giovedì 16 novembre 2017

UNA GITA A ROMA




La bellezza a volte si nasconde in spazi limitati e troppo spesso, i sensi non riescono più a percepirla. Ecco che però,  all'improvviso, arriva l'arte in soccorso.

L'arte è ovunque, si potrebbe cogliere in ogni istante o respiro, soffermandoci su un particolare piccolissimo, oppure alzando gli occhi verso una nuvola, verso un cartoncino con un disco orario, caduto forse da un'auto parcheggiata, trasformato in un orologio da polso allacciato alla mano di una bimba; su un sampietrino bagnato, oppure facendo caso a un piccione che si fa il bagno in una fontana, o perché no, accorgendosi di uno sgabellino rosso abbandonato per strada; guardandoci allo specchio: una ruga in più, una vena più gonfia sulla mano, il cuore che sa e che non riesce a parlare, una pausa, un sorriso di tua figlia all'improvviso o al contrario, quel silenzio in un'esitazione di tua madre. 

Ogni cosa che ci riporta al presente così, all'improvviso, ogni secondo che si ferma e che resta come un momento di felicità improvvisa e ingiustificata, ha il potere di ricordarci dell'importanza dell'essere. 

Nell'essere si nasconde un granello di felicità immensa: il sonno però ci avvolge.  Lo spettacolo della vita apre il sipario ogni giorno e sempre c'è qualcosa o qualcuno che ce lo ricorda, ma c'è un problema: ce ne siamo dimenticati. 

E il tempo scorre. 

I nostri occhi si stancano e si posano sui percorsi inutili che ci fanno girare a tondo, come in un labirinto senza via d'uscita, dove gli specchi sono appannati e i piccoli traguardi che ci poniamo, ci trasportano lì dove il ricordo si fa sempre più lontano.  

Passiamo gran parte dei nostri giorni così, in balia di una guida che ha gli occhi bendati e che ci accompagna come un cane fedele, ma che mai ci indica il cammino giusto. 

C'è un film italiano che ha avuto una breve uscita in sala a maggio di quest'anno che racconta la fuga di due bambini, Francesco e Maria che scappano da un treno fermo alla stazione, un treno in partenza e che li avrebbe dovuti riportare alla routine familiare, distante pochi chilometri da una promessa fatta e spezzata diverse volte: una gita a Roma e ai Musei Vaticani. 

Francesco proprio non ci sta a tornare a quell'eterna promessa. 

Lui c'era arrivato a Roma, insieme alla madre e alla sorella. Solo che un imprevisto fa sì che, appena arrivati, già bisogna tornare. Un imprevisto. La sorpresa di una vecchia zia che arriva a turbare il lavoro e la tranquillità di suo padre e il suo impegno di routine: il suo progetto di lavoro. La pena per la mancata consegna di questo progetto è quantificabile: 6000 euro. Sei e tre zeri. Sei che è la metà di dodici, come i mesi dell'anno, come i cavalieri della tavola rotonda o come gli apostoli, sei come quei personaggi in cerca di autore o come i punti di un enneagramma da unire su un piano orizzontale, lungo il tempo di una fuga, avvolta dall'armonia di una colonna sonora magica, proprio come quelle di Nicola Piovani. Una penale che sembra così alta, tanto da far restare bloccata quella parte maschile che molto spesso si sacrifica all'interno di una prigione dettata dal dover far quadrare i conti e mantenere tutto sulla spiegazione materiale delle cose. E poi quei tre zeri, tre mondi che stanno lì a testimonianza di quelle tre possibilità che ha l'uomo di riconoscersi nella sua interezza, attraverso uno dei più potenti strumenti che ha a disposizione: l'opera d'arte completa e nella sua forma più alta: unendo il cuore, la mente e la pancia (la ragione, l'innocenza pura e l'istinto che riporta sempre all'unità). 

Una gita a Roma è l'opera prima di Karin Proia che appare anche nel film nel ruolo della mamma ed è un film che racconta l'incanto della possibilità del risveglio attraverso lo shock improvviso della perdita. Non bisognerebbe mai dimenticarsi di se stessi, sembra suggerire in ogni istante il susseguirsi dei fatti in questa storia semplice, ma poco scontata.  

Prodotto da Raffaele Buranelli, anche lui nel film nel ruolo del padre e interpretato dai piccoli Libero Natoli e Tea Buranelli, una gita a Roma è un piccolo film ma non si vede; assomiglia a quelle favole sacre che si raccontano ai bambini per ricordar loro, o meglio, per ricordare all'adulto che diventeranno, quel viaggio a ritroso che un giorno dovranno fare per tornare consapevolmente a quella purezza. 

In questo viaggio, tutti i personaggi che essi incontrano, sono come tanti aspetti da conciliare, da cambiare, da armonizzare, da abbracciare o da aiutare. Proprio come i due vecchietti (fratello e sorella, meravigliosi Philippe Leroy e Claudia Cardinale) che hanno appreso a vivere nella stessa casa senza mai parlarsi;  essi comunicano in un'altra lingua e solo grazie a una vecchia lavagna appesa al muro, su cui si lasciano messaggi di rimprovero o battute sarcastiche. Questo silenzio della voce si protrae da sei lunghissimi anni (il sei che ritorna prepotente, numero magico in questa sua eterna corsa verso la sua completezza), per colpa di una chiave smarrita che chissà, forse è proprio la chiave del segreto del tempo. A volte però, il miracolo si compie grazie a un cambiamento improvviso dovuto all'apertura di una porta. Bisogna aver costanza e continuare a versare l'acqua nel nostro giardino anche dove apparentemente è secco e non cresce più nulla. Allora si può trovare la via, grazie alle bricioline che diventano semi e quei semi diventano alberi che ci ricordano di qualcosa da cui un giorno siamo partiti e a cui torneremo. 

La via del ritorno infatti si ricorda e non si trova mai per caso, ma solo attraverso nuove percezioni della memoria. Sono i sensi che vanno ampliati, è la percezione costante dell'obiettivo e del tempo limitato che abbiamo a disposizione una volta intrapreso il cammino ("abbiamo molta fretta" ripete costantemente il piccolo Francesco, così come ripeteva il bianconiglio a se stesso prima di attraversare il confine del tempo). 

Perché il viaggio verso l'opera d'arte, altro non è che il viaggio che l'uomo compie verso la sua organica completezza. Questo viaggio,  ha bisogno di cura, costanza e metodo. Le lacrime della madre quando sente che da qualche parte i suoi figli sono stati ritrovati, sono la rappresentazione di una speranza mai sopita, quella di essersi ricongiunta a se stessa, dopo aver sperimentato l'angoscia del vuoto e della fine.

Niente finisce davvero. 

E l'Arte, quella vera, non può vivere senza lo sguardo puro e disincantato della purezza e dell'innocenza. Il cuore puro appartiene all'arte così come l'arte appartiene allo sguardo dell'osservatore libero da ogni forma di auto-giudizio. E solo allora, quando questi due punti sono ricongiunti, si possono dissolvere tutte le abitudini, gli obiettivi costruiti dai drammi e dai giochi della vita che ci vengono riproposti, solo per evitare il dolore di chi sa accorgersi (per grazia ricevuta o per frutto di lavoro costante) di questa perdita possibile, ma nello stesso tempo di un'inevitabile gioia: quella dei nostri piccoli che imparano a muoversi da soli nel mondo e a ritrovare la strada di casa. Essi rappresentano quelle parti di noi stessi da curare sempre, come i fiori di un giardino meraviglioso o come la nostra cara città eterna (Roma come metafora della nostra immensa e ricca città psicologica) che aspetta solo di essere riscoperta, ad ogni costo, anche grazie a una fuga, a un breve viaggio e a un dolce ritorno. 





martedì 3 ottobre 2017

CATALUNYA, ESPAÑA E RITORNO

Mi avvio con la mia borsa verso la palestra. 

Ho la mia roba in borsa.

Poche cose: asciugamano, scarpe da ginnastica, pantaloncini ricavati da una vecchia tuta grigia che mia madre ignara della moda che sarebbe arrivata dieci anni dopo, aveva tagliato perché c'erano dei buchi, costumino, caso mai mi venisse di fare un paio di vasche (ma alla fine lo so, mi rifugerò nel bagno turco a guardarmi la pancetta e a chiedermi: "ma è sicuro che funziona tutto questo pedalare su una bicicletta che non si muove o a remare sulla nave di un mare invisibile?") 

Una nave, proprio come quella dove alloggiano gli agenti della Polizia Nazionale mandati a Barcellona per non far svolgere questo referendum o perlomeno, per cercare di destabilizzarlo il più possibile. Su questa nave ci sono Duffy Duck, Titti e il Gatto Silvestro, i personaggi dei cartoni animati Disney (qui li chiamano il Pato Lucas, Piolìn e Silvestre). 

Ma dai... è tutto così comico. Sembra un film di Ken Loach.

A un certo punto, ci sarà qualcuno che griderà: "STOP!"

Durante il breve tragitto dallo studio alla palestra, il pensiero è sempre lo stesso: "Mo' mi vado a fare un caffè e a leggere qualche notizia al tavolino di un bar all'aperto". Poi invece arrivano i sensi di colpa e alla fine, entro, mi cambio e comincio il solito giro che mi porta dalle panche alle docce. 

Oggi, tre ottobre del 2017,  arrivo di fronte alla porta della palestra municipale della Estación del Norte. Sono le 11:00  e il problema è risolto: la palestra è chiusa. 

Mi guardo intorno e capisco subito: sciopero.

Gli elicotteri da diverse settimane sono una costante dei rumori di fondo a Barcellona. Sciopero generale. Già. Me ne torno verso lo studio dove troverò Efi che mi aveva avvisato: "Vas a ver que estará cerrado también. Hay huelga genera!" 

Attraversando i giardini dell'Arc de Triomf, c'è un piccolo corteo, uno dei tanti che si possono vedere a Barcellona in questi giorni. Accadono tante cose strane qui in questo periodo. Cose a cui poco alla volta, ci si abitua.

Ve ne riporto una che sicuramente in Italia non sapete. Ve la riporto con uno sguardo neutrale che però, poco alla volta, sta acquistando una prospettiva sempre più stupefatta. L'abitudine passa sempre dallo stupore che è come un muscolo e va sempre allenato. 

La verità è che bisognerebbe sempre allenarsi alla meraviglia. 

Ogni notte, alle ore 22:00, in tutta questa città ricoperta di bandiere, comincia a sentirsi un rumore di pentole sbattute, di bicchieri e piatti battuti con posate. Dovendo descrivere in una sceneggiatura questo frastuono, si potrebbe scriverlo in maiuscolo: RUMORE DI STOVIGLIE SBATTUTE.  

Da tutte le case, dai balconi, dai tavolini dei ristoranti, dai locali, i gruppetti di giovani per strada, gli anziani affacciati alle finestre, quelli che erano usciti per andare al cinema, quelli che si vedono per farsi una birretta o un vermuth, tutti partecipano a questo casino che si unisce ai cori improvvisi che mentre prima del primo ottobre incitavano al diritto di votare, ora invece sono cori di protesta, voglia di esprimere e di sentirsi liberi in una società democratica. 

Il nostro studio di produzione è nel cuore del Born. Siamo a livello strada e intorno a noi, tutti sono chiusi: serrande abbassate. Si dovrebbero fare diverse cose. Che facciamo? Aderiamo alla sciopero? Però... c'è da caricare su Vimeo 25 minuti di "Serás Hombre",  mandare le iscrizioni ai festival, risolvere cose coi nostri co-produttori irlandesi e io poi sto scrivendo per il progetto da presentare a novembre a Media Europa, insomma ci sono davvero troppe cose da fare.

Non lo so. Che farebbe Kieślowski? 

Probabilmente unirebbe le mani e guarderebbe il mondo da quel rettangolo lì.


Gli elicotteri non danno tregua. 

Sembra di stare in guerra. 

Ieri ho visto un po' di video, di telegiornali, letto notizie dei giornali italiani, paragonandoli a quelli dei giornali spagnoli. 

Poi uno sguardo a TV3 la televisione di Catalunya, difficile farsi un'idea precisa di quello che sta succedendo qui. 

Quello che sicuramente so, è quello che sto provando io che sempre sono stato neutrale, neanche tanto dubbioso. 

Spagna o Catalunya per me era qualcosa molto simile al folclore, qualcosa a cui ci si fa l'abitudine. Dopo quasi dieci anni in questa città, a parte qualche giretto folcloristico nel giorno della Diada, gli indipendentisti catalani li avevo sempre visti con curiosità e un pizzico di tenerezza, con i loro berretti rossi e le bandiere della senyera, avvolte attorno al collo.


Oggi invece sento qualcosa di strano. 

Questo aver impedito a una popolazione di voler esprimere il voto, mi ha fatto pensare immediatamente all'autorità, a quello che è il primo rapporto autoritario che avvisiamo nella nostra vita: il rapporto genitore figlio. 

Possibile che ai vertici di una nazione non ci siano persone che mastichino i principi basilari della psicologia? Impedisci a tuo figlio di andare dove vuole andare e sicuramente ci andrà. 

E allora? Come andrà a finire questa storia dell'indipendenza? Cosa sta succedendo? 

Quando mi fu imposto di studiare, presi la mia roba e me ne andai di casa. Poi, senza neanche saperlo, mi misi a studiare da solo e devo dire che, oggi, i miei avevano ragione: sono un eterno studente e il mio desiderio di studiare e di apprendere è sempre vivo dentro di me. Avevano ragione loro, i miei genitori, ma non lo sapevo. Dovevo andar via per comprenderlo.

Chi può dire cosa ne sarà di questo strappo alla Spagna?

Chi lo sa.

Io so solo che tra qualche ora, saranno  le 22:00. 

Preparo due pentole e qualche cucchiaio.


mercoledì 27 settembre 2017

TRE SEGRETI

I segreti.

Tutti hanno i loro segreti, ma molti non sanno che alcuni segreti non val più la pena che siano segreti. Non ha senso mantenere un segreto che non ha più senso di essere tenuto sotto chiave, tantomeno essere rivelato. Non interessa a nessuno tranne a quelle parti di noi che ancora si ostinano a indossare la casacca di guardiani.
Mi sento di essere un promotore per la libertà dei nostri guardiani di inutili e obsoleti segreti. Oggi ho deciso di mandarne in pensione alcuni. E vi rivelo tre segreti vecchi e stantii che non hanno più bisogno di essere protetti.

Primo segreto: quando ero piccolo, scoprii il nascondiglio dove mia nonna teneva le caramelle. Ogni tanto ci andavo e col batticuore, mi trasformavo in Arsenio Lupin. Poi arraffavo quante più caramelle potevano contenere le mie tasche (e le mangiavo voracemente per far sparire le prove). Ancora oggi un pacchetto di caramelle mi dura esattamente trenta minuti e sempre col senso di colpa). Primo segreto svelato. Sono un ladro di caramelle.


Secondo segreto: una notte di capodanno ero nei guai. Avevo promesso di fare il brindisi con la mia fidanzata di allora, ma il problema era che ne avevo altre due (di fidanzate). Ai tempi nascondevo questa cosa che m'innamoravo continuamente e anche il concetto di poliamore, cioè quella condizione non tanto filosofica che ci consente di avere amori molteplici e relazioni intime contemporaneamente nel pieno consenso dei partner coinvolti, non era ancora neanche un concetto per me e semplicemente, ero soggiogato dal concetto opposto di monogamia sociale come regola primaria e accettata. Uno dei problemi più grandi da risolvere per un seguace del poliamore che finge di essere monogamo è il capodanno. A capodanno, tutti i nodi vengono al pettine. Con chi fare il brindisi di capodanno? Feci i salti mortali per fare il brindisi con tutte e tre, ma da quel giorno, qualcosa cambiò. Secondo segreto svelato e coming-out: "Sono un poliamoroso, ma chi mi conosce lo sa già!"


Terzo segreto: mi sento di aver raccolto una strana eredità. È quella della verità. Sono un bugiardo pentito. A dire il vero, cerco sempre di mandare avanti qualche bugia e qualche bugia ancora resiste. Qualcosa che davvero credo di aver fatto o che non ho fatto, qualche libro che ho detto di aver letto e di cui non ho mai neanche aperto una pagina. Ora però, sbugiardarmi è molto facile. Se avete dei dubbi su qualcosa che non vi sto rivelando, omettendo o semplicemente, se avete la sensazione che vi sto mentendo, basta che me lo chiediate: "È vero?" Non c'è niente che mi spiazzi come la domanda diretta: "È vero?" Se non è vero, ve lo dirò immediatamente. Non so resistere alla domanda diretta. Esce sempre la verità. Terzo segreto rivelato. Non so più mentire.

O sì?

domenica 20 agosto 2017

SULLA RAMBLA

Non potevo frenare questo pensiero, lo allontanavo appena si affacciava: è molto facile intuire la  strategia di questo terrore, seminare paura nei luoghi più spensierati. Abito sulla Rambla de Canaletes da diversi anni. Mi sono innamorato di questo posto la prima volta che ci sono stato, da bambino. Quando vivevo a Roma ero a Trastevere, prima a Piazza Vittorio; tutti posti dove l'umanità si mescola, si sfiora, quasi si tocca. dove c'è Il passaggio, l'energia, gli sguardi, in quei luoghi dove ci si incontra per un attimo per poi perdersi, ma mai per sempre. Questa strana felicità che mi dà la gente unita e in movimento è profondamente radicata in me. L'uomo mi commuove, ma a volte non c'è nulla che mi spaventa come la sua parte folle e malata. Amore e orrore si fondono e si integrano dentro di me. L'amore è l'essenza e la tela bianca, la base su cui porre ogni cosa, certo, ma l'orrore sta là, come un gocciolatoio a protome leonina di un tempio greco o la gargoyle di una cattedrale. Dopo la paura e lo sgomento, allora, pensieri alti e luminosi! Questa è la risposta al periodo infame e vile che stiamo vivendo, perché lì dove la coscienza dell'essere umano ha toccato il suo punto più basso, ci sarà sempre qualcuno che porterà una rosa.







giovedì 10 agosto 2017

UN PREMIO DA RICORDARE...




Il cinque agosto di questo 2017, sono andato alla serata di chiusura dell'Ariano International Film Festival.

Mi hanno dato un premio.

Sul palco, il presentatore, il bravo Franco Oppini, mi ha cominciato a elencare alcuni dei lavori di questa mia variegata e poliedrica carriera artistica e la gente applaudiva, ma devo dire che l'applauso più grande, il pubblico me l'ha fatto, quando ho detto che mia madre sarebbe stata molto contenta di questo premio, perché mia madre è nata a Melito Irpino, a pochi chilometri da lì.

C'è poco da fare, i premi sono belli, ma ciò che unisce di più le persone sono le radici. Sentire l'appartenenza a una terra è importante nella vita.

Ah... la mattina dopo in albergo, mi sono seduto sulla sedia dove avevo messo il premio, una bella composizione artistica di una pellicola in ceramica.

C'era la mia roba su e non l'ho visto. Si è rotto in tanti pezzi. Mi hanno subito detto che mi faranno un'altra copia, ma poco fa, guardando tutti questi pezzettini di ceramica, ho pensato che a me piace anche così, un premio rotto col sedere... che nella vita è un'altra cosa importante.

martedì 30 maggio 2017

IL PORTO DELLE NEBBIE

IL PORTO DELLE NEBBIE
(Le quai des brumes)


-  È perché la gente si ama?
- No, la gente non si ama. Non ne ha il tempo.

Porto di Le Havre. 

Appuntamento col tempo e con il destino. Luogo che evoca sensazioni a fior di pelle. I ricordi aspettano solo un rifugio, dove passar la notte e attendere che il sole si porti via gli spettri. 

Il sole visto come luce accecante che aiuta a nascondere ciò che la notte e la nebbia invece tendono a rivelare. Come a dire: “C’è bisogno dell’oscurità per vedere meglio e per muoversi nell’ombra dell’animo umano”. 

Il porto delle nebbie è un posto dove passare questa notte dell’anima. Un luogo dove nascondersi e aspettare che l’oscurità infernale trascorra presto e si porti via le ultime ore d’angoscia. Il porto delle nebbie è un’attesa per un passaggio verso un nuovo mondo; è il crocevia per una nuova vita. Speranza affidata a una nave che può creare distanza tra il vuoto che si è creato tra la personalità ferita e il cuore che non sa reggere più il peso dell’orrore vissuto. E così è l’uomo con la divisa che appare nella notte. Il disertore Jean ha visto in faccia la morte e il sangue. Ne ha provato disgusto ed è scappato dalla guerra. Pur non parlandone mai, comunica questa nausea con il suo vagare, con la sua divisa malandata e sgualcita, con il suo sguardo spento, privo di qualsiasi emozione.
 
Melodramma dalle tinte grigie e in bianco e nero, interamente avvolto nella nebbia, evocatrice di mostri interiori e angosce che sembrano aspettare silenziose in riva a un mare che avvolge ogni cosa. Il porto delle nebbie è lo spettacolare film di Marcel Carné, scritto dal poeta Jacques Prévert, costruito su un romanzo di Pierre Mac Orlan, Le Quai des Brumes. Le immagini del film sembrano aprire fin dall’inizio, una finestra sull’inconscio dell’uomo. I personaggi, già vestiti di profonda tristezza, velati di malinconia, sembrano accogliere nei loro gesti, tra gli sguardi appannati di fronte agli eventi, il tragico destino che li aspetta. 

Primo film della collaborazione Carné-Prevert, s’inserisce in quel filone francese che è il realismo poetico (una corrente artistico-letteraria che abbraccia un ventennio, dagli anni trenta ai cinquanta). Film a incastri, dalla struttura narrativa del protagonista solitario, l’eroe vittima di un passato crudele che, come un peso egli trascina a fatica e che si scontra con dialoghi che rappresentano un destino travestito da poesia. Ogni parola sembra essere misurata per regalare emozioni che hanno voci che risuonano nel profondo, dove non si ha il coraggio di arrivare consapevolmente. L’arte traghetta il sacro, lo trasporta con un semplice invito a guardare meglio dietro le ombre.

“Se io vedo un uomo che nuota, dipingo un annegato!”

Dice il pittore che di lì a poco, donerà i suoi vestiti borghesi al soldato annichilito dalla fuga e da quel mondo in cui non si riconosce più.

E il soldato Jean avrà la sorte d’indossare quegli abiti per un giorno e una notte e proverà davvero a ricominciare la sua vita, vestendo i panni di un’altra maschera che però non gli potrà appartenere fino in fondo.

Il sacrificio è dietro l’angolo. Lo aspetta.


Quasi come se solo l’atto consapevole di abbandonare le sue spoglie sulla banchina di un porto, potrà dargli davvero l’occasione per un cambiamento rappresentato dal viaggio verso il sacro. Avrà il tempo però, di conoscere cosa sia la speranza. Conoscerà l’amore di una nuova passione che gli darà la forza di abbandonare tutto. 

Fa niente che la morte arriverà all’improvviso e alle spalle, come una cattiva consigliera. Il gioco del porto delle nebbie è finito, si è rivelato come in uno specchio dentro uno specchio, dove i riflessi fanno parte di un inganno che non ha più importanza svelare. 


Il soldato Jean è già oltre, in viaggio verso una nuova realtà, mentre nel teatro delle ombre avvolte dalla nebbia, nuovi personaggi si affollano, piangono, gridano e si muovono, mentre il porto riprende vita e le navi sono pronte a partire.


domenica 16 aprile 2017

OGNI RINASCITA



Signori, si rinasce. 

Estraggo dal cassetto una sorpresa già letta.

      Prima sorpresa: mi sorprendo di tutto ciò che è ora.

      Un brindisi a tutti gli amici che festeggiano. Naturalmente sono con voi. Oggi non mi muovo da casa. Aspetto di far capolino dall'uovo. Aspetto qui. Faccio in modo che quest'altra rinascita mi sorprenda vivo. Quante volte? Mi ricordo una delle volte che sono rinato ero in una stanzetta d'albergo e non ero neanche solo. 

      In quel caso che si fa? Che si fa quando scopri che questa volta sei nato in compagnia?

      Un brindisi all’amicizia. 
    
      Sorprese di pasqua. Il velo della sposa si unisce alla vela e forma un insieme d’armonia. Sorpresa della gente che ha davvero bisogno… sorpresa dipinta su un quadro lasciato in esposizione su un marciapiede affollato. 

Piccoli debiti da aggiungere alla lista. Quando rinacqui cartone animato. Ricordi di un'altra dimensione. Quando rinacqui acqua, fonte, albero e sabbia di deserto. Quando rinacqui sale e lupo e ombra. Quando rinacqui spirito e quando rinacqui piccolo sole di una galassia troppo lontana per poterla raggiungere da qui.

Piccole cose che fanno un sipario strappato pieno di scritte che assomigliano alla scrittura perfetta di mio nonno che segnava su un quaderno nero, ogni cosa che mi spettava e poi cancellava con una ics meravigliosa tutto. E il debito era estinto. Il debito che è luce e calamita di fortuna e meraviglia su questo mare che chissà da quanto tempo stiamo navigando.

      Seconda sorpresa: ancora una volta, voglia di risveglio. E svegliatevi un po' anche voi. Non fate i distratti.

La Primavera è inoltrata. Ormoni in rivolta, compagni di sempre. Un respiro di vento fresco. Un cambio netto, eppure così pigro in questi giorni… così pigro da non riuscire ad aprire la prima pagina di un libro. 



Ripenso a me e al maestro. 

Una volta mi disse: "Allora, caro il mio angioletto, vai pure dove vuoi... che qui non c’è esterno per noi. La vita di Barcellona ti spinge a rischiare di più (molto di più) che a casa tua, dove proteggi solo le postazioni. A volte lasciare tutto significa davvero partire da zero. E zero significa dover rischiare altrimenti schiatti. Magari lo stesso a New York o a Toronto o a Sidney o a Parigi…" 

E allora penso che tutto quello che ho è quello che ho imparato a lasciare, imparando a star fermo in un posto. Fantastico!

      Terza sorpresa di questo post rimesso a nuovo per questa santa Pasqua: sempre tratto dai dialoghi con il mio sempreverde amico che in questa vita gioca in difesa e intuendo il mio ruolo, ha chiesto al Mister di spostarmi a centrocampo.

      “Qual è il tuo più grande desiderio?”

      Risposta dopo mezzo secondo di riflessione: "Dio forse?"

      “Il pongo!"
      "Il pongo?"

      "La natura del pongo. Prova ad immaginare il pongo o la creta. La sua duttilità. I suoi molteplici destini di forma. La sua natura di SERVIZIO all’intuizione, al divenire e… pensa alla poesia, al verbo… fino ad ora del tuo desiderio ne hai fatto bozze e altre cazzatelle, ma la tua natura è il pongo. Il tuo vero desiderio è dentro la natura del pongo. La forma? Un abbraccio e una poesia. La forma della tua poesia non è mai stata scolpita, solo abbozzata. Tu vuoi fare il poeta, ma vuoi vivere da scultore…"

      "Cioè... tu vuoi dire che sono un progetto e voglio vivere da architetto?"

      "Bravo guaglio'... come se Topolino adesso lo viene a disegnare Walt Disney…"

      "Allora, il tuo vero desiderio è essere il pongo, cioè sostanza senza forma. Forma invisibile e possibile. Paura della poesia e desiderio di essa. Ti proteggi con la forma e uccidi a tradimento la sostanza… e adesso ti rivelo il segreto: è stato Topolino a creare Disney, non il contrario. Lui ha rubato solo la forma. L’ha catturata in prigione. Topolino se ne stava lì da sempre e all’improvviso lo ha imitato… il tuo Topolino è da una vita che ti gira intorno e hai pure tentato di scamazzarlo… mentre, povera bestiolina, lui lì non ci sarebbe nemmeno venuto se non fosse che è così che tu lo hai chiamato. E in prigione ora, ci stai pure tu, caro il mio maghetto!"

      Tutto vero? Ero io… eri tu! Un maghetto col cappello a cilindro tutto dorato e una cartella trovata in un armadio vecchio di casa dei tuoi, ti guarda e ti sorride e ti sussurra parole di comprensione e poesie scadute, antiche come i baci più belli. E questa quarta sorpresa di rinascita. 

      "Tu chiami a te le tue animucce candide, poi vorresti che fossero leoni e draghi?"

      Rifletto.

      Per una volta resto in silenzio di fronte alla mia stessa voce che prende corpo e si alza oltre l’attesa di quello che è già arrivato.

      "Poesia che manca di rabbia, di potenza, castrata come le manine impaurite… genio in panciolle! Marito attratto dalle amanti! Brevi avventure e senza promesse: canovaglie di lana e cotone, senza stagione ma che ti lasciano tanta, troppa nostalgia. La nostalgia di una poesia lontana. L’eco che ti lascia il libero arbitrio d’ingannare il suono che lo produsse, mentre il tuo vero desiderio è il suono!"


      Cerco di scappare, sempre così… ogni vita è così, eternamente in fuga. E poi quando vengo ripreso, piangendo mi dico: "Sempre così..."

      "Poeta affascinato come una falena dalla luce del tuo cuore".

      È bella ogni cosa che ci agita e che non ci fa impigrire... è bello qualcuno che ci ricorda questo. È bella quest'altra pasqua. È bella la vita che ci fa giocare a mediano, quando vorremmo sempre stare in attacco.

      Ci vediamo alla prossima rinascita. Sempre che vi trovo.

domenica 12 marzo 2017

UNA BELLA PASSEGGIATA

Una mattina stavo in macchina con mio padre. 

Mi stava dando un passaggio verso l’università. 

Ai tempi ero iscritto al primo anno di giurisprudenza, ma gli avevo detto che non ero contento.

Avevo circa diciannove anni. Frequentavo a Salerno una scuola di recitazione, ma ancora non avevo manifestato la mia intenzione di voler fare l’attore. 

Mio padre forse neanche lo sapeva o forse, lo sapeva, ma pensava che fosse un hobby.

Lui cercava di convincermi che la facoltà di giurisprudenza era un’ottima scelta invece.

“Ma io non voglio fare l’avvocato”. 

Così gli dicevo e lui mi rispondeva che gli sbocchi dell’università non erano solo diretti verso le aule di un tribunale.

“Puoi fare carriera in vari campi, puoi fare tanti concorsi per diventare notaio, in polizia, come zio Ninuccio... Hai visto che bella carriera ha fatto zio Ninuccio?  Puoi diventare anche consigliere comunale... Una bella carriera...”

Alla fine gli dissi che il problema non era un fatto di carriera.

Avevo un altro punto di vista.

Io non volevo una vita fatta di routine e neanche una vita sedentaria, dietro una scrivania.

Mio padre restò qualche minuto in silenzio. 

Ecco... se si potesse tornare indietro nel tempo, davvero, io vorrei ritornare a uno dei momenti di silenzio in macchina con mio padre.  
Stavamo percorrendo il lungomare e lui era al volante.

“C’è un amico mio... "

Disse all'improvviso.

"Un mio vecchio compagno di scuola... Si è laureato in giurisprudenza e fa il magistrato. L’ho incontrato qualche giorno fa e mi ha raccontato che era appena tornato da Acerno sui monti Picentini. Era stato chiamato per fare un sopralluogo in un posto in campagna dove c’era stato un incidente.”

“Un incidente in campagna?”

“Sì, un trattore era caduto in un fosso... e c’era stato un morto... Comunque è un posto bellissimo. La provincia di Salerno ha dei posti bellissimi. Questo posto per esempio, io lo conosco. Si trova vicino al fiume Tusciano. Tu lo conosci il fiume Tusciano?  Il Tusciano è bellissimo, le acque in alcuni punti sono pulite, incontaminate. Ci sono pure le trote e i pescatori...”

“Sì, papà...” 

Lo interruppi per un attimo.

“... Ma che c’entra questo con il fatto che non voglio più fare giurisprudenza?"


“E te lo sto dicendo. Tu mi dici che non ti piace la vita sedentaria..."

"E allora?"

"Questo amico mio magistrato, andando ad accertarsi delle cause del decesso, ha parcheggiato lì vicino al posto dove doveva andare a fare il sopralluogo e si è fatto una bella passeggiata nei boschi!"

Mi misi a ridere. 

"Perché ridi?"

"Papà... ma ti pare che io posso continuare a studiare giurisprudenza perché aspetto il momento di farmi una bella passeggiata nei boschi?"

Mio padre non disse più niente.


Non sapevo ai tempi, quanta saggezza c'era in quelle parole. Nella sua semplicità, mio padre mi invitava ad accorgermi delle pause che legano un momento all'altro. Ci sono momenti che spezzano la routine, attimi che uniscono altri attimi e che rendono la vita unica, come i silenzi di una sinfonia conosciuta, una colonna sonora creata per orecchie sensibili, rumori di fondo di una visione nascosta, come quella della passeggiata di un magistrato che prima di accertare le cause di una morte per un incidente in campagna, si gode la natura e i propri passi nella natura

Riesco anche vederlo, in questo istante, l'amico di mio padre, quel magistrato, nella sua pausa di lavoro, lungo un percorso nuovo, immerso nei suoni del bosco, la voce del fiume, gli uccelli che cinguettano al suo passaggio, prima di tornare alla sua routine, il lavoro a cui ha dedicato la vita.

Mi viene quasi voglia di chiamarlo.

"Ehi..."

E me lo immagino che si gira verso di me, mi sorride e mi saluta con un cenno della mano. 

Chissà se sa chi sono. Probabilmente lo sa. Inutile che glielo ricordi. Nella sua dimensione tutti si conoscono. 

Il magistrato riprende la sua passeggiata verso quel trattore rovesciato e quel corpo esanime. Io lo guardo allontanarsi,  resto per un istante a guardare il fiume e poco alla volta, ritorno in questa strana realtà.