giovedì 5 aprile 2018

ROMA, BLAUGRANA E RITORNO

Quando penso tra me e me, non so perché ma i pensieri più immediati mi vengono in tonalità "romanesco".
Stasera ho visto la partita in una "bodega" catalana a Sants, un barrio di Barcellona fuori da tutte le mete turistiche. Era pieno di uomini, tifosi di mezza età, in fuga dalle loro case, dalle loro famiglie, dai loro televisori lasciati in eredità alle loro mogli, sintonizzate su altri mondi satellitari, su altri programmi. Mai stato un tifoso della Roma, ma stasera, contro i mostri dei blaugrana, mi sono sentito un tutt'uno con quella possibilità che ci fa diventare di colpo tifosi del più debole. Chissà perché... forse per i miei tanti anni passati a cerca' parcheggio, a Trastevere, Prati, San Lorenzo, forse per i miei amici più cari che sono quasi tutti romanisti o perché stasera per la prima volta ho fatto davvero tifo pe' la Rioma, perché ho pensato che... che questi signori che bevono vermuth e almendras fritas, pimientos del patron e patatas bravas, tra una caña di Estrella de barril e due o tre anchoas a poco prezzo... ho pensato che... che ne sanno loro che tifano Barça di quella che è la fede giallorossa sempre in bilico tra una bestemmia e una speranza che ti fa tornare a casa dopo un derby a cui ti sei preparato per un anno intero?
Cosa ne sanno cosa significa vincere per uno a zero, due uno, pareggiare all'ultimo secondo, cosa ne sanno del Capitano che entrava allo scadere e ribaltava il risultato... che importa se su calcio di rigore? Cosa ne sanno loro che sono abituati a vincere per quattro, cinque o sei gol di scarto?
La verità è che per noi, stranieri adottati dalla città eterna, noi che conosciamo più segreti dei romani stessi, che sappiamo di cose come quella della stradina dell'Aurelia antica, dove più ti avvicini e più il cupolone si allontana, oppure che speriamo ancora d'incontrare il Cuore di Nerone tra i mille e mille sampietrini, noi che spieghiamo senza ricordarci neanche perché la sappiamo, tutta la storia dell'orologio ad acqua del Pincio, ecco, per noi che siamo stati romani senza diritto di esserlo, per noi che la verità è bella che fatta dalle tremila buche e dai soliti lamenti che, ogni volta che torniamo, so' sempre gli stessi, la verità è che il tifo di Roma continua ad essere per noi, il posto più unico e vivo del mondo.
E questa consapevolezza che si può condividere solo con pochi, è qualcosa che assomiglia più a una condanna che una gioia. Per questo c'è un punto di vista che ci consente di provarla questa tenerezza infinita verso chi non sarà mai al posto nostro.
Ecco, l'ho detto, forse perché non c'è un altro posto dove mi senta a casa, perché poi alla fine, mi sono affezionato all'idea di tutto ciò che descrive la romanità all'interno di una distanza che man mano che passa il tempo, è sempre più sottile ed esigua o anche perché quando segna un gol, il Barcellona, i tifosi esultano quasi rassegnati alla vittoria, mentre i romanisti, quando segna la magica, scoppiano di gioia, come se si facesse largo all'improvviso, un pensiero: "Non ci credo, ma che davvero?" E allora urlano di un entusiasmo che mai t'aspetti, i vetri tremano, il cuore batte forte e poi i pianti e gli abbracci si sprecano, tutti si sentono all'improvviso fratelli, uniti in qualcosa che non si può spiegare se non vivendola e sentendola sulla pelle.
Sarà questa la vita vera?
E sarà per questo che stasera io ho tifato Roma.
Per la prima volta, lo so.
Ho tifato Roma per pietà verso questo popolo di vincenti, piccoli bambini, assuefatti alla condanna di dover sempre sollevare una coppa, vittoriosi per l'eternità, primi e ultimi dello stesso tempo, su un podio di spine e di fiori, un piedistallo di chi può dettare da sempre le regole del gioco.
Ho tifato Roma per compassione verso qualcuno che non potrà mai sapere cosa sono le favole di Roma e la visione della quotidianità che si riflette su un rettangolo di gioco nuovo, fatto di comprensione e rassegnazione al cento per cento.
Ho tifato Roma anche per voi che mai potrete entrare nella certezza di chi parte per un viaggio sapendo di avere cento possibilità contro una sola, di tornare a casa sconfitti, mandando un whatsapp agli amici: "E che te devo da di'?" Già. Proprio così. E poi... "C'è sempre il ritorno".