venerdì 21 ottobre 2016

BARBARA

… visto che hai già le chiavi del mio  cuore, ti mando anche queste che sono le chiavi di casa mia. Puoi venirci quando vuoi per restarci tutta la vita o soltanto un paio d’ore.                                                         
“Barbara, Barbara…”

La ricerca della felicità è racchiusa in un appartamento qualsiasi di una città del mondo.  E il mondo gira nella stanza di Barbara.  Barbara non c’è eppure, quest’assenza diventa l’unica certezza. L’assenza si scompone in varie parti. Punti da unire per tracciare poi un disegno, simbolo di qualcosa che ci ha imprigionato con uno scopo non tanto evidente. L’apparenza però nasconde a volte, altre possibilità di comprensione. Lo spettatore qui è chiamato a essere complice segreto della storia.

Quattro pareti e all’interno, un mistero racchiuso. Come in un dipinto di Gaugin, la lettura di un'opera da destra verso sinistra, nel modo orientale o semplicemente, sfogliando, scena dopo scena, le scene a ritroso. L'ultima immagine è quella di un televisore che si spegne. E poi, tutto può ricominciare. 

Barbara è andata via e ci ha legato. 

Da qui parte e nello stesso tempo, si svolge la storia. 

Il finale è sospeso nel tempo, aperto, come la porta di casa di Barbara che sembra chiusa, ma in realtà non lo è. Il letto-prigione è una costrizione non facile da sopportare, anche per l’osservatore esterno. Il cinema spesso ci ha abituato a un’alternanza di spazi e di tempi, a inquadrature grammaticalmente logiche e soprattutto a uno svolgimento dei fatti lineare. 

Lo spettatore si accorge ben presto che il suo sguardo offre una doppia prospettiva. L’interno e l’esterno sono legati tra loro grazie a un nome femminile che si ripete e che sembra uno spirito invisibile, nascosto in una realtà che offre però la possibilità di un ricordo.

Chi è davvero Barbara?

Due uomini legati alla spalliera di un letto e un appartamento che sembra quasi prender vita. Apparentemente, la struttura teatrale del testo non lascia scelta: è un film che non offre altri sbocchi. Si resta in questo appartamento e si deve fare i conti solo con ciò che succede al suo interno. Come i due personaggi legati e costretti a stare insieme, lo spettatore è invitato a partecipare a un conflitto profondo. Facce della stessa medaglia, i due protagonisti, abituati a razionalizzare ogni cosa, sembrano non riuscire ad andare oltre una spiegazione logica. 

Non riescono a trovarla da quella posizione. Tutto ciò che essi desiderano è la libertà ma non sanno da che parte cominciare a cercarla. La cercano da chiunque si trovi a passare da quelle parti. La cercano dal caos che anima questo piccolo mondo. Per questo arrivano a odiarsi, a insultarsi, a litigare fino al culmine di un conflitto che non sembra aver tregua, tirando fuori il peggio da se stessi. È il complesso e nello stesso tempo, inevitabile percorso che porta alla vera conoscenza di sé.

Per conoscere se stessi bisogna accorgersi di essere davvero incatenati e senza possibilità di fuga. 

Uscire dalla gabbia è impossibile, eppure…

Le percezioni oltre lo schermo appartengono solo al presente. 

Essere autore e spettatore è condizione privilegiata ma nello stesso tempo, scomoda. 

Il fattore emotivo può essere un ostacolo. E allora Barbara assume varie forme nel tempo ed è il tempo stesso che la trasforma. Lo sguardo cambia perché la vita ci porta oltre le stazioni su cui abbiamo aspettato treni che ci hanno portato altrove. 

La stanza da letto-prigione è il microcosmo dove due personalità che probabilmente rappresentano un io sdoppiato e frammentato si affaticano per tentare di restituire un ordine conosciuto alle cose. Attorno a loro si alternano sei personaggi, sei passaggi che opprimono e che spezzano la normalità, attraverso un gioco che sembra un inganno continuo. Ogni personaggio che appare nel recinto di Barbara sembra voler aiutare i prigionieri a rilassarsi e ad accettare come scelta questa condizione forzata. 

L’illusione che tutto possa cambiare da un momento all’altro è sempre presente. I sei personaggi, i sei ospiti che ruotano attorno all’io incatenato, mostrano tutta la loro arte che va dalla seduzione, alla dialettica, dalla sensualità esplosiva, al freddo distacco, dalle tentazioni improvvise della lussuria, alla gola, passando per balli improvvisati, fino ad arrivare all’idea di un amore violento e appassionato, un amore che uccide.

Questi punti mobili che entrano nell’emisfero di Barbara, tentano e stimolano l’io costretto, lo provano e lo costringono ad accettare la natura della sua posizione. Lo invitano a fingere che non esistono catene o lacci che tengano. In questo enneagramma di pulsioni e di movimenti che spingono verso qualcosa che prende sempre più la forma di ciò che è solo illusione.

Il mondo esterno si prepara a un temporale e il cambiamento sembra che avvenga da un momento all’altro. 

Eppure…

Non è l’esterno a offrire la libertà alle due facce dell’io perduto in un emisfero ristretto. 

L’esterno e le acque del mondo oltre le pareti della logica si fanno sentire con tuoni e scosse profonde. E la pioggia lava ogni cosa e si porta via il gioco del tempo che è stato e che sarà. L’unica cosa che sembra restare lì, ferma e immutata, è un letto con due uomini legati, due uomini che ora, hanno probabilmente costruito all’interno di se stessi, quelle uniche e antiche domande da porsi, come se davvero fossero prigionieri di un dipinto di Gaugin: “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? ”





BARBARA

Anno di produzione: 1998
Durata: 90 minuti.
Sceneggiatura e
Regia: Angelo Orlando
Musiche: Daniele Silvestri

Cast personaggi e interpreti:

                                                  ALDO……..       Valerio Mastandrea
                                                  PINO………       Marco Giallini
                                                  GIUSI………      Elisabetta La Rosa
                                                  SERENA……..   Jacqueline Lustig
                                                  CARMINE……  Fabio Ferri
                                                  L’INDIANO…..  Massimiliano Bruno
                                                  ZUCCA…….     Armando De Razza

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