giovedì 10 marzo 2016

IL GOL DELL'EX

Ormai ero abituato a entrare solo nel primo tempo, perciò quando il mister Antonucci mi disse di non farmi la doccia perché avrei giocato anche il secondo tempo, rimasi abbastanza sorpreso.

Il mister Antonucci mi aveva in simpatia.

Questo era evidente. Più che altro mi era grato perché gli avevo fatto conoscere Isa. Isa era un’attrice con cui avevo avuto una storia qualche anno prima. Era una bella siciliana di ventisei anni, due belle tette sode, ma soprattutto, una ragazza intelligente che amava le grandi sfide e dare lezioni di dizione a mister Antonucci che voleva togliersi la cadenza ciociara, lo era.

Dopo quasi un anno di lezioni, il mister Antonucci sapeva tutte le regole di dizione a memoria e parlava correttamente senza accento, anzi evidenziava calcando sulle vocali aperte e chiuse correttamente. Sul campo però, come per magia, il ciociaro che era in lui tornava prepotente.

Di solito, dopo il calcio d’inizio, il mister mi faceva giocare un quarto d’ora poi mi dava un cenno e io sapevo che era il turno di Victor Cavallo.

Victor Cavallo quando entrava, inseguiva un po’ il pallone perché nessuno si azzardava a passarglielo, dopo cinque minuti di corsa a vuoto, si stancava, si accendeva una sigaretta in campo e seguiva le azioni sperando di inserirsi. Poi dopo una ventina di minuti si dirigeva a bordo campo, estraeva dalla borsa la bottiglia di Jack Daniels che aveva comprato all’autogrill e si faceva qualche cicchetto.

Il mister Antonucci lo lasciava lì per un po’ e poi mi faceva segno di entrare di nuovo in campo. 

Dopo il primo tempo, di solito andavo a farmi direttamente la doccia perché sapevo che la mia partita finiva lì, così come quella di altri miei colleghi. Nella squadra degli Artisti Calcio dovevano giocare tutti, soprattutto nelle partite di beneficenza.

Quel pomeriggio ad Aversa era una partita tosta; non tanto perché l’altra squadra era quella dell’ospedale psichiatrico giudiziario, il famoso manicomio criminale di Aversa, ma perché dovevamo giocare alternandoci tra più di quaranta personaggi, tra cui anche vecchie glorie calcistiche come Zbigniew Boniek, Altafini, Sandrino Abbondanza, detto il Sivorino che aveva giocato anche nella Salernitana.

Oltre a loro dovevano giocare anche gli ospiti che per quella trasferta erano davvero in tanti.

Il problema fu che quel giorno, dopo il primo tempo, nessuno voleva più giocare.

Non c’era divertimento.

La squadra del manicomio criminale di Aversa era abbastanza scarsa.

Il punteggio fino a quel momento era di otto a zero per noi ed effettivamente non c’era gusto.

Io avevo segnato anche la prima rete e dato che raramente mi capitava di segnare un gol, avevo esultato come un forsennato, andando anche sotto i distinti a fare un balletto, prima di accorgermi che i miei compagni non mi avevano seguito.

Dopo un quarto d’ora già stavamo cinque a zero e il mister Antonucci aveva cominciato a dare disposizioni di non esagerare.

Il problema era che era difficile non esagerare perché loro non riuscivano a completare un’azione. Raramente si passavano la palla tra loro. Sembrava un incontro di bambini disorganizzati, dove tutti giocano contro tutti.

Il tre a zero era stato un autogol clamoroso.

Il loro numero dieci si fece tutta una galoppata dalla nostra area fino alla sua porta e se non ci fosse stata la rete a bloccarlo, avrebbe continuato, tipo Forrest Gump, fino all’uscita dello stadio.

“Che palle!” Pensai già pronto per andare sotto la doccia.

Il mister entrò negli spogliatoi.

Guardai le facce attonite dei miei compagni, seduti sulle panchine di fronte a me. Sembravano pervasi dallo sconforto ed erano tutti abbastanza depressi.

Diedi uno sguardo alle docce, dove Victor Cavallo si stava facendo lo shampoo con la sigaretta bagnata tra le labbra e intuii che avrei dovuto giocare tutta la seconda parte della partita. Mi rimisi i pantaloncini e la maglietta. Il mister però mi lanciò divisa, pantaloncini e calzini puliti e ripiegati.

“Giochi con loro!”

Guardai tra le mie mani la divisa della squadra del manicomio criminale di Aversa e in un lampo, capii che ero fregato.

“Mi raccomando… fategli segnare almeno un gol!”

Quando rientrai in campo ero dall’altra parte. Con me c'era anche Boniek che aveva il compito di fare il regista per consentire di far segnare almeno un gol.

Diedi uno sguardo alla panchina del mio nuovo gruppo, dove c’erano diversi uomini e donne in camice azzurro e un signore che sembrava Freud che mi lanciò uno sguardo serio: capii che era inutile aspettarmi indicazioni.

La seconda parte di gioco durò una decina di minuti meno del tempo regolamentare perché quando Boniek mi smarcò e mi mise in condizione di segnare il primo gol, il resto della squadra del manicomio criminale d’Aversa, impazzì di gioia e tutti esultarono come se avessero vinto la partita.

L’arbitro non ci pensò un attimo a decretare la fine dell’incontro.

Mi portarono in trionfo e dovetti faticare parecchio per fargli capire che non potevo rientrare in istituto con loro.

Durante il viaggio di ritorno, sull’autobus che ci riportava a Roma, mi arrivò tra le mani la bottiglia di Jack Daniels. Guardai verso Victor Cavallo che stava sorridendo.

Non ci pensai un attimo, diedi un lungo sorso e gli ripassai la bottiglia. Poi appoggiai la schiena sul sedile e chiusi gli occhi, tornando agli attimi di quel passaggio di Zbigniew Boniek e di quel gol che avevo segnato contro la mia ex squadra.

Ancora oggi, a volte, mi succede di ricordarlo e di riviverlo, come se fosse ieri o come se fosse accaduto solo in un sogno. 



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