domenica 8 maggio 2016

L'ESIGENZA DI NUTRIRMI OGNI VOLTA CON TE



Oggi scrivo e vi parlo di un film di cui sono co-sceneggiatore. Per chi non mastica termini cinematografici, è un film su cui ho avuto la possibilità di lavorare in fase di scrittura.

Una riflessione. Il tempo di una pausa. 

Prima un'avvertenza.

Su questo film, in giro nel web troverete diversi giudizi: sicuramente cose più facili, più fruibili e se siete capitati su questo blog per avere notizie fresche del tipo "bello o brutto", "noioso o divertente", meglio che smettiate subito di leggere e meglio anche se cambiate subito sito. Ce ne sono tanti dove troverete pallini rossi, pollici in giù, filippiche distruttive e voti bassi, tutti simboletti e faccine che fanno da cornice a valutazioni negative, astiose e a volte, "sorprendentemente" rabbiose. Cose che vi abbrevieranno i tempi e vi faranno decidere in fretta di "vedere o non vedere" il film. Del resto, destinare un'ora e mezza della propria vita alla visione di un film dovrebbe meritare l'attimo di una scelta.

Se invece voleste dare uno sguardo alla "official page" del film o del libro (il soggetto è tratto dal libro del regista), noterete che i commenti di chi "ha visto" il film, sono spontanei, ricchi di parole interessanti, magari con accenti sbagliati, apostrofi dimenticati, punteggiatura inesistente e il più delle volte con grammatica di Neanderthal, ma appassionati, sinceri, ricchi di una semplicità che merita esser sottolineata.

Ecco qua. Ci avete fatto caso? Come a volte si preferisce una voce stonata, alla pomposità del bel canto? A volte meglio qualcuno che ci trasmette una bella sensazione con un sorriso, anziché una sinfonia di frasi dette tanto per dire e scritte così, solo per svolgere bene il compitino del "bravo critico".

"L'esigenza di unirmi ogni volta con te" chiude la trilogia sull'amore di Tonino Zangardi, iniziata con l'introvabile "Prendimi e portami via", passata per il molto umido "Sandrine nella pioggia" e arrivata fin qui, con un film che è la descrizione di una fuga, di una corsa verso l'ignoto e un salto nel vuoto che circonda con note assai emotive, l'ansia del cambiamento e la disperazione che deriva dall'impossibilità quasi totale di realizzarlo.

Già qui, l'invito ad andare oltre le prime ombre delle nuvole nere che appaiono all'orizzonte. La luce del sole è offuscata eppure si riflette negli occhi di un uomo e di una donna. Due sconosciuti che si gettano all'improvviso uno tra le braccia dell'altra. 


Chi non ci ha mai pensato? Scappare con la prima sconosciuta o sconosciuto del treno, della metropolitana, del supermercato. Gettarsi dietro le spalle la vecchia vita, incatenata dai rimpianti, dalle nostalgie più dure e dalle illusioni di un cambiamento che non può arrivare perché per creare i veri cambiamenti bisogna imparare a creare atti magici e noi, poveri aspiranti stregoni, siamo perlopiù invischiati in un sonno che come in una melassa, ci azzecca in una normalità lontana da ogni possibilità di attuare la benché minima magia. Il più delle volte, si dorme.

Niente paura: per accelerare l'idea di un risveglio, esistono anche gli artisti e perché no? Un film. 

Perciò, eccoci lì, eterni apprendisti, mentre ci adagiamo sonnecchiando sulle tracce vaghe del desiderio-ricordo di un vento d'amore sulla faccia, accecati dal sale del mare sulla pelle, neanche troppo identificati nei protagonisti di un film. 

L'ESIGENZA di Leonardo e Giuliana ci lascia distanti dalle nostre vite, se non nel bisogno di credere che da ora in avanti la loro vita, sarà per il tempo di un film, un poco anche la nostra. 

Una nuova vita forse c'è lungo questa strada, verso un mondo nuovo e inatteso, come la speranza che non muore, come la pagina di un diario dove avevamo annotato un appuntamento importante. 

Anche qui, in questo film, non tanto ossessivo come in "Sandrine", l'elemento acqua, avvolge la storia, l'accompagna e appare come una minaccia, mascherata da salvezza, come l'inconscio da provare a decifrare entrando nei sogni della mattina che ci sfuggono sempre di più, man mano che entriamo nella nostra realtà. È questa una pioggia che non libera, ma che quasi imprigiona per l'impossibilità di trovare una via d'uscita lungo il percorso dei due fuggitivi.

"Questa pioggia è cattiva". Dice Giuliana.

Le lacrime e la gioia che esplode all'improvviso, danno il ritmo al tempo di un bacio, di una camera di un motel, dove forse davvero esiste una possibilità, ma...

... ma di tempo non ce ne è poi così tanto, soprattutto per chi scappa e ha la consapevolezza di tanti errori da portarsi addosso come un'enorme pietra che non sa dove nascondere. La fuga a volte non risolve, eppure essa, è condanna necessaria. 

Gli errori possono essere corretti però.

Ci troviamo di fronte a un road movie il cui messaggio è oltre la struttura del film e dimora nella dimensione di una dolce spinta a cui bisogna affidare, a volte, ogni tentativo di comprensione in più. 
Perché si comprende non solo con i sensi che abbiamo ordinatamente disposto sul tavolo degli attrezzi. Perché non sempre la verità ci è messa davanti agli occhi, incasellata nelle colonne delle facili domande. 

"L'esigenza" è anche quella di unirsi ogni volta con una parte che ci dà fastidio, la parte che sembra esser così lontana da noi stessi e che ci fa mettere in discussione ogni certezza, ogni risposta che pensavamo di sapere, ogni piccola conquista per cui avevamo pur così strenuamente lottato. Eppure, dobbiamo fare i conti con essa.

E c'è sempre un ostacolo che ci separa dalla difficoltà ad astenersi da un giudizio, questo lo so, miei cari critici della domenica, professionisti delle cose certe, delle frasi fatte vomitate dalle vostre frustrazioni di qualsiasi giustificazione con cui vi mascherate, per poter comodamente esprimere la vostra opinione dalla perfetta postazione di chi poi, dopo aver azionato la modalità fast forward, sentenzia di "aver visto" un film e può per questo scriverne, distruggerlo, criticarlo o salvarlo.

E giocate così a fare gli esperti e non sapete andare al di là delle vostre valutazioni, senza soffermarvi su quello che c'è dietro a un film portato avanti con difficoltà, sacrifici, pieno di difetti magari, ma realizzato nella completa scarsità dei mezzi, con una produzione povera, trascinato in avanti solo grazie all'egoismo bambino e a quel paraocchi che deve attaccarsi alle tempie chi porta avanti il progetto che, nella maggior parte dei casi, è sempre il regista e solo il regista che alla fine delle riprese, rimane sempre da solo. 

Ci avete mai pensato, miei cari critici della domenica? Avete mai fatto andare le vostre menti al di là della nebbia che avvolge il facile pensare, cari professionisti e/o dilettanti scrivani del web, tra una sega su youporn e una recensione su filmtv?

Quanto siete lontani, adolescenti appassionati, grondanti di cultura nozionistica sudata e incollata alla buona da wikipedia e mi sa che è proprio questo che non riuscirete davvero mai a copiare per attaccarlo ai fogli strappati dai vostri sensi ordinari, perché proprio non riuscite a spostarvi dalla vostra comoda postazione incrostata di polvere di "Pan di Stelle" e biscottini "Plasmon", col vostro cinema scaricato con Torrent e fruitori occasionali di serie americane intraviste in streaming o prese dalle chiavette USB dei vostri compagnelli dalle orecchie d'asino.

Scherzo, ma neanche tanto.

Quello che vi manca è la chiave per uno straccio di conoscenza in più. Non si dovrebbe mai giudicare un artista se non nella comprensione che state giudicando una parte di voi stessi. 

Perché solo l'arte può riconoscere l'arte.

E se lo trovate l'artista dentro di voi, resterete probabilmente impressionati dallo schifo e dalla meraviglia che potreste contenere e non osereste scrivere più una sola parola che ha a che fare con: "Fasullo e pretestuoso" e "poco ritmo o troppo lento". 

Eh no.

Di questo parla "L'esigenza di unirmi ogni volta con te", di un mondo da scoprire nonostante noi stessi, autori, registi o cineasti del nulla o inutili cineasti. Perché siamo ancora qui nonostante tutto e forse, già non ci siamo più o non ci siamo mai stati, ma questo siamo: solo testimoni di un tempo martoriato in cui cerchiamo di sondare interrogandoci cosa mai possiamo fare ancora noi, artisti distratti o consapevoli di fronte a quello che sta succedendo nel mondo oggi? Possiamo davvero spingere a riflettere? A cogliere intuitivamente le cose che stanno al di là degli schermi e degli schemi? A diffondere e a difendere una sensibilità?

Basta esserci ancora nel nostro qui e ora? 

Star qui a difenderlo strenuamente? 

Vittime e carnefici uniti insieme? 

Tutti artisti del cazzo o tutti fuori dal cerchio?

O meglio ascoltare l'altra parte che ci sussurra piano che già non ci siamo più in questa strana dimensione dove regna l'ignoranza dell'auto-giudizio e la critica del fatti una pippa e scrivi. 

Di questo parla "L'esigenza di unirmi ogni volta con te"?

Ma non era un filmetto con la Gerini e con Bocci?


Sì ma non era solo questo. Parlava anche di un'altra verità. 

Ma come? Cari i miei critici delle "nostre firme migliori" e non c'era una sola verità? Credo di no. Posso sbilanciarmi ma la verità è come il riflesso sulle schegge di vetro che s'infrangono sul viso di Giuliana, frammenti che non feriscono ma su cui si rispecchia il suo volto. Il nostro volto.

La verità è che noi siamo ancora qua, con l'idea di fare ancora un altro film, di metterci a scrivere nonostante ogni fallimento o vittoria che sia, io come tanti altri amici, fratelli, ex enfants prodiges, speranze eterne, latitanti ed eretici di un cinema universale che non muore, noi filmmakers del nulla, di questo periodo infame e meraviglioso, noi che sappiamo chi era Piero Natoli, noi che ricordiamo anche il nome dell'elettricista che amava Anna, nel film documentario di Grifi e Sarchielli, noi che siamo morti con Jean Seberg e Romain Gary, che eravamo lì anche se non eravamo nati, noi che invece siamo rinati milioni di volte, dopo che ci hanno umiliato  offeso, vattuto, malpagato, insultato, dopo che ci hanno minacciato: "Non farai più un film", proiettandoci un "futuro a pane e cipolle..." 

Sì, siamo ancora qui, di fronte a noi stessi, sconfitti e malconci nell'aspetto, trasandati, un po' gitani e un po' no, con la giacca del matrimonio di un amico da rispolverare in occasione dell'Oscar, magari in un altro paese, in Spagna, in Francia, in Lapponia o nelle Americhe di Colombo, nella stratosfera di Interstellar o nell'Isola del Tonal di Castaneda, ma sempre pronti a gridare un'altra volta "AZIONE",  fedeli al ricordo di chi siamo, mentre da qualche parte dell'universo, vedremo un altro film senza sonoro e con le immagini sbiadite, ricordando che era anche il vostro sogno, sempre più opaco. Sempre più lontano. 

Nessun commento: