martedì 26 luglio 2016

UN GIORNO ALL'IMPROVVISO...

E un giorno all'improvviso, il tuo sguardo andrà nella direzione giusta, verso qualcosa di insignificante fino a un istante prima, ma che ora è la cosa più importante, sai perché?

Perché ora l'hai notata. 

Perché l'avevi troppo vicina per abbassare lo sguardo fin dentro al tuo cuore; questo povero cuore calpestato, ricucito, rappezzato al meglio e fatto sedere nella panchina delle All Stars delle vecchie glorie.



Quel giorno all'improvviso ti accorgerai che quel vuoto hai cominciato a costruirlo bene, avvicinandoti pian piano a esso, perché pensavi fosse impossibile, perché la forza era solo quella dell'illusione del tempo, dei tuoi anni più belli, dei passaggi veloci, delle macchine nuove, di un'altra golden card, di un nuovo accesso esclusivo al paese dei balocchi e delle notti magiche.


Quel vuoto però ti ha raggiunto o forse non ti ha mai abbandonato davvero. Quel giorno all'improvviso... quel giorno, forse sarai seduto sugli spalti di una tribuna d'onore, un po' fredda, attorniato da giacche e cravatte tutte uguali, il distintivo minuscolo all'occhiello e ex giovani attori, giocatori come te di un rettangolo di gioco perduto da millenni: questo era il fútbol o balompié, così come i tuoi antenati lo chiamavano.

Un giorno all'improvviso, osservando da quella nuova postazione, altri ragazzi giocare, penserai alla vita che avresti potuto avere e che hai scambiato per un souvenir di certezza e scudetto in bianconero, forse chissà,  ti scenderà una lacrima e proverai compassione per quel coro che ora è solo perso nel vento, vecchio ricordo stinto e scambiato per un "Alé la Juve alé" e un'altra vita integrata nelle caselle giuste, quelle di chi il turno non lo passa ma lo vede dall'alto, come un sogno fatto da un altro, come un signor nessuno che ha avuto la sorte di ritrovarsi per un istante al posto giusto e nel momento giusto. 

Quel tuo giorno all'improvviso, rimarrà nel cuore di chi ti ha amato, applaudito, vissuto e non sarà cancellato nello stesso modo con cui tu hai delegato i tuoi procuratori a giocare col tuo nome. A te è bastato nemmeno dire sì. Neanche un accenno del capo. Neanche un "Ok il prezzo è giusto!" Eri già oltre te stesso. Eri già là, con la squadra dei vincenti, quelli che hanno integrato l'Italia e che l'hanno lavata frettolosamente con detersivi industriali e lamiere costruite nel sudore dei poveracci che sognavano un conto corrente e soldi da mandare ai parenti giù.

Non ne hai colpa in fondo. Nessuno ha colpa. È il sistema. Sono i campionati che si susseguono impietosi e che vanno avanti. Sono i look dei nuovi eroi, le teste variopinte, i selfie con le belle modelle su Instagram e gli addominali ben curati, con le facce serie e le lacrime di una mezzoretta davanti alle telecamere dopo i soliti calci di rigore sbagliati. Eccoti lì, proprio lì, a interrogarti su te stesso e a chiederti: "Ma che ci faccio qui' ? Io, proprio io... in mezzo a questi finti gladiatori, mercenari di un presente disconnesso, tra questa gente che cambia acconciature, pompa i pettorali e entra in campo come zebre ammaestrate in un circo ben visibile e ne esce con le cuffiette connesse ai loro bluetooth. 
"Tranquilo Gonzalo!" 
Sono altre ora le canzoni.
Sono altri i cori e i tempi dell'Atletico Palermo sono lontani quasi come una canzone dei Sumo, sì proprio quella lì a cui stai pensando in questo momento e che si dissolve per sempre, lasciando il posto all'unico coro che ti resterà ben saldo nella testa, quando apparirà, insieme al magico vuoto che ti farà compagnia per gli anni che verranno.
Lo sentirai, prima da lontano, poi sempre più vicino, poi dentro di te, da quella tribuna, dove forse vedrai i figli dei tuoi figli, sforzarsi di ripagare quel debito che il tuo povero cuore non ha saputo restituire a chi ti aveva così generosamente amato. 

Buon campionato a tutti.




giovedì 7 luglio 2016

AND THE WINNER IS...

Il David di Donatello me lo consegnò Monica Vitti. Mi sorrise e mi disse: "Bravo!" Farfugliai un "grazie" veloce e poi ritornai al mio posto. L'applauso neanche lo sentii. Ero tutto frastornato. Mi sembrava essere capitato lì per caso. Certo, sembravo proprio uno che aveva trovato una porta aperta e si era infilato in un party di matrimonio, una specie d'imbucato con la giacca elegante. Mi avvicinai a Gian Luigi Rondi per ringraziarlo con quella leggerezza che in fondo, mi ha sempre salvato nella vita dalle situazioni più imbarazzanti. 


Lui mi parlò con una voce gentile e seria: "Mi raccomando..." "Sì..." gli risposi. "Sono molto geloso dei miei premi!" A distanza di anni, ancora non riesco a dare un significato razionale a questa frase. Che voleva dire? Quel "sono molto geloso dei miei premi" mi dava una visione nuova. Sembrava quasi l'invito a prendere in considerazione che i premi prima di essere tuoi sono di qualcun altro. In fondo è così. La predisposizione a esercitare l'intuito, da una parte, mi portò ad accettare quella frase come un invito a migliorarmi. In effetti, lavorare con i veri maestri di quel periodo, era già di per sé un invito a stare sempre con le orecchie aperte per apprendere, per affinare l'arte dell'incontro e provare davvero a crescere come artista. 


Non c'erano le cinquine a quei tempi. C'erano le terne. E non c'era neanche la diretta televisiva. Fu una cerimonia sobria. Tra i vari ospiti, mi ricordo di John Turturro che mi strinse la mano e mi disse qualcosa che feci finta di capire dicendo: "Oh yess..." come se fossi un attore di teatro underground di San Francisco. Mi ricordo che Francesca Neri mi fece i complimenti per la giacca. Avevo indosso una giacca rossa fiammante, una giacca che mi obbligò a comprare per l'occasione il mio agente, quasi minacciandomi che se non mi fossi comprato almeno una giacca decente, mi avrebbe cacciato dall'agenzia. I candidati insieme a me erano due: Giorgio Gaber e Giancarlo Dettori. Pensavo che il premio lo dessero a Gaber, invece, lo diedero a me.


Era il sei giugno del 1992. Sono passati più di vent'anni. Sono successe tante cose da quel giorno. La mia vita è cambiata così tante volte che fatico a incollare i ricordi sulle agende e sulle pagine dei diari. Cosa è cambiato? Tanto e poco. Poco: perché in fondo, sono sempre lo stesso. Mi sento sempre un ospite inatteso, quello che nessuno conosce, un Mr. Nobody che però tutti trattano bene perché pensano sia l'ospite di qualcun altro. Tanto: perché le cose, i volti di quel cinema italiano mi sembrano allineati in un'altra dimensione spazio-temporale e forse è vero, stanno tutti lì, in attesa che qualcuno entri nella Hall of Fame delle antiche glorie e li riporti a un presente nuovo,  dando di nuovo vita alla loro meravigliosa esistenza artistica; io vivo prevalentemente in un altro paese, non tanto lontano, è vero, perché la Spagna è vicina, ma abbastanza lontana da farmi comprendere che non ho tanto da pretendere se come attore, non lavoro più tanto spesso, se i nuovi registi forse si ricordano di me soltanto quando un vecchio film passa in televisione, tipo quei caratteristi del cinema e della televisione del passato, come un personaggio di una storia a cui gli è stato dato il dono di vedere il suo "viale del tramonto" in anticipo, scambiandolo per una via dove s'intravede invece un'alba luminosa e ricca di possibilità da scorgere nella nebbia umida del mattino. 

È questo il segreto dei premi? Essi sono nascosti al di là di un limite invisibile, dove perdono tutta la loro consistenza e dove non sono più di nessuno: né tuoi, né di quelli che te li hanno dati. Tutta una vita, a volte non basta per sentirsi un ospite invitato alla festa. Ora che prevalentemente lavoro dietro le quinte, riesco però a vedere meglio le cose. Quando scrivo una sceneggiatura, quando sono chiamato a fare una revisione o anche quando leggo un soggetto, un trattamento per capire se produttivamente può essere portato avanti, scelgo sempre un personaggio che mi piacerebbe interpretare. Il lavoro dell'attore probabilmente non mi abbandonerà mai perché fa parte di me e del mio modo di vedere le cose: da spettatore. 


Monica Vitti si è ritirata dalle scene da diverso tempo e non ho avuto più modo di incontrarla. Oggi mi manca. Vorrei che le arrivasse una mia carezza e mi piacerebbe che qualcuno le dicesse da parte mia,  con più consapevolezza, quel "grazie" che allora farfugliai rapidamente, senza davvero vivere quell'istante unico, con tutto me stesso, con tutto il mio cuore. 
Così come mi manca anche quel cinema italiano che ho avuto la fortuna di sfiorare attivamente, come un "non protagonista" di successo. Chissà... un giorno torneremo tutti lì, dove il sogno si fonde con l'unico atto magico possibile nella sua dimensione: restituire consapevolezza al presente. 

Una visione nuova.

Quando tornai a casa col David di Donatello, trovai un messaggio in segreteria di Massimo Troisi che scherzando mi disse che dovevo dargli una percentuale su tutti i film che avrei fatto dopo. 

Anche Massimo si è ritirato. Lui se ne è andato dall'altra parte, al di là di ogni segreto. 
Ogni tanto però, lo sento. Sento la sua voce all'improvviso.
Mi chiama con il mio nome per intero, senza diminutivi o vezzeggiativi. Cosa rara.
"Angelo!"
"Sì?