venerdì 15 aprile 2016

L'URLO DELLO SMART PHONE


C'era una volta, ma potrei dire, miei cari lettori, c'era un tempo in cui le ragazze in metro potevano anche guardarti negli occhi anziché esser rapite dai loro smart phone.

Qualche volta mi viene voglia di urlare: "E basta!"

Così per un attimo tutti si voltano verso di me.

Una decina d'anni fa andai con Procoli a Berlino. 

Sembra il titolo di un film.

"Procoli ed io, divisi a Berlino". 

E giravamo per la città tipo Totò e Peppino, meravigliandoci di questo e quello, decantavamo le qualità del popolo tedesco, di come avessero unito in fretta una città, di come funzionavano le cose, era un continuo paragone con l'Italia dove ci sembrava tutto arretrato: mi ricordo che facemmo avanti e indietro sei-sette volte da una fermata all'altra prima di accorgerci che avevamo preso una linea che faceva solo due fermate, una all'andata e un'altra al ritorno. 

Giravamo con la cartina, il Lonely Planet. Una notte, per poco non ci arrestarono per vagabondaggio e poi, rimanemmo colpiti di una cosa: Che in metro, ci fosse il segnale per usare il cellulare!. 

"Hai capito? Puoi anche telefonare in metro!" 

Ora che in metro ci si va apposta per incollare gli occhi allo smart-phone e viaggiare è diventato secondario, mi sembra che il progresso sia inversamente proporzionale con la perdita delle piccole cose, come era uno scambio rapido di sguardi tra due sconosciuti, dove brillava la scintilla del caso, quel riconoscersi come passeggeri del mondo, creatori di un istante, dove tutto era forse possibile. 

Io istituirei una giornata all'anno dei tempi che furono: un giorno senza smart-phone. Chi viene sorpreso quel giorno a non guardarsi intorno e non accorgersi della vita che gli gira davanti e dietro agli occhi, prende una multa. Non tanto. Una piccola multa simbolica, come monito e come ricordo, di quando era possibile vivere quell'attimo, quando gli sguardi si incrociavano per la frazione di un secondo, quando ci si accorgeva dell'altro, dello sconosciuto che ci viaggiava di fronte o al lato. 

In quell'attimo, per noi, poveri osservatori invisibili, tutto era possibile. 

Ci si innamorava di un volto, di una speranza, di una possibilità e di quella netta sensazione che tutto era irripetibile, mentre il treno continuava la sua corsa e le porte si chiudevano. Lei scomparsa nella folla, di ritorno e verso la sua routine e noi, ammaliati, vinti e innamorati di una sensazione di vuoto che ci lasciava sempre l'aver rimandato una parola, un contatto o solo, un semplice sorriso. 

Fa fa... fu fu...

Fine dei giochi.




1 commento:

Nik Redian ha detto...

Grazie del sospiro di sollievo in poesia