giovedì 22 febbraio 2018

ZANGARDI: L'ANIMA ZINGARA

"Eccolo!"

Caro Tonino. Chi lo avrebbe mai detto?  

"Eccolo!" 

Voleva dire che lo sapevi che sarei spuntato sulla soglia di quella stanzetta, la 220 di un reparto strano d'ospedale, fatto ad alveare, di una periferia così strana, così vera e cinematografica. Ti sarebbe piaciuto raccontarla questa tua storia, lo so, col solito finale sospeso, forse, mai un lieto fine dichiarato. Il lieto fine non ti apparteneva. Non hai mai amato la parola fine, come se i titoli di coda di un film nascondessero un altro viaggio, un'altra dimensione nel tempo o fuori dal tempo.

Partire da un'immagine per poi raccontare un incipit, metterci attorno immagini e personaggi passionali, oscuri e misteriosi, quelli col fuoco dentro, un fuoco che neanche l'acqua poteva spegnere.

Non era così?

Eppure, ci piacevano i finali sospesi. La pioggia di Sandrine, oppure Giuliana e Leonardo persi nei campi di grano. Un'altalena su una spiaggia. Un uomo e una donna che si abbracciano appassionatamente. Erano solo sogni condivisi per arrivare al cuore, sentirlo sussultare in gola, appoggiare la schiena a un sostegno solido per lo spazio di una pausa di un'ora e mezza, mentre il tempo scorre a ventiquattro fotogrammi al secondo.

"Lui è Angelino, uno dei miei più cari amici!"

E poi mi hai chiesto: "Sono dimagrito molto?"

Ti ho risposto di no, però quando sono entrato ho pensato: "Madonna quanto sei dimagrito Tonino!" Tu mi hai guardato in faccia e hai capito che avevo mentito. Ti sei messo a ridere e mi hai detto: "Quando Angelo dice una cazzata lo scopro immediatamente!" 

Poi hai cominciato a parlarmi immediatamente dei progetti in cui coinvolgermi. Sempre così. La scuola di Mantova, un altro film da fare, altri produttori da presentarmi: "Questi vogliono fare un film con me, sono due ragazzi che... dobbiamo andarci con un'idea però..."  e poi un fiume di ricordi. 

Ti conobbi come il regista di Allulo Drom. Titolo strano, sottotitolo: L'Anima Zingara. Poi immediatamente cominciammo a frequentarci. Mi dicevi sempre: "Tu pare che niente fai, poi all'improvviso te ne esci con un capolavoro!" 

Una delle tue frasi preferite era: "Che fai stasera?"

E io mai avevo il coraggio di dirti: "Niente!"

Avevi sempre qualcosa da propormi, qualcosa da fare, un posto dove andare. I pranzi e i caffè al sole d'estate, d'inverno, con la pioggia, col freddo, sempre fuori perché non riuscivi a staccarti da quella sigaretta e dal telefonino che squillava in continuazione. Una sera, non potrò mai dimenticarlo, a Trastevere, t'incontrai e ti dissi: "Prossima settimana passa il mio film in commissione al Ministero!"

Lui mi guardò con quel suo sguardo da pirata.

"Li devi chiamare tutti!"
"Tutti chi?"
"I membri della commissione!"
"Ma ti pare? Chi li conosce?"
"Chiamali!"

Era tanto tempo fa. Un tempo non si veniva convocati in commissione. E l'unica alternativa per parlare del tuo film a chi lo giudicava era conoscerlo.

"Non li conosco. Figurati se li chiamo? E chi ce li ha i numeri di telefono?"
"Te li do io i numeri di telefono!"
"Di chi?"
"Di tutti!"

Prendesti un'agenda e mi desti tutti, ma dico tutti i numeri di telefono dei membri della commissione al Ministero. Mi dicesti: "Devi farlo. Devi parlare a tutti loro del tuo progetto. Loro vogliono essere chiamati. Anche se ti dicono di no, lo vogliono perché noi per loro siamo un'opportunità d'incontro. Noi per loro siamo un ponte con ciò che ammirano e amano: il cinema. Noi siamo quelli che hanno avuto il coraggio di fare il cinema!" 

Quanti ne hai tirate fuori di intuizioni, così in pochi attimi. Nel bene e nel male Tonino. Luce e ombra nello stesso contenitore. Eri così. Uno dei tanti maestri di questa vita.

Ogni volta che ti presentavo la nuova stesura, dopo neanche due ore mi chiamavi e dicevi sempre la stessa cosa: "Capolavoro!" Ricordo tutti gli attimi e i luoghi di queste tue telefonate improvvise. "Capolavoro Angelino, capolavoro!" 

Li abbiamo realizzati tutti tranne uno: quella storia dallo strano titolo: "Lontano da ogni cosa". Ce l'ho ancora sul computer l'ultima versione, nella cartella: "Zangardi". 

Zangardi... amico mio. Il nome di un personaggio di un altro film. Mi dicevi sempre: "Voglio fare l'attore in un tuo film!" Ed eri sempre il primo a voler vedere quello che avevo combinato. Dopo aver visto "Sfiorarsi" nella saletta dell'Augustus Color, mi dicesti: "Non hai fatto un film, hai creato una nuvola!" Parole che mi arrivarono dritte al cuore e così sciogliesti in un colpo, tutti i dubbi che avevo su quello che avevo perduto, il senso critico, perché quando stai troppo tempo su un progetto, le immagini si confondono e non puoi essere più obiettivo. 

Un'altra idea, Tonino. 



"Orlando's touch" Così mi dicevi sempre. 

In questa storia ci manca il tocco di Orlando. Mi prendevi in giro e mi mandavi l'idea, una prima stesura scritta con: caratteri disuguali, font diverse, azioni ridotte ai minimi termini, un caos di forma che mi faceva sbattere la testa sulla scrivania, ma il tutto condito da quella che era l'dea, ricca e così potente da non poter fare nient'altro che creare spazio, tendere pian piano all'ordine, spianare la strada alla verità. Far luce. A volte mi sentivo così con te, un riordinatore di luce, uno di quegli strani individui che entrano nelle case per dimostrare l'efficacia del nuovo Folletto e spalancano le finestre, aprono le tende e ti mostrano quanto bella è la tua casa.

Ed eccolo qui, mio caro zingaro, poeta distratto e amante dell'amore, il capolinea coincide col traguardo e il punto di partenza. Si comincia sempre dalla pagina bianca, con l'esclusione del titolo. 

Il nostro segreto e il segreto di ogni cineasta, è un'immagine su cui metterci attorno la storia. L'intuizione iniziale, quel granello su cui basare l'invenzione. Tutt'intorno c'era solo la vita e un lungo cammino da percorrere possibilmente a piedi, in compagnia di un amico. E così, per mesi ti sei allenato per quel cammino di Santiago dell'anima e hai camminato così tanto che avrai fatto tre volte il giro del mondo. Ecco cos'era questa fretta che ti portava a bruciare la strada e a percorrere ogni cammino sprezzante delle difficoltà e del vento.  La difficoltà di concludere e di mettere la parola fine. Esorcizzare la morte e sentire fino in fondo il midollo della vita. Mentre tutto sembra finito, buio in sala e sul grande schermo, appaiono già le prime immagini del tuo prossimo film. 

Colpo di scena.

Uscire in punta di piedi così. Un lupo che cammina sull'acqua. Un respiro e uno sguardo alla finestra della tua ultima stanzetta in quell'ospedale: la luna così grande nel cielo. Ricordi? 

"Andiamo..."

"Capolavoro, Tonino, capolavoro!" 

















martedì 16 gennaio 2018

BLOCCHI, STOP E ALTRE OCCASIONI

I blocchi e gli stop nei nostri piccoli e grandi obiettivi, a volte, sono solo avvisi per risolvere altri problemi che avevano preso quella via destinata a soluzioni eternamente rimandate. 

Altre volte le cose si risolvono, quando si presentano altri ostacoli sul nostro cammino. 

Vi è mai capitato? 


Cercate gli auricolari del vostro telefono e proprio non li trovate. Cercate nelle tasche delle giacche, dei giubbotti, su quegli scaffali della libreria dove ogni tanto li posavate entrando, oppure in bagno, niente da fare.  Persi. Ci rinunciate. Ne comprate altri ripetendo a voi stessi: "Ben mi sta. Così imparo a stare più attento e a non perderli." 

Poi un giorno, vi accorgete della polvere sullo schermo del vostro computer. Vi ricordate che tempo fa avevate comprato uno spray, un liquido per pulire gli occhiali. Dove sta? Aprite un cassetto della scrivania e... ecco i vecchi auricolari che cercavate un mese fa. 

Questa scoperta in realtà è la chiave di uno strumento importante che funziona su vari livelli. Ad esempio, sul piano fisico, l'esempio è questo: vi fa male sempre la pancia e avete i soliti problemi di digestione, acidità allo stomaco, dolori. È una vita che avete a che fare con questo problema che manco più vi ricordate quando è iniziato. Semplicemente, avete imparato a conviverci. Poi c'è sempre un dolore alla spalla che non vi fa dormire bene. Cambiate il materasso, ma il dolore è sempre lì. Chiedete aiuto a chi vi sta accanto: "Mi metti quella crema per il dolore? Sì quella all'arnica. Ecco bravo... ah... un po' più giù... proprio lì..."

Tutto ok, ma la sera seguente è la stessa cosa, solo chi vi sta accanto sbuffa perché è stanco di spalmare ogni sera la stessa inutile crema. Eppure, si continua così, giorno dopo giorno, crema dopo crema, per non dire compagno dopo compagno o compagna dopo compagna. 

Perché? 

La risposta è semplice. Vi siete abituati.

Il fastidio non implica necessariamente uno stop e neanche una riflessione. È più facile convivere con un fastidio, anziché prendere tempo, fermarsi e risolverlo. 

Allora vi basta stare un po' più attenti all'alimentazione, acqua calda e limone la mattina, eliminate qualche caffè. Molto meglio sì, ma il problema però, è sempre latente. Lo sapete che non è risolto. 

Poi una mattina, dopo esservi lavati il viso, ecco che sentite una fitta alla schiena. È proprio lì, dove c'è il peso della vita, tra il bacino e l'anca. Cercate di far finta di niente. Continuate come se niente fosse accaduto, ma dopo qualche ora, il dolore torna, stavolta fisso e la sera è insopportabile. La mattina seguente non potete neanche alzarvi dal letto. Vi appoggiate al muro e vi mettete in piedi. Faticosamente vi trascinate in farmacia e chiedete qualcosa per il dolore. E così proseguite la giornata, ma ogni otto ore il dolore torna più forte di prima. E allora vi decidete: chiamate qualcuno che vi ricordate aveva avuto lo stesso problema. Gli chiedete il numero di quel dottore, pratico di osteopatia posturale che lo aveva rimesso in piedi. Prendete appuntamento e andate a farvi visitare. Il medico vi spiega che avete il bacino spostato di un centimetro e mezzo. Questo perché gli organi interni, si sono riassestati dopo un incidente che avete avuto qualche anno fa. Qualche anno fa? Ma quale incidente? L'osteopata vi sorride e vi dice: "Non lo so. Qualcosa è successo per cui tutto si è riassestato in un'altra posizione." 

E allora pensate a qualcosa che avevate relegato ai ricordi da rimuovere nella vostra vita. Una sera, in macchina, a un incrocio, un'altra auto vi aveva tamponato da dietro. Avevate portato il collarino per un mese, poi tutto era tonato a posto. Può essere quello? Chissà... pian piano, cominciate ad andare a quegli appuntamenti con l'osteopata, fino a quando il dolore alla schiena scompare e un giorno, dopo aver preso il secondo caffè, vi accorgete che anche quel fastidio allo stomaco, quella sensazione di fastidio, quel dolore alla spalla, tutto è scomparso.

Due esempi semplici che all'occhio attento, potrebbero far nascere una nuova visione, magari da un'altra prospettiva. 

In realtà, bisogna pensare a un aereo che si solleva in volo. Poco alla volta, da quella distanza, la terra appare sempre più lontana e tutto diventa all'improvviso più piccolo. Da quella distanza anche gli esseri umani sono come formiche e poi, diventano addirittura invisibili. 

Quando ci affanniamo per risolvere un problema che ci sta a cuore, molto spesso, non facciamo altro che girare attorno a esso. Non lo affrontiamo realmente. Poi ci abituiamo e lo rendiamo cronico, cioè, ci adattiamo a non averlo risolto e ce lo portiamo appresso come un fardello invisibile, ma costantemente presente. 

Sul lavoro su di sé, questo è un vero e proprio stratagemma.

L'espediente da usare, in realtà è molto semplice, alzarsi come in un aereo che prende il volo e non dimenticarsi di quella striscia orizzontale che abbiamo lasciato lì, per spiccare quel salto in mezzo alle nuvole con l'obiettivo di raggiungere un'altra zona del mondo. 

E la cosa potrebbe funzionare anche all'inverso?

Certo. Perché no? Romantica teoria, più volte vista anche nel cinema.

Frammenti di stelle che cadono sulla terra che dimenticano la loro origine. 

Darsi uno scopo più alto, può portare armonicamente a distendere le energie ed essere più sereni, offrendo tempo e spazio al ricordo di ciò che si è in tutta la nostra interezza. Su ogni piano, fisico, metafisico, mentale, psicologico o spirituale, questo strumento funziona ugualmente. 

Provate per credere. 

Il ricordo è un muscolo che se non viene usato, poco alla volta tende a scomparire. Ogni muscolo però ha memoria di sé e poco alla volta, può essere allenato di nuovo. 

La soluzione di un problema, quando avverrà, non sarà più provocata da un altro incidente scatenante che potrebbe sembrare casuale. Quando l'ordine viene compromesso da uno shock, da un problema, da uno smarrimento, la forza contraria predispone immediatamente che tutto venga riportato nella norma. Agire consapevolmente, significa farlo inviando piccoli impulsi, affinché la norma venga ristabilita. Quando questi impulsi vengono a mancare, ecco che arrivano gli stop, gli impedimenti che contrastano il tendere all'automatismo che cronicizza un problema. 

In parole più semplici, il processo di riparazione del disordine su un piano o su un livello, avviene colmando le due distanze che apparentemente non si toccano e sono invisibili l'una all'altra, pur tuttavia essendo legate da un filo della stessa stoffa e chissà, forse, proprio quella stessa stoffa di cui sono fatti i sogni. Ecco perché è importante fare il punto sulla propria situazione personale, su ogni progetto lasciato in sospeso, su un desiderio ancora da realizzare, su un pensiero che pensavamo fosse proibito, su qualcosa che credevamo aver smarrito (la fede, la speranza, il coraggio, il sogno). 

Lo vedete quanto è facile? 

Basta un piccolo dolore alla schiena e naturalmente... uno bravo.