lunedì 5 marzo 2018

ATTIMI DI KATHERINE MANSFIELD (Prima Parte)


La vigilia di natale del 1922, una ragazza, esile, col viso stanco, a passo lento, lasciò il grande salone, dove si stava ancora svolgendo una piccola festa attorno al grande abete scintillante. 

Tra gli ospiti del castello c’erano anche nove bambini, quasi tutti russi. La ragazza li aveva aiutati a scartare i regali e aveva anche recitato per loro, improvvisando brevi scenette, imitando personaggi fantastici. Parlava in inglese ma grazie alla sua mimica li aveva fatti ridere e anche gli adulti si erano molto divertiti alle sue improvvisazioni. Stava bene con i bambini, in mezzo al fitto vociare russo, agli auguri e al calore di quella sera, ma una profonda stanchezza l’aveva assalita e aveva sentito il desiderio di tornare di nuovo in camera sua.

La ragazza perciò, si avviò sola, salendo piano le scale che portavano alla sua camera. Indossava un abito da sera viola con dei mazzolini di fiori ricamati. Durante la serata si era sforzata di restare eretta, ma in quel momento, sentiva che le forze le venivano meno e si piegò per qualche secondo, cercando di non tossire. Da quanto tempo che non completava un respiro? 
Un respiro. Nel tempo, aveva imparato ad accettare questo suo respiro fragile e malato, cercando di accontentarlo, seguendolo, aiutandolo a procedere un passo alla volta, verso un appiglio in più, proprio come un bambino che impara a fare i primi passi. In quei giorni si era accorta che il suo respiro era una vecchia musica scritta su uno spartito di carta velina, un’armonia scivolata via al risveglio di chissà quale mattina o notte del mondo. Aveva deciso di aiutarlo questo suo respiro, come un piccolo figlio ammalato, semplicemente accorgendosi di lui. Così gli aveva detto il Gran Lama del Tibet: “Ricordati di te e del tuo luminoso respiro”. Queste parole le risuonavano nella mente e le facevano compagnia nei giorni freddi nella foresta di Fontainbleau. Il suo luminoso respiro però, era nascosto in migliaia e migliaia di tanti altri mezzi respiri che, come tasti neri di un pianoforte, nascondevano il segreto della vera musica.



 Quella notte tirava un vento gelido che s’infilava in tutti gli spiragli delle finestre e sotto le porte, creando un sibilo continuo.

Il Prieuré des Basses Loges di Avon era un vecchio monastero carmelitano circondato da strane leggende: si diceva che un giorno fosse passata di lì e vi avesse sostato una notte Giovanna D’Arco.

Prima di salire le scale, la ragazza si era fermata un attimo davanti ad una delle finestre che davano sul grande parco. Non si vedeva quasi nulla, solo una fitta nebbia che avvolgeva gli alberi. Pensò alla sensazione di disagio che aveva provato nel trovarsi per la prima volta lì e a come, soltanto due mesi dopo, quel posto, pieno di contraddizioni, era diventato un luogo della sua anima, aderendo profondamente ad ogni parte di sé. Segretamente si aggrappava a quella che sentiva essere l’unica possibilità di guarigione totale. Cominciava a credere davvero che il corpo potesse guarire soltanto curando lo spirito. Era una stretta via che si apriva dinanzi a lei, a dispetto del tempo e dei giorni e delle notti ghiacciate di Avon.

Era nel posto giusto. Aveva ripreso l’abitudine di rileggere le pagine del suo diario da ragazza. 

“… in questa camera. Quasi prima d’aver finito di scrivere queste parole le leggerò da un’altra stanza, questa è la mia vita. Rifare i bagagli… potrò mai essere ancora una donna felice?... Malata di cuore… senza casa, senza un luogo dove possa appendere il cappello e dire che quello è il mio posto, perché non esiste un luogo simile in tutto l’immenso mondo…

No, non lo pensava più.

“Fermati Katie!”

Sentiva dentro di sé una voce che la invitava dolcemente a starsene tranquilla, perché desiderava talmente essere nel posto giusto che aveva iniziato tutta una serie di cose che mai avrebbe immaginato di saper fare. Aveva imparato a fare tappeti con lunghi steli di grano, a curare gli animali, a mungere una capra, aveva imparato che 2 x 2 non fa sempre quattro, ma qualche volta fa anche uno e poi, stava imparando anche il russo: una parola al giorno. Stava anche praticando alcune danze orientali, danze straordinarie che le stavano offrendo punti di vista completamente nuovi.

“… è una danza che dura sette minuti e rappresenta tutta la vita della donna, proprio tutta! Non viene omesso nulla. Mi ha insegnato sulla vita della donna più cose di qualunque libro, di qualunque poesia. In quella danza c’è posto persino per Coeur simple di Flaubert e per la principessa Marya… è prodigioso!”

Così descriveva una delle danze che si praticavano al Prieuré a Boogey, in una lettera spedita durante le prime settimane di permanenza.


Boogey era John, suo marito. Si era accorta all’improvviso, di non avere con sé, una sua foto. Per la prima volta un Natale senza Boogey dopo così tanto tempo e neanche una sua fotografia.

Il posto vibrava di una strana energia ed era esattamente come lei. Aveva trovato il suo esterno, il suo guscio e la sua casa. Avrebbe voluto condividere questo pensiero con Bogey,  ma sentiva che non sarebbe mai riuscita a descrivere la segreta felicità che provava nello stare lì, tra gente che cercava la verità con tutto il proprio cuore. Aveva il timore di scrivergli cose così banali. Domani… domani avrebbe rimediato, scrivendogli una lettera meravigliosa e invitandolo a venir lì da lei. Doveva proprio vederla così trasformata e chissà, forse questa volta, si sarebbe convinto a restare lì, con lei all’Istituto Armonico per l’Evoluzione dell’Uomo, uniti per la prima volta da uno scopo vero: vivere non più con una minuscola parte di se stessi, in preda alla vecchia esistenza meccanica, in balia di tutto…

Bloccò all’improvviso il suo turbine di pensieri: non poteva scrivergli un’altra lettera parlandogli di queste cose. Lui non riusciva a capire. “Sono tutti pazzi ipnotizzati da un pazzo”. Così le aveva detto in una delle loro litigate.

Lui, così razionale, così diverso da lei. Lui che la considerava una povera pazza, ipnotizzata da un esaltato che guida un branco d’esaltati.

Allora pensò che forse, per attirarlo lì, sarebbe semplicemente bastato chiedergli di venire. Ci sarebbe stata a breve l’inaugurazione del teatro nuovo del Prieuré. Doveva semplicemente invitarlo. Una lettera… domani o tra qualche giorno, forse, un’altra lettera in cui gli avrebbe scritto:

Amore mio, no… non sono affatto ipnotizzata. Qui ho davvero l’impressione che vi siano persone capaci di vedere assai più lontano di ogni altro essere che ho conosciuto. Appartengono a un’altra dimensione…

Lo pensava davvero? Era davvero così?

E lei… lei, dove riusciva a vedere questa volta? La sua era soltanto l’ultima disperata speranza di una povera malata di tubercolosi o era la sensazione e la percezione profonda che quella era davvero l’unica occasione possibile di guarigione totale?

Quante speranze erano crollate fino ad ora.

Pensò a un anno prima, ai raggi X del dottor Manoukhin a Parigi. Manoukhin le aveva assicurato una guarigione al cento per cento. Katie aveva subito scritto a John, riferendogli questa notizia e lui le aveva telegrafato di cominciare subito le sedute. Colma di gratitudine, gli aveva risposto, inviandogli da Parigi, dalla sua cameretta del Victoria Palace Hotel, una lettera raggiante, in cui si vedeva già guarita e in vacanza, la prossima estate con lui in Inghilterra. Segretamente però, aveva paura che tutto fosse inutile. Aveva paura che Manoukhin fosse un impostore, un ciarlatano e nei suoi diari si abbandonava a immagini crudeli in cui si vedeva ricolma di una pena infinita.

“Come un giunco galleggiando nella corrente va e viene, schiavo della variabile marea fino a corrompersi per il suo stesso moto”.

(Continua)


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