venerdì 31 agosto 2018

VISITA GUIDATA



“C’era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso e…”

Non potete saperlo ma era una canzone. 

Pensate che le canzoni servivano per allietare i momenti di altri esseri umani. Le canzoni s’incidevano sui dischi. I dischi erano cerchi rigidi costruiti in vario materiale. Questi strani oggetti, posti su apparecchiature predisposte allo scopo, venivano usati per incidere le parole e soprattutto quella che un milione di anni fa, gli uomini chiamavano musica. 

Abbiamo parlato della musica. Vi ricordate? 

La musica è l’antenata delle vibrazioni sonore attuali. 

Si pensa che i nostri antenati si deliziassero, andando in giro con delle cuffiette poste sulle orecchie. Segnate questo termine sul vostro database: orecchie! Termine usato per appendici sporgenti poste sulla testa dell’uomo preistorico. Più in là, nel corso dell’anno scolastico le studieremo quando affronteremo la materia: Evoluzione Nei Millenni Del Corpo Umano. Queste cuffiette erano agganciate a particolari aggeggi, da cui proveniva la musica. L’uomo primitivo, chiamato Homo Sapiens in virtù di quella che gli studiosi dell’epoca chiamavano intelligenza, era un essere che amava circondarsi d’apparecchi stranissimi. Venite ragazzi, usciamo da qui, ma prima vedete… ecco, quello strano cosetto rettangolare con la scritta iPhone, è stato trovato sul corpo mummificato di un abitante dell’Italia meridionale. Chi di voi si ricorda chi erano gli Italiani? Brava Yk2ww13 era proprio un popolo di cantanti. Ecco passiamo in un’altra sala. Restate uniti per favore, non disperdetevi! 
In questa sala possiamo ammirare molti di quegli esseri viventi che abitavano su questo pianeta insieme all’uomo preistorico. Come abbiamo studiato nel corso dell’anno scolastico, l’uomo preistorico era strutturato in modo da trarre il principale nutrimento per vivere sul pianeta da una cosa… chi si ricorda cos’era? Brava Yk2ww13… l’aria! Un tempo, il pianeta era pieno d’aria. Si pensa che il vecchio Homo Sapiens sia arrivato all’autodistruzione proprio per colpa dell’aria. Egli aveva dato per scontato che l’aria era un elemento naturale del pianeta e non si era preoccupato di trovare sorgenti alternative a questa risorsa fondamentale per vivere. Adesso noi camminiamo con le nostre belle mascherine innestate sul muso e con le nostre belle bombolette perché abbiamo scoperto il modo di fabbricare l’aria. Viviamo in un mondo migliore, indubbiamente.

Oggi un computer nel cervello e un chip nel braccio sono un diritto che ogni uomo ha. Generazioni di uomini si sono battuti per conquistare questo diritto che contraddistingue l’uomo da tutte le razze inferiori che vivono sulla terra. Tutti gli sforzi del progresso sono indirizzati verso il miglioramento individuale. Si è perso finalmente quel senso d’unità che caratterizzava il comportamento pigro dell’uomo preistorico e ci si è concentrati sulla forza della frammentazione, aiutando il singolo individuo a creare da sé le proprie risorse. Oggi giorno tutti quanti voi, sapete come fare per fabbricarvi la vostra riserva d’aria ogni mattina, chiuderla nelle vostre belle bombolette, avvitarle per bene allo scafandro antiradiazioni ed uscire per venire a scuola. Un tempo, i bambini erano aiutati da… chi lo sa? Da… dai… Bravissima Yk2ww13… fai rispondere anche gli altri però… giusto, dai genitori. I genitori erano quelle persone che un tempo si arrogavano ogni diritto sul bambino perché nasceva grazie al loro contributo. Un tempo, l’uomo preistorico era generato da un processo biologico. Oggi giorno noi veniamo fabbricati personalmente dalla struttura genetica che governa il pianeta e siamo il frutto del progresso tecnologico, industriale e chimico dell’uomo.

Ecco ragazzi, stiamo per entrare in questa sala dove sono proiettate continuamente delle immagini un po’ forti. Avete tutti compiuto due anni e perciò siete pronti per vedere i famosi animali: un popolo che l’uomo preistorico governava, allevava e di cui amava circondarsi per necessità fisiologica. La ragione di questa necessità derivava proprio dal secondo problema che portò l’Homo Sapiens a distruggersi. Dovete sapere che l’Homo Sapiens ricavava nutrimento proprio dalla maggior parte di questi esseri, ingerendoli, crudi o cotti. Oggi purtroppo, gli animali sono estinti e la nostra razza è l’unica ad abitare questo nostro pianeta.
Questa prima diapositiva per esempio, ritrae una bambina che abbraccia questa specie di mostro peloso… vedete? Non coprite gli occhi per favore. Dovete vedere queste immagini! La bimba pone addirittura le labbra sul muso del mostro peloso in un’antica usanza che i nostri antenati chiamavano… chi lo sa? Yk2ww13 non puoi rispondere sempre tu. Lascia digitare anche i tuoi compagni sul cervello elettronico! Comunque… è giusta la risposta: bacio! Gli antichi erano soliti unire le loro bocche per manifestare il loro affetto. Per fortuna le usanze barbare hanno lasciato il posto all’intelligenza. Oggi comunichiamo la nostra simpatia o il nostro affetto agli altri con le… vibrazioni del pensiero…  Il mostro peloso che ha in braccio e che questa bambina sta baciando, si chiama… chi lo sa? Yk2ww13, ferma con le dita d’acciaio e silenzio… non lo abbiamo ancora studiato e non potete saperlo… lo possiamo dedurre da un collarino, un reperto archeologico che risale, pensate, al 2019, ben novecentocinquantamila anni fa… su cui è stata ritrovata una scritta: Birillo!
In tal senso, l’Homo Sapiens, viveva una grandissima contraddizione che nel tempo, lo ha portato sull’orlo della follia. Il popolo dei Birilli, quegli esseri pelosi di cui abbiamo visto un esemplare con bambina, erano considerati animali da compagnia ed erano regalati ai piccoli Homo Sapiens per il loro gioco e diletto personale, ma nello stesso tempo, come vedete nella seconda diapositiva, erano anche sottoposti ad indicibili torture… ecco… guardate… a questo birillo vengono asportate le corde vocali per sottoporlo ad alcuni test sulla plastica. Quest’altro invece viene scuoiato vivo, cioè privato della sua pelliccia per farne borse, pantofole e borsette, tutti oggetti di cui i vecchi padroni del pianeta usavano come abbellimenti della propria persona. 

Adesso silenzio per favore! 

Abbiamo un filmato. L’animale che viene scuoiato è appeso ad un gancio… notate da alcuni movimenti e contrazioni, come si capisca che è vivo mentre gli viene applicata questa operazione. A tutti noi oggi giorno, questo ci sembra una barbarie, ma per comprenderne il senso, dovete capire in che condizioni vivevano i nostri predecessori su questo nostro bel pianeta. I nostri predecessori non conoscevano ancora bene la legge causa ed effetto che è l’unica legge che oggi abbiamo per costruire un buon presente. Sapete benissimo che abbiamo la necessità di far nascere nei giorni nostri un certo numero di esseri di carne, cioè di uomini che ci offrano la possibilità di estrarre il sangue… chi sa di voi a cosa serve il sangue? No… non rispondete tutti nello stesso istante che create interferenze alla mia centralina… Imparate ad alzare l’artiglio prima di cliccare sul vostro terminale… G8fra6699Dou, rispondi tu. Esattamente… è proprio così. Il sangue ci serve per nutrire il nostro organismo meccanico interno. Una giusta dieta di sangue evita ai nostri meccanismi elettronici di arrugginire prematuramente. Abbiamo bisogno di uomini da cui estrarre il sangue ed ecco perché il governo decide di far nascere ogni anno, soltanto un milione di esseri umani in sola carne e pelle. Al contrario però di quello che succedeva in passato, questi uomini, esseri viventi come noi sul pianeta, sono trattati con il giusto rispetto. Non vengono tenuti in gabbie, non vengono scuoiati vivi, non vengono maltrattati. Sono trattati come esseri sacri. Gli vengono date delle belle case, vengono nutriti bene, accuditi, educati al sacrificio e alla fine, essi stessi sono contenti di offrire il loro sangue affinché proprio tu ogni mattina e noi li ringraziamo ogni giorno… Non ti distrarre Sky32/2ASxyK… sto parlando anche con te… affinché anche tu ogni mattina, possa avere la tua bella iniezione di sangue per colazione. Avete domande? Bene… è ora di tornare in classe. Domani andremo tutti su Marte a guardare l’alba boreale e a vedere il nostro pianeta da lassù. Sapete che gli antichi pensavano che la terra fosse una sfera? Non s’erano accorti  che era piatta e che il senso della rotondità la dava soltanto la velocità con cui essa gira. Brava Yk2ww13, vedo che ti stai applicando… proprio come una moneta fatta girare vorticosamente sul terreno ti dà l’illusione della rotondità. Gli antichi erano molto limitati. Erano schiavi di ciò che essi consideravano il loro bene più prezioso: l’intelligenza che è stata la principale causa della loro autodistruzione. Sapete come chiamavano la terra i nostri antenati? Questo non lo sai neanche tu Yk2ww13

Pensate, la chiamavano: il pianeta azzurro.



giovedì 19 luglio 2018

CANIGGIA AL...

Riapro gli occhi.


Guardo i numeri luminosi della sveglia accanto al letto, sul comodino e vedo che sono le 3:01. Faccio un rapido calcolo: prima di chiudere gli occhi erano le 1:53, perciò ho dormito 68 minuti.

Ancora una volta. Ma allora è vero?


Mi sveglio sempre al sessantottesimo per andare a pisciare.

Ieri notte ero andato a dormire alle 00:17 e ho aperto gli occhi all’una e venticinque. La mia prostata è regolata sui sessantotto minuti. Coincidenze strane. 

Vado in bagno e mi siedo sulla tavoletta.

Che devo fa’ domani? Domani devo assolutamente finire la revisione della sceneggiatura e mi devo andare a fare una visitina... oggi ho perso tutta la mattina a cazzeggiare su Facebook

Perdo tempo. Quanto tempo si perde sul web. Certe volte penso che era molto meglio quando scrivevo a penna. Me ne stavo tranquillo a casa a scrivere a penna, senza distrazioni.

Un tempo si scriveva solo di cose che si conoscevano al cento per cento. Oggi la conoscenza è dietro al file di Word aperto. Mi ricordo che il mio primo libro lo scrissi andando tutte le mattine alla biblioteca di Castro Pretorio. Mi prendevo i microfilm. Firmavo in segreteria e passavo tutta la giornata a controllare i quotidiani dell’anno 1977.

Quanti anni sono passati? Da solo, nel mio piccolo loft di Via Marziale a Roma. Era piena di quadri quella casa. L’affittò mio fratello quando venne a Roma per far parte del pubblico di Indietro Tutta, la trasmissione di Arbore. Se non era per lui chissà dove sarei finito. Vivevo a Monti Tiburtini con una coppietta di amici che tutte le mattine mi chiedevano: “Ma quando te ne vai?” Me lo chiedevano gentilmente per carità. Mio fratello mi salvò con quella casa. Poi lui se ne tornò a Salerno e la casa rimase a me.
Balduina era un posto strategico. Abitavo nel palazzo, proprio di fronte al benzinaio, all’incrocio con Viale delle Medaglie d’oro, dove avevano ammazzato Walter Rossi, lo studente di Lotta Continua ucciso nel settembre del 1977, da un proiettile vagante sparato non si sa da chi, mentre partecipava a un volantinaggio antifascista.

Quella lapide la vedevo tutti i giorni uscendo di casa.


1977. 

Quell’anno José Altafini smise di giocare.



Mio padre faceva tifo dell’Inter, ma segretamente teneva al Napoli.


Me ne accorsi grazie ad Altafini. Successe che a trentaquattro anni, Altafini accettò un contratto “part-time” con la Juventus, la grande rivale. Mi accorsi che mio padre ci rimase male. In pratica, successe la stessa cosa che è capitata recentemente con Gonzalo Higuain. 

Altafini poi diventò commentatore televisivo e, ogni volta che per sbaglio, mio padre sentiva la sua voce, cambiava canale infastidito dicendo: “Maronn’ Altafini... quant’è scem’... lo chiamavano coniglio!
Ogni tanto glielo chiedevo: “Papà, ma chi è che lo chiamava coniglio ad Altafini?” Fatto! Torno a letto. Pisciatina traditrice. Poche gocce. Come al solito.

Mio padre non me lo disse. 

Non lo sapeva forse o forse lo sapeva, ma non voleva attardarsi a fornire spiegazioni. Per lui, Altafini valeva solo un cambio rapido di canale.
Devo cominciare a prendere la Serenoa. Dice che fa bene alla prostata.
La prendeva mio papà. Lui si alzava ogni ora. Io dopo sessantotto minuti vado in bagno, poi

faccio tutta una tirata tranquilla fino al mattino. Per ora è così. Speriamo regga.
Papà... se ne è andato l’anno scorso. Alla fine non si alzava neanche più. Aveva messo il catetere. Si era abituato. Veniva l’infermiere ogni venti giorni a cambiarlo e a fargli i lavaggi. La cosa che mi manca di più di papà sono le partite di calcio viste con lui alla televisione. Un tempo non era come oggi che il football viene spalmato in tutti i giorni della settimana. Una partita di Coppa dei Campioni era un evento. Le partite di Serie A si giocavano la domenica e basta. E la domenica poi si mandava in televisione una sola partita registrata di cui si sapeva già il risultato. Mio padre era un profondo conoscitore di calcio, forte scommettitore, ancora prima delle scommesse legalizzate. Mi ricordo rientrava a casa con le quote scritte a penna su un foglietto. Erano dei suoi amici che tenevano il picchetto. La specialità di papà era perdere le scommesse per un solo risultato. Era un classico. Se giocava la schedina faceva quasi sempre undici. Così perlomeno diceva lui.

Tiro lo scarico e torno verso la camera da letto. Passo dalla scrivania vicino alla finestra e getto uno sguardo al computer. La tentazione ora è troppo forte. Mi siedo e scrivo su google le parole: “Altafini, coniglio”.

Mi si apre un mondo.
Apro il primo link che è un articolo della gazzetta dello sport del 2008:


Quante volte si è sentito dire che Altafini era un coniglio? Fu una stupidata. Tutto nacque da una frase di Nicolò Carosio durante una telecronaca di una partita col Santos. 

Disse: "Altafini non si vede”. 

Mentre Viani nello spogliatoio calò l’accuso: “Abbiamo perso per colpa di Altafini che è un coniglio ”. Ma come può essere coniglio uno che ha segnato 216 gol giocando senza parastinchi?"

Altafini lo conobbi nel 1990.

Era l’anno dei Mondiali.

Mi invitarono a Tele Montecarlo, a una trasmissione che conduceva Alba Parietti che si chiamava Galagol. La trasmissione era in diretta in orario notturno. Era la sera del tre luglio 1990. Verso le 23:00, dopo l’ultimo rigore di Serena parato da Goygochea, mi avviai a piedi, da Via Marziale, verso la sede di TMC di piazza della Balduina. Per strada non volava una mosca e tranne qualche gruppetto di ragazzi con le bandiere arrotolate, non c’era anima viva. Entrai nello studio di Tele Montecarlo e la Parietti mi accolse con la faccia della morte. Era di un pallore che sembrava uscita da un racconto di Edgar Allan Poe. Mi ricordo solo che mi disse: “Sarà dura per te stasera far ridere!” In effetti, c’era aria di funerale. In studio, mi accorsi di José Altafini e immediatamente mi avvicinai a lui. Lo salutai, poi quando cominciò la trasmissione, durante la diretta, gli dissi che mio padre era un suo grande ammiratore. Non so perché glielo dissi, credo perché c’era un clima tetro in quello studio, fu una cosa più da discolo, più per far divertire mio padre che sapevo che mi stava guardando da casa.


Altafini mi chiese il nome di mio padre.
Eugenio!” risposi.
Lo salutò in diretta. 


Disse: “Eugenio, ti mando un caro saluto!”


Immaginai la faccia di mio padre e faticai a stento a trattenere una crisi di riso.
Durante la diretta, mandarono varie volte le immagini di quel gol di Caniggia. Anche oggi, quando lo rivedo, penso sempre la stessa cosa: “Zenga è uscito troppo presto. Fosse rimasto tra i pali, lo avrebbe preso. Sarebbe stata una parata difficile, ma lo avrebbe preso.”

Invece, il biondino segnò. L’Italia eliminata proprio al San Paolo, a Napoli, dove qualcuno festeggiò per Maradona.

Quella fu l’ultima volta che m’invitarono a Galagol. Probabilmente, nell’inconscio degli autori, da quel momento in poi, mi associarono alla tristezza dell’eliminazione dell’Italia da quei Mondiali.

Uscii dagli studi di Piazza della Balduina e mi avviai verso casa. Mi fermai a una cabina telefonica e chiamai mio padre: “Papà...” Stava ancora ridendo. E in quel momento, seppi che tutto era accaduto solo per questo. Caniggia aveva segnato per questo. Zenga era uscito in ritardo per questo: per far salutare mio padre da Altafini.

Le 3:20. Prima di tornare a letto però, lo devo rivedere.

Scrivo le parole: “Caniggia. Italia ‘90” e mi appare subito il video che parte. Eccolo lì. Zenga che esce troppo presto e che s’incazza pure con la difesa. Caniggia esulta e se ne va da una parte inseguito dai suo compagni di squadra, tranne che da Maradona che se ne va ad esultare da solo da un’altra parte.
Poi, per la prima volta, me ne rendo conto.
Italia Argentina 1-1. 


Schillaci al diciassettesimo e Caniggia al... sessantottesimo.





Queste righe di "Quasi un diario" sono state pubblicate nella raccolta di racconti "Gli indimenticabili"- I migliori mondiali della nostra vita, curata da Stefano Discreti. Vi lascio qui un link per chi volesse ordinare il libro.

GLI INDIMENTICABILI. I MIGLIORI MONDIALI DELLA NOSTRA VITA

domenica 17 giugno 2018

QUANDO MORÌ MASSIMO TROISI

Quando morì Massimo Troisi lo seppi da un giornalista che mi telefonò e mi chiese: "Mi può dire due cose sulla morte di Massimo Troisi?" Chiusi il telefono senza dire nulla e accesi la televisione e misi il "Televideo". 

Ve lo ricordate il televideo? Un tempo sembrava il futuro. La televisione da sfogliare. Rimasi non so quanto tempo seduto su una sedia. Qualcuno dice che il tempo è un'illusione. Forse è vero. Anche lo spazio. Non so quanto ci rimasi seduto su quella sedia. Poi, la prima cosa che feci fu quella di chiamare Enzo Decaro. Enzo lo avevo conosciuto molti anni prima d'incontrare Massimo. Lo chiamai a casa. Anche lui non lo sapeva. 

Glielo dissi io. 

Quando qualcuno ci comunica la dipartita di qualcun altro, di un proprio caro, di un amico o di qualunque altra persona legata a noi, si assume un compito delicato, fatto di sostanza e essenzialità. Resterà per sempre nel nostro intimo. La sua voce s'inchioderà in quel presente e sarà come una musica che risuonerà nel tempo, facendo sì che quel momento non potrà più finire nel grande contenitore in cui c'illudiamo di aver dimenticato. Niente si dimentica davvero. La nostra vita è come un quadro che si dipinge ogni istante da solo con l'aiuto di un pennello guidato da un artista. 

Questo l'insegnamento di quel triste e indimenticabile 4 giugno del 1994.



"Te vuless' fa fa' 'na bella cosa!"

giovedì 31 maggio 2018

MESSICO & NUVOLE

Messico & Nuvole fu un titolo che arrivò in un secondo momento… e fu il regista del primo allestimento a suggerirmelo.
Era la primavera del 1992. Mi svegliai una mattina di soprassalto con un’idea nella testa: scrivere una commedia e ambientarla tutta in un bar notturno. In quei giorni stavo leggendo un episodio di Nathan Never, un eroe della Bonelli. Il titolo era “Gli occhi di uno sconosciuto“. Aprii la prima pagina e nell’incipit lessi alcune frasi che mi colpirono.
L’intuizione era troppo evidente per non coglierla al volo. In quelle parole poste nella prima pagina del fumetto, c’era tutta la commedia che volevo scrivere. Gli sguardi, gli occhi degli sconosciuti che s’incrociano in un punto anonimo della città, i pensieri non rivelati, i segreti, le vite che continuano dopo un breve punto d’incontro, i vetri di un bar, il caffè caldo e la pioggia. Avevo trovato tutto. Dovevo solo tradurlo.
C’era un bar sulla Circonvallazione Clodia a Roma che restava aperto tutta la notte. E lì ci lavorava un barista simpatico. Non ho mai conosciuto il suo nome. Io lo chiamavo “Nuvola” perché aveva in testa un ammasso di capelli grigi e spettinati. Sembrava avesse una nuvola in testa. Diedi quel soprannome al mio personaggio principale. Nuvola aveva la parlantina che sfogava con tutti. Bastava entrare nel suo campo visivo e ti rivolgeva immediatamente la parola. A volte condiva le sue frasi con l’intercalare: “… questo è il concetto di…”
Scrissi il copione in una quindicina di giorni. Lo stampai e lo riposi in un cassetto. Lì ci rimase fino a quando Bruno Montefusco, un mio vecchio amico di Salerno che viveva a Roma come me e faceva il regista, non mi disse che avrebbe voluto fare qualcosa con me a teatro. Senza pensarci tanto, tirai fuori il copione che avevo scritto e glielo feci leggere. Bruno mi chiamò dopo qualche giorno, mi disse che il copione gli era piaciuto e gli aveva anche fatto venire un’idea. Voleva allestire lo spettacolo nel foyer di un teatro a Roma dove c’era realmente un bar. Voleva mettere in scena quel testo con la gente seduta ai tavolini. Mi sembrò un’idea fantastica.
Gli occhi degli sconosciuti debuttò a Roma nel febbraio del 1993 col titolo Messico & Nuvole. Facemmo il pienone quasi tutte le sere. Ogni tanto mi rendevo conto che la sala era talmente piena che c’erano più persone in piedi che sedute ai tavolini e sui divanetti. Come una magia, il bar Messico apriva ogni sera alle nove. Raul Bova fu l’unico, a parte il sottoscritto, a non fare il provino. Tutti gli altri furono scelti dal regista e da me che, collaborai alle selezioni. In verità, l’unico attore che volevo portare io, non fu scelto. Fui io stesso a rinunciarci dopo aver visto il provino di Marco Giallini.
Giallini interpretò Orso, il fidanzato di Rubinia e amante di suo fratello, Gabriele, interpretato da Raul. Rubinia aveva il viso e la grazia di Sandra Franzo, mentre Anna Zaneva, interpretò la bella Jessica, la fidanzatina di Mirko, il ragazzo di borgata che insieme a lei, si rifugia nel bar, in attesa che smetta di piovere; quest’ultimo, interpretato da un giovanissimo Valerio Mastandrea. Io ero il più anziano. Avevo già trent’anni e, ai tempi, ero il nome che faceva cartellone, nonché, autore del testo.
Alla prima, Marco Giallini ci regalò a tutti un portachiavi a forma di Pinocchietto e a me, regalò anche il numero due originale di Tex Willer “Due contro venti“. Valerio Mastandrea è stato per un decennio un alter-ego per le storie che scrivevo. Venne a vivere dopo qualche mese, in un appartamento di fronte al mio, sullo stesso pianerottolo e per tre anni, praticamente, vivemmo insieme. Consolidai con lui un bel sodalizio artistico e ancora oggi, sono legato a lui da un’amicizia che va al di là del rapporto professionale.
Messico & Nuvole ha avuto un’altro allestimento, con altri attori, sedici anni dopo, sempre a Roma. Fui io stesso a curare la regia. In quell’occasione, scrissi una revisione per attualizzare alcune cose, ma non toccai praticamente nulla della struttura. Feci tornare il titolo originale: “Gli occhi degli sconosciuti” e lo spettacolo si realizzò al Teatro Lo Spazio, a San Giovanni. Credo che il testo sia ancora molto attuale e anche se alcuni tabù ormai, sono caduti, lo spettacolo conserva una sua particolarità che è quella della comicità all’interno di un dramma.
Il testo è pubblicato su dramma.it e potete tranquillamente scaricarlo e leggerlo.
Vi lascio il link qui sotto.


Ai registi che volessero riportarlo in scena, solo il consiglio di lavorare sulla verità. La forza di questo testo, secondo me, è soltanto nella verità e in quelle poche righe dell’incipit del fumetto di Nathan Never.

Lei mi vede. Per un istante, i nostri occhi s’incrociano attraverso la vetrata. Poi lei si volta e s’allontana. Io torno al mio caffè e scopro che ormai è freddo. Fuori continua a piovere.

giovedì 5 aprile 2018

ROMA, BLAUGRANA E RITORNO

Quando penso tra me e me, non so perché ma i pensieri più immediati mi vengono in tonalità "romanesco".
Stasera ho visto la partita in una "bodega" catalana a Sants, un barrio di Barcellona fuori da tutte le mete turistiche. Era pieno di uomini, tifosi di mezza età, in fuga dalle loro case, dalle loro famiglie, dai loro televisori lasciati in eredità alle loro mogli, sintonizzate su altri mondi satellitari, su altri programmi. Mai stato un tifoso della Roma, ma stasera, contro i mostri dei blaugrana, mi sono sentito un tutt'uno con quella possibilità che ci fa diventare di colpo tifosi del più debole. Chissà perché... forse per i miei tanti anni passati a cerca' parcheggio, a Trastevere, Prati, San Lorenzo, forse per i miei amici più cari che sono quasi tutti romanisti o perché stasera per la prima volta ho fatto davvero tifo pe' la Rioma, perché ho pensato che... che questi signori che bevono vermuth e almendras fritas, pimientos del patron e patatas bravas, tra una caña di Estrella de barril e due o tre anchoas a poco prezzo... ho pensato che... che ne sanno loro che tifano Barça di quella che è la fede giallorossa sempre in bilico tra una bestemmia e una speranza che ti fa tornare a casa dopo un derby a cui ti sei preparato per un anno intero?
Cosa ne sanno cosa significa vincere per uno a zero, due uno, pareggiare all'ultimo secondo, cosa ne sanno del Capitano che entrava allo scadere e ribaltava il risultato... che importa se su calcio di rigore? Cosa ne sanno loro che sono abituati a vincere per quattro, cinque o sei gol di scarto?
La verità è che per noi, stranieri adottati dalla città eterna, noi che conosciamo più segreti dei romani stessi, che sappiamo di cose come quella della stradina dell'Aurelia antica, dove più ti avvicini e più il cupolone si allontana, oppure che speriamo ancora d'incontrare il Cuore di Nerone tra i mille e mille sampietrini, noi che spieghiamo senza ricordarci neanche perché la sappiamo, tutta la storia dell'orologio ad acqua del Pincio, ecco, per noi che siamo stati romani senza diritto di esserlo, per noi che la verità è bella che fatta dalle tremila buche e dai soliti lamenti che, ogni volta che torniamo, so' sempre gli stessi, la verità è che il tifo di Roma continua ad essere per noi, il posto più unico e vivo del mondo.
E questa consapevolezza che si può condividere solo con pochi, è qualcosa che assomiglia più a una condanna che una gioia. Per questo c'è un punto di vista che ci consente di provarla questa tenerezza infinita verso chi non sarà mai al posto nostro.
Ecco, l'ho detto, forse perché non c'è un altro posto dove mi senta a casa, perché poi alla fine, mi sono affezionato all'idea di tutto ciò che descrive la romanità all'interno di una distanza che man mano che passa il tempo, è sempre più sottile ed esigua o anche perché quando segna un gol, il Barcellona, i tifosi esultano quasi rassegnati alla vittoria, mentre i romanisti, quando segna la magica, scoppiano di gioia, come se si facesse largo all'improvviso, un pensiero: "Non ci credo, ma che davvero?" E allora urlano di un entusiasmo che mai t'aspetti, i vetri tremano, il cuore batte forte e poi i pianti e gli abbracci si sprecano, tutti si sentono all'improvviso fratelli, uniti in qualcosa che non si può spiegare se non vivendola e sentendola sulla pelle.
Sarà questa la vita vera?
E sarà per questo che stasera io ho tifato Roma.
Per la prima volta, lo so.
Ho tifato Roma per pietà verso questo popolo di vincenti, piccoli bambini, assuefatti alla condanna di dover sempre sollevare una coppa, vittoriosi per l'eternità, primi e ultimi dello stesso tempo, su un podio di spine e di fiori, un piedistallo di chi può dettare da sempre le regole del gioco.
Ho tifato Roma per compassione verso qualcuno che non potrà mai sapere cosa sono le favole di Roma e la visione della quotidianità che si riflette su un rettangolo di gioco nuovo, fatto di comprensione e rassegnazione al cento per cento.
Ho tifato Roma anche per voi che mai potrete entrare nella certezza di chi parte per un viaggio sapendo di avere cento possibilità contro una sola, di tornare a casa sconfitti, mandando un whatsapp agli amici: "E che te devo da di'?" Già. Proprio così. E poi... "C'è sempre il ritorno".



lunedì 5 marzo 2018

ATTIMI DI KATHERINE MANSFIELD (Prima Parte)


La vigilia di natale del 1922, una ragazza, esile, col viso stanco, a passo lento, lasciò il grande salone, dove si stava ancora svolgendo una piccola festa attorno al grande abete scintillante. 

Tra gli ospiti del castello c’erano anche nove bambini, quasi tutti russi. La ragazza li aveva aiutati a scartare i regali e aveva anche recitato per loro, improvvisando brevi scenette, imitando personaggi fantastici. Parlava in inglese ma grazie alla sua mimica li aveva fatti ridere e anche gli adulti si erano molto divertiti alle sue improvvisazioni. Stava bene con i bambini, in mezzo al fitto vociare russo, agli auguri e al calore di quella sera, ma una profonda stanchezza l’aveva assalita e aveva sentito il desiderio di tornare di nuovo in camera sua.

La ragazza perciò, si avviò sola, salendo piano le scale che portavano alla sua camera. Indossava un abito da sera viola con dei mazzolini di fiori ricamati. Durante la serata si era sforzata di restare eretta, ma in quel momento, sentiva che le forze le venivano meno e si piegò per qualche secondo, cercando di non tossire. Da quanto tempo che non completava un respiro? 
Un respiro. Nel tempo, aveva imparato ad accettare questo suo respiro fragile e malato, cercando di accontentarlo, seguendolo, aiutandolo a procedere un passo alla volta, verso un appiglio in più, proprio come un bambino che impara a fare i primi passi. In quei giorni si era accorta che il suo respiro era una vecchia musica scritta su uno spartito di carta velina, un’armonia scivolata via al risveglio di chissà quale mattina o notte del mondo. Aveva deciso di aiutarlo questo suo respiro, come un piccolo figlio ammalato, semplicemente accorgendosi di lui. Così gli aveva detto il Gran Lama del Tibet: “Ricordati di te e del tuo luminoso respiro”. Queste parole le risuonavano nella mente e le facevano compagnia nei giorni freddi nella foresta di Fontainbleau. Il suo luminoso respiro però, era nascosto in migliaia e migliaia di tanti altri mezzi respiri che, come tasti neri di un pianoforte, nascondevano il segreto della vera musica.



 Quella notte tirava un vento gelido che s’infilava in tutti gli spiragli delle finestre e sotto le porte, creando un sibilo continuo.

Il Prieuré des Basses Loges di Avon era un vecchio monastero carmelitano circondato da strane leggende: si diceva che un giorno fosse passata di lì e vi avesse sostato una notte Giovanna D’Arco.

Prima di salire le scale, la ragazza si era fermata un attimo davanti ad una delle finestre che davano sul grande parco. Non si vedeva quasi nulla, solo una fitta nebbia che avvolgeva gli alberi. Pensò alla sensazione di disagio che aveva provato nel trovarsi per la prima volta lì e a come, soltanto due mesi dopo, quel posto, pieno di contraddizioni, era diventato un luogo della sua anima, aderendo profondamente ad ogni parte di sé. Segretamente si aggrappava a quella che sentiva essere l’unica possibilità di guarigione totale. Cominciava a credere davvero che il corpo potesse guarire soltanto curando lo spirito. Era una stretta via che si apriva dinanzi a lei, a dispetto del tempo e dei giorni e delle notti ghiacciate di Avon.

Era nel posto giusto. Aveva ripreso l’abitudine di rileggere le pagine del suo diario da ragazza. 

“… in questa camera. Quasi prima d’aver finito di scrivere queste parole le leggerò da un’altra stanza, questa è la mia vita. Rifare i bagagli… potrò mai essere ancora una donna felice?... Malata di cuore… senza casa, senza un luogo dove possa appendere il cappello e dire che quello è il mio posto, perché non esiste un luogo simile in tutto l’immenso mondo…

No, non lo pensava più.

“Fermati Katie!”

Sentiva dentro di sé una voce che la invitava dolcemente a starsene tranquilla, perché desiderava talmente essere nel posto giusto che aveva iniziato tutta una serie di cose che mai avrebbe immaginato di saper fare. Aveva imparato a fare tappeti con lunghi steli di grano, a curare gli animali, a mungere una capra, aveva imparato che 2 x 2 non fa sempre quattro, ma qualche volta fa anche uno e poi, stava imparando anche il russo: una parola al giorno. Stava anche praticando alcune danze orientali, danze straordinarie che le stavano offrendo punti di vista completamente nuovi.

“… è una danza che dura sette minuti e rappresenta tutta la vita della donna, proprio tutta! Non viene omesso nulla. Mi ha insegnato sulla vita della donna più cose di qualunque libro, di qualunque poesia. In quella danza c’è posto persino per Coeur simple di Flaubert e per la principessa Marya… è prodigioso!”

Così descriveva una delle danze che si praticavano al Prieuré a Boogey, in una lettera spedita durante le prime settimane di permanenza.


Boogey era John, suo marito. Si era accorta all’improvviso, di non avere con sé, una sua foto. Per la prima volta un Natale senza Boogey dopo così tanto tempo e neanche una sua fotografia.

Il posto vibrava di una strana energia ed era esattamente come lei. Aveva trovato il suo esterno, il suo guscio e la sua casa. Avrebbe voluto condividere questo pensiero con Bogey,  ma sentiva che non sarebbe mai riuscita a descrivere la segreta felicità che provava nello stare lì, tra gente che cercava la verità con tutto il proprio cuore. Aveva il timore di scrivergli cose così banali. Domani… domani avrebbe rimediato, scrivendogli una lettera meravigliosa e invitandolo a venir lì da lei. Doveva proprio vederla così trasformata e chissà, forse questa volta, si sarebbe convinto a restare lì, con lei all’Istituto Armonico per l’Evoluzione dell’Uomo, uniti per la prima volta da uno scopo vero: vivere non più con una minuscola parte di se stessi, in preda alla vecchia esistenza meccanica, in balia di tutto…

Bloccò all’improvviso il suo turbine di pensieri: non poteva scrivergli un’altra lettera parlandogli di queste cose. Lui non riusciva a capire. “Sono tutti pazzi ipnotizzati da un pazzo”. Così le aveva detto in una delle loro litigate.

Lui, così razionale, così diverso da lei. Lui che la considerava una povera pazza, ipnotizzata da un esaltato che guida un branco d’esaltati.

Allora pensò che forse, per attirarlo lì, sarebbe semplicemente bastato chiedergli di venire. Ci sarebbe stata a breve l’inaugurazione del teatro nuovo del Prieuré. Doveva semplicemente invitarlo. Una lettera… domani o tra qualche giorno, forse, un’altra lettera in cui gli avrebbe scritto:

Amore mio, no… non sono affatto ipnotizzata. Qui ho davvero l’impressione che vi siano persone capaci di vedere assai più lontano di ogni altro essere che ho conosciuto. Appartengono a un’altra dimensione…

Lo pensava davvero? Era davvero così?

E lei… lei, dove riusciva a vedere questa volta? La sua era soltanto l’ultima disperata speranza di una povera malata di tubercolosi o era la sensazione e la percezione profonda che quella era davvero l’unica occasione possibile di guarigione totale?

Quante speranze erano crollate fino ad ora.

Pensò a un anno prima, ai raggi X del dottor Manoukhin a Parigi. Manoukhin le aveva assicurato una guarigione al cento per cento. Katie aveva subito scritto a John, riferendogli questa notizia e lui le aveva telegrafato di cominciare subito le sedute. Colma di gratitudine, gli aveva risposto, inviandogli da Parigi, dalla sua cameretta del Victoria Palace Hotel, una lettera raggiante, in cui si vedeva già guarita e in vacanza, la prossima estate con lui in Inghilterra. Segretamente però, aveva paura che tutto fosse inutile. Aveva paura che Manoukhin fosse un impostore, un ciarlatano e nei suoi diari si abbandonava a immagini crudeli in cui si vedeva ricolma di una pena infinita.

“Come un giunco galleggiando nella corrente va e viene, schiavo della variabile marea fino a corrompersi per il suo stesso moto”.

(Continua)