giovedì 7 luglio 2016

AND THE WINNER IS...

Il David di Donatello me lo consegnò Monica Vitti. Mi sorrise e mi disse: "Bravo!" Farfugliai un "grazie" veloce e poi ritornai al mio posto. L'applauso neanche lo sentii. Ero tutto frastornato. Mi sembrava essere capitato lì per caso. Certo, sembravo proprio uno che aveva trovato una porta aperta e si era infilato in un party di matrimonio, una specie d'imbucato con la giacca elegante. Mi avvicinai a Gian Luigi Rondi per ringraziarlo con quella leggerezza che in fondo, mi ha sempre salvato nella vita dalle situazioni più imbarazzanti. 


Lui mi parlò con una voce gentile e seria: "Mi raccomando..." "Sì..." gli risposi. "Sono molto geloso dei miei premi!" A distanza di anni, ancora non riesco a dare un significato razionale a questa frase. Che voleva dire? Quel "sono molto geloso dei miei premi" mi dava una visione nuova. Sembrava quasi l'invito a prendere in considerazione che i premi prima di essere tuoi sono di qualcun altro. In fondo è così. La predisposizione a esercitare l'intuito, da una parte, mi portò ad accettare quella frase come un invito a migliorarmi. In effetti, lavorare con i veri maestri di quel periodo, era già di per sé un invito a stare sempre con le orecchie aperte per apprendere, per affinare l'arte dell'incontro e provare davvero a crescere come artista. 


Non c'erano le cinquine a quei tempi. C'erano le terne. E non c'era neanche la diretta televisiva. Fu una cerimonia sobria. Tra i vari ospiti, mi ricordo di John Turturro che mi strinse la mano e mi disse qualcosa che feci finta di capire dicendo: "Oh yess..." come se fossi un attore di teatro underground di San Francisco. Mi ricordo che Francesca Neri mi fece i complimenti per la giacca. Avevo indosso una giacca rossa fiammante, una giacca che mi obbligò a comprare per l'occasione il mio agente, quasi minacciandomi che se non mi fossi comprato almeno una giacca decente, mi avrebbe cacciato dall'agenzia. I candidati insieme a me erano due: Giorgio Gaber e Giancarlo Dettori. Pensavo che il premio lo dessero a Gaber, invece, lo diedero a me.


Era il sei giugno del 1992. Sono passati più di vent'anni. Sono successe tante cose da quel giorno. La mia vita è cambiata così tante volte che fatico a incollare i ricordi sulle agende e sulle pagine dei diari. Cosa è cambiato? Tanto e poco. Poco: perché in fondo, sono sempre lo stesso. Mi sento sempre un ospite inatteso, quello che nessuno conosce, un Mr. Nobody che però tutti trattano bene perché pensano sia l'ospite di qualcun altro. Tanto: perché le cose, i volti di quel cinema italiano mi sembrano allineati in un'altra dimensione spazio-temporale e forse è vero, stanno tutti lì, in attesa che qualcuno entri nella Hall of Fame delle antiche glorie e li riporti a un presente nuovo,  dando di nuovo vita alla loro meravigliosa esistenza artistica; io vivo prevalentemente in un altro paese, non tanto lontano, è vero, perché la Spagna è vicina, ma abbastanza lontana da farmi comprendere che non ho tanto da pretendere se come attore, non lavoro più tanto spesso, se i nuovi registi forse si ricordano di me soltanto quando un vecchio film passa in televisione, tipo quei caratteristi del cinema e della televisione del passato, come un personaggio di una storia a cui gli è stato dato il dono di vedere il suo "viale del tramonto" in anticipo, scambiandolo per una via dove s'intravede invece un'alba luminosa e ricca di possibilità da scorgere nella nebbia umida del mattino. 

È questo il segreto dei premi? Essi sono nascosti al di là di un limite invisibile, dove perdono tutta la loro consistenza e dove non sono più di nessuno: né tuoi, né di quelli che te li hanno dati. Tutta una vita, a volte non basta per sentirsi un ospite invitato alla festa. Ora che prevalentemente lavoro dietro le quinte, riesco però a vedere meglio le cose. Quando scrivo una sceneggiatura, quando sono chiamato a fare una revisione o anche quando leggo un soggetto, un trattamento per capire se produttivamente può essere portato avanti, scelgo sempre un personaggio che mi piacerebbe interpretare. Il lavoro dell'attore probabilmente non mi abbandonerà mai perché fa parte di me e del mio modo di vedere le cose: da spettatore. 


Monica Vitti si è ritirata dalle scene da diverso tempo e non ho avuto più modo di incontrarla. Oggi mi manca. Vorrei che le arrivasse una mia carezza e mi piacerebbe che qualcuno le dicesse da parte mia,  con più consapevolezza, quel "grazie" che allora farfugliai rapidamente, senza davvero vivere quell'istante unico, con tutto me stesso, con tutto il mio cuore. 
Così come mi manca anche quel cinema italiano che ho avuto la fortuna di sfiorare attivamente, come un "non protagonista" di successo. Chissà... un giorno torneremo tutti lì, dove il sogno si fonde con l'unico atto magico possibile nella sua dimensione: restituire consapevolezza al presente. 

Una visione nuova.

Quando tornai a casa col David di Donatello, trovai un messaggio in segreteria di Massimo Troisi che scherzando mi disse che dovevo dargli una percentuale su tutti i film che avrei fatto dopo. 

Anche Massimo si è ritirato. Lui se ne è andato dall'altra parte, al di là di ogni segreto. 
Ogni tanto però, lo sento. Sento la sua voce all'improvviso.
Mi chiama con il mio nome per intero, senza diminutivi o vezzeggiativi. Cosa rara.
"Angelo!"
"Sì?



1 commento:

Anonimo ha detto...

che fortuna leggerti.. e reincontrarti cercando un tuo omonimo per caso .. meraviglioso... meraviglioso... grazie Celeste