domenica 17 giugno 2018

QUANDO MORÌ MASSIMO TROISI

Quando morì Massimo Troisi lo seppi da un giornalista che mi telefonò e mi chiese: "Mi può dire due cose sulla morte di Massimo Troisi?" Chiusi il telefono senza dire nulla e accesi la televisione e misi il "Televideo". 

Ve lo ricordate il televideo? Un tempo sembrava il futuro. La televisione da sfogliare. Rimasi non so quanto tempo seduto su una sedia. Qualcuno dice che il tempo è un'illusione. Forse è vero. Anche lo spazio. Non so quanto ci rimasi seduto su quella sedia. Poi, la prima cosa che feci fu quella di chiamare Enzo Decaro. Enzo lo avevo conosciuto molti anni prima d'incontrare Massimo. Lo chiamai a casa. Anche lui non lo sapeva. 

Glielo dissi io. 

Quando qualcuno ci comunica la dipartita di qualcun altro, di un proprio caro, di un amico o di qualunque altra persona legata a noi, si assume un compito delicato, fatto di sostanza e essenzialità. Resterà per sempre nel nostro intimo. La sua voce s'inchioderà in quel presente e sarà come una musica che risuonerà nel tempo, facendo sì che quel momento non potrà più finire nel grande contenitore in cui c'illudiamo di aver dimenticato. Niente si dimentica davvero. La nostra vita è come un quadro che si dipinge ogni istante da solo con l'aiuto di un pennello guidato da un artista. 

Questo l'insegnamento di quel triste e indimenticabile 4 giugno del 1994.



"Te vuless' fa fa' 'na bella cosa!"

giovedì 31 maggio 2018

Messico & Nuvole

Messico & Nuvole fu un titolo che arrivò in un secondo momento… e fu il regista del primo allestimento a suggerirmelo.
Era la primavera del 1992. Mi svegliai una mattina di soprassalto con un’idea nella testa: scrivere una commedia e ambientarla tutta in un bar notturno. In quei giorni stavo leggendo un episodio di Nathan Never, un eroe della Bonelli. Il titolo era “Gli occhi di uno sconosciuto“. Aprii la prima pagina e nell’incipit lessi alcune frasi che mi colpirono.
L’intuizione era troppo evidente per non coglierla al volo. In quelle parole poste nella prima pagina del fumetto, c’era tutta la commedia che volevo scrivere. Gli sguardi, gli occhi degli sconosciuti che s’incrociano in un punto anonimo della città, i pensieri non rivelati, i segreti, le vite che continuano dopo un breve punto d’incontro, i vetri di un bar, il caffè caldo e la pioggia. Avevo trovato tutto. Dovevo solo tradurlo.
C’era un bar sulla Circonvallazione Clodia a Roma che restava aperto tutta la notte. E lì ci lavorava un barista simpatico. Non ho mai conosciuto il suo nome. Io lo chiamavo “Nuvola” perché aveva in testa un ammasso di capelli grigi e spettinati. Sembrava avesse una nuvola in testa. Diedi quel soprannome al mio personaggio principale. Nuvola aveva la parlantina che sfogava con tutti. Bastava entrare nel suo campo visivo e ti rivolgeva immediatamente la parola. A volte condiva le sue frasi con l’intercalare: “… questo è il concetto di…”
Scrissi il copione in una quindicina di giorni. Lo stampai e lo riposi in un cassetto. Lì ci rimase fino a quando Bruno Montefusco, un mio vecchio amico di Salerno che viveva a Roma come me e faceva il regista, non mi disse che avrebbe voluto fare qualcosa con me a teatro. Senza pensarci tanto, tirai fuori il copione che avevo scritto e glielo feci leggere. Bruno mi chiamò dopo qualche giorno, mi disse che il copione gli era piaciuto e gli aveva anche fatto venire un’idea. Voleva allestire lo spettacolo nel foyer di un teatro a Roma dove c’era realmente un bar. Voleva mettere in scena quel testo con la gente seduta ai tavolini. Mi sembrò un’idea fantastica.
Gli occhi degli sconosciuti debuttò a Roma nel febbraio del 1993 col titolo Messico & Nuvole. Facemmo il pienone quasi tutte le sere. Ogni tanto mi rendevo conto che la sala era talmente piena che c’erano più persone in piedi che sedute ai tavolini e sui divanetti. Come una magia, il bar Messico apriva ogni sera alle nove. Raul Bova fu l’unico, a parte il sottoscritto, a non fare il provino. Tutti gli altri furono scelti dal regista e da me che, collaborai alle selezioni. In verità, l’unico attore che volevo portare io, non fu scelto. Fui io stesso a rinunciarci dopo aver visto il provino di Marco Giallini.
Giallini interpretò Orso, il fidanzato di Rubinia e amante di suo fratello, Gabriele, interpretato da Raul. Rubinia aveva il viso e la grazia di Sandra Franzo, mentre Anna Zaneva, interpretò la bella Jessica, la fidanzatina di Mirko, il ragazzo di borgata che insieme a lei, si rifugia nel bar, in attesa che smetta di piovere; quest’ultimo, interpretato da un giovanissimo Valerio Mastandrea. Io ero il più anziano. Avevo già trent’anni e, ai tempi, ero il nome che faceva cartellone, nonché, autore del testo.
Alla prima, Marco Giallini ci regalò a tutti un portachiavi a forma di Pinocchietto e a me, regalò anche il numero due originale di Tex Willer “Due contro venti“. Valerio Mastandrea è stato per un decennio un alter-ego per le storie che scrivevo. Venne a vivere dopo qualche mese, in un appartamento di fronte al mio, sullo stesso pianerottolo e per tre anni, praticamente, vivemmo insieme. Consolidai con lui un bel sodalizio artistico e ancora oggi, sono legato a lui da un’amicizia che va al di là del rapporto professionale.
Messico & Nuvole ha avuto un’altro allestimento, con altri attori, sedici anni dopo, sempre a Roma. Fui io stesso a curare la regia. In quell’occasione, scrissi una revisione per attualizzare alcune cose, ma non toccai praticamente nulla della struttura. Feci tornare il titolo originale: “Gli occhi degli sconosciuti” e lo spettacolo si realizzò al Teatro Lo Spazio, a San Giovanni. Credo che il testo sia ancora molto attuale e anche se alcuni tabù ormai, sono caduti, lo spettacolo conserva una sua particolarità che è quella della comicità all’interno di un dramma.
Il testo è pubblicato su dramma.it e potete tranquillamente scaricarlo e leggerlo.
Vi lascio il link qui sotto.


Ai registi che volessero riportarlo in scena, solo il consiglio di lavorare sulla verità. La forza di questo testo, secondo me, è soltanto nella verità e in quelle poche righe dell’incipit del fumetto di Nathan Never.

Lei mi vede. Per un istante, i nostri occhi s’incrociano attraverso la vetrata. Poi lei si volta e s’allontana. Io torno al mio caffè e scopro che ormai è freddo. Fuori continua a piovere.

giovedì 5 aprile 2018

ROMA, BLAUGRANA E RITORNO

Quando penso tra me e me, non so perché ma i pensieri più immediati mi vengono in tonalità "romanesco".
Stasera ho visto la partita in una "bodega" catalana a Sants, un barrio di Barcellona fuori da tutte le mete turistiche. Era pieno di uomini, tifosi di mezza età, in fuga dalle loro case, dalle loro famiglie, dai loro televisori lasciati in eredità alle loro mogli, sintonizzate su altri mondi satellitari, su altri programmi. Mai stato un tifoso della Roma, ma stasera, contro i mostri dei blaugrana, mi sono sentito un tutt'uno con quella possibilità che ci fa diventare di colpo tifosi del più debole. Chissà perché... forse per i miei tanti anni passati a cerca' parcheggio, a Trastevere, Prati, San Lorenzo, forse per i miei amici più cari che sono quasi tutti romanisti o perché stasera per la prima volta ho fatto davvero tifo pe' la Rioma, perché ho pensato che... che questi signori che bevono vermuth e almendras fritas, pimientos del patron e patatas bravas, tra una caña di Estrella de barril e due o tre anchoas a poco prezzo... ho pensato che... che ne sanno loro che tifano Barça di quella che è la fede giallorossa sempre in bilico tra una bestemmia e una speranza che ti fa tornare a casa dopo un derby a cui ti sei preparato per un anno intero?
Cosa ne sanno cosa significa vincere per uno a zero, due uno, pareggiare all'ultimo secondo, cosa ne sanno del Capitano che entrava allo scadere e ribaltava il risultato... che importa se su calcio di rigore? Cosa ne sanno loro che sono abituati a vincere per quattro, cinque o sei gol di scarto?
La verità è che per noi, stranieri adottati dalla città eterna, noi che conosciamo più segreti dei romani stessi, che sappiamo di cose come quella della stradina dell'Aurelia antica, dove più ti avvicini e più il cupolone si allontana, oppure che speriamo ancora d'incontrare il Cuore di Nerone tra i mille e mille sampietrini, noi che spieghiamo senza ricordarci neanche perché la sappiamo, tutta la storia dell'orologio ad acqua del Pincio, ecco, per noi che siamo stati romani senza diritto di esserlo, per noi che la verità è bella che fatta dalle tremila buche e dai soliti lamenti che, ogni volta che torniamo, so' sempre gli stessi, la verità è che il tifo di Roma continua ad essere per noi, il posto più unico e vivo del mondo.
E questa consapevolezza che si può condividere solo con pochi, è qualcosa che assomiglia più a una condanna che una gioia. Per questo c'è un punto di vista che ci consente di provarla questa tenerezza infinita verso chi non sarà mai al posto nostro.
Ecco, l'ho detto, forse perché non c'è un altro posto dove mi senta a casa, perché poi alla fine, mi sono affezionato all'idea di tutto ciò che descrive la romanità all'interno di una distanza che man mano che passa il tempo, è sempre più sottile ed esigua o anche perché quando segna un gol, il Barcellona, i tifosi esultano quasi rassegnati alla vittoria, mentre i romanisti, quando segna la magica, scoppiano di gioia, come se si facesse largo all'improvviso, un pensiero: "Non ci credo, ma che davvero?" E allora urlano di un entusiasmo che mai t'aspetti, i vetri tremano, il cuore batte forte e poi i pianti e gli abbracci si sprecano, tutti si sentono all'improvviso fratelli, uniti in qualcosa che non si può spiegare se non vivendola e sentendola sulla pelle.
Sarà questa la vita vera?
E sarà per questo che stasera io ho tifato Roma.
Per la prima volta, lo so.
Ho tifato Roma per pietà verso questo popolo di vincenti, piccoli bambini, assuefatti alla condanna di dover sempre sollevare una coppa, vittoriosi per l'eternità, primi e ultimi dello stesso tempo, su un podio di spine e di fiori, un piedistallo di chi può dettare da sempre le regole del gioco.
Ho tifato Roma per compassione verso qualcuno che non potrà mai sapere cosa sono le favole di Roma e la visione della quotidianità che si riflette su un rettangolo di gioco nuovo, fatto di comprensione e rassegnazione al cento per cento.
Ho tifato Roma anche per voi che mai potrete entrare nella certezza di chi parte per un viaggio sapendo di avere cento possibilità contro una sola, di tornare a casa sconfitti, mandando un whatsapp agli amici: "E che te devo da di'?" Già. Proprio così. E poi... "C'è sempre il ritorno".



lunedì 5 marzo 2018

ATTIMI DI KATHERINE MANSFIELD (Prima Parte)


La vigilia di natale del 1922, una ragazza, esile, col viso stanco, a passo lento, lasciò il grande salone, dove si stava ancora svolgendo una piccola festa attorno al grande abete scintillante. 

Tra gli ospiti del castello c’erano anche nove bambini, quasi tutti russi. La ragazza li aveva aiutati a scartare i regali e aveva anche recitato per loro, improvvisando brevi scenette, imitando personaggi fantastici. Parlava in inglese ma grazie alla sua mimica li aveva fatti ridere e anche gli adulti si erano molto divertiti alle sue improvvisazioni. Stava bene con i bambini, in mezzo al fitto vociare russo, agli auguri e al calore di quella sera, ma una profonda stanchezza l’aveva assalita e aveva sentito il desiderio di tornare di nuovo in camera sua.

La ragazza perciò, si avviò sola, salendo piano le scale che portavano alla sua camera. Indossava un abito da sera viola con dei mazzolini di fiori ricamati. Durante la serata si era sforzata di restare eretta, ma in quel momento, sentiva che le forze le venivano meno e si piegò per qualche secondo, cercando di non tossire. Da quanto tempo che non completava un respiro? 
Un respiro. Nel tempo, aveva imparato ad accettare questo suo respiro fragile e malato, cercando di accontentarlo, seguendolo, aiutandolo a procedere un passo alla volta, verso un appiglio in più, proprio come un bambino che impara a fare i primi passi. In quei giorni si era accorta che il suo respiro era una vecchia musica scritta su uno spartito di carta velina, un’armonia scivolata via al risveglio di chissà quale mattina o notte del mondo. Aveva deciso di aiutarlo questo suo respiro, come un piccolo figlio ammalato, semplicemente accorgendosi di lui. Così gli aveva detto il Gran Lama del Tibet: “Ricordati di te e del tuo luminoso respiro”. Queste parole le risuonavano nella mente e le facevano compagnia nei giorni freddi nella foresta di Fontainbleau. Il suo luminoso respiro però, era nascosto in migliaia e migliaia di tanti altri mezzi respiri che, come tasti neri di un pianoforte, nascondevano il segreto della vera musica.



 Quella notte tirava un vento gelido che s’infilava in tutti gli spiragli delle finestre e sotto le porte, creando un sibilo continuo.

Il Prieuré des Basses Loges di Avon era un vecchio monastero carmelitano circondato da strane leggende: si diceva che un giorno fosse passata di lì e vi avesse sostato una notte Giovanna D’Arco.

Prima di salire le scale, la ragazza si era fermata un attimo davanti ad una delle finestre che davano sul grande parco. Non si vedeva quasi nulla, solo una fitta nebbia che avvolgeva gli alberi. Pensò alla sensazione di disagio che aveva provato nel trovarsi per la prima volta lì e a come, soltanto due mesi dopo, quel posto, pieno di contraddizioni, era diventato un luogo della sua anima, aderendo profondamente ad ogni parte di sé. Segretamente si aggrappava a quella che sentiva essere l’unica possibilità di guarigione totale. Cominciava a credere davvero che il corpo potesse guarire soltanto curando lo spirito. Era una stretta via che si apriva dinanzi a lei, a dispetto del tempo e dei giorni e delle notti ghiacciate di Avon.

Era nel posto giusto. Aveva ripreso l’abitudine di rileggere le pagine del suo diario da ragazza. 

“… in questa camera. Quasi prima d’aver finito di scrivere queste parole le leggerò da un’altra stanza, questa è la mia vita. Rifare i bagagli… potrò mai essere ancora una donna felice?... Malata di cuore… senza casa, senza un luogo dove possa appendere il cappello e dire che quello è il mio posto, perché non esiste un luogo simile in tutto l’immenso mondo…

No, non lo pensava più.

“Fermati Katie!”

Sentiva dentro di sé una voce che la invitava dolcemente a starsene tranquilla, perché desiderava talmente essere nel posto giusto che aveva iniziato tutta una serie di cose che mai avrebbe immaginato di saper fare. Aveva imparato a fare tappeti con lunghi steli di grano, a curare gli animali, a mungere una capra, aveva imparato che 2 x 2 non fa sempre quattro, ma qualche volta fa anche uno e poi, stava imparando anche il russo: una parola al giorno. Stava anche praticando alcune danze orientali, danze straordinarie che le stavano offrendo punti di vista completamente nuovi.

“… è una danza che dura sette minuti e rappresenta tutta la vita della donna, proprio tutta! Non viene omesso nulla. Mi ha insegnato sulla vita della donna più cose di qualunque libro, di qualunque poesia. In quella danza c’è posto persino per Coeur simple di Flaubert e per la principessa Marya… è prodigioso!”

Così descriveva una delle danze che si praticavano al Prieuré a Boogey, in una lettera spedita durante le prime settimane di permanenza.


Boogey era John, suo marito. Si era accorta all’improvviso, di non avere con sé, una sua foto. Per la prima volta un Natale senza Boogey dopo così tanto tempo e neanche una sua fotografia.

Il posto vibrava di una strana energia ed era esattamente come lei. Aveva trovato il suo esterno, il suo guscio e la sua casa. Avrebbe voluto condividere questo pensiero con Bogey,  ma sentiva che non sarebbe mai riuscita a descrivere la segreta felicità che provava nello stare lì, tra gente che cercava la verità con tutto il proprio cuore. Aveva il timore di scrivergli cose così banali. Domani… domani avrebbe rimediato, scrivendogli una lettera meravigliosa e invitandolo a venir lì da lei. Doveva proprio vederla così trasformata e chissà, forse questa volta, si sarebbe convinto a restare lì, con lei all’Istituto Armonico per l’Evoluzione dell’Uomo, uniti per la prima volta da uno scopo vero: vivere non più con una minuscola parte di se stessi, in preda alla vecchia esistenza meccanica, in balia di tutto…

Bloccò all’improvviso il suo turbine di pensieri: non poteva scrivergli un’altra lettera parlandogli di queste cose. Lui non riusciva a capire. “Sono tutti pazzi ipnotizzati da un pazzo”. Così le aveva detto in una delle loro litigate.

Lui, così razionale, così diverso da lei. Lui che la considerava una povera pazza, ipnotizzata da un esaltato che guida un branco d’esaltati.

Allora pensò che forse, per attirarlo lì, sarebbe semplicemente bastato chiedergli di venire. Ci sarebbe stata a breve l’inaugurazione del teatro nuovo del Prieuré. Doveva semplicemente invitarlo. Una lettera… domani o tra qualche giorno, forse, un’altra lettera in cui gli avrebbe scritto:

Amore mio, no… non sono affatto ipnotizzata. Qui ho davvero l’impressione che vi siano persone capaci di vedere assai più lontano di ogni altro essere che ho conosciuto. Appartengono a un’altra dimensione…

Lo pensava davvero? Era davvero così?

E lei… lei, dove riusciva a vedere questa volta? La sua era soltanto l’ultima disperata speranza di una povera malata di tubercolosi o era la sensazione e la percezione profonda che quella era davvero l’unica occasione possibile di guarigione totale?

Quante speranze erano crollate fino ad ora.

Pensò a un anno prima, ai raggi X del dottor Manoukhin a Parigi. Manoukhin le aveva assicurato una guarigione al cento per cento. Katie aveva subito scritto a John, riferendogli questa notizia e lui le aveva telegrafato di cominciare subito le sedute. Colma di gratitudine, gli aveva risposto, inviandogli da Parigi, dalla sua cameretta del Victoria Palace Hotel, una lettera raggiante, in cui si vedeva già guarita e in vacanza, la prossima estate con lui in Inghilterra. Segretamente però, aveva paura che tutto fosse inutile. Aveva paura che Manoukhin fosse un impostore, un ciarlatano e nei suoi diari si abbandonava a immagini crudeli in cui si vedeva ricolma di una pena infinita.

“Come un giunco galleggiando nella corrente va e viene, schiavo della variabile marea fino a corrompersi per il suo stesso moto”.

(Continua)


giovedì 22 febbraio 2018

ZANGARDI: L'ANIMA ZINGARA

"Eccolo!"

Caro Tonino. Chi lo avrebbe mai detto?  

"Eccolo!" 

Voleva dire che lo sapevi che sarei spuntato sulla soglia di quella stanzetta, la 220 di un reparto strano d'ospedale, fatto ad alveare, di una periferia così vera e cinematografica. Ti sarebbe piaciuto raccontarla questa tua storia, lo so, col solito finale sospeso, forse, mai un lieto fine dichiarato. Il lieto fine non ti apparteneva. Non hai mai amato la parola fine, come se i titoli di coda di un film nascondessero un altro viaggio, un'altra dimensione nel tempo o fuori dal tempo.

Partire da un'immagine per poi raccontare un incipit, metterci attorno immagini e personaggi passionali, oscuri e misteriosi, quelli col fuoco dentro, un fuoco che neanche l'acqua poteva spegnere.

Non era così?

Eppure, ci piacevano i finali sospesi. La pioggia di Sandrine, oppure Giuliana e Leonardo persi nei campi di grano. Un'altalena su una spiaggia. Un uomo e una donna che si abbracciano appassionatamente. Erano solo sogni condivisi per arrivare al cuore, sentirlo sussultare in gola, appoggiare la schiena a un sostegno solido per lo spazio di una pausa di un'ora e mezza, mentre il tempo scorre a ventiquattro fotogrammi al secondo.

"Lui è Angelino, uno dei miei più cari amici!"

E poi mi hai chiesto: "Sono dimagrito molto?"

Ti ho risposto di no, però quando sono entrato ho pensato: "Madonna quanto sei dimagrito Tonino!" Tu mi hai guardato in faccia e hai capito che avevo mentito. Ti sei messo a ridere e mi hai detto: "Quando Angelo dice una cazzata lo scopro immediatamente!" 

Poi hai cominciato a parlarmi dei progetti in cui coinvolgermi. Sempre così. La scuola di Mantova, un altro film da fare, altri produttori da presentarmi: "Questi vogliono fare un film con me, sono due ragazzi che... dobbiamo andarci con un'idea però..."  e poi un fiume di ricordi. 

Ti conobbi come il regista di Allullo Drom. Titolo criptico, sottotitolo: L'Anima Zingara. Poi immediatamente cominciammo a frequentarci. Mi dicevi sempre: "Tu pare che niente fai, poi all'improvviso te ne esci con un capolavoro!" 

Una delle tue frasi preferite era: "Che fai stasera?"

E io mai avevo il coraggio di dirti: "Niente!"

Avevi sempre qualcosa da propormi, qualcosa da fare, un posto dove andare. I pranzi e i caffè al sole d'estate, d'inverno, con la pioggia, col freddo, sempre fuori perché non riuscivi a staccarti da quella sigaretta e dal telefonino che squillava in continuazione. Una sera, non potrò mai dimenticarlo, a Trastevere, t'incontrai e ti dissi: "Prossima settimana passa il mio film in commissione al Ministero!"

Mi guardasti col tuo solito sguardo da pirata.

"Li devi chiamare tutti!"
"Tutti chi?"
"I membri della commissione!"
"Ma ti pare? Chi li conosce?"
"Chiamali!"

Era tanto tempo fa. Un tempo non si veniva convocati in commissione. E l'unica alternativa per parlare del tuo film a chi lo giudicava era conoscerlo.

"Non li conosco. Figurati se li chiamo? E chi ce li ha i numeri di telefono?"
"Te li do io i numeri di telefono!"
"Di chi?"
"Di tutti!"

Prendesti un'agenda e mi desti tutti, ma dico tutti, i numeri di telefono dei membri della commissione al Ministero. Mi dicesti: "Devi farlo. Devi parlare a tutti loro del tuo progetto. Loro vogliono essere chiamati. Anche se ti dicono di no, lo vogliono perché noi per loro siamo un'opportunità d'incontro. Noi per loro siamo un ponte con ciò che ammirano e amano: il cinema. Noi siamo quelli che hanno avuto il coraggio di fare il cinema!" 

Quanti ne hai tirate fuori di intuizioni, così in pochi attimi. Nel bene e nel male Tonino. Luce e ombra nello stesso contenitore. Eri così. Uno dei tanti maestri di questa vita.

Ogni volta che ti presentavo la nuova stesura, dopo neanche due ore mi chiamavi e dicevi sempre la stessa cosa: "Capolavoro!" Ricordo tutti gli attimi e i luoghi di queste tue telefonate improvvise. "Capolavoro Angelino, capolavoro!" 

Li abbiamo realizzati tutti tranne uno: quella storia dallo strano titolo: "Lontano da ogni cosa". Ce l'ho ancora sul computer l'ultima versione, nella cartella "Zangardi". 

Zangardi... amico mio. Il nome di un personaggio di un altro film. Mi dicevi sempre: "Voglio fare l'attore in un tuo film!" Ed eri sempre il primo a voler vedere quello che avevo combinato. Dopo aver visto "Sfiorarsi" nella saletta dell'Augustus Color, mi dicesti: "Non hai fatto un film, hai creato una nuvola!" Parole che mi arrivarono dritte al cuore e così sciogliesti in un colpo, tutti i dubbi che avevo su quello che avevo perduto, il senso critico, perché quando stai troppo tempo su un progetto, le immagini si confondono e non puoi essere più obiettivo. 

Un'altra idea, Tonino. 



"Orlando's touch" Così mi dicevi sempre. 

In questa storia ci manca il tocco di Orlando. Mi prendevi in giro e mi mandavi l'idea, una prima stesura scritta con: caratteri disuguali, font diverse, azioni ridotte ai minimi termini, un caos di forma che mi faceva sbattere la testa sulla scrivania, ma il tutto condito da quella che era l'dea, ricca e così potente da non poter fare nient'altro che creare spazio, tendere pian piano all'ordine, spianare la strada alla verità. Far luce. A volte mi sentivo così con te, un riordinatore di luce, uno di quegli strani individui che entrano nelle case per dimostrare l'efficacia del nuovo Folletto e spalancano le finestre, aprono le tende e ti mostrano quanto bella è la tua casa.

Ed eccolo qui, mio caro zingaro, poeta distratto e amante dell'amore, il capolinea coincide col traguardo e il punto di partenza. Si comincia sempre dalla pagina bianca, con l'esclusione del titolo. 

Il nostro segreto e il segreto di ogni cineasta: un'immagine su cui metterci attorno la storia. L'intuizione iniziale, quel granello su cui basare l'invenzione. Tutt'intorno c'era solo la vita e un lungo cammino da percorrere possibilmente a piedi, in compagnia di un amico. E così, per mesi ti sei allenato per quel cammino di Santiago dell'anima e hai camminato così tanto che avrai fatto tre volte il giro del mondo. Ecco cos'era questa fretta che ti portava a bruciare la strada e a percorrere ogni cammino sprezzante delle difficoltà e del vento.  La difficoltà di concludere e di mettere la parola fine. Esorcizzare la morte e sentire fino in fondo il midollo della vita. Mentre tutto sembra finito, buio in sala e sul grande schermo, appaiono già le prime immagini del tuo prossimo film.

Colpo di scena.

Uscire in punta di piedi così. Un lupo che cammina sull'acqua. Un respiro e uno sguardo alla finestra della tua ultima stanzetta in quell'ospedale: la luna così grande nel cielo. Ricordi?

"Andiamo"

"Capolavoro, Tonino, capolavoro!" 

















martedì 16 gennaio 2018

BLOCCHI, STOP E ALTRE OCCASIONI

I blocchi e gli stop nei nostri piccoli e grandi obiettivi, a volte, sono solo avvisi per risolvere altri problemi che avevano preso quella via destinata a soluzioni eternamente rimandate. 

Altre volte le cose si risolvono, quando si presentano altri ostacoli sul nostro cammino. 

Vi è mai capitato? 


Cercate gli auricolari del vostro telefono e proprio non li trovate. Cercate nelle tasche delle giacche, dei giubbotti, su quegli scaffali della libreria dove ogni tanto li posavate entrando, oppure in bagno, niente da fare.  Persi. Ci rinunciate. Ne comprate altri ripetendo a voi stessi: "Ben mi sta. Così imparo a stare più attento e a non perderli." 

Poi un giorno, vi accorgete della polvere sullo schermo del vostro computer. Vi ricordate che tempo fa avevate comprato uno spray, un liquido per pulire gli occhiali. Dove sta? Aprite un cassetto della scrivania e... ecco i vecchi auricolari che cercavate un mese fa. 

Questa scoperta in realtà è la chiave di uno strumento importante che funziona su vari livelli. Ad esempio, sul piano fisico, l'esempio è questo: vi fa male sempre la pancia e avete i soliti problemi di digestione, acidità allo stomaco, dolori. È una vita che avete a che fare con questo problema che manco più vi ricordate quando è iniziato. Semplicemente, avete imparato a conviverci. Poi c'è sempre un dolore alla spalla che non vi fa dormire bene. Cambiate il materasso, ma il dolore è sempre lì. Chiedete aiuto a chi vi sta accanto: "Mi metti quella crema per il dolore? Sì quella all'arnica. Ecco bravo... ah... un po' più giù... proprio lì..."

Tutto ok, ma la sera seguente è la stessa cosa, solo chi vi sta accanto sbuffa perché è stanco di spalmare ogni sera la stessa inutile crema. Eppure, si continua così, giorno dopo giorno, crema dopo crema, per non dire compagno dopo compagno o compagna dopo compagna. 

Perché? 

La risposta è semplice. Vi siete abituati.

Il fastidio non implica necessariamente uno stop e neanche una riflessione. È più facile convivere con un fastidio, anziché prendere tempo, fermarsi e risolverlo. 

Allora vi basta stare un po' più attenti all'alimentazione, acqua calda e limone la mattina, eliminate qualche caffè. Molto meglio sì, ma il problema però, è sempre latente. Lo sapete che non è risolto. 

Poi una mattina, dopo esservi lavati il viso, ecco che sentite una fitta alla schiena. È proprio lì, dove c'è il peso della vita, tra il bacino e l'anca. Cercate di far finta di niente. Continuate come se niente fosse accaduto, ma dopo qualche ora, il dolore torna, stavolta fisso e la sera è insopportabile. La mattina seguente non potete neanche alzarvi dal letto. Vi appoggiate al muro e vi mettete in piedi. Faticosamente vi trascinate in farmacia e chiedete qualcosa per il dolore. E così proseguite la giornata, ma ogni otto ore il dolore torna più forte di prima. E allora vi decidete: chiamate qualcuno che vi ricordate aveva avuto lo stesso problema. Gli chiedete il numero di quel dottore, pratico di osteopatia posturale che lo aveva rimesso in piedi. Prendete appuntamento e andate a farvi visitare. Il medico vi spiega che avete il bacino spostato di un centimetro e mezzo. Questo perché gli organi interni, si sono riassestati dopo un incidente che avete avuto qualche anno fa. Qualche anno fa? Ma quale incidente? L'osteopata vi sorride e vi dice: "Non lo so. Qualcosa è successo per cui tutto si è riassestato in un'altra posizione." 

E allora pensate a qualcosa che avevate relegato ai ricordi da rimuovere nella vostra vita. Una sera, in macchina, a un incrocio, un'altra auto vi aveva tamponato da dietro. Avevate portato il collarino per un mese, poi tutto era tonato a posto. Può essere quello? Chissà... pian piano, cominciate ad andare a quegli appuntamenti con l'osteopata, fino a quando il dolore alla schiena scompare e un giorno, dopo aver preso il secondo caffè, vi accorgete che anche quel fastidio allo stomaco, quella sensazione di fastidio, quel dolore alla spalla, tutto è scomparso.

Due esempi semplici che all'occhio attento, potrebbero far nascere una nuova visione, magari da un'altra prospettiva. 

In realtà, bisogna pensare a un aereo che si solleva in volo. Poco alla volta, da quella distanza, la terra appare sempre più lontana e tutto diventa all'improvviso più piccolo. Da quella distanza anche gli esseri umani sono come formiche e poi, diventano addirittura invisibili. 

Quando ci affanniamo per risolvere un problema che ci sta a cuore, molto spesso, non facciamo altro che girare attorno a esso. Non lo affrontiamo realmente. Poi ci abituiamo e lo rendiamo cronico, cioè, ci adattiamo a non averlo risolto e ce lo portiamo appresso come un fardello invisibile, ma costantemente presente. 

Sul lavoro su di sé, questo è un vero e proprio stratagemma.

L'espediente da usare, in realtà è molto semplice, alzarsi come in un aereo che prende il volo e non dimenticarsi di quella striscia orizzontale che abbiamo lasciato lì, per spiccare quel salto in mezzo alle nuvole con l'obiettivo di raggiungere un'altra zona del mondo. 

E la cosa potrebbe funzionare anche all'inverso?

Certo. Perché no? Romantica teoria, più volte vista anche nel cinema.

Frammenti di stelle che cadono sulla terra che dimenticano la loro origine. 

Darsi uno scopo più alto, può portare armonicamente a distendere le energie ed essere più sereni, offrendo tempo e spazio al ricordo di ciò che si è in tutta la nostra interezza. Su ogni piano, fisico, metafisico, mentale, psicologico o spirituale, questo strumento funziona ugualmente. 

Provate per credere. 

Il ricordo è un muscolo che se non viene usato, poco alla volta tende a scomparire. Ogni muscolo però ha memoria di sé e poco alla volta, può essere allenato di nuovo. 

La soluzione di un problema, quando avverrà, non sarà più provocata da un altro incidente scatenante che potrebbe sembrare casuale. Quando l'ordine viene compromesso da uno shock, da un problema, da uno smarrimento, la forza contraria predispone immediatamente che tutto venga riportato nella norma. Agire consapevolmente, significa farlo inviando piccoli impulsi, affinché la norma venga ristabilita. Quando questi impulsi vengono a mancare, ecco che arrivano gli stop, gli impedimenti che contrastano il tendere all'automatismo che cronicizza un problema. 

In parole più semplici, il processo di riparazione del disordine su un piano o su un livello, avviene colmando le due distanze che apparentemente non si toccano e sono invisibili l'una all'altra, pur tuttavia essendo legate da un filo della stessa stoffa e chissà, forse, proprio quella stessa stoffa di cui sono fatti i sogni. Ecco perché è importante fare il punto sulla propria situazione personale, su ogni progetto lasciato in sospeso, su un desiderio ancora da realizzare, su un pensiero che pensavamo fosse proibito, su qualcosa che credevamo aver smarrito (la fede, la speranza, il coraggio, il sogno). 

Lo vedete quanto è facile? 

Basta un piccolo dolore alla schiena e naturalmente... uno bravo.