domenica 14 febbraio 2016

MESSICO & NUVOLE

Era la primavera del 1992. Mi svegliai una mattina di soprassalto con un’idea nella testa: scrivere una commedia e ambientarla tutta in un bar notturno. In quei giorni stavo leggendo un episodio di Nathan Never, un eroe della Bonelli. Il titolo era “Gli occhi di uno sconosciuto“. Aprii la prima pagina e nell’incipit lessi alcune frasi che mi colpirono.
L’intuizione era troppo evidente per non coglierla al volo. In quelle parole poste nella prima pagina del fumetto, c’era tutta la commedia che volevo scrivere. Gli sguardi, gli occhi degli sconosciuti che s’incrociano in un punto anonimo della città, i pensieri non rivelati, i segreti, le vite che continuano dopo un breve punto d’incontro, i vetri di un bar, il caffè caldo e la pioggia. Avevo trovato tutto. Dovevo solo tradurlo.
C’era un bar sulla Circonvallazione Clodia a Roma che restava aperto tutta la notte. E lì ci lavorava un barista simpatico. Non ho mai conosciuto il suo nome. Io lo chiamavo “Nuvola” perché aveva in testa un ammasso di capelli grigi e spettinati. Sembrava avesse una nuvola in testa. Diedi quel soprannome al mio personaggio principale. Nuvola aveva la parlantina che sfogava con tutti. Bastava entrare nel suo campo visivo e ti rivolgeva immediatamente la parola. A volte condiva le sue frasi con l’intercalare: “… questo è il concetto di…”
Scrissi il copione in una quindicina di giorni. Lo stampai e lo riposi in un cassetto. Lì ci rimase fino a quando Bruno Montefusco, un mio vecchio amico di Salerno che viveva a Roma come me e faceva il regista, non mi disse che avrebbe voluto fare qualcosa con me a teatro. Senza pensarci tanto, tirai fuori il copione che avevo scritto e glielo feci leggere. Bruno mi chiamò dopo qualche giorno, mi disse che il copione gli era piaciuto e gli aveva anche fatto venire un’idea. Voleva allestire lo spettacolo nel foyer di un teatro a Roma dove c’era realmente un bar. Voleva mettere in scena quel testo con la gente seduta ai tavolini. Mi sembrò un’idea fantastica.
Gli occhi degli sconosciuti debuttò a Roma al Teatro dei Satiri, nel febbraio del 1993 col titolo Messico & Nuvole. Facemmo il pienone quasi tutte le sere. Ogni tanto mi rendevo conto che la sala era talmente piena che c’erano più persone in piedi che sedute ai tavolini e sui divanetti. Come una magia, il bar Messico apriva ogni sera alle nove. Tutti gli attori furono scelti dal regista e da me che, collaborai alle selezioni. In verità, l’unico attore che volevo portare io, non fu scelto. Il suo ruolo se lo prese Marco Giallini. Andò così: c'era questo mio amico attore con cui volevo lavorare. Cioè... ho sempre preferito lavorare con gli amici e allora chiesi al regista se avesse problemi ad affidare il ruolo di Orso a lui. Il regista disse che non aveva problemi. Cominciammo allora a fare i provini sugli altri ruoli.
Chiamai questo mio amico e gli chiesi se ci veniva ad aiutare a fare i provini, visto che lui era già nel cast. Lui venne e... in pratica... perse il ruolo sul campo. Il problema non fu che non era tanto bravo, anzi... il problema fu che Giallini era di un altro pianeta: tempi drammatici perfetti; sembrava esattamente il personaggio che avevo scritto. Quando il regista disse: "Provate a scambiarvi un attimo i ruoli?" Capii che non c'era storia. 
Giallini interpretò Orso, il fidanzato di Rubinia e amante di suo fratello, Gabriele, interpretato da Raul Bova. Rubinia aveva il viso e la grazia di Sandra Franzo, mentre Anna Zaneva, interpretò la bella Jessica, la fidanzatina di Mirko, il ragazzo di borgata che insieme a lei, si rifugia nel bar, in attesa che smetta di piovere; quest’ultimo, interpretato da un giovanissimo Valerio Mastandrea. Io ero il più anziano. Avevo già trent’anni e, ai tempi, ero il nome che faceva cartellone, nonché, autore del testo.
Alla prima, Marco Giallini ci regalò a tutti un portachiavi a forma di Pinocchietto e a me, regalò anche il numero due originale di Tex Willer “Due contro venti“ perché sapeva che ero un accanito lettore e collezionista di tutti i fumetti della Bonelli.

Valerio Mastandrea è stato per un decennio un alter-ego per le storie che scrivevo. Venne a vivere dopo qualche mese, in un appartamento di fronte al mio, sullo stesso pianerottolo e per tre anni, praticamente, vivemmo insieme. Consolidai con lui un bel sodalizio artistico e ancora oggi, sono legato a lui da un’amicizia che va al di là del rapporto professionale.

C'era un momento nella commedia in cui Nuvola restava da solo in scena, accendeva la radio e partiva l'inizio della canzone "I treni a vapore" cantata da Ivano Fossati. 

Nella lunga introduzione musicale, entrava in scena Rubinia, sguardo triste, più triste che mai. Era un momento che mi piaceva tantissimo. La vedevo entrare con quell'aria malinconica e le sorridevo. Lei mi ricambiava il sorriso ed era un sorriso che la rendeva ancora più triste e sorprendentemente bella. Poi lei si andava a sedere a un tavolino e io spegnevo la radio per andare a cercare di consolarla. Quel momento era un'oasi. Lo adoravo. Era di una semplicità disarmante e mi riempiva di emozione. 
Messico & Nuvole ha avuto un’altro allestimento, con altri bravi attori, circa sedici anni dopo, sempre a Roma. Fui io stesso a curarne la regia. In quell’occasione, scrissi una revisione per attualizzare alcune cose, ma non toccai praticamente nulla della struttura. Feci tornare il titolo originale: “Gli occhi degli sconosciuti” e lo spettacolo si realizzò al Teatro Lo Spazio, a San Giovanni. Ebbe un discreto successo, anche se l'energia di quel primo allestimento non fu neanche sfiorata.

Credo che Messico & Nuvole sia ancora molto attuale e anche se alcuni tabù a teatro sono ormai stati sdoganati, lo spettacolo conserva una sua particolarità che è quella della comicità all’interno di un dramma.
Il testo è pubblicato su dramma.it e potete tranquillamente scaricarlo e leggerlo.
Vi lascio il link qui sotto.
Ai registi che volessero riportarlo in scena, solo il consiglio di lavorare sulla verità. La forza di questo testo, secondo me, è soltanto nella verità e in quelle poche righe dell’incipit del fumetto di Nathan Never.
Lei mi vede. Per un istante, i nostri occhi s’incrociano attraverso la vetrata. Poi lei si volta e s’allontana. Io torno al mio caffè e scopro che ormai è freddo. Fuori continua a piovere.



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