi desiderano è la libertà ma non sanno da che parte cominciare a cercarla. La cercano da chiunque si trovi a passare da quelle parti. La cercano dal caos che anima questo piccolo mondo. Per questo arrivano a odiarsi, a insultarsi, a litigare fino al culmine di un conflitto che non sembra aver tregua, tirando fuori il peggio da se stessi. È il complesso e nello stesso tempo, inevitabile percorso che porta alla vera conoscenza di sé.

Per conoscere se stessi bisogna accorgersi di essere davvero incatenati e senza possibilità di fuga. 

Uscire dalla gabbia è impossibile, eppure…

Le percezioni oltre lo schermo appartengono solo al presente. 

Essere autore e spettatore è condizione privilegiata ma nello stesso tempo, scomoda. 

Il fattore emotivo può essere un ostacolo. E allora Barbara assume varie forme nel tempo ed è il tempo stesso che la trasforma. Lo sguardo cambia perché la vita ci porta oltre le stazioni su cui abbiamo aspettato treni che ci hanno portato altrove. 

La stanza da letto-prigione è il microcosmo dove due personalità che probabilmente rappresentano un io sdoppiato e frammentato si affaticano per tentare di restituire un ordine conosciuto alle cose. Attorno a loro si alternano sei personaggi, sei passaggi che opprimono e che spezzano la normalità, attraverso un gioco che sembra un inganno continuo. Ogni personaggio che appare nel recinto di Barbara sembra voler aiutare i prigionieri a rilassarsi e ad accettare come scelta questa condizione forzata. 

L’illusione che tutto possa cambiare da un momento all’altro è sempre presente. I sei personaggi, i sei ospiti che ruotano attorno all’io incatenato, mostrano tutta la loro arte che va dalla seduzione, alla dialettica, dalla sensualità esplosiva, al freddo distacco, dalle tentazioni improvvise della lussuria, alla gola, passando per balli improvvisati, fino ad arrivare all’idea di un amore violento e appassionato, un amore che uccide.

Questi punti mobili che entrano nell’emisfero di Barbara, tentano e stimolano l’io costretto, lo provano e lo costringono ad accettare la natura della sua posizione. Lo invitano a fingere che non esistono catene o lacci che tengano. In questo enneagramma di pulsioni e di movimenti che spingono verso qualcosa che prende sempre più la forma di ciò che è solo illusione.

Il mondo esterno si prepara a un temporale e il cambiamento sembra che avvenga da un momento all’altro. 

Eppure…

Non è l’esterno a offrire la libertà alle due facce dell’io perduto in un emisfero ristretto. 

L’esterno e le acque del mondo oltre le pareti della logica si fanno sentire con tuoni e scosse profonde. E la pioggia lava ogni cosa e si porta via il gioco del tempo che è stato e che sarà. L’unica cosa che sembra restare lì, ferma e immutata, è un letto con due uomini legati, due uomini che ora, hanno probabilmente costruito all’interno di se stessi, quelle uniche e antiche domande da porsi, come se davvero fossero prigionieri di un dipinto di Gaugin: “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? ”





BARBARA

Anno di produzione: 1998
Durata: 90 minuti.
Sceneggiatura e
Regia: Angelo Orlando
Musiche: Daniele Silvestri

Cast personaggi e interpreti:

                                                  ALDO……..       Valerio Mastandrea
                                                  PINO………       Marco Giallini
                                                  GIUSI………      Elisabetta La Rosa
                                                  SERENA……..   Jacqueline Lustig
                                                  CARMINE……  Fabio Ferri
                                                  L’INDIANO…..  Massimiliano Bruno
                                                  ZUCCA…….     Armando De Razza

lunedì 26 settembre 2016

TI VOGLIO BENE

Brava però. 

Sei stata brava.

Ora che quasi non ho più ricordi di te, tu sei e rimani sempre il mio fresco venticello d'autunno.

Vento d'autunno piccola mia.

Brava. Sei scomparsa davvero. Era questo che hai sempre voluto.
Scomparire per esserci. Sei stata più brava di me perché hai continuato a vivere bene, a sorridere lo stesso, ricordandoti che non le avevi mica ordinate tu quelle ali, quelle le avevi riscattate per una birretta e tanti pistacchi, quelli senza sale che ti piacevano tanto. 

E ora?

Ora aggiustati il ciuffetto, fammi la solita faccia ed aiutami a ricordare. Ah sì…  un elenco!”

Ecco qua…
L'ultimo tuo messaggio è una sigla.
TVB.
Sarebbe "Ti voglio bene".
Vero?

E allora penso a tutte le cose a cui io voglio bene.

Lo sai... io voglio bene al mio vecchio quartiere, ai binari della ferrovia, al campetto, alla vecchia fabbrichetta di Torrione… e anche al giro del boschetto… voglio bene ai miei amici, a qualcuno più e a qualcuno meno, ma proprio voglio tanto bene a Manuelina e alla mia casetta, anzi, a tutte le case che ho avuto, ai traslochi che ho fatto, ai materassi che ho portato in testa... e voglio bene anche a Tex Willer, all'odore delle pagine di carta, all'odore della cartella delle elementari e al giornalaio che mi dava le figurine Panini, voglio bene alla Fiera del Crocifisso, a quei pulcini colorati e quello che mi comprarono e che poi morì quasi subito perché la vernice era tossica. Voglio bene a mio zio che mi portava a pesca e poi anche alla mia vecchia maestra delle elementari.
E voglio bene a Ringo, a Billy, a Susi che ci rincorreva fino a quando la macchina non spariva sulla litoranea, a Jimmy che ho visto morire sotto una macchina,  a Jolly, a Lupo, a Rolf, al gattino che Paolo e Sabrina mi lasciarono a casa per qualche giorno, tutto scheletrino e brividi… e poi voglio bene alla Brooklyn Lager, a Willy il coyote, a Gianni che mi faceva mangiare gratis, voglio bene ai "Banditi del Re", a "Din Don Din Don amore..." e alle notti fredde d'inverno, al casale di Colli Aniene, allo specchio dove filtra la fiammella di un esterno che è diventato parte di me...

Mia cara... tanto lo sai che voglio bene anche a quei pochi grammi di comprensione che mi sono stati regalati da chissà quale spirito dei miei antenati... e che ora mi piacerebbe condividere con te, camminando mano nella mano a Trastevere, così, tanto per creare un ricordo a cui voler bene tra mille anni. 

Te ed io… io che voglio bene a tutte le mie storie nel cassetto, ai film non realizzati, alle sceneggiature mai scritte e a quelle scritte che non sono riuscito a trasformare in film.

Voglio bene a quella parte di me, che mi soffia sul viso l’alito fresco del vento d'autunno  e voglio bene al mio papà e ai suoi tanti anni su questa terra, al suo lettino nella stanzetta, ai suoi silenzi, alle sue pause, alla sua voce che ora pesca le parole da chissà dove, alla sua pelle trasparente, ai suoi occhi acquosi, alla sua paura di lasciare questa dimensione, alla tenerezza del suo sguardo, alle lacrime e alla sua disperazione per aver concluso un altro giorno senza rendersene conto. E voglio bene a tutti i professori di matematica che ho avuto che con me hanno perso tutti. Voglio bene alle lezioni di scuola guida della mia mamma che sono tutte, profondamente legate agli spettacoli dei burattini dei fratelli Ferraiolo sul lungomare. Voglio bene a Efi e alle nostre passeggiate con Oreo lungo i vicoli del Raval. 

Voglio bene a tutte le mie ex, voglio bene agli enigmi tipo quello della goccia che conteneva il mare o del mare che conteneva la goccia. Voglio bene a tutti i miei amici che sono diventati famosi, a quelli che se lo meritavano, ma anche a quelli che non se lo meritavano perché non esiste chi "non se lo merita davvero". Voglio bene a chi non ce l'ha fatta ancora, a chi scrive di notte, a chi non riesce a dormire se non di giorno, a chi i sogni li cancella all'alba e a chi ancora li costruisce poco alla volta; voglio bene a chi mi sta vicino, ma anche a chi mi sta lontano, a chi non c'è più perché è sempre qui con me e a chi fa finta di esserci ma è lontano, chissà dove e pensa eternamente ai cazzi suoi. 
E voglio bene a quel teatrino di Via Carletti a Roma dove ho scoperto che ero bravo a far ridere davvero la gente. Voglio bene al mio silenzio delle notti clandestine, alle albe azzurrine e all'aria fredda in faccia, al "che ci faccio io qui?" e a tutte le camere d'albergo dove mi sono addormentato nel mondo. 
E non riesco proprio a finirlo questo elenco perché nel calderone delle cose a cui voglio bene, c’è l’infinito e sicuramente se smettessi adesso, dovrei tornare, passare e ripassare su questa stupida lista, (cosa che sicuramente farò), per togliere qualcosa e aggiungere qualcos'altro che ho dimenticato e a cui voglio troppo bene per lasciarla al di là del bene che voglio a questo mondo e a questa vita… 

Lo vedi piccola saggia, cosa mi hai scatenato? 
Con questo tuo messaggio in cui mi dici: "TVB"?

Meno male che tra poco meno di un’ora, non sarò più qui, dove il pensiero è ancora legato alla ragione e dove il "chiudere gli occhi" è un viaggio verso un cuore nuovo e meno malandato. 

No amore mio, no... questo bene, tutto questo bene che ci circonda e che ci avvolge come un maleficio, non è fatto di sogno e costruito con le parole del vuoto, no... questo bene era solo vita che è passata e che non abbiamo raccolto insieme. 

Perché a ogni passo che si fa da soli, in questa strana vita, la malinconia ci avvolge e ci fa dire: "Volevamo essere solo voluti bene!"

martedì 30 agosto 2016

IL MISTERO DI YORIK

«La follia signore, gira attorno al mondo come il sole, risplende ovunque.»

(La dodicesima notte, Atto III, sc. 1)
 

Non tutti lo sanno. Non tutti sanno chi sei.

Eppure... senza di te, non esisterebbe il mondo. Non esisterebbe l'IO.

Se io penso ad Amleto, la prima cosa che faccio è pensarlo con un teschio in mano. Il simbolo è qualcosa di talmente potente che diventa reale nella parabola dell'essere umano. 

Niente è più potente del linguaggio dell'invisibile.

Tu Yorik sei l'essenza dell'assenza. 

Tu sei saggezza e verità. 

Sei un mucchietto di ossa e sei le stesse mani che le stringono, sei la divinità dell'ultima verità, quella sussurrata in un confessionale deserto. 

E sei la rappresentazione del gesto estremo di chi decide di andare verso il limite della morte, dove, si forma il presentimento che tutto ha una fine e un inizio contemporaneamente. 

Una fine e un inizio.

Ci hai mai pensato? Decidere di "essere" nel mezzo di una corte che già non ha più compattezza e forse, non ne ha mai davvero avuta. Eppure tu sei lì, povero buffone che gioca con le parole, con i gesti e con la tua verve di comico apprezzato. 

Questo perché la consapevolezza di chi sei, caro Yorik, è quel segreto che ti distrugge e che ti incoraggia a vivere portandoti a coincidere esattamente con il "non essere". 

La fine ti aiuta. 

La "commare secca" ti sorride e in quel sorriso c'è più del sorriso stesso.


Nel teatro elisabettiano
 il matto è la parte malata e vaga dell'eroe. 

Il matto è proprio colui che ha libertà di parola vera perché mascherata da beffa, da risata, da goliardia, perché una volta pronunciata, quella parola svanisce; non si eleva a predica, è pronunciata solo da un povero folle che dall'interno, proietta verso l'esterno, la rappresentazione di una possibilità di salvezza: lo sguardo verso uno spazio, un altrove fantastico che, come in una lente deformante, ci regala il mondo così com'è e così come potrebbe essere tra mille secoli su questa stessa striscia di tempo e di spazio.

Nell'Amleto, questa figura è completamente assente, o meglio, è presente come assenza. Il folle, l'innocente satiro, il buffone dallo sguardo maliardo e il giovane vagabondo è rappresentato tutto da una frase.

"Ahi, povero Yorick. l'ho conosciuto, Orazio, un uomo di un humor inesauribile, d'una fantasia senza pari. m'ha portato in spalla mille volte, e adesso..."

Adesso sei un povero cranio Yorik, un sacco di ossa che il becchino ha scoperto nella fossa destinata alla povera Ofelia. Destinata cioè, in quei luoghi profondi dell'essere che la tua parte femminile nasconde. 

Il segreto in un cranio? 

Perché no? Tanto...

Chi ha voglia di capire già sa. Per tutti gli altri, ci sono le streghe del Luna Park.

La voce della menzogna per ora tace. Tace grazie a te Yorik, perché la menzogna si trascina un alito di vento. 

Questo vento di verità ci fa sussultare nel profondo del cuore. 

Quante volte l'abbiamo sotterrata questa voce del folle? Quante volte l'abbiamo nascosta, questa figlia della nostra inconsistente personalità? 

Questa voce flebile di luna suadente o di presagio improvviso è assente perché è Amleto stesso che deve maturare in se stesso la verità. 

È l'IO risvegliato che ora non deve più dire, ma AGIRE che significa ESSERE.

La follia dell'IO risvegliato è la prima porta ed è il primo stadio verso una inevitabile crescita consapevole. Il sacrificio del folle è dietro l'angolo: sa che dovrà accompagnare il suo principe. La consapevolezza del proprio doppio è dietro l'angolo ed è solo misurabile con la consapevolezza del suo essere. 

È un passaggio di consegne. 

Oh Yorik!

La nostra corte psicologica trasborda di falsità. 

Al protagonista non resta che inscenare la propria verità, cioè, al nostro IO che muove i passi verso se stesso, non resta che la possibilità di una non identificazione in ciò che compie: è una recita consapevole. 

Essere del mondo e non del mondo.

Un giorno, allora scoprirai, caro Yorik che quella tua voce non era una vera voce. Parlavi nelle voci degli altri poveri viaggiatori della notte buia dell'essere, quelli che sognavano un posto al sole o magari di sedere sul trono, gestirlo, lucidarlo e dormirci su. 

Anche in noi è giunto il momento di ascoltare la tua voce, Yorik?

Un'altra idea di matto si fa alle porte.

Perché dovremmo rimanere nei limiti di ciò che conosciamo e non provare a scrutare e a dar voce all'invisibile? Siamo solo poveri esseri umani che stanno imparando a mettere al guinzaglio la follia. 

Spero davvero che un giorno, tutti i folli del mondo rinascano e vengano alla luce. Il senso della realtà è già lontano e viaggia verso ciò che non è mai stato e perciò, non sarà, se non quel senso di un'altra possibilità nella vita.

La tua voce è vicina. 

La voce del tuo sublime e sacro folle interiore.










martedì 26 luglio 2016

UN GIORNO ALL'IMPROVVISO...

E un giorno all'improvviso, il tuo sguardo andrà nella direzione giusta, verso qualcosa di insignificante fino a un istante prima, ma che ora è la cosa più importante, sai perché?

Perché ora l'hai notata. 

Perché l'avevi troppo vicina per abbassare lo sguardo fin dentro al tuo cuore; questo povero cuore calpestato, ricucito, rappezzato al meglio e fatto sedere nella panchina delle All Stars delle vecchie glorie.



Quel giorno all'improvviso ti accorgerai che quel vuoto hai cominciato a costruirlo bene, avvicinandoti pian piano a esso, perché pensavi fosse impossibile, perché la forza era solo quella dell'illusione del tempo, dei tuoi anni più belli, dei passaggi veloci, delle macchine nuove, di un'altra golden card, di un nuovo accesso esclusivo al paese dei balocchi e delle notti magiche.


Quel vuoto però ti ha raggiunto o forse non ti ha mai abbandonato davvero. Quel giorno all'improvviso... quel giorno, forse sarai seduto sugli spalti di una tribuna d'onore, un po' fredda, attorniato da giacche e cravatte tutte uguali, il distintivo minuscolo all'occhiello e ex giovani attori, giocatori come te di un rettangolo di gioco perduto da millenni: questo era il fútbol o balompié, così come i tuoi antenati lo chiamavano.

Un giorno all'improvviso, osservando da quella nuova postazione, altri ragazzi giocare, penserai alla vita che avresti potuto avere e che hai scambiato per un souvenir di certezza e scudetto in bianconero, forse chissà,  ti scenderà una lacrima e proverai compassione per quel coro che ora è solo perso nel vento, vecchio ricordo stinto e scambiato per un "Alé la Juve alé" e un'altra vita integrata nelle caselle giuste, quelle di chi il turno non lo passa ma lo vede dall'alto, come un sogno fatto da un altro, come un signor nessuno che ha avuto la sorte di ritrovarsi per un istante al posto giusto e nel momento giusto. 

Quel tuo giorno all'improvviso, rimarrà nel cuore di chi ti ha amato, applaudito, vissuto e non sarà cancellato nello stesso modo con cui tu hai delegato i tuoi procuratori a giocare col tuo nome. A te è bastato nemmeno dire sì. Neanche un accenno del capo. Neanche un "Ok il prezzo è giusto!" Eri già oltre te stesso. Eri già là, con la squadra dei vincenti, quelli che hanno integrato l'Italia e che l'hanno lavata frettolosamente con detersivi industriali e lamiere costruite nel sudore dei poveracci che sognavano un conto corrente e soldi da mandare ai parenti giù.

Non ne hai colpa in fondo. Nessuno ha colpa. È il sistema. Sono i campionati che si susseguono impietosi e che vanno avanti. Sono i look dei nuovi eroi, le teste variopinte, i selfie con le belle modelle su Instagram e gli addominali ben curati, con le facce serie e le lacrime di una mezzoretta davanti alle telecamere dopo i soliti calci di rigore sbagliati. Eccoti lì, proprio lì, a interrogarti su te stesso e a chiederti: "Ma che ci faccio qui' ? Io, proprio io... in mezzo a questi finti gladiatori, mercenari di un presente disconnesso, tra questa gente che cambia acconciature, pompa i pettorali e entra in campo come zebre ammaestrate in un circo ben visibile e ne esce con le cuffiette connesse ai loro bluetooth. 
"Tranquilo Gonzalo!" 
Sono altre ora le canzoni.
Sono altri i cori e i tempi dell'Atletico Palermo sono lontani quasi come una canzone dei Sumo, sì proprio quella lì a cui stai pensando in questo momento e che si dissolve per sempre, lasciando il posto all'unico coro che ti resterà ben saldo nella testa, quando apparirà, insieme al magico vuoto che ti farà compagnia per gli anni che verranno.
Lo sentirai, prima da lontano, poi sempre più vicino, poi dentro di te, da quella tribuna, dove forse vedrai i figli dei tuoi figli, sforzarsi di ripagare quel debito che il tuo povero cuore non ha saputo restituire a chi ti aveva così generosamente amato. 

Buon campionato a tutti.